N.06
Novembre/Dicembre 2017

L’intrepido

Regia: Gianni Amelio
Soggetto: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Davide Lantieri
Musica: Franco Piersanti
Scenografia: Giancarlo Basili
Interpreti principali: Antonio Albanese, Livia Rossi,
Gabriele Rendina, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 104’
Origine: Italia, 2013

 

Presentato in concorso a Venezia 70.

Dopo il bellissimo e intenso Il primo uomo, tratto dall’opera postuma di Albert Camus, il regista Gianni Amelio cambia decisamente registro e presenta un’opera che, già dal titolo, rivela un carattere favolistico e allegorico. Il titolo, ha dichiarato il regista, «riporta ai fumetti che divoravo da ragazzino. In quel giornaletto c’erano figure illustrate, ma io le credevo reali; si narravano storie fantasiose, ma io pensavo che la vita fosse quella».

La vicenda
Antonio Pane vive a Milano. Essendo rimasto senza lavoro, se n’è inventato uno molto particolare, quello di “rimpiazzare”, cioè di prendere, anche solo per qualche ora, il posto di chi si assenta, per ragioni più o meno serie, dalla propria occupazione ufficiale. Antonio è un uomo buono e disponibile. È separato dalla moglie, che se n’è andata con un altro, e ha un figlio, Ivo, che studia al conservatorio e suona il sassofono. Antonio ama il lavoro, qualsiasi lavoro, e si cimenta con maestria nelle più svariate occupazioni. Un giorno incontra Lucia, una ragazza piena di problemi, con la quale instaura un rapporto di autentica amicizia, che gli fa assaporare l’amore di cui è stato privato. Ma la sua bontà non è sempre ricambiata da chi ha a che fare con lui. Anzi, le cose sembrano andare di male in peggio e Antonio si sente sfruttato e inutile. Soprattutto quando Lucia, in preda alla disperazione, si suicida e il figlio va in crisi dal punto di vista professionale. Quando s’accorge che le sue prestazioni vengono sfruttate per fini disonesti, rimane sconvolto e scappa da quel mondo inautentico e disumano. Più tardi lo troviamo in Albania a fare il minatore. Incontra Ivo che dovrebbe suonare con la sua band, ma che è in preda ad una crisi di panico. Dopo un accorato colloquio con il figlio, Antonio prende il suo posto di sassofonista, permettendo ad Ivo di sbloccarsi e di ottenere un meritato successo.
Ora finalmente Antonio s’accorge con soddisfazione che la sua bontà ha prodotto qualcosa di importante.

Il racconto
La struttura del film è lineare e divide la vicenda in due grosse parti: la prima, più lunga, ambientata a Milano, e la seconda, più breve, che si svolge in Albania. Al centro dell’attenzione c’è la figura del protagonista, Antonio, buono come il pane (il suo cognome è evidentemente significativo). Va detto subito che la figura di Antonio viene immediatamente emblematizzata fino al punto di farne un “tipo”: Antonio è il candido, il buono, il generoso, il mite, l’onesto, l’altruista, ecc. Di conseguenza la significazione del film non nasce, come avviene di solito, dall’evoluzione del protagonista, ma dal confronto del protagonista, che è e rimane un certo tipo, con il mondo che lo circonda. Ma procediamo con ordine.

Introduzione
Milano

Il film incomincia con una didascalia: «A Milano, di questi tempi, ogni giorno Antonio Pane va a lavorare. A modo suo.» Ed ecco subito l’ambientazione: le grandi costruzioni, le gru, le strade deserte, la neve. I primi blocchi narrativi sono accompagnati da altre didascalie.
– «Lunedì. Ore 6,30: un cantiere». Antonio va di corsa verso un cantiere per sostituire un operaio. Durante la pausa pranzo (un panino) viene scambiato per un tunisino e ha modo di fare, di fronte ad un tizio che recrimina, un’affermazione piuttosto significativa: «Fortunato chi lavora; almeno può scioperare».
– «Mercoledì, ore 15: un centro commerciale». Antonio, vestito da pupazzo, fa divertire dei bambini, ma si arrabbia quando vede che gli scombinano quei fogli che gli dovevano servire per partecipare ad un concorso.
– «Venerdì, ore 17,15: un ristorante». Antonio fa il cuoco e dialoga con un cinese. Poi sente della musica provenire dalla sala da pranzo. Si avvicina e vede il figlio che sta suonando il sassofono. Compiaciuto, osserva: «È diventato bravo».
– «Sabato, ore 23,30: città di notte». Antonio fa l’attacchino, ma si scontra con alcuni tizi che lo accusano di aver coperto i loro manifesti e lo obbligano a riattaccarli.
Già da questa introduzione emergono alcune indicazioni che verranno sviluppate nel prosieguo del film: la figura del protagonista e il suo particolare lavoro; il suo amore per il figlio e per la musica; l’ambiente freddo e squallido; le prime delusioni; alcuni elementi di ilarità (come quando aiuta un tizio a portare un’asse, ma senza servire a niente).

1° blocco
– Antonio si incontra con il tizio che gli procura il lavoro. Si tratta di un boss senza scrupoli, malato di gotta, che si fa massaggiare i piedi. Con molta delicatezza Antonio gli fa notare: «Ho segnato tutti i rimpiazzi dell’ultimo mese; ho segnato i giorni, le ore, i posti. Lo so che pure per voi è un momento difficile, però io è da tanto che non prendo più un soldo. Io non dico che mi dovete pagare sempre, ma ogni tanto». Il boss gli dice che lo pagherà l’indomani e Antonio, molto docilmente, lo ringrazia.
– Lo vediamo poi fare il conducente di tram. A questo punto inizia anche una musica allegra che dà ai vari episodi un carattere leggero e scanzonato. Infatti Antonio, che ha dimenticato la propria giacca sul tram, è costretto a rincorrerlo. Fa il pony express, ma viene derubato del materiale che deve consegnare. Procura delle pizze per delle sarte, ma fa fatica a farsi pagare. Infine, a casa, incontra il figlio che gli ha regalato dei calzini nuovi; e qui emerge tutto l’affetto che Antonio prova nei suoi confronti.
– Antonio partecipa ad un concorso per trovare un lavoro vero. E qui incontra Lucia, una ragazza chiusa in se stessa che non sa rispondere alle domande. Naturalmente Antonio, che è l’unico che s’accorge di lei, le passa un foglietto con le risposte da dare. Uscendo dall’edificio vede degli operai che fanno manutenzione e s’informa se esiste un manuale per imparare a fare il manutentore: naturalmente ne riceve una risposta piuttosto volgare. Va ad un raduno di lavoratori e, sotto il palco, gonfia dei palloncini che regolarmente gli scoppiano in faccia. In una grande lavanderia e stireria agisce con grande destrezza e le immagini, un po’ accelerate, tendono a conferirgli un tono quasi chapliniano (con l’ultima immagine in cui cade dentro nel cesto con le gambe all’aria).
– Durante la pulizia di uno stadio Antonio incontra Lucia. La riconosce dagli occhi. Tra i due inizia un dialogo che sfocerà in una bella amicizia. Antonio le racconta del suo incredibile lavoro e quando la ragazza gli chiede perché lo fa, risponde: «Non lo so. Lo sai la mattina quando ti alzi e non sai dove andare; quando non ti fai neanche la barba perché tanto non devi uscire di casa, non devi vedere nessuno. Io invece voglio farmi la barba tutti i giorni». Antonio dice inoltre che vuole tenersi in forma, perché «il giorno che ci sarà lavoro sarò pronto». Rivelando così un incredibile ottimismo.
– Più tardi lo vediamo in veste di badante prendersi amorevole cura di una vecchietta; e poi, ancora con Lucia, in una scuola, ad incollare etichette sui libri: «Questo è il più bel rimpiazzo che ho fatto in vita mia; tenere in mano un libro è sempre speciale». Continuano le confidenze tra i due. Antonio, con il suo candore, rivela tutto di sé: dice che i rimpiazzi più brutti sono stati quello di pulire casse da morto e di derattizzare; aspira a fare il “cartello stradale” per dare indicazioni alla gente, «per indicare alle persone le cose giuste»; vuole trasmettere allegria e dice di sentirsi portato a tutto. I due ridono e scherzano, come due vecchi compagni.
– Antonio porta la ragazza in un locale notturno dove dovrebbe suonare suo figlio, ma non lo trova. Ci resta male: «Ci tenevo che tu conoscessi mio figlio». Ma è ancora un’occasione per confidarsi. Lucia gli chiede di sua moglie. Lui risponde: «Ogni tanto la vedo da lontano, ma non so se è lei». La ragazza gli chiede perché si sono separati. «Non mi meritava», risponde. E alla sua osservazione: «Forse ti voleva parlare e tu non l’ascoltavi», Antonio ribatte: «Oppure il contrario». Lucia, da parte sua, è molto più riservata: parla dei suoi genitori, che hanno avuto il torto di metterla al mondo, e della difficoltà di riuscire a pagare l’affitto. Poi i due si lasciano, promettendo di rivedersi.

2° blocco
Se finora la bontà di Antonio non ha prodotto grandi risultati, ma ha creato situazioni di ilarità e qualche piccola delusione, in questo secondo blocco narrativo – dal tono molto più drammatico – sembra sfociare nell’inutilità o addirittura nella sconfitta più cocente.
– È il caso di quando il “segretario” del boss gli dà l’incarico di accompagnare un ragazzino ad incontrare il padre. Antonio, ingenuamente, esegue il suo lavoro con la solita disponibilità e dolcezza, ma resta profondamente turbato quando s’accorge che “il padre” che il ragazzino doveva incontrare non è altro che un anziano pedofilo.
Si precipita allora dal boss: «Che mi avete fatto fare?». Con la sua solita delicatezza cerca di non offenderlo e di dare la responsabilità al “segretario”: «Voi non c’entrate niente, ma quello sì. Quello fa affari sporchi alle vostre spalle. Dovete stare attento, non vi dovete fidare di lui». Ma quando s’accorge che il boss sa benissimo che cosa è successo, ha una reazione d’orgoglio: «Scusate, i soldi che mi dovete non li voglio. Ve li regalo. E non chiamatemi più». Antonio resta così anche senza quel lavoro, ma conserva intatta la sua dignità e la sua onestà.
– Più tardi lo vediamo con Ivo che cerca di aiutarlo economicamente.
Dopo aver espresso la sua sensibilità nei confronti della musica («Pensa quanto è bello fare musica. E poi è un privilegio guadagnarsi il pane con il lavoro che ti piace. Tienitela stretta la musica, non sai quanto sei fortunato»), Antonio accetta l’aiuto del figlio, ma non vuole che lo dica alla madre. Poi, con ironia, osserva: «Noi non siamo più una famiglia, siamo una catena di S. Antonio: la mamma vizia il figlio… che vizia il papà».
– S’incontra poi ancora con Lucia che sembra in preda alla disperazione.
Antonio, con la sua solita delicatezza, cerca di non farla preoccupare ulteriormente: «Non ho fatto un granché nell’ultimo periodo, però ci sono delle prospettive; sto valutando un po’ di cose». Ma si capisce che la ragazza non ne può più della sua vita e, significativamente, gli dice: «Volevo vedere una faccia buona».
Lui si preoccupa, le chiede se le è successo qualcosa, se ha qualche dispiacere. Poi, con grande disponibilità, le offre aiuto: «Io ti vorrei aiutare per quello che posso… voglio proprio fare qualcosa; la storia dell’affitto: sei riuscita a pagarlo?». Ma la ragazza non risponde e se ne va.
– Mentre pulisce il mercato del pesce, Antonio trova un giornale e apprende la notizia che la ragazza si è suicidata. Si reca sul posto della tragedia e viene intervistato dai giornalisti. «Era una brava ragazza, piena di vita», sono le sole parole che riesce a dire. Poi se ne va solitario e sconsolato. Anche questa volta la sua bontà non è servita a niente.
– Più tardi assiste ad un litigio di Ivo con i suoi compagni della band. Il ragazzo è fuori di sé e non accetta di suonare in un luogo squallido solo per avere più gente: a lui interessa la musica e non il pubblico. Arrabbiato com’è, Ivo aggredisce verbalmente anche il padre, ma ancora una volta Antonio con grande pacatezza cerca di calmarlo e di farlo ragionare. Anche se non ottiene grandi risultati.
– In un altro momento vediamo Antonio che va in un locale pubblico a vendere rose. Dopo vari rifiuti, trova finalmente un tizio che gliele compra. Ma, guarda caso, è l’amante della moglie che si trova al ristorante con la donna. Antonio resta turbato. Non vuole i soldi per le rose e se ne va, rincorso dalla moglie. I due parlano, sotto la pioggia (elemento climatico che ritorna spesso a sottolineare la freddezza e lo squallore dell’ambiente). Di fronte alla donna che cerca di aiutarlo, Antonio minimizza: «Non ho bisogno di niente, davvero». E quando lei rimprovera il figlio di non averla informata, Antonio, ancora una volta dimostra il suo altruismo: «Ivo deve pensare alla sua vita; questa è la cosa più importante».

– Evidentemente la moglie cerca di aiutarlo. Infatti poco dopo vediamo Dante, il compagno della donna, che parla con Antonio e gli offre un lavoro, un lavoro vero. L’uomo ha un traffico di protesi che sembrano rendere molto bene: «In Italia le protesi non si sa più dove metterle; in Africa vogliono camminare con le loro gambe. Ci vuole una bella testa per inventarsi un lavoro così». Antonio chiede se si tratta di un lavoro legale, ma viene quasi deriso per questa sua preoccupazione. Infine Dante gli promette di sistemarlo, ma prima deve darsi una ripulita: «Un uomo senza cravatta compra, ma non vende».
– Ed ecco Antonio con camicia e cravatta a fare il venditore in un negozio di scarpe. Con la sua aria docile e sorridente aspetta che entri qualche cliente. Ma intanto nota che la segretaria mette in una valigetta un bel po’ di mazzette di soldi. E quando finalmente arriva un cliente, Antonio si rende conto che quel negozio è pieno di scatole vuote: è una copertura per traffici evidentemente poco puliti. Il protagonista si accorge di essere stato usato per fini illeciti e, disperato, scappa da quel negozio e se ne va, solo, in un deserto di strade, mentre un mascherino in chiusura pone termine a questa grossa parte del film.

Albania
– La didascalia precisa: «In Albania, qualche tempo dopo». Vediamo Antonio che lavora in una miniera assieme ad altri operai albanesi che mettono alla prova la sua conoscenza della lingua locale. Quando Antonio sente la parola «figlio», si fa serio e pensoso.
– Corre da Ivo che deve suonare in un Jazz Festival e lo trova in preda ad una crisi di panico, completamente incapace di suonare e perfino di parlare. Antonio, con grande amore, gli parla: «Come ti posso aiutare? Io certe cose non le capisco. Cosa vuol dire attacco di panico? Hai paura? È questo? Oppure hai un peso qui che non ti fa respirare? Io lo sento ogni mattina, ma faccio finta di niente. Poi passa da solo, se ne va. Forse sono io che faccio paura a lui, non lui a me. Quand’eri piccolo e non parlavi ancora, io non capivo mai perché piangevi. Però stavo là in silenzio e a un certo punto ti passava. Ho fatto tanta strada per sentirti suonare. E adesso? Fallo per me».
– Antonio se ne va e poco dopo vediamo che sta facendo il rimpiazzo più importante della sua vita: si sostituisce al figlio nel suonare il sassofono. Ivo sente la musica e sembra risvegliarsi. Segue le orme del padre e prende il suo posto nel gruppo musicale, ottenendo alla fine un caloroso applauso da una platea numerosa.

Epilogo
L’ultima immagine del film mostra Antonio che, di notte, se ne va, solitario come sempre. Una carrellata lo segue in CM. Poi improvvisamente si passa ad un PP, di spalle. Antonio si gira. Guarda in macchina con un sorriso dolce e soddisfatto. Finalmente la sua bontà ha dato i suoi frutti.

Significazione
Riassumendo: Antonio Pane è un uomo buono. Anzi è l’emblema della bontà, dell’onestà, della generosità. Il suo stesso lavoro (oltre al suo cognome) ha un significato profondo. Fare il rimpiazzo significa mettersi nei panni degli altri, capire gli altri, partecipare ai loro problemi. Come già detto, il significato del film non nasce tanto dall’evoluzione del protagonista, che è sempre uguale a se stesso, ma dal suo rapporto con il mondo che lo circonda. Ecco il grosso peso che acquista l’ambiente. Milano viene descritta come una città fredda e piovosa, con le strade deserte, le grandi costruzioni. Ma anche come un luogo dove si sono persi di vista i veri valori. Un ambiente disumanizzato. Ed ecco che in questo ambiente la bontà non produce frutti, anzi, si trasforma in sfruttamento, in sconfitta.
Mentre in Albania, un ambiente umile e semplice, la bontà di Antonio ottiene dei risultati altamente positivi.

Idea centrale
La bontà e l’onestà non vengono apprezzate in un mondo freddo e disumano, dove prevale l’interesse e l’egoismo. Anzi, diventa oggetto di scherno e di sfruttamento. Ma, lontano da questo mondo, la bontà dà i suoi frutti e rivela tutta la sua forza di trasformazione e la sua capacità di salvezza.