La personalizzazione del rapporto nel campo vocazionale
Parlando di personalizzazione del rapporto animatoregiovane nel campo vocazionale, va anzitutto chiarito che cosa qui intendiamo dire quando parliamo di persona. Altro è, infatti, considerare la persona come ‘animai rationalis’, altro è concepirla come un composto di anima e corpo, altro considerarla come spirito incarnato, e così via.
La riflessione contemporanea sottolinea – ormai a chiare lettere e da tempo – l’essere persona in quanto relazione: la persona è tale in quanto è essenziale relazione agli altri, è essere-per-gli-altri[1]. Non si tratta quindi di una dimensione più statica, la quale considera la persona come essere-in-sè (lettura, questa, che resta pur sempre fondante e valida), ma di un apporto che individua l’essenza dell’uomo nel suo essere dono per l’altro[2]. Riconoscersi è riconoscere l’altro come altro; essere è far essere l’altro se stesso: “Il proprio riconoscimento va cercato non solo nel rispetto degli altri, bensì nel riconoscimento stesso degli altri”[3].
Questa intuizione dei nostri giorni rischia di rimanere relegata nell’ambito dei soliti ‘addetti ai lavori’ e il più delle volte non reca il suo influsso – veramente positivo, qualora si realizzi – nel campo pastorale e operativo.
Diventare persona
Aiutare – come animatori di un campo vocazionale – un giovane a formarsi come persona: che cosa significa, oggi?
Non si tratta tanto di ‘personalizzare un rapporto’, altrimenti freddo e distaccato, né di ‘stabilire un rapporto’, il più possibile profondo, fra due persone, ma di diventare persone nell’incontro con l’altro, di imparare ad essere in relazione agli altri[4].
Questa esperienza sta alla base di qualunque criterio di discernimento: se, infatti, non si è persona, non si può incontrare quel Dio-Trinità, il quale è comunione di persone che si amano. Questo Dio personale si dona al giovane, lo chiama: la vocazione resta una risposta d’amore a un “Tu” che si è conosciuto e amato.
Diventare persona è scoprirsi capace di dono[5]: è evidente, allora, che l’incontro con l’altro non è solo il luogo privilegiato per questa scuola di vita, ma l’altro è colui attraverso il quale si diventa se stessi. Come dire che la personalità del ragazzo, come quella dell’animatore, sta nell’essere costruttori di autocoscienza reciproca, sta nel “noi”.
In parole molto più semplici, l’aveva detto Gesù: “Chi perderà la propria vita per me, la salverà”(Lc 9,24).
L’aiuto del dialogo
L’animatore di un campo vocazionale sa come mettersi in relazione, il ragazzo è aperto a questa scoperta, che sta alla base di ogni orientamento vocazionale: da questa chiarezza interiore, fattasi esperienza concreta di dono, di amicizia offerta, di libertà, di condivisione, nasce il dialogo.
Si capisce bene che a questo livello la dimensione comunitaria e quella personale sono già in qualche modo integrate: il giovane percepisce una realtà che gli consente di sviluppare le sue potenzialità, anche in termini di cammino di fede, e intuisce, nello stesso tempo, di essere insieme a tanti in questa sua personale esperienza. Di più: se il campo vocazionale è una reale condivisione, un’esperienza di vita, il giovane scopre che la sua personale visione del mondo e di Dio è legata indissolubilmente alla storia di tanti, che si fanno mediatori, testimoni di Dio per lui.
Il colloquio con l’animatore, trova il suo spazio in questo clima di amicizia, di libertà, di dialogo, di interscambio. Si tratta di un dialogo maturato nel tempo: nel clima fraterno del campo vocazionale si sviluppa un rapporto di amicizia in Cristo, ma non si instaura certo un confronto vocazionale, senza una storia di comunicazione previa. Al campo vocazionale si può fare il punto della situazione di un vissuto personale, non si può evidentemente iniziare dal nulla.
La direzione spirituale
L’animatore conosce, segue il giovane anche per anni, in un rapporto che sempre più s’approfondisce. In tale esperienza l’animatore stesso è coinvolto in prima persona: nel dialogo non c’è chi dà in modo esclusivo (l’animatore, in questo caso) e chi solo riceve (il giovane), ma si cammina insieme, costruendosi reciprocamente. La direzione spirituale si innesta così, semplicemente, in una linea di maturazione del giovane il quale, attirato dall’esperienza di Dio che scorge nell’animatore[6], apre il suo cuore, la sua coscienza, per essere aiutato a distinguere i segni di Dio nella propria vita. Molto spesso è proprio il “confronto” con l’animatore (sia esso sacerdote, religioso/a, o comunque una persona matura nella vita di fede), è proprio il tipo di comunicazione che si stabilisce ad offrire al giovane la comprensione della sua strada in Cristo.
Direzione spirituale è, infatti, nello “Spirito”: non è plagio di coscienze, né un intuire l’altro precorrendo i suoi tempi di crescita, ma è aiutare l’altro a scoprirsi, nell’amore, nella relazione amicale, come portatore di un dono: la sua chiamata specifica.
Direzione spirituale è imparare insieme a familiarizzare con lo Spirito Santo, indicando all’altro la strada per ascoltare, nel santuario della propria coscienza, la voce di Dio che chiama, ama, invita, attira a sé, in modi diversi, per un unico disegno di pace.
Conclusione
Sapere che ci si trova davanti a delle persone è di primaria importanza: c’è un progetto di Dio, un’iniziativa d’amore, e c’è una risposta personale, vivente del giovane.
Si tratta di imparare a realizzare quella frase evangelica “come in cielo così in terra” (Mc 6,10). Come in cielo il Padre è amore che si dona per il Figlio, e il Figlio è amore che tutto accoglie dal Padre, così, all’amore del Padre che si dona, il giovane è chiamato a rispondere con un amore che tutto riceve dalle sue mani.
Note
[1] Cfr. J. GEVAERT, Il problema dell’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica, Torino-Leumann 1973, pp. 22-51. La concezione dell’uomo come relazione interpersonale è uno dei principi che fonda la riflessione filosofica, psicologica, antropologica, teologica…
[2] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna lo creò, Roma 1985, pp. 58-59.
[3] T. GOFFI-G. PIANA (a cura), Corso di morale. Vita nuova in Cristo, Brescia 1983, p. 34.
[4] Certamente è fondamentale entrare in relazione con la creazione tutta, ma con l’altro in modo supremo (cfr. Gn 2,18; GS 12).
[5] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna lo creò, Roma 1985, p. 85: “Questo ritrovare se stessi nel proprio dono diventa sorgente di un nuovo dono di sé”.
[6] Cfr. B. GIORDANI-A. MERCATALI, La direzione spirituale come incontro di aiuto, Brescia 1984, p. 108: “Il direttore spirituale (…) non è uno psicoterapeuta, né solo un buon consigliere psicologico: è il testimone di Dio, che aiuta a riconoscere e ad accettare e realizzare il progetto di Dio secondo il proprio stato di vita”.