N.03
Maggio/Giugno 1988

Maria: figura del discepolo

Quanto benefico ascendente eserciti su di un giovane la credibilità di un modello, è ormai noto, sia per l’esperienza che ciascuno, al riguardo, può aver fatto, sia per la nota psicologica, facilmente rilevabile nell’itinerario vocazionale dei giovani.

Per fare una scelta e per intraprendere un cammino il giovane ha più che mai bisogno di un’interiore chiarezza in riferimento al senso, allo scopo, alla meta del suo muoversi verso qualcosa, verso qualcuno.

Nello spazio di quest’esigenza è forte e determinante l’attrattiva che esercita nel giovane un “ideale” che sia credibile proprio perché incarnato in un modello, in una persona, in quell’educatore, in quel familiare, in quell’amico. È la credibilità del “modello” che rende accessibile e credibile l’ideale che esso rappresenta, ideale che altrimenti resterebbe astratto, lontano, inaccessibile.

 

Nel cuore di una ricerca

Proprio in questo contesto di esigenza vitale di una mediazione, di un piano inclinato che permette di salire anche i pendii più impervi, la figura di Maria acquista per il giovane tutta la sua attualità, tutto il suo significato.

Quando egli, dopo la sua “annunciazione”, nella quale “quel giorno…” ha incontrato, in modo tutto particolare, il Cristo, orienta la sua vita e le sue scelte verso quella determinata meta, sente il bisogno di alcuni punti di riferimento nel suo nuovo cammino, per un confronto, una verifica; per dire a se stesso che è possibile andare avanti; non solo, ma anche come e con quali atteggiamenti. Nei modelli che sceglie spesso però trova delusione, si aspettava di più, di meglio. La sua sete di autenticità e di radicalità non trova più riscontro nel realismo della sua vita. Allora va gradatamente scoprendo, sotto l’azione dello Spirito che lavora nel suo intimo, una presenza nuova che prima era soltanto oggetto di “devozione”, ma che ora invece sente come programma di vita: Maria!

 

Alla scuola di Maria

In Lei, che prende sempre più posto nella sua esperienza, il giovane discepolo trova la realizzazione più piena e più vera delle sue attese. Ma quali esigenze e quali attese? Quelle che dal più profondo del suo cuore fioriscono spesso come reazione a stanchezza dovuta a superficialità, a deludente autosufficienza, a un senso di vuoto accompagnato a volte da assordante rumore dentro e fuori di sé. Sente sempre più il bisogno di calma interiore, di serenità e di silenzio per costruire rapporti e incontri autentici con Dio e con i fratelli.

In Maria il giovane trova e apprende quel “silenzio d’amore” che caratterizza tutta la sua vita e fa di Lei la prima discepola del suo Figlio. Riscopre in Lei quel clima di amore che è tensione serena verso Dio, ricerca fiduciosa della sua volontà: “Serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).

Anche nei Vangeli cade nei suoi riguardi un silenzio significativo. Alla scuola di Gesù la sua presenza di madre che segue fedelmente il Figlio, è discreta, attenta ed efficace. È un silenzio per nulla passivo, ma pienamente attivo e creativo, di quel vitale dinamismo che è proprio di chi ama, di chi ha risposto all’appello divino, accogliendo la sua proposta, la sua missione, fidandosi di Dio. È un silenzio sul quale Dio può scrivere la sua parola, un vuoto che essendo libertà da ogni condizionamento umano esterno o interiore, esprime disponibilità alla pienezza del suo dono che da nuovo senso alla vita.

Nel suo cammino di costante conversione, il giovane sente spesso il peso dovuto a reminiscenze di esperienze passate o recenti che potrebbero rallentare il suo passo e indebolire il suo impegno.

Ha fatto sì la sua scelta, l’ideale da perseguire è ormai chiaro, ma qualcosa in lui sembra condizionarne lo slancio: non è completamente libero, si sente ancora legato, certe potature devono ancora avvenire. D’altro canto si rende conto che certi “passaggi” richiedono tempo. Nell’attesa fedele di Maria allora trova la luce e la forza di una pazienza che consiste nel saper attendere fiduciosamente. Il suo cuore si apre, impara l’ascolto e sa discernere tra tante voci la “Voce”, tra tante parole la “Parola”, tra tante certezze che passano l’Assoluto”, tra tante parziali verità la “Verità” che sazia e da significato pieno alla propria vita.

Il silenzio è la conca che raccoglie la parola, e il riparo dello spirito per meditarla. Chi tace, proprio col silenzio, sollecita la parola dell’altro, il quale, incontrando il vuoto, lo riempie. Dio parla, Maria ascolta… E il silenzio protegge la meditazione: e questa è il colloquio con l’Eterno. Chi imita Maria, preferisce tacere: non brontola, non esplode, non si ribella: chiude ogni cosa nel suo cuore, per amore di Dio”[1].

Stando alla scuola di Maria s’impara a stare con Gesù, ad ascoltare la sua parola, ad interiorizzarla per poi viverla e donarla. Alla scuola di Maria si apprende meglio la “lezione” di Gesù Maestro. Alla madre Egli ha confidato in anteprima i segreti della sua vita umano-divina e le esigenze del Regno che è venuto a portare. 

“La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui s’impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare… Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo, perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazaret! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine!”[2]

 

Fate tutto quello che vi dirà…

Pur nella dolcezza della sua attenzione materna, nelle nozze di Cana Maria parla con l’autorità e la convinzione proprie di un’esperienza vissuta. Maria ha accolto e vissuto il Vangelo molto tempo prima che venisse proclamato. Gesù è quel Vangelo Vivo che Lei per prima ha accolto nel suo grembo e ha poi donato al mondo. Già nel cantico del “Magnificat”, espressione di intenso amore, gratitudine e fiducia propri di chi vive solo per Dio, Maria anticipa come sua profonda esperienza di vita il messaggio rivoluzionario delle “Beatitudini”, che sconvolgerà la vita di molti, già al tempo di Gesù e poi lungo la storia. È la logica nuova di chi non ha logica, la nuova mentalità che solo può assumere chi è libero da ogni umano condizionamento ed è aperto e disponibile, nel suo silenzio interiore, alla sola parola che è via, verità e vita.

Ben a ragione il giovane discepolo, assetato di coerenza e autenticità, accoglierà quel materno consiglio: “Fate tutto quello che vi dirà” (Gv 2,5). Si fida di Lei che per prima ha vissuto la Parola e ne è diventata subito testimone coerente e fedele. Infatti, appena viene a conoscenza della difficoltà in cui si trova la cugina Elisabetta, corre in fretta da lei per aiutarla ed esserle di conforto. È come spinta da una forza irresistibile, una forza interiore che ormai investe tutta la sua esistenza: dimentica di sé è tutta protesa verso lei. Chi accoglie l’Amore non può vivere che d’amore. Proprio perché ogni parola di Gesù è vivere di questo amore. In Maria ogni discepolo troverà quella trasparenza, quell’armonia e coerenza tra parola e vita che ha sempre ricercato, spesso inconsapevolmente, nel suo bisogno di donazione. Non si tratta più quindi di un rapporto con Maria relegato soltanto a momenti particolari, ma di un atteggiamento costante di amore e fiducia in Lei che ha vissuto prima di noi tutti quelle esigenze spirituali che caratterizzavano ogni itinerario di fede. Se prima Maria appariva in un certo senso lontana, perché troppo alta, depositaria di privilegi divini e valori irraggiungibili, ora la sua figura torna familiare, la sua grandezza più accessibile, la sua esperienza imitabile: la si riscopre esperta d’umanità, la si sente madre.

 

Ai piedi della croce

Quelle preziose parole “fate tutto quello che vi dirà”, sembra che Maria le ripeta amorevolmente anche nel momento solenne in cui Gesù, nella sua agonia d’amore sulla Croce, si rivolge all’unico discepolo rimasto con Lui: “Ecco la tua madre!” (Gv 19,27).

Maria allora non è più soltanto un modello da imitare, ma soprattutto la madre che esercita, in un rapporto personale d’amore, un benefico e sereno ascendente, un’attrattiva irresistibile, un invito costante al bene e al superamento di sé nel quotidiano impegno di far sempre più posto a Dio. 

“Anche quando una stessa donna è madre di molti figli, il suo personale rapporto con ciascuno di essi caratterizza la maternità nella sua stessa essenza. Ciascun figlio, infatti, è generato in modo unico ed irripetibile, e ciò vale sia per la madre che per il figlio. Ciascun figlio viene circondato nel medesimo modo da quell’amore materno, sul quale si basa la sua formazione e maturazione nell’umanità. Si può dire che la maternità ‘nell’ordine della grazia’ mantenga l’analogia con ciò che ‘nell’ordine della natura’ caratterizza l’unione della madre col figlio. In questa luce diventa più comprensibile perché nel testamento di Gesù sul Golgota la nuova maternità di sua madre sia stata espressa al singolare, in riferimento ad un uomo: ‘Ecco il tuo figlio’. Si può dire, inoltre, che in queste stesse parole venga pienamente indicato il motivo della dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo: non solo di Giovanni, che in quell’ora stava sotto la Croce insieme alla madre del suo Maestro, ma d’ogni discepolo di Cristo, d’ogni cristiano”[3].

Da quel giorno e lungo tutta la storia la Madre non mancherà più a questo appuntamento: l’appuntamento con il dolore di ogni uomo! Presenza di amore e di fede incrollabile! Una fede che resiste anche di fronte alla prova così straziante della perdita del Figlio, del quale Le era stato rivelato dall’Angelo al momento dell’Annunciazione: “Sarà grande…, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre…, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo Regno non avrà fine” (Lc 1, 32-33).

“Ed ecco, stando ai piedi della Croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato… Quanto grande, quanto eroica è allora l’obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli ‘imperscrutabili giudizi’ di Dio!… Ed insieme quanto potente è l’azione della grazia nella sua anima, come penetrante è l’influsso dello Spirito Santo, della sua luce e della sua virtù!”[4].

Anche per il giovane discepolo di Gesù c’è, prima o poi, un momento particolare e provvidenziale che segna il suo cammino: è l’impatto con la realtà del dolore. Lo incontra in modi diversi, sotto forme diverse. Può essere una prova interiore, quel dubbio, quel senso di fallimento, quel percepire, nel realismo della vita, la difficoltà a perseguire quegli obiettivi nei quali ha tanto creduto. È un momento importante e decisivo di purificazione e di crescita. Può essere una crisi che prelude e prepara una grazia più grande, una maturazione più autentica, proprio perché più sofferta. Anche in questo travaglio che riflette la legge dinamica di ogni vero cammino, nel dolore-amore del Mistero Pasquale, schema fecondo di vita e sigillo di autenticità di ogni opera di Dio, Maria è lì, accanto, come ha saputo “stare” con Gesù presso la Croce! È con noi, perché rivive in noi l’esperienza vissuta con Lui, nel momento solenne e salvifico della sua morte. È presente nell’abbandono, così come è stata presente nell’abbandono del Figlio, in attesa di incontrarlo “risorto” in tutti i suoi figli!

 

 

 

Note

[1] Igino Giordani, Maria modello perfetto, Città Nuova, Roma 1980, p. 11

[2]  Paolo VI, Discorso tenuto a Nazareth, 5 gennaio 1964.

[3]  Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, n. 45.

[4]  Ivi, n. 18.