N.02
Marzo/Aprile 1988

Servizio di orientamento nel campo vocazionale

L’orientamento vocazionale è un servizio per il risveglio e la crescita vocazionale composto da vari elementi, tra loro diversi e complementari. Occorre aiutare la persona, da varie angolature, in diversi modi e con vari strumenti pedagogici, a prendere coscienza della chiamata del Signore e ad impegnarvisi in prima persona in vista di una risposta adeguata. 

Tra questi strumenti il campo vocazionale si presenta come un tempo forte, un’occasione privilegiata, come una fonte o un serbatoio che risponde a varie richieste per i tempi ordinari della vita, come un tempo di seminagione e di coltivazione. Non è infatti di tutti i giorni; richiede un particolare dispendio di energie, un’accurata preparazione e dispone di un clima di accoglienza educativa favorevole rispetto al resto della vita.

 

 

 

Caratteristiche

Per essere perciò un tempo significativo, per chi vi partecipa, deve essere strutturato come un tempo che rispetta il sorgere e alimenta la crescita della vocazione. Ma come esserlo? Che cosa deve essere per qualificarsi?

Per raggiungere questo scopo occorre che presenti contemporaneamente e per aspetti diversi, alcune caratteristiche.

 

Ricordo le più significative.

– Un tempo/luogo di risveglio e di suscitamento della vocazione personale. La vocazione, come ben sappiamo, viene da Dio ed è iscritta nell’essere profondo della persona, spesso a sua insaputa, legata alla sua stessa identità. Lui ne è l’autore da capo a fondo. Tuttavia nell’ordine dell’incarnazione si serve delle  varie mediazioni educativo/pastorali perché la vocazione possa essere risvegliata, svilupparsi e giungere a maturazione. Ma come divenire strumenti della sua azione? Come essere mediazione non opaca ma tendenzialmente trasparente di Lui?

– Un tempo di illuminazione che porta a nuove prese di coscienza e a nuove decisioni, secondo le tappe della crescita. Si tratta non tanto di un’illuminazione intellettuale, ma esistenziale. È la vita che deve essere illuminata, sempre entro un quadro ampio di riferimento. Ogni cammino vocazionale conosce, prima o poi, zone di transito buie, tunnel di passaggio poco o niente illuminati, fasi più o meno lunghe di annaspamento e di offuscamento degli orizzonti, tempi di smarrimento dell’inclinazione interiore e dell’attrattiva, della stella che orienta e guida. Come allora ritrovare la propria strada? Come rassicurare il proprio cuore? Come non perdere di vista il disegno di Dio su di sé, vissuto come prioritario e assoluto?

– Un tempo di verifica del cammino intrapreso in vista sia di una convalida o meno dei passi percorsi, delle risposte date, sia di un ancoraggio in profondità per essere più solidi, basati sulla verità di sé e sulla sua chiamata, entro la chiesa oggi. La verifica ed il confronto educativo sono indispensabili in vista di un’oggettività vocazionale e di un’autenticazione autorevole. Le illusioni autoprotettive in questo campo sono frequenti, spesso all’insaputa del soggetto stesso. Si presentano sotto forma di ricerca di gratificazione vicaria o di fuga preventiva da una realtà temuta. Ma in base a quali criteri si può operare una valida verifica? Lungo quale strada è possibile ancorarsi sulla verità di sé e sulla realtà della chiamata?

– Un tempo di ravvivamento della sequela lungo le fasi di immancabile stanca. Nessun cammino vocazionale procede in modo lineare, come del resto nessuna vita. Infatti conosce fasi di avanzamento generoso, di immobilismo scoraggiante, talora di retrocessione apparentemente inspiegabile e di ripresa umile, tenace e coraggiosa. Come non ristagnare oltre tanto? Come alimentare il cuore del cammino vocazionale cosicché tutto l’organismo ne riceva beneficio? Più in generale ci chiediamo: come allora far sì che il campo vocazionale sia se stesso, risponda alle caratteristiche delineate? A quali condizioni può raggiungere questi obiettivi? Tutto questo non va da, sé, non arriva comunque, non è più o meno automatico o miracolistico. Richiede la fattiva collaborazione dell’uomo alla azione della grazia. Dio abitualmente si serve delle mediazioni che lui stesso ha posto lungo la strada. Non esonera i suoi collaboratori, pur non legandosi in assoluto, dall’esercitare la loro responsabilità operosa di semplici servi per suo amore.

 

 

 

Un vero itinerario

Perché un campo vocazionale sia autenticamente tale è costitutivo che esso si presenti e venga di fatto strutturato e vissuto da parte dei destinatari come un tempo di risveglio vocazionale e come un itinerario di crescita che comincia da dentro la vocazione e la vita, integra, in rapporto all’età dei destinatari, la chiamata vocazionale e la crescita personale entro la chiesa, parla al cuore della persona così da renderla capace di scelte sempre più coerenti in rapporto alle effettive possibilità dell’età.

Il campo vocazionale deve poter proporre dal vivo un cammino pedagogico alla vocazione e nella vocazione. Il segno che ciò avviene di fatto è, pur sempre entro le possibilità e i rischi della libertà, il prendere corpo ed il rafforzarsi della vocazione come risposta dell’uomo alla chiamata di Dio, la crescita nella capacità di generosità e nella tenuta di fronte alle prove immancabili, la capacità di interagire, di rispondere significativamente alle grandi domande dell’uomo contemporaneo, una vocazione che, in rapporto all’età, sa farsi missione.

 

 

 

Facilitare un incontro ed una scelta

Perciò la proposta vocazionale, resa presente in modo verbale o gestuale, individuale o di gruppo, deve poter facilitare l’incontro, e coniugarlo in profondità, tra i due partner dell’avventura vocazionale: Dio che chiama come e quando vuole e la persona che può liberamente accogliere o no tale proposta. E perché ci sia questo incontro effettivo ed affettivo è necessario che la proposta non sia giustapposta alla persona, non cammini in parallelo o in concorrenza alla sua realtà personale, ignorandone o minimizzandone le dinamiche. Bisogna che non sia unilaterale tramite un eccessivo spazio dato alle spiegazioni intellettuali, allo studio, pur necessario in altri ambiti; oppure tramite un entusiasmo “gasante” che fa leva prevalentemente sull’emozione immediata; oppure tramite una visione dicotomica del reale del mondo e della persona tra il bene e il male, i buoni ed i cattivi, ovviamente ponendo se stessi tra i migliori; oppure tramite prospettive quasi solo orizzontali in cui si sottolinea unicamente o prevalentemente l’uomo e la sua crescita, con forme di psicologismi o filosofismi, oppure soprannaturalismi più o meno miracolistici e deresponsabilizzanti con forme di teologismi o di biblicismi.

È necessario che i due termini siano ben presenti e rispettati nella loro specificità e interagenti, accordando priorità al polo Dio.

Ma come strutturare un vero itinerario che porti ad un risveglio ed a una crescita vocazionale? Quali ne sono i punti di riferimento? Che cosa non fare per non creare ostacoli nell’ambito dell’orientamento? Per non battere l’aria?

 

 

 

Il movimento ascendente e discendente

Il campo vocazionale, per essere proposta viva ed efficace, deve poter seguire un itinerario segnato alternativamente dal movimento ascendente e da quello discendente. Si tratta di due modalità di apprendimento e di assimilazione dei valori specifiche e complementari ad un tempo, non antitetiche o preclusive.

 

Il movimento ascendente si  articola secondo queste fasi:

– La problematizzazione di un aspetto centrale della vita, nel nostro caso il compito per il proprio avvenire, evidenziandone le ricchezze ed i limiti. Ne dovrebbero sorgere le domande dinamiche che fanno appello ad una realtà altra rispetto al presente; ad es. un senso per la vita, l’aspirazione a divenire uomini nuovi, liberi, riconciliati, la realtà della sofferenza, le situazioni che chiamano, ecc…

– L’annuncio. Di fronte o entro queste situazioni umane tipiche, Gesù rende presente la sua persona, la sua azione ed il suo messaggio come proposta risolutiva. Si pone non come ricetta o formula, ma come criterio ultimo di riferimento, strada nuova, Parola di salvezza, forza e cammino verso la pienezza ricercata, rivelatore del progetto del Padre, risanatore delle ferite di ogni persona. Incontrarlo e decidersi per lui, a partire dalla propria concreta situazione, è decisivo per la pienezza di vita ricercata.

– La propria risposta ed il cammino di crescita cristiana, di sequela. Da un lato c’è un’educazione alla fede e nella fede da vivere, dall’altro contemporaneamente occorre individuare il proprio modo personale di rispondere, secondo l’inclinazione vocazionale propria, individuale e poi occupare il proprio posto e ruolo entro il disegno del Padre.

 

Per quanto riguarda il movimento discendente, possiamo evidenziare le fasi seguenti.

– L’Annuncio della Parola oggi nella sua originalità, perentorietà, principalità. Essa si colloca come un ‘a priori’ che interpella, un ‘a priori’ che può essere secondo le attese umane, ma anche diversamente o contro in vista di un’autentica pienezza.

– Il confronto della vita con la Parola. Provocata dalla Parola la persona deve in qualche modo prendere posizione e scegliere. Non è possibile la neutralità. Sarebbe già una risposta negativa.

– Il cammino di sequela. Discepoli non si diviene in un giorno. Lo si diviene lungo la vita, seguendo le varie tappe. C’è tutta una ristrutturazione di sé, una conversione che, pur con alcuni momenti forti, richiede una crescita, una progressiva integrazione fede/vocazione/persona. Nessuna vera crescita avviene a strappo o per forzatura, ma secondo le sue leggi interne all’organismo.

 

 

 

Punti fermi[1]

Le istanze sono molteplici e di varia natura. Mi limito a segnalare quelle che dall’esperienza risultano essere più fruttuose, rispettose della proposta con tutta la sua originalità e della persona interpellata nelle varie età.

 

Una proposta autorevole ed adeguata

È necessario che gli animatori del campo vocazionale a livello propositivo non siano neutri o nebulosi, con temi generici o clientelismi ad ogni costo in vista di una propaganda, o semplicisti e deresponsabilizzanti. Occorre che sappiano far presente in modo vivo e attraente, graduale in rapporto all’età, la proposta vocazionale sia a livello implicito che esplicito. E questo con ciò che essi sono come persona e con ciò che dicono e fanno. Il dosaggio tra la proposta implicita e quella esplicita è indispensabile sia per non restare nel generico o nel nebuloso, sia per non provocare un rigetto per aver precorso e predeterminato i tempi o forzato la volontà in modo conscio o inconscio, anziché stimolata e liberata. La proposta implicita nutre ed amplia il retroterra psico-spirituale che rende disponibili alla proposta esplicita.

 

Un filo conduttore significativo

Occorre poi che il campo vocazionale si presenti come un itinerario articolato nelle sue parti, modalità e momenti, e unificato da un filo conduttore significativo, da un tema presentato e vissuto come aderente sia alla realtà di Dio, sia della persona, radicato entro il vissuto personale, capace di interpellare la concreta persona in prima persona e tutta la persona.

Occorre che l’itinerario parta alternativamente da uno dei due termini di riferimento: la concreta situazione del soggetto problematizzata per camminare verso la sua verità, scoprendo al positivo i freni presentati e le ferite, verso la realizzazione del piano di Dio nella sua vita, la realizzazione di sé nell’autotrascendenza di sé conformemente ai valori cristiani; oppure la proposta evangelica con tutta la sua pregnanza, una proposta che provoca la persona a prendere posizione in modo esistenziale. È necessario perciò che la concreta situazione si apra alla proposta e se ne lasci provocare, come anche la proposta, gradita o meno, prevista o inattesa, interpelli la persona e la provochi.

Questo duplice momento, in interazione mutua, la situazione umana e la proposta, deve essere seguito dalla presa di posizione personale della persona interessata. Occorre provocare nei destinatari una scelta: “Allora io decido di…” alla luce della risonanza interiore. Non ci si deve limitare al piano intellettuale e velleitario, a livello turistico.

 

Gli atteggiamenti vocazionali di base

Tutti i vari interventi e proposte devono potersi riferire ad alcuni punti chiave di riferimento che la persona interiorizza come strutture così da viverli come fattori di scelta. Si tratta di suscitare gli atteggiamenti vocazionali di base, di alimentarli e stabilizzarli tramite le varie scelte rese sempre più coerenti tra loro. I principali atteggiamenti vocazionali, aderenti all’itinerario interiore della persona sono: la sequela o il sapersi mettere in cammino, la ricerca vocazionale, la disponibilità vocazionale, l’oblazione o l’impegno di sé vocazionale. Questi atteggiamenti vanno curati tenendo conto anche dei controatteggiamenti, di fatto presenti e inibenti il cammino.

Essi sono la sordità o atonia, l’ingolfamento di sé, il ristagno, l’annaspamento, la chiusura, il garantismo, il ripiegamento di fronte all’impegno, la ricerca del monumento a se stessi, della riuscita eccelsa ad ogni costo.

 

I presupposti vocazionali

Si tratta di realtà o esperienze basilari cui ogni cammino vocazionale si riferisce. I principali sono: incontrare se stessi con verità e divenire sempre più se stessi; incontrare Dio come persona stabilendo con lui un rapporto personale; confrontarsi con la proposta vocazionale con i suoi termini reali; vita laicale o vita consacrata; la caparra o la promessa vocazionale; le situazioni di vita che chiamano e stimolano una presa di posizione personale.

 

Un accompagnamento vocazionale personalizzato

Si tratta di un farsi presente da parte degli animatori a ciascuna persona per risvegliare la vocazione personale, chiarificarne gli elementi e le ambiguità, sostenere gli atteggiamenti vocazionali ricordati, alimentare i presupposti vocazionali psico-spirituali, in vista di una scelta progressivamente sempre più stabile e senza ritorno. 

Quest’azione di accompagnamento è resa possibile tramite le funzioni mediative proprie di ogni azione pedagogica. Si tratta dell’azione di sostegno normativo per disciplinare il cammino e fare da punto di riferimento, del sostegno affettivo per sostenere le persone lungo la strada così che vi partecipi con tutta la sua vita, del modello per essere segno vivo dei valori vocazionali da interiorizzare, del maestro che illumina e fa aprire lo sguardo su nuovi valori vocazionali ricercati, del testimone luminoso che parla per esperienza diretta, seppure spesso incipiente, e che sa lasciarsi vedere con sufficiente trasparenza nelle sue motivazioni, nei suoi ideali, nel ritmo del suo stesso cammino.

 

L’educatore

Il servizio di orientamento vocazionale è un compito che raggiunge uno dei settori più delicati ed incisivi della vita personale ed ecclesiale, un terreno in cui l’azione di Dio si intreccia realmente e misteriosamente con l’azione delle persone. “Levati i calzari perché il suolo che calpesti è sacro”. Questo va tenuto costantemente presente.

L’animatore vocazionale è chiamato da un lato ad impostare un’azione educativa adeguata al settore di intervento, dall’altro a curare la qualità della sua persona che è il primo strumento educativo.

È chiamato a divenire sempre più un mediatore il meno opaco possibile per lasciare intravedere Colui che media, un testimone luminoso, seppure feriale, di un altro avvenire, quello del Regno che a poco a poco prende corpo come la vicenda del seme seminato, entro le vicende umane, quelle generali e quelle di ciascuno. Perché ciò avvenga, da parte dell’animatore è necessario un cammino personale di crescita vocazionale così che la sua stessa vita sia un appello perenne, amabile e stimolante.

 

 

 

 

Note

[1] Qui espongo alcuni punti fermi a livello orientativo. Si può con più ampiezza, concretezza e incisività trovare una proposta operativa, già convalidata da esperienze plurime, in due strumenti per la pastorale vocazionale: Giuseppe Sovernigo, Progetto di vita. Alla ricerca della mia identità, L.D.C. Torino 1985, III ed.; Eccomi, manda me, la mia ricerca vocazionale, L.D.C. Torino 1986, Il ed.