N.02
Marzo/Aprile 1988

La vocazione di un giovane: dalla lettura di Marco 10, 17-22  le condizioni di sempre

 

Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e,

gettandosi in ginocchio davanti a lui

gli domandò: “Maestro buono

che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Mc 10, 17).

 

Gesù passa! Tutto il Vangelo ci parla di Gesù che è passato in mezzo a noi, come dice Pietro in Atti 10,38, e passando come un uomo solidale con noi uomini, ha fatto degli incontri, ha conosciuto alcuni, ha stretto relazioni con altri. Sì, Gesù è passato in mezzo a noi, ma in verità passa ancora, passa ancora oggi…

Allora come adesso però non è facile discernere il suo passaggio: molti nei suoi giorni non si sono accorti del suo andare per strada, del suo vivere con un gruppo di fratelli, del suo stare seduto alla tavola di emarginati e di peccatori, del suo parlare di Dio e del Regno a quelli che lo ascoltavano.

C’erano, allora come oggi, molti distratti, molti preoccupati di tante cose, molti che non si interrogavano sul senso da scoprire e da dare alla vita, questo bene unico che è stato posto nelle nostre mani, che ci è stato affidato. Il brano del Vangelo di Marco proprio perché ci parla di un incontro di un giovane con Gesù, presuppone che tanti altri giovani non si sono mai accorti del suo essere in mezzo a noi, del suo vivere e del suo morire.

 

 

 

Gli corse incontro

Incontrare seriamente una persona non è facile, e così non è facile incontrare Gesù. Si passa accanto a molte persone, si parla magari con loro e si sente parlare di loro, ma incontrarli nella verità non accade spesso. L’incontro dell’altro è un’arte, non è un accadimento.

Per incontrare un altro occorre innanzitutto essere attenti, saper guardare e saper guardarsi dentro.

Oggi forse questo è ancora più difficile perché un giovane, alle soglie della vita piena, è distratto da molte cose, è attirato da tantissimi idoli, è portato ad andare avanti senza interrogarsi e senza interrogare gli altri. Hillman dice che l’universo oggi è popolato da tanti dei, che la cultura oggi è politeista e che quasi naturalmente un giovane si sente rivolto all’entrambi, all’ “e/e”, questo e quello. È così! Ma vivere questa situazione significa essere divisi in profondità, significa rifuggire dal processo di unificazione interiore secondo la Parola di Dio, significa essere idolatri, alienati ad una pluralità di presenze che ci dominano e che ci schiacciano, significa rifuggire dalla propria verità. Si finisce per vedere tutto, fare esperienza di tutto, provare tutto e quindi mai conoscere in verità, mai incontrare seriamente qualcuno, mai stringere una relazione autentica.

Per essere uomini autentici, per fare della propria vita un capolavoro, è invece necessario fare discernimento delle parole, delle proposte, delle presenze dominanti e interrogarsi.

Il giovane del racconto di Marco è uno sconosciuto, sappiamo solo che era giovane (come appare dal racconto parallelo di Mt 19, 16-22; cfr.vv. 20-22), ma siccome si interrogava sul senso della vita si è accorto del passaggio di Gesù e lo ha interrogato, si è arrischiato a porre delle domande a quel Rabbi che passava.

“Maestro buono – gli ha chiesto – che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?”. C’è qui un atteggiamento di questo giovane che il Vangelo ci mette davanti: è uno che cerca, è uno che si interroga e quindi, al passaggio di un maestro, interroga chi è più esperto di lui.

I giovani più che altri, i giovani di oggi più di quelli delle precedenti generazioni, capiscono e cercano non una cultura dello studio, non una cultura della regola, ma quella della presenza. Per essere lontano dall’intellettualismo come dal dilettantismo e dall’esperienzialismo chi è giovane cerca una presenza, cerca qualcuno che gli trasmetta una verità vissuta.

Ricordiamo Milarepa… Siddharta… il pellegrino russo… come anche quei giovani che hanno incontrato e conosciuto Gesù fino a diventare suoi discepoli, fino a condividere la vita con lui… Cercavano, cercavano soprattutto una presenza, un maestro… e trovatolo lo hanno interrogato…

Nei detti dei padri del deserto sta scritto: “Un giovane andò da Abba Paisio e gli chiese: ‘Che devo fare? Dimmi una parola!’  E quell’ abba gli rispose: ‘Va’ e sta’ accanto ad un uomo esperto di Dio, accanto ad un uomo esperto in umanità e imparerai cosa devi fare!’”.

Il giovane del nostro racconto ha fatto così e, saputo della presenza di Gesù, si è avvicinato a lui e lo ha interrogato sul “che fare?” . Che fare per avere la vita per sempre, che fare per conoscere la liberazione, che fare per dare alla vita un senso oltre la morte, oltre il male che la minaccia? Era un credente nel Dio unico, era un giovane anche buono, onesto diremmo noi, e fin lì è arrivato, ad incontrare un Maestro, un Rabbi, Gesù di Nazareth.

 

 

 

“Tutte queste cose le ho osservate…”

Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”.

Egli allora disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”.

Allora Gesù, fissatolo lo amò e gli disse: “ Una cosa ti manca: va vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10,18-21).

Gesù risponde allo sconosciuto ponendogli innanzitutto una domanda e poi ricordandogli i comandamenti di Dio, la legge data dal Signore al suo popolo: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo!”.

Nella ricerca di quel giovane Gesù pone una nuova domanda, pone un sospetto, quasi per aiutare l’interlocutore a cogliere con una coscienza più lucida il suo desiderio, la sua volontà di dare senso. alla vita.

Perché mi chiami buono, equivale a dire: “Sai tu chi io sono? Sai tu che gli uomini sono tutti cattivi, tutti (cfr.Mt 7,11), perché tutti conoscono il male, cedono all’egoismo, alla violenza? Solo Dio è agathos-buono, solo lui è agape-amore”.

Questa domanda di Gesù “perché mi chiami buono”  non è un rimprovero, ma un invito al giovane a comprendere quello che sta dicendo, a percepire che accendere una relazione con un altro esige di parlare in verità in modo che le parole corrispondano a ciò che si pensa, a ciò che brucia nel cuore. E poi ricordandogli i comandamenti di Dio, rimanda colui che lo interroga alle dieci parole della legge che sono i doni del Dio buono, i doni con cui è offerta agli uomini l’Alleanza, la comunione con Colui che ama, con Dio.

Questi comandamenti iniziano con l’affermazione “Io  sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù” (Es 20,2); iniziano quindi mettendo l’accento sul rapporto vitale con Dio, dichiarano la sua alleanza, indicano un gesto di amore preveniente: Dio ha liberato il suo popolo. I comandamenti non sono innanzitutto una legge, ma sono parole che dicono l’amore di Dio e solo dopo esprimono comandi, divieti e proibizioni per invitare l’uomo a non uscire dallo spazio della comunione, a vivere in pienezza il rapporto con Dio, a vivere nell’autenticità e nella solidarietà il rapporto con gli altri. Sono i comandamenti che rivelano che Dio è buono, è amore autentico, è bontà fedele e questo lo si può dire solo di Dio e di nessun altro…

Ma di fronte a questo ricordo dei comandamenti il giovane dice: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza!”. Questa risposta o è temeraria e presuntuosa oppure rivela che quel tale, quel giovane, era veramente onesto, giusto: un credente fedele.

Il testo del Vangelo non dà un giudizio su questa affermazione, ma ci pone davanti un giovane che dice di essere un fedele osservante della legge di Dio e Gesù in questo non lo contraddice.

Dunque è un giovane che ha osservato e custodito la volontà di Dio, non ha trasgredito i comandamenti, è un giovane modello. La domanda ha avuto la sua risposta, il racconto potrebbe essere concluso lasciandoci l’esempio di un giovane che siccome ha osservato la legge entrerà nella vita per sempre! Ma la storia non finisce qui, il racconto va avanti ancora e ci interroga!

Gesù, ascoltando quella testimonianza, fissò lo sguardo sul giovane, lo amò e poi gli disse alcune parole definitive.

Gesù lo guarda. È lo sguardo di elezione, di vocazione, uno sguardo che solo Gesù può dare; Gesù cerca di accendere una relazione, cerca di far sì che quell’incontro diventi decisivo e guarda quel giovane…

Essere guardati è molto importante. Non c’è solo il linguaggio delle parole, c’è anche il linguaggio degli sguardi e quando si è guardati, visti, quando si fa l’esperienza di essere oggetto dell’osservazione altrui non ci si sente più sconosciuti, non ci si sente più nel numero, ma si sa di essere scelti, di essere distinti da qualcuno.

Ecco, Gesù ha tentato questo passo di amore preveniente e Marco scrive: “Fissatolo lo amò” (egapesen auton) con un verbo che in greco può significare addirittura “lo accarezzò”, “lo baciò”.

Gesù lo guarda e lo ama dell’amore preveniente di Dio e di fatto chiama quel giovane a diventare il discepolo amato, il discepolo che Gesù amava, di fatto gli chiede di ricambiargli quell’amore. Lo sconosciuto non è più sconosciuto per Gesù, anzi fa l’esperienza di un amore passivo, si sente amato, scelto.

Qui c’è il cristiano! Chi è il cristiano? Un uomo amato da Dio, uno che sa di essere il discepolo amato da Gesù, uno che in forza di quest’amore segue Gesù come un discepolo segue il maestro.

Sempre Gesù aveva chiamato accanto a sé guardando e amando: lungo il mare di Galilea quando chiamò Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (cfr. Mt 4,18-21), presso il banco delle tasse quando chiamò Levi-Matteo (cfr. Mt 9,9; Mc 2,13-14). È così che si diventa cristiani: sentendo l’amore di Dio su di noi, l’amore di chi ci ha amati per primi (cfr. 1 Gv 4,19). Ed è in quest’amore che Gesù allora chiama il giovane:

“Una cosa ti manca: va, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10,21).

Perché prima Gesù ha risposto: “osserva i comandamenti per ottenere la vita per sempre”, ed ora qui dice: “Una cosa sola ti manca”? C’è un solo perché! Perché ormai quel giovane ha conosciuto l’amore di Gesù e allora non può solo eseguire i comandamenti ma deve rispondere all’amore con l’amore. Gesù gli ha fatto un grande dono e lo ha chiamato ad essere la pecora del Sal 22 che dice: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla!”.

Quando si ha Gesù, il Signore, per pastore, non manca nulla e si possono lasciare i beni, ciò che si possiede, tutto ciò che è caro e condividerlo con i poveri.

Gesù gli propone dunque qualcosa di più rispetto a quel che ha fatto. Non glielo chiede, glielo propone soltanto nel linguaggio dell’amore, cominciando a guardarlo e ad amarlo per dirgli: “Vieni e seguimi. Io ti amo, resta con me!”.

Per il giovane è venuta l’occasione di scegliere veramente e questa occasione nasce da uno sguardo di amore posato su di lui. Conosciuto l’amore di Gesù uno può seguirlo e qui c’è l’epifania del cristiano. Il cristiano non è chi è giusto, chi è onesto, chi fa prestazioni elevate a Dio in cambio della vita eterna; è cristiano chi, conosciuto l’amore di Gesù, lo segue, senza anteporre il proprio impegno e la propria osservanza.

Il cristiano è uno la cui giustizia sorpassa quella degli uomini onesti, generosi e religiosi (cfr. Mt 5,20), è uno che risponde all’amore e che quindi non arriva solo ai preliminari dell’osservanza e della solidarietà, ma va dietro al Signore con tutta la sua vita, lasciando che la sua esistenza sia pienamente coinvolta con quella di Gesù il Signore.

Certo solo Gesù, quando viene l’ora per ciascuno di noi, può domandarci tanto e solo a causa sua possiamo rinunciare a tutto quanto possediamo su questa terra, compresi le nostre volontà e i nostri progetti di vivere facendo il bene. Solo l’amore in risposta all’amore ci permette di vedere come, a volte, una nostra certa passione per la giustizia, una nostra volontà di fare il bene, sono in realtà delle forme di voracità: non virtù, ma difetti e vizi.

 

 

 

“Poiché aveva molti beni…”

“Ma egli rattristatosi per quelle parole se ne andò afflitto” (Mc10,22). All’amore dello sguardo e della chiamata quel giovane non sa rispondere e, di fronte alla parola, si rattrista: certamente per la parola di Gesù “va’, vendi, vieni… seguimi”, ma Marco dice in modo assoluto: “per quelle parole”.

Egli si è oscurato per la Parola di Dio, parola che chiama, parola efficace, parola tagliente come spada affilata a doppio taglio che penetra là dove c’è la sorgente del volere e dell’operare (cfr. Eb 4,12).

La Parola di Dio, se è accolta, salva, guarisce, consola, ma se è rifiutata rattrista e indurisce il cuore.

Il giovane è così un discepolo mancato e se ne va, ma se ne va triste. Certo, se ne può andare, e Gesù non glielo impedisce, perché non attenta mai alla libertà personale, perché non forza mai il chiamato, ma quel giovane se ne va triste…

Alla gioia dell’abbandonare tutto per stare dietro a Gesù preferisce la tristezza della mancanza di un senso alla vita, del rifiuto della vita per sempre, del non vivere una relazione di amore. L’amore di Gesù non è stato sufficiente a strapparlo ai suoi amori per ciò che possedeva, per ciò che era, per ciò che pensava di progettare come vita.

Perché questo giovane non accetta l’invito, non acconsente alla chiamata di Gesù? Perché era ricco? Non forzatamente. In parte sì, a causa delle cose che possedeva, ma prima di tutto perché poneva la sua fiducia in se stesso, in ciò che doveva fare o non doveva fare. Aveva risposto: “Tutte queste cose (i comandamenti) le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Così, l’ultimo ostacolo che avrebbe dovuto cadere di fronte allo sguardo amante di Gesù è stato invece l’ostacolo che gli ha bloccato la strada perché era troppo preoccupato di se stesso, della giustizia da assolvere, del fare il bene secondo le esigenze sue e del tempo…

Quel giovane era troppo ricco, ma non innanzitutto dei beni, del denaro, ma delle cose che lui voleva fare. Zaccheo era un ricco ma nel suo sentirsi peccatore è restato toccato dallo sguardo di amore di Gesù perché cercava l’amore. Questo giovane invece poneva la fiducia in altre cose piuttosto che nell’amore: soddisfatto di osservare i comandamenti vagheggiava di fare qualcosa di più ma non ubbidienza all’amore di Dio. Gesù per lui in realtà non era il “Maestro buono” come lui l’aveva chiamato, il maestro che vuole il suo bene…

Non gli resta che andarsene, dimenticare quell’incontro, ma restare nella tristezza di tutta una vita per non aver voluto realizzare la propria verità, la propria vocazione. 

Quale efficacia la Parola di Dio! Ma è lei che rivela chi è Gesù e quali sono le sue esigenze verso ciascuno, perché è la Parola che sa interpellare personalmente. Allora, implicitamente, che cosa chiede questo brano ai giovani d’oggi? Di interrogarsi, di guardare come il giovane ricco, di saper vedere Gesù che passa, di essere operatori della volontà di Dio espressa nell’amore del prossimo, ma chiede anche di non arrestarsi lì ed essere discepoli mancati… Gesù può vedere il suo amore rifiutato allora come oggi…

Sì, la Parola di Dio è ancora in mezzo a noi e chiama, oggi come allora, e possiamo rifiutarla facendo altre strade ma nella tristezza, oppure accogliere l’amore del Signore e rispondere intraprendendo una strada difficile: quella del non conoscersi più nel proprio egoismo per conoscere, seguire lui, il Signore.

Gesù infatti chiama ancora e innanzitutto attraverso la Parola di Dio! Se un giovane vuol crescere come cristiano fino all’ora in cui gli sarà data l’occasione di scegliere veramente e di essere scelto, chiamato, non deve perdersi nel fare troppe cose, anche buone e sante, finendo per tralasciare l’essenziale. Pensare, dare del tempo al pensare, riflettere, interrogarsi e leggere, ascoltare ogni giorno un brano del Vangelo, ogni giorno con fedeltà, con perseveranza e con attenzione e pregare, pregare con insistenza!

Solo così il Signore parlerà, guarderà e amerà e in forza di questa esperienza lo si potrà conoscere, lo si potrà interrogare e lui chiamerà dove lui vuole e darà la forza per essere discepoli amati, cioè dei cristiani che lo seguono e ricevono in dono la vita per sempre.

In un messaggio che il Cardinale, Arcivescovo di Milano, Carlo M. Martini ha inviato ai giovani è scritto: “Incontrare Cristo significa mettervi sulla strada dell’esperienza dell’amore, della gioia, della bellezza, della verità. Decidere di non custodire e di non approfondire il segreto dell’incontro con lui equivarrebbe a condannarsi a una vita senza senso e senza amore. Vorrei soprattutto dirvi, non abbiate paura, non abbiate timore ad aprirvi a Cristo, di entrare nel suo mistero”.

Sono parole gravi e amanti che significano innanzitutto: leggete ogni giorno il Vangelo, pregate con insistenza conoscerete la meravigliosa avventura dell’amore di Dio e non ve ne andrete tristi sulle vie della vita!