N.04
Luglio/Agosto 1988

Adolescenza: sostenere l’interiorizzazione vocazionale

L’adolescenza è caratterizzata dalla ricerca della propria identità, dal desiderio di scoprire il proprio “io”. L’adolescente avverte che in qualche modo deve “prendere in mano” la sua vita e vederci più chiaro. La stima di sé è una condizione essenziale perché l’adolescente possa guardarsi con serenità ed entusiasmo. Al di là dell’“effervescenza” dell’età, che si traduce talvolta in arroganza e ribellione, anche l’adolescente odierno ha delle preoccupazioni e delle tensioni interiori che gli generano sofferenza. Il disagio per il proprio corpo disarmonico, le delusioni nell’ambito affettivo – scolastico – lavorativo, qualche scontro in famiglia… fanno sì che gli adolescenti reali siano ben diversi dal modello riproposto di continuo dalla pubblicità. Gli adolescenti vivono il contrasto tra il bisogno di dare uno scopo alla propria esistenza e la forte tentazione di lasciarsi vivere, di prendere le cose con minore serietà, di rimanere attaccati ai propri anni il più a lungo possibile.

 

 

 

Essere qualcuno

Il primo grande servizio da rendere agli adolescenti è aiutarli a svincolarsi dalle valutazioni altrui ed accompagnarli a giudicare se stessi non sulla base di quello che gli altri dicono di loro bensì sulla base di quello che ognuno di loro constata di persona. Nel rapporto con gli adolescenti è molto importante evitare tutte le espressioni verbali e gli atteggiamenti che ritardano o impediscono una chiara consapevolezza di sé.

 

La globalità sul particolare

Vanno bandite espressioni che esaltano o incrinano tutta la personalità dell’adolescente (“sei sempre il solito, non cambierai mai”) o esprimono un giudizio globale definitivo. È preferibile disapprovare o approvare un singolo atto del suo comportamento (“ieri potevi reagire diversamente”). Una scelta sbagliata può essere un “incidente di percorso”, facilmente sostituibile con un’altra migliore. L’attenzione all’opzione di fondo deve prevalere sulla valutazione del singolo episodio, come pure la fiducia nel futuro deve essere maggiore del peso del passato. Anche Pietro non è stato esente da singoli fallimenti, che però non gli hanno impedito di seguire in modo definitivo e radicale Cristo Signore. Per evitare facili scoraggiamenti è opportuno che, vivendo qualche esperienza vocazionale (incontro con testimoni, seminaristi, religiose ecc.), gli adolescenti avvertano che ricerca vocazionale non equivale ad impeccabilità.

 

L’umorismo non l’ironia

È sempre molto negativo il rimarcare pesantemente i difetti dell’adolescente o fare ironia sulle sue sconfitte. Del resto le fatiche e le difficoltà, le frustrazioni e gli errori, come pure i doni e i momenti di grazia, sono per l’adolescente il luogo dove realisticamente il Signore lo chiama a maturare e gli manifesta la propria volontà. Più che abbandonarsi all’ironia o a considerazioni pessimistiche, è utile ricercare le cause del disagio dell’adolescente. Un sano umorismo invece sdrammatizza, non etichetta e non blocca. L’atteggiamento di Gesù è davvero esemplare: vince senza farlo pesare; recupera il tradimento di Pietro con uno sguardo, l’insoddisfazione della Samaritana con un dialogo, il peccato di Zaccheo con un invito… Saper sorridere di sé è un segno di equilibrio e di maturità interiore, che rende più sereno anche il rapporto con Dio e con la vita.

 

La “caccia al tesoro”

L’adolescente va accompagnato a scoprire le sue qualità morali, intellettuali, spirituali, fisiche, che possono sempre essere potenziate dalla volontà sua e dall’aiuto degli altri. Senza incrementare l’innato senso di autosufficienza, l’adolescente va aiutato a credere nelle sue possibilità, contro la “riserva delle scuse” cui attinsero anche Mosè e i Profeti. Se la scoperta della propria vocazione è il vero “caso serio” dell’esistenza, allora l’adolescente da “apprendista consumatore” deve diventare “apprendista ricercatore” dei talenti ricevuti (cfr. Mt 25,1-14). Come va corretto il negativo, così va potenziato il positivo insito nell’adolescente. Il prendere distanza dal conformismo è il primo passo verso l’autocoscienza di essere unico ed irripetibile, anche nel bene. Anche il riferimento alle difficoltà della vita non deve mai essere tale da scoraggiare l’adolescente, nella sua ricerca del “nuovo”.

 

Oltre l’effimero

Gli adolescenti sono oggi tentati di fermarsi al “piccolo cabotaggio”, cioè di accontentarsi di molto poco, di non tentare nuove strade oltre gli obiettivi piccolo-borghesi che vengono loro inculcati. Già a livello umano, e tanto più a livello vocazionale, non ci si può limitare ad una risposta qualsiasi, ad un cammino mediocre, ad “evitare il peggio”. Pur nella gradualità e progressione, va chiesto molto ai ragazzi, perché l’adolescenza è terreno fecondo di grandi ideali e valori, da concretizzare poi in piccole ma concrete realizzazioni. Non c’è niente di più deleterio dell’ozio, in questa fase della costruzione della propria personalità. L’adolescenza è l’età dell’entusiasmo o della noia. Anche l’impegno scolare – lavorativo -sportivo ecc. vanno ripensati perché non costituiscano l’assoluto né raccolgano le briciole della propria vita. E questo vale anche per l’appartenenza ecclesiale. Un segno che testimonia la maturazione dell’adolescente è la sua capacità di rimettere in discussione tutto quello che il mondo presenta invece come intoccabile e primario. È bene pertanto che gli adolescenti imparino a scambiarsi valutazioni e giudizi su eventi di attualità o sui modelli di comportamento standardizzati proposti dalla società, per acquisire la libertà dello spirito evangelico. Questa educa ad operare “nel piccolo” con un “cuore grande”. Anche la pratica dello sport, una vita sana e regolare, lo spirito di sacrificio e l’autocontrollo costituiscono un’ottima base di partenza per l’accoglienza di una chiamata vocazionale, che non può certo costruirsi su “sabbie mobili”.

 

Una morale pasquale

Per l’adolescente è fondamentale acquisire una chiarezza interiore, un quadro di riferimento, alcuni punti-chiave circa il valore della persona e il fine della vita. Non dunque una morale utilitaristica o esteriore, basata sui pregiudizi o sul conformismo. La paura e il ricatto, il “mi piace o il non mi piace” sono nemici della morale perché non favoriscono la responsabilità e la libertà vera, il senso della propria dignità e la coerenza del proprio agire. Un’ossatura morale solida non la si improvvisa. Prima di affidare la missione agli apostoli, Gesù li forma gradualmente, li mette alla prova, infonde loro coraggio per la testimonianza. In particolare, Gesù consegna loro il comandamento dell’amore: la maturità morale infatti è la carità (cfr. 1 Cor 8,12-14). Non si è chiamati da Gesù perché si è già “perfetti ed arrivati”, ma al contrario per iniziare un cammino di discepolato. L’essenziale è la disponibilità ad offrire al Signore la propria acqua o i cinque pani e i due pesci (cfr. Gv 2 e 6). Il miracolo lo fa il Signore: alla persona però competono l’allenamento interiore, la capacità di adattamento, l’organizzazione del proprio tempo… Le Beatitudini e la sequenza dei doni dello Spirito sono un buon paradigma di confronto e di stimolo per una vita cristiana alternativa. L’adolescente reagisce positivamente quando coglie la proposta cristiana come liberante per sé e per il mondo. E qui l’aiuto delle testimonianze è molto efficace.

 

 

 

Unico tra gli altri

La maturazione personale dell’adolescente, come di ogni altra persona, è strettamente collegata a quella dell’intera collettività. Il processo educativo non ha termine unicamente nell’individuo, ma in un intero popolo. D’altra parte, la pienezza di sviluppo della comunità comprende e presuppone la raggiunta pienezza del singolo. Dio stesso – ci testimonia la Scrittura – educa un popolo nel suo insieme, con attenzione privilegiata verso il cammino di ciascuno. A livello umano, la famiglia, il gruppo e la società realizzano questa dialettica persona-comunità. Altrettanto fa la Chiesa, a livello di fede. La Chiesa è la prima e fondamentale educatrice del cristiano.

È dunque determinante far sperimentare all’adolescente l’appartenenza alla Chiesa e alla società. Tale obiettivo non lo si raggiunge con discussioni, ma con proposte concrete di impegno e con esperienze significative di carità, di liturgia, di annuncio. Come potrà attecchire la vocazione se vige l’ideale del “privato”, se è debole la coscienza di essere parte viva di un popolo? Come si potrà essere “uditori della Parola”, se resta debole la consapevolezza che l’orizzonte del Dio che chiama è universale? L’esempio di Gesù, la chiamata di Mosè e degli apostoli, mostrano chiaramente l’inscindibile rimando reciproco tra l’avventura di ciascuno e il destino di tutti. L’interdipendenza, che si avverte oggi a livello planetario, vale anche nella vita cristiana in generale e nel discorso vocazionale in particolare. L’Eucaristia domenicale è l’espressione del progetto cristiano: ognuno con le sue caratteristiche personali ed inalienabili è chiamato a formare con tutti gli altri un solo corpo nell’unico Corpo di Cristo (cfr. 1 Cor 10,17).

Il secondo grande servizio da  rendere agli adolescenti è accompagnarli con discrezione e chiarezza ad inserirsi, con la propria originalità, nella vita di tutti, imparando non solo a chiedere e a ricevere ma anche a prevenire le esigenze altrui e a condividere. Come si esprime questo?

 

La palestra dell’amore

L’adolescenza è un’età determinante nell’esistenza di una persona perché apre alla fase “oblativa” dell’amicizia. Dopo le prime infatuazioni emotive, subentra la ricerca del bene personale ed infine il desiderio di essere per l’altro fonte di benessere e di aiuto. Al rapporto immaturo “Io-l’Altro” si sostituisce finalmente la relazione “Io-Tu”.

L’adolescente è chiamato a vivere le caratteristiche tipiche della vera amicizia che sono la fedeltà, la confidenza e la generosità. Non può certo depositarsi il germe vocazionale in un cuore incapace di amare davvero, non abituato a mantenere la parola data, insensibile alle esigenze altrui. L’esperienza dell’ascolto degli altri e del dialogo, della compromissione e del servizio è fondamentale per accogliere l’invito ad essere totalmente “per gli altri” nella vita consacrata o nella esperienza matrimoniale. Proprio Maria testimonia che intercorre uno stretto legame tra maturità di fede, senso della propria piccolezza e accoglienza della propria povertà (cfr. Mt 11,25-27). Non c’è vera educazione o autentica crescita senza una qualche esperienza di povertà e di donazione.

 

Dall’aggregazione al riferimento

Proprio per realizzare tutto questo, è assai educativa la vita di gruppo, dove ciascuno sia conosciuto e ri-conosciuto per quello che realmente è, abbia un proprio spazio di azione, ritrovi l’aiuto dei fratelli, accetti di lasciarsi sottoporre a verifica dai fratelli. La vita di gruppo impedisce all’adolescente la crescita incontrastata degli istinti negativi, frena l’aggressività distruttiva e i vizi che disumanizzano, permette di correggere i difetti e le pulsioni egoistiche, offre uno sbocco ai doni e alle qualità positive, fa percepire di essere amati.

La dimensione vocazionale è aiutata dalla ricerca dalla “trasparenza”.

Del resto, anche le comunità primitive esercitavano la “correzione fraterna” (cfr. Mt 18,25 e Gal 2,14). La correzione fraterna è di grande rilievo per chi desidera conseguire la maturità umana e vivere l’avventura della “compagnia cristiana”. La Chiesa è popolo ministeriale, è unità nella pluralità: nessuno può ritenersi un “navigatore solitario” e comportarsi di conseguenza. Per l’adolescente il gruppo deve diventare sempre più il punto di riferimento per l’acquisizione dei valori autentici e il ritrovamento delle motivazioni che ispirano la propria testimonianza ovunque.

 

Felicità è donarsi

Anche la dimensione affettiva è chiamata ad esser coinvolta in questo orientamento personalista. Infatti l’amore e il sesso vengono avviliti quando si usano le persone (anche se stessi) come “cose”. È fondamentale presentare con serenità all’adolescente la vita affettiva e la sessualità come realtà positive, dono e linguaggio, energia e possibilità da valorizzare adeguatamente. Oggi la pubblicità esalta l’amore libero e disinibito, nell’illusione di poter superare ogni tabù. Di recente il cardinal Aloisio Lorscheider ha affermato: “Si adopera la pubblicità non solo a scopo commerciale, ma come vero catechismo per cambiare le culture e le idee alla gente”. Egli ha definito “un po’ satanici quanti cercano di esaltare l’uomo soprattutto nel senso erotico e nel senso di un permissivismo esagerato”, dietro il quale si celano solitudine e frustrazione.

Un rapporto sessuale precoce, quando l’adolescente non ha ancora raggiunto la maturità, può allentare la tensione fisica, può dare l’euforia momentanea di sentirsi “grandi”, ma non è certo in grado di produrre quel trasporto di illimitata disponibilità verso l’altro, che sta alla base di ogni amore adulto. La felicità non è qualcosa da perseguire con qualunque mezzo nel proprio esclusivo interesse, ma è la conseguenza di un agire che mira al bene proprio e altrui. L’emotività va purificata, motivata, finalizzata. Gli adolescenti imparano a viver da chi sa vivere, tramite un “contagio affettuoso”. La vocazione è un modo di essere uomo e donna veramente realizzati. Per questo è significativo far incontrare l’adolescente con persone sposate e consacrate pienamente felici della loro scelta di donazione a Dio e ai fratelli.

 

Un progetto di vita

I Vangeli contengono esempi e situazioni di educazione personale occasionale ed esempi di educazione sistematica. Soprattutto con i Dodici, Gesù elabora un progetto educativo da attuare sulla lunga distanza. Recentemente, Madre Teresa di Calcutta ha tratteggiato questo itinerario per gli adolescenti e i giovani:

“Imparare a pregare, perché l’orazione genera la fede. Questa educa all’amore, il quale genera il servizio. Il servizio fa scoprire la propria vocazione e questa, ben vissuta, genera la pace”. Mi pare un’ottima indicazione per la formazione degli adolescenti. Certo, tale progetto va reso autentico da vari momenti di convivenza con gli adolescenti e di ripensamento personale. Dalla preghiera, posta alla base di tutto, si giunge alla pace, passando attraverso la fede e l’amore che si concretizzano in un preciso stile di vita e in una scelta vocazionale. È un itinerario verso la vera libertà (cfr. Gv 8, 31), che è frutto della verità. È infatti libero l’adolescente che non è dominato dall’orgoglio, non è posseduto dalla ricchezza (non solo economica) e dall’ossessione del consumo, non ha bisogno di sudditi per sentirsi importante, non teme di assumersi la propria responsabilità (cfr. Mt 5,3-10). Forse è ancora da fare una riflessione seria tra pace e vocazione per gli adolescenti! La pace infatti la si costruisce nella misura in cui ognuno occupa con gioia il proprio posto nella società e nella Chiesa. Contemplazione personale e comunitaria, catechesi per un Credo più consapevole, coraggio di interrogarsi sul proprio presente e futuro, impegno effettivo, fantasia creativa: ecco gli ingredienti di un progetto di vita.

 

Un valido accompagnamento

L’adolescente non va lasciato solo. L’adolescenza è l’età in cui ciò che è stato assimilato fino a quel momento deve essere ripreso in mano personalmente e rilanciato con una forte decisione, che metta ciascuno davanti a Dio e lo stimoli a prendere posizione di fronte a Cristo. Anche Maria ha detto il proprio “sì” a Dio, da adolescente!

La maturazione cristiana e la chiamata vocazionale esigono “salti di qualità”, che possono risultare decisivi per il futuro della singola persona e della comunità stessa (gruppo, movimento, parrocchia). Talora, si teme che gli adolescenti reagiscano col rifiuto, si allontanino se si offre loro la radicalità del Vangelo. Così, si preferisce rimandare la proposta qualitativamente più forte, col grave rischio di mantenere una continuità che si traduce in routine o di pregiudicare il cammino successivo. La proposta vocazionale è sempre di “rottura e di avanzamento”, ma difficilmente troverà un terreno adatto in chi non è abituato alle scelte importanti. La “straordinarietà” deve equilibrarsi con l’ordinario quotidiano.

Ogni anno, dovrebbe essere prevista per gli adolescenti una “confessione generale” o un’esperienza prolungata di silenzio e di preghiera, in cui poter prendere coscienza di sé come totalità proiettata in avanti. Ritengo stimolante la proposta degli esercizi spirituali annuali, come pure l’invito ad assumersi un impegno in qualche settore della vita ecclesiale (catechesi, carità, liturgia, missionarietà, ecc). Altrettanto educative sono la consegna personalizzata del “Libro delle Ore” per la recita quotidiana di Lodi e Vespri e la consegna di un libro della Scrittura da approfondire mediante una “lectio” continua, per parlarne poi col direttore spirituale.

 

 

 

Un discorso aperto

La dimensione vocazionale non è un “cassetto” che l’adolescente può aprire qualche volta nella vita e chiudere a suo piacimento. È un’attenzione permanente da avere perché la vocazione, come la vita, è un fatto globale: rientra in quella sintesi personale della visione del mondo, che ogni adolescente deve maturare, secondo la visione cristiana. Essere creduloni o fatalisti, emotivi o succubi dell’oroscopo è molto più facile che amare la ricerca e l’obiettività. L’adolescenza è facilmente succube di quell’inquinamento fatto di, pigrizia e di inerzia, di faciloneria e di egoismo che porta ad esclamare di fronte a tutto: “Ma che male c’è?” E così il livello spirituale di guardia si abbassa sempre più. Se non decide l’adolescente, altri decidono per lui. La legge della vita è questa: generalmente, domani si è ciò che oggi si è scelto di essere.

Lo sforzo dunque deve essere quello di acquisire delle buone abitudini; formarsi una coscienza retta e mantenerla pulita; imparare a fare le cose per convinzione; non seguire la logica del “contagocce” nel donarsi; orientare il proprio radar (occhi, cuore, energie) a Cristo, alle proprie tendenze personali, alle necessità della Chiesa e del mondo; essere pronti a lottare contro gli idoli; restare umili e semplici, sempre in cammino (la “spiritualità della strada”). E… dopo aver fatto tutto questo, abbandonarsi in Dio, che è la vera pietra portante del progetto di vita e il significato ultimo dell’esistenza, la cornice che dà unità all’arcipelago delle nostre molteplici esperienze.