N.02
Marzo/Aprile 1988

Campo vocazionale e vie nuove di pastorale vocazionale

Quando si pensa all’estate, si pensa alla stagione del relax, della vacanza, del divertimento; al tempo in cui – più o meno – ci si riossigena dopo lo smog dell’anno scolastico e del lavoro, della routine delle giornate e degli impegni.

 

 

 

La calda estate

L’estate è attesa, pensata e programmata nei particolari, per non perdere nessuna possibilità.

È così per tutti, o quasi: per le famiglie e per i ragazzi, per i pensionati e per i nonni, per i giovani, per le suore e per i preti.

Anche una parrocchia e un oratorio sanno che l’estate è un tempo favorevole, non solo per scuotersi di dosso fatiche e preoccupazione, stress e tensioni, ma anche per una ricarica spirituale.

Appena giunto a Milano, il cardinale Martini ha richiamato alla gente ambrosiana l’urgenza di alimentare la vita spirituale recuperando la dimensione contemplativa della vita ed ha appunto indicato il tempo estivo come un possibile “tempo dello spirito”, per una possibile sosta che ridia sapore alla vita ordinaria.

Nasce dunque da una precisa coscienza e da un chiaro progetto educativo il desiderio di non disperdere il tempo estivo, suggerendo esperienze che siano momenti di crescita, di gioia, di condivisione e di interiorità; il grest, il corso di esercizi spirituali, la settimana di deserto, campeggio, il campo-scuola, il campo vocazionale: diverse proposte di uno stesso progetto, per una globale educazione alla fede e alla missione.

 

 

 

Non bisogna ignorare

È bene non dimenticare mai quelli che sono gli atteggiamenti dei giovani di fronte alle vocazioni di speciale consacrazione, per non illuderci da una parte e per non perderci d’animo dall’altra.

 

Un atteggiamento di stupore e meraviglia

Parrebbe strano. Eppure molti giovani provano ammirazione per la vita consacrata; è stupore che nasce dalla coscienza di essere di fronte a qualcosa di grande e di serio; è meraviglia per la disponibilità ed il coraggio di coloro che rispondono all’appello del Signore; è ammirazione per il segno che è, nel nostro tempo, la consacrazione a Dio, provocazione profetica e richiamo all’Assoluto.

Un atteggiamento di timore e perplessità

Tutti coloro che avvertono la chiamata di Dio si ritrovano, quasi smarriti e piccoli, a riconoscere la propria inadeguatezza di fronte alla grandezza della missione che sta dinanzi; anche Saul, davanti al gigante filisteo, disse a Davide: “ Tu sei piccolo e lui invece è grande e forte…” (1 Sam 17,33); è il timore di Maria, di Pietro, di ogni chiamato, di ieri e di oggi, anche se oggi è un timore che viene accentuato dalla coscienza di un mondo che non favorisce, anzi che ostacola, la risposta a Dio.

Un atteggiamento di fuga e di rinuncia

Per molti la perplessità si traduce in rinuncia. Diversi giovani tentano di avvicinarsi al significato di questo appello, di rientrare in se stessi, per dare un volto e un nome alla chiamata; vogliono conoscere esperienze e testimonianze, cercano una guida che rischiari il buio della propria incertezza. Poi all’improvviso questi giovani spariscono, senza parole e senza giustificazioni. Li ritroveremo dopo molti mesi, senza troppi impegni ed entusiasmi, a riconoscere che in fondo quella non era la loro strada e che, comunque, quello che importa è essere utili a qualcuno, anche senza consacrarsi al Signore.

 

 

 

Inventare con i giovani e per i giovani

Conosciamo quelli che sono i problemi e le speranze della pastorale giovanile oggi.

Sappiamo che, con la scusa dei “tempi difficili”, molti si stanno chiudendo nelle élites, sappiamo che dietro una certa riscoperta della preghiera e della direzione spirituale ci sta forse la limitazione del “cristiano” al religioso; sappiamo della fatica ad identificare un nucleo di fede significativo e praticabile che permetta al giovane di capire chi è il cristiano.

Ma conosciamo anche il fermento enorme di esperienze e di iniziative locali e nazionali, originali e nuove, segno della capacità di inventare con i giovani e per i giovani.

Notiamo in circolazione progetti di spiritualità e di pastorale giovanile elaborati dal “basso”, capaci di proporre seri cammini ed itinerari educativi, aperti alla dimensione vocazionale e missionaria della vita dei giovani.

Vediamo sopratutto che si sta consolidando la scelta dell’animazione come stile educativo per dar vita a gruppi, centrati sulle attese e sulle domande profonde dei nuovi giovani, per aprirli all’incontro con Gesù Cristo, all’interno della comunità ecclesiale.

Sono i segni di speranza nell’attuale pastorale giovanile, che vanno visti come segno positivo dell’azione della Chiesa che testimonia la sua fede nel Cristo promovendo la vita dei giovani.

È necessario collocare tutto questo sforzo nel contesto di un tempo di vita “debole”, tenendo conto di quegli atteggiamenti giovanili di fronte alla vocazione di cui parlavo sopra, e delle difficoltà dei giovani ad aderire in forma “forte” a Cristo.

In questo progetto di pastorale giovanile che valorizza ogni giovane, la dignità delle esperienze di vita quotidiana, alcune scelte di metodo, l’animatore, il gruppo, la capacità di leggere la realtà e di intervenire dal punto di vista educativo, solo qui, in questo progetto, si collocano l’animazione e l’orientamento vocazionale.

È un’animazione nella logica del “seme”, che contiene di fatto tutto, anche se all’inizio non si vede; che vuole aiutare i giovani a vivere intensamente, accogliendo dalla vita le provocazioni alla responsabilità personale; che vuole portare i giovani a rientrare in se stessi per intravedere i lineamenti del volto di Dio e le sfumature delicate della Sua proposta; che vuole sollecitare i giovani a prendere decisioni serie e durature.

È un’animazione che, in un certo senso, parte dall’uomo e arriva all’uomo, dal vivere al sapere perché vivere.

Questa è l’autentica animazione vocazionale, per un’adesione a Cristo, nella chiesa, a servizio della causa del Vangelo.

Una pastorale giovanile carica di queste attenzioni non è certamente generica e priva di incisività vocazionale.

 

 

 

Quello che si vuole ottenere

Sappiamo che diverse e differenziate, nel contesto della pastorale giovanile, sono le proposte di itinerari vocazionali.

Diverse, perché la ricchezza della fantasia degli operatori vocazionali è senza limiti; differenziate perché alcune nascono per precisi destinatari, altre da un precedente lavoro di animazione, altre ancora raggiungono coloro che sono alla ricerca di luoghi ed esperienze che colmino il vuoto che magari c’è all’interno della propria parrocchia o del proprio gruppo.

A questo riguardo mi pare opportuno sottolineare che l’esperienza estiva del campo vocazionale ha bisogno di chiarezza di obbiettivi, di metodo, di contenuto e di prospettiva.

Se sarà l’intervento di don Domenico Sigalini a precisare il metodo ed i contenuti di questo tempo vocazionale, a me il compito di sottolineare l’urgenza di chiarezza di obbiettivi e di prospettiva.

 

Chiarezza di obiettivi

Non mi pare sia positivo continuare ad insistere sul fatto che, nella pastorale giovanile vocazionale, alcune proposte sono finalizzate a far maturare la vocazione cristiana generale, mentre altre sono finalizzate alla maturazione delle vocazioni di speciale vocazione.

Mi sembra che, nonostante quello che si va dicendo riguardo alla pastorale giovanile, si continui a teorizzare e poi ad indicare esperienze che non tengono conto della complessità della persona e della complessità del cammino vocazionale. Se è vero che non c’è educazione alla fede che non sia anche educazione alla comprensione della propria vocazione, che non si dà pastorale giovanile che non sia vocazionale e missionaria, che è questa pastorale giovanile che crescendo “genera la proposta vocazionale specifica” (P.P.V., 23), non credo che si debba ulteriormente sostenere che ci sono i campi-scuola e i campi vocazionali, gli itinerari di fede e gli itinerari vocazionali, la scuola di preghiera e la scuola di preghiera vocazionale, riducendo magari i campi vocazionali a carrellata di modelli, quasi sfilata, come se il giovane dovesse poi scegliere quello che a lui piace di più.

Personalmente non insisterei troppo sul termine “vocazionale”, se con ciò si intende pensare di costruire una proposta solamente finalizzata a far conoscere le diverse vocazioni; sarebbe una conoscenza capace di generare solo vocazioni “in vitro”.

Un campo vocazionale piuttosto deve offrire la possibilità di accogliere in pienezza il dono di Dio aprendosi alle esigenze più radicali della sequela, con la preoccupazione soprattutto di verificare l’intuizione originaria di tipo vocazionale che è nel giovane e che si esprime con le famose parole: “A me pare che il Signore voglia… “.

I diversi educatori, in un clima di ascolto della Parola di Dio e di comunione profonda tra loro, possono così non tanto testimoniare se stessi ma l’opera di Dio in loro.

 

Chiarezza di prospettive

Il campo vocazionale, come ogni altra proposta analoga, ha bisogno di un cammino che preceda e continui questo appuntamento, proprio perché una “scelta vocazionale matura attraverso un paziente cammino spirituale” (P.P.V., 45).

A un campo vocazionale si arriva perché alle spalle si ha un progetto educativo, un itinerario annuale fatto di esperienze, di tappe e di mète, un inserimento in una comunità ecclesiale, un servizio di disponibilità e di carità concreta verso gli altri. Avrei sospetti per coloro che arrivano al campo vocazionale solo perché hanno letto l’annuncio sulla rivista specializzata o perché al campo vocazionale ci sono gli esperti di vocazioni o, peggio ancora, perché al campo vocazionale ci sono gli educatori che sono i modelli migliori, le persone più sprint, più capaci, più giovani, più affascinanti…

Per questo occorre inserire il campo vocazionale in una prospettiva più ampia; esso è punto di arrivo di un gruppo che lavora, che cerca e che ha un programma di vita; è punto di partenza per un ulteriore impegno, magari alla luce di una nuova intuizione vocazionale che proprio il campo ha fatto sorgere.

Non dobbiamo dimenticare che molti campi vocazionali mandano i giovani in crisi, privati di sbocchi, proprio perché sono campi senza prospettive, proposte senza progetto.

Sono convinto che in un campo vocazionale non si debbano fare tanto scelte vocazionali né prendere decisioni, quanto piuttosto si sia sollecitati a prendere consapevolezza della propria capacità di amare la vita pro-gettandosi, della proposta nuova e originale di Gesù Cristo e del fascino della sua sequela, per parlare delle proprie attitudini e dei propri talenti, dei sogni e delle speranze di ognuno, per comunicare le perplessità e i timori di fronte alla proposta di Dio, per dare un nome alla propria strada, insieme ad adulti, educatori e testimoni non estranei e “forestieri” ma piuttosto amici nel cammino di ogni giorno.

 

Allora…

L’estate, con il suo intenso programma di vita e di spensieratezza, senz’altro può offrire la proposta di un campo vocazionale.

Momento di sosta e di serenità, esperienza di comunione e di condivisione, tempo di lavoro dello Spirito e di discrezione da parte degli educatori.