La vocazione alla consacrazione nella profezia e per la profezia
Figli di profeti e profeti noi siamo: con questa parafrasi biblica potrebbero qualificarsi gli adepti di quella tipologia cristiana che attualmente viene denominata vita consacrata. Le origini della loro vocazione scaturiscono dal dinamismo di una profezia; la loro missione si consolida nella persistenza della profezia; il loro carisma si fa diaconia profetica e servizio alla profezia del popolo di Dio: essi sono una porzione della chiesa, fraternità profetica.
In un popolo di profeti
La formula “vita consacrata” sortisce da qualche alchimia semantica per individuare all’interno del popolo di Dio – tutto consacrato e composto di tutti consacrati (cfr. LG 10) – selettivamente le poche categorie degli istituti religiosi e secolari, degli eremiti e delle vergini, delle società di vita apostolica (per restare nella confinazione scandita dai canoni del codice: 207, 573-577, 603, 604, 710, 731). La cultura corrente trova necessario precisare, catalogare, semplificare. Il linguaggio ecclesiastico si adegua. Così, consacrati sono per antonomasia quanti si contraddistinguono nella sequela di Cristo tramite la professione dei consigli evangelici di castità, povertà, obbedienza. Ma la consacrazione non è loro prerogativa esclusiva. Il realismo ecclesiale tiene desta la necessaria consapevolezza che ogni discepolo del vangelo è consacrato nella verità (cfr. Gv 17,17). È la consacrazione nello Spirito santo che edifica l’unico popolo regale, sacerdotale, profetico (cfr. LG 10,12). La consacrazione tramite i consigli evangelici è possibile ed esaltata mediante l’appartenenza a tale popolo di consacrati; non costituisce una etnia allogena (anche se talune traduzioni del vangelo sono singolari, differenti dagli stili maggioritari). Nemmeno la profezia è prerogativa esclusiva degli adepti di quelle categorie della vita consacrata. Ma il bisogno culturale di schedatura da una parte, e la rilevanza evidente del segno dall’altra, attribuiscono prioritariamente ad essi quest’altra antonomasia. Sicuramente la vita consacrata è profezia; essa viene abilitata come profezia in ragione dell’appartenenza al popolo profetico (cfr. LG 4,12).
È decisamente vera la prosecuzione della parafrasi biblica iniziale se ai consacrati si riconosce di essere fratelli di profeti, cioè inseriti nella fraternità profetica, appunto, che è la chiesa. In tale fraternità essi sono situati sulle altezza di vertici; da essi si attende una testimonianza di radicalità; sono ritratti come una icona della perfezione evangelica.
La profezia della vita consacrata
La sintesi del “cosa è la vita consacrata” scolpita nel vocabolo profezia è recente. Nella pubblicistica specializzata e sotto firme omologhe a quell’area ricorre più frequente che negli interventi magisteriali l’assioma che la vita consacrata è profezia. È noto che i vocaboli profezia e profeti non compaiono nei testi del Vaticano II per designare la tipologia della vita consacrata. Il concilio adopera parole ed espressioni che a quelli si avvicinano. Fra questi il concetto di segno (LG 44; il can. 573 aggiunge il superlativo præclarum, “luminosissimo” seppure angolato solo sulla “gloria celeste”).
La profezia della vita consacrata si configura come segno in quanto testimonianza, preannuncio. La sua profezia è custodia responsabile e fruttificazione amorosa d’un messaggio non escogitato tramite inventive imprese umane nemmeno fra i pinnacoli delle elevazioni mistiche né fra i cimenti delle purificazioni ascetiche; bensì custodia e fruttificazione di un messaggio ricevuto dal Signore (vocazione) e affidato all’operosità del cuore e delle mani umane (missione), arricchito di doni dello Spirito (carismi) perché sviluppi l’efficacia insita in esso (servizio). La forma di vita consacrata è prioritariamente – anzi esclusivamente – testimonianza della potenza dell’evangelo (che è parola e presenza), donato per animare tutte e intere le esistenze (non solo quelle che cercano perfezione nella vita consacrata); offerto – quale parola e presenza – come vocazione e missione di ogni persona umana, come approdo salvifico a tutti indispensabile.
Fratelli e sorelle segnati da quella consacrazione peculiare, sono portavoce di tale messaggio, che non è loro proprio ma che hanno fatto proprio e vanno facendo proprio tramite il cammino di conversione e di fedeltà. La vita consacrata pone la propria ragione di sussistere nelle parole e nelle scelte storiche ed escatologiche di Gesù, l’uomo nella cui persona si identifica il figlio di Dio. La profezia abilita a questa rappresentanza: palesa le scelte evangeliche di Gesù Cristo. Siffatta è una profezia per così dire a posteriori in quanto testimonia un messaggio e un’esistenza collocati nella storia, nel passato (sebbene nessuno e nulla siano più attuali di Cristo e della sua parola): validità e verità di essi sono garantiti anche dalla credibilità della testimonianza intrapresa e aspettata dalla vita consacrata.
Ma sussiste altresì una profezia precorritrice, anticipatrice: escatologica, appunto. Suo contenuto – asseriscono i testi magisteriali citati – è la manifestazione dei beni celesti, la testimonianza della vita nuova ed eterna, il preannuncio della futura resurrezione e della gloria del regno: ossia, dell’eredità assicurata a chiunque è fedele. La vita consacrata, dunque, è profezia totale: essa attinge una vitalità nella storia della salvezza (passato), la incarna nell’attualità mediante responsabile efficace esemplarità (presente), ne addita il compimento nell’escatologia (futuro). Il valore di siffatta schematizzazione sta nella configurazione della vita consacrata come l’icona dell’umanità perfetta commisurata alla statura di Cristo.
Fra gli stati di vita che sostanziano la chiesa, la vita consacrata è qualificata come quello ottimale (più dello stato clericale, più dello stato laicale); viene caricata di responsabilità testimoniali eccelse: anche se il divario tra le aspirazioni e le incongruenze non sfugge, anche se il raggiungimento della carità perfetta lungo questa via è rallentato dalla pesantezza delle fragilità (e questa costituisce un’altra diaconia profetica: la contro-testimonianza non annulla i valori, la tensione recupera le deficienze, la misericordia rivitalizza). A prescindere dalle motivazioni che producono tale iconografia (molte veraci e incontestabili, talune ambigue ed effimere), quella visione ottimalistica di una tipologia di esistenza evangelica palesa una aspirazione, qualche nostalgia, la tenacia della conservazione di valori indispensabili affidandone la custodia a chi si confida adeguato e attrezzato più di altri, l’intuizione di una possibilità diaconale altruista e universale attivabile sul piano dell’essere prima che su quello del fare. È annuncio del valore della qualità d’una esistenza motivata evangelicamente piuttosto che della quantità. La vita consacrata viene abilitata come profezia ecclesiale.
I consacrati come profeti
Dono divino, la vita consacrata testimonia l’amore di Dio che arricchisce la chiesa mediante la pluralità dei carismi, il suo interesse verso le persone salvate tramite la fedeltà al suo progetto su ciascuna. La profezia della vita consacrata consiste in tale trasparenza concretata nella eloquenza dell’esistenza abilitata, appunto, a manifestare quella maniera di servire l’uomo da parte di Dio.
I consigli evangelici sono il connotato peculiare, il denominatore comune di discepolanza e sequela. Nell’orizzonte dell’esistenza evangelica, che accomuna la totalità dei discepoli del Cristo, una tipologia viene chiamata a testimoniare la verità, la possibilità, l’utilità dell’attuazione radicale dell’evangelo, condensato nei consigli evangelici. È vocazione per duplice fonte: da parte di Dio che per primo, in personalissimo approssimarsi con amore esclusivo, invita un uomo, una donna a raggiungerlo lungo questa via; da parte ecclesiale, in quanto la vita consacrata è abilitata come itinerario evangelico, ad essa viene affidata quella specifica testimonianza, da essa – in concreto, da fratelli e sorelle che la incarnano – si attende una convalida del progetto evangelico tramite il ‘successo’ della loro esistenza: se i consigli evangelici – in apparenza, rinuncia; in sostanza, scelta – sono l’humus sul quale una persona si realizza come uomo o donna e ancor più come discepolo, dunque questa è una via.
È una profezia che equivale ad una mediazione selezionata, ad una delega magisteriale: tu, ‘consacrato’, vivi e insegnaci a vivere il vangelo condensato nei consigli evangelici (veramente essi sono una parte per il tutto); mostraci chi è il discepolo.
In realtà, la discepolanza non è circoscritta a qualche consiglio: ogni discepolo è chiamato ad ascoltare e operare totalmente la parola di Dio; la radicalità evangelica, adeguata alla vocazione individuale, è incombenza e possibilità per tutti, non consiglio ma impegno – e per di più crescente – di ciascuno. Castità, povertà, obbedienza non sono lasciate all’arbitrio, non sono scelta migliorativa: sono comandamento per tutti. Consiglio, cioè invito che sollecita libere adesioni, sono il celibato per il regno, la povertà come abdicazione del legittimo uso dei beni, l’obbedienza come ossequio ad una regola comune (ad esempio).
Profeti e figli di profeti
Da alcuni secoli la vita consacrata si identifica tramite l’assunzione nel progetto di vita dei consigli evangelici, ossia delle maniere ritenute opzionali e variate di tradurre i comandamenti evangelici, escogitate – per la spinta dei segni dei tempi e dei luoghi – da persone carismatiche (i fondatori), oppure modificate e rinnovate ascoltando le voci dello Spirito.
La radice vitale della vita consacrata è il vangelo, come per ogni vocazione alla sequela di Cristo. Nella vitalità totalizzante del vangelo la vita consacrata fissa la propria stabilità sulle parole e scelte di Gesù. Questa è la primaria ascendenza; quei consacrati sono figli di profeti perché germogliano dal profeta Gesù Cristo e prolungano il genere di vita che egli scelse per sé (e questo viene prima e va oltre i consigli). La strutturazione istituzionale della vita consacrata rientra nella logica della storia (che comunque è situata nel dinamismo della storia della salvezza). Le tappe della storia rivelano altre ascendenze, mediazioni, cammini (taluni assai complessi).
La tipologia attualmente denominata “vita consacrata” si istituzionalizza al tempo dell’egiziano Antonio (+ 36): l’opzione determinante era la fuga mundi mediante l’ascetismo; regole come quella di Pacomio (+ 346), di Basilio (+ 379), di Benedetto (+ 547) codificano l’acquisizione alla ecclesialità della forma di vita ascetico-monastica: è preponderante in quella e sostanzialmente in tutte le regole – la dimensione ecclesiale come comunione fraterna e come istituzione (anche se poi l’esenzione di fatto o di diritto attenua i legami ecclesiastici). L’assioma benedettino può valere come sintesi della sostanza della vita consacrata per oltre una decina di secoli: essa è scuola di servizio del Signore. La tipologia mendicante (sec. XII-XIII) si individua come conversione evangelica, come ‘vita secondo l’evangelo del Signore’. Istituzioni successive (dal sec. XVI) fissano le finalità nella diaconia (servizio soprattutto al povero). La forma più recente di consacrazione – l’istituto secolare (che però fiorisce su radici antiche) – sceglie come, spazio di vocazione e missione le realtà del mondo. Queste persone e ispirazioni sono paternità profetiche, ossia carismatiche mediazioni al vangelo: chi si fa discepolo di questi profeti, diventa profeta-testimone a sua volta di carismi e ispirazioni.
La fissazione della fisionomia della consacrazione nel segno dei consigli evangelici scaturisce e si afferma nei secoli XI-XII e prevale immutata ancor oggi nella professione dei tre voti di castità, povertà, obbedienza (non sempre elencati con questa sequenza). Alcuni istituti aggiungono un quarto voto (consiglio evangelico anch’esso?): esso è ritenuto non sostanziale per individuare la vita consacrata (sebbene la presupponga), ma sostanziale per identificare una fisionomia istituzionale.
Consacrati per una profezia totale
Riconosciuta e abilitata come profezia totale, la vita consacrata esplicita questa diaconia ecclesiale e antropologica (a beneficio della chiesa come comunità e dell’uomo come persona e individuo) dentro tutti gli spazi degli impegni evangelici: fraternità, preghiera, pace, gioia, morte… Anche la “dimensione mariana della vita cristiana” (leitmotiv cultuale e culturale durante l’anno speciale in corso) si corrobora nella profezia mariana della vita consacrata: essa attinge da Maria ispirazioni e forze e le addita per la condivisione. La vita consacrata è presente come “cuore” del popolo profetico: realtà vitale e propulsiva della testimonianza (profezia) di ciascuno e di tutti; riprova che la fedeltà è possibile a chiunque (documentazione che la definizione ontologica dell’uomo è: “essere fedele”); esaltazione della fede in Dio e della fiducia in se stesso.