N.04
Luglio/Agosto 2019

«Nel matrimonio è bene avere cura della gioia dell’amore» (cf. AL 126)

Dalla precarietà alla speranza

«La Chiesa è un bene per la famiglia e la famiglia è un bene per la Chiesa» (AL 87)

L’Amoris laetitia, si apre con la constatazione che «il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa» (AL 1). È in assonanza con le immagini suggestive della Christus vivit, nella quale il Santo Padre mette sulle giovani generazioni una mano sulla spalla, dicendo: «Vale la pena scommettere sulla famiglia; in essa troverete gli stimoli migliori per maturare e le gioie più belle da condividere.(…) Io ho fiducia in voi, per questo vi incoraggio a scegliere il matrimonio» (cf. ChV 263-264).

È pur vero però che in questo tempo c’è molta paura nel fare famiglia. Stiamo realmente vivendo non tanto un’epoca di cambiamenti, ma un vero e proprio cambiamento d’epoca[1]. Il filosofo Martin Buber descrive la modernità come un tempo nel quale vengono a mancare i punti di riferimento, e afferma: «Io distinguo nella storia del pensiero umano le epoche in cui l’uomo possiede una sua dimora dalle epoche in cui egli ne è senza. Nelle prime, l’uomo abita nel mondo come se abitasse in una casa, nelle altre, egli è come se vivesse in aperta campagna e non possedesse neppure i quattro picchetti per innalzare una tenda»[2].

Per questo, oggi, dove questo disorientamento è ancora più evidente, la Chiesa ha un compito prezioso di accompagnamento, offrendo la luce della Parola di Dio come antidoto alla paura.

 

Nella precarietà germoglia la speranza: «Ti farò mia sposa per sempre» (Os 2,21)

L’esperienza salvifica del popolo d’Israele è narrata dal profeta Osea attraverso il paradigma della relazione nuziale: «Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

Il deserto è il luogo dell’assenza di sicurezze, mancano gli elementi vitali e c’è un vuoto di relazioni fondamentali. Eppure, spesso la fioritura di una vocazione avviene nel deserto del cuore, porta le connotazioni di un parto e in alcuni casi è anche accompagnata da un certo dolore esistenziale. Lì, in quel deserto, la storia di Israele si trasforma in storia salvata: «Amerò Non-amata, e a Non-popolo-mio dirò: “Popolo mio”, ed egli mi dirà: “Dio mio”» (Os 2,25).

Il cammino verso la terra promessa per Israele passa, infatti, per un groviglio di ostilità, di fame e di sete, di serpenti velenosi. Quello stesso luogo, dove è così viva la precarietà, diventa memoriale di provvidenza, di acqua scaturita dalla roccia, di manna, di quaglie. Grazie all’asta di bronzo innalzata da Mosè, «quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita» (Nm 21,9). Così i segni più tangibili della salvezza che arriverà in Cristo fioriscono tra le ansie della precarietà.

È quello che è capitato a Francesco e Michela di Perugia. Erano passati quasi due anni dal matrimonio; di nuovo erano in abito nuziale accanto al Papa. E alla sua richiesta sul perché non avessero ancora figli, loro hanno addotto motivi di buon senso: precarietà lavorativa di entrambi, essere ancora all’inizio della vita matrimoniale, non avere ancora una casa propria.

Papa Francesco ha risposto: «Proprio per questo non bisogna aspettare troppo: ogni bambino porta un fagottino». E questi due giovani si sono fidati. Qualche mese dopo mentre lei, con lacrime di gioia, gli diceva di essere incinta, lui le raccontava che quello stesso giorno aveva avuto un contratto a tempo indeterminato che, ai tempi d’oggi, è da considerarsi quasi un miracolo.

La questione è che, per godere della Provvidenza, occorre crederci. L’atto di abbandono aveva schiuso il cuore verso il passo decisivo: aprirsi alla vita e scegliere di percorrere con coraggio la via indicata dal Vangelo. Questa fiducia può crescere nella coppia nella misura in cui si è accompagnati alle nozze, fin da quando ci si presenta dal parroco per fissarne la data.

 

Itinerari verso le nozze: «una sorta di iniziazione al sacramento del matrimonio» (AL 207)

«La chiamata alla vita coniugale richiede un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla. (…) Prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore»[3]. Francesco, in una catechesi, ci invitava così a riformulare tempi e modalità di accompagnamento dei fidanzati.

Le nostre parrocchie insistono molto nella catechesi per i ragazzi, con gli itinerari di iniziazione cristiana. È evidente che, dove non si è generata una vera cura per le famiglie, la Cresima si è trasformata nel sacramento del congedo, con risultati deludenti. Il Papa usa il termine catecumenato, con riferimento alla Chiesa delle origini. Fino al IV sec. il Battesimo era  amministrato agli adulti, ai quali si chiedeva un lungo cammino di fede, finché arrivavano a dare segni inequivocabili di adesione al Vangelo.

Oggi siamo davanti a una sorta di “neo-paganesimo” sempre più diffuso, in parte simile alla condizione della Chiesa degli inizi. Molti vengono a chiedere il sacramento del Matrimonio, senza però vivere più il Battesimo. Spesso si tratta di coppie che convivono da anni e che hanno interrotto il loro rapporto con la comunità cristiana, sin dalla prima Comunione.

L’Amoris laetitia ci indica la strada: «non si tratta di dare loro tutto il Catechismo, né di saturarli con troppi argomenti. (…) Si tratta di una sorta di “iniziazione” al sacramento del Matrimonio che fornisca loro gli elementi necessari per (…) iniziare con una certa solidità la vita familiare» (AL 207). L’itinerario vissuto e soprattutto le relazioni strette con gli altri fidanzati e con i sacerdoti e i coniugi accompagnatori, esperti nella ri-costruzione giornaliera dell’unità familiare, diverranno così cardini preziosi della vita matrimoniale.

 

Una bussola per affrontare le maree dell’amore coniugale

La vera sfida, infatti, non è tanto evitare di cadere, ma imparare a rialzarsi. Per questo, come suggerisce il Santo Padre, «nella preparazione dei fidanzati, si deve poter indicare loro luoghi e persone, consultori o famiglie disponibili, a cui potranno rivolgersi per cercare aiuto quando si presentassero delle difficoltà» (AL 211). Questi aiuti esterni alla coppia possono essere preziosi per sciogliere i nodi creati da presenze invasive delle famiglie di origine, scelte relative a cambiamenti di lavoro, o al logorarsi della relazione per asfissia spirituale. Il ritorno alla comunità cristiana necessita di tempi lunghi e di un cammino articolato, come nella diocesi di Nicosia, dove ogni coppia che si sposa percorre un itinerario di 32 incontri. È un cammino ricco di momenti di dialogo con sacerdoti e coniugi più maturi, di celebrazioni delle tappe dell’amore, e di intense relazioni umane ed ecclesiali da tessere. Nello stesso modo, si sono rinnovati i percorsi nella diocesi di Mantova, dove l’Amoris laetitia ha offerto l’opportunità di un accompagnamento più specifico dell’originalità di ogni coppia, con un vero e proprio tutoraggio da parte di coppie angelo, che costituiscono una mano tesa nei momenti di difficoltà. La vera sfida che ci attende è quella di formare i formatori: coppie, sacerdoti, religiosi/e che siano compagni di viaggio nella bella avventura dell’amore nuziale. È questo lo scopo del Corso triennale di Alta Formazione in consulenza familiare con specializzazione pastorale che si è tenuto dal 7 al 21 luglio 2019, a La Thuile, in Val d’Aosta. Così, nell’abbraccio della comunità, il sogno del per sempre può davvero divenire realtà.

 

«Una crisi superata porta a sedimentare e a maturare il vino dell’unione» (cf. AL 232)

L’amore, infatti, non si improvvisa, ma richiede un apprendistato, un accompagnamento, una cura quotidiana. Non mancheranno gli spazi di precarietà e il ripetersi di cadute. Si tratterà di accompagnare ad andare oltre le interruzioni dell’amore, allenando i muscoli del cuore nel perdono da vivere all’interno della coppia, con i propri figli e anche con la suocera.

Così l’amore si moltiplica, come indicava don Primo Mazzolari: «Che io voglia o no, la mia vita è legata al mio “perdermi” per coloro che amo. Se riesco a capire questo nuovo aspetto della mia vita, ove il “perdere” è il solo guadagno vero che posso fare, non sono più povero. (…) Le infedeltà dell’amore si perdonano moltiplicando l’amore»[4].

Quando si intesse una relazione feconda con la comunità cristiana, «ogni crisi è come un nuovo “sì” che rende possibile che l’amore rinasca rafforzato, trasfigurato, maturato, illuminato» (AL 238). La modernità induce a un’estetica ridotta a perfezione delle forme. «Si sente bello chi appare giovane, chi effettua trattamenti per far scomparire le tracce del tempo» (ChV 79).

L’Amoris laetitia ci ha insegnato invece a considerare belle le rughe sul viso di un anziano accudito in casa, le espressioni buffe di un bambino, le carezze scambiate tra una moglie e un marito dopo un litigio. Proprio le situazioni di precarietà diventano quindi opportunità di crescita e stimoli per accogliere il vino nuovo (cf. Gv 2,9-10).

 

 

 

[1] Cf. Francesco, Discorso durante la visita apostolica alla città di Prato, 09 novembre 2016.

[2] Martin Buber, Il problema dell’uomo, Marietti, Bologna 2004, 15.

[3] Francesco, Udienza Generale,  24 ottobre 2018.

[4] Primo Mazzolari, Il solco. Spigolature dai suoi scritti per ogni giorno dell’anno, EDB, Bologna 2009, 30.