Dalle iniziative agli itinerari
È certamente uno dei temi su cui ‘Vocazioni’ torna più spesso quello che riguarda il rapporto strettissimo esistente tra pastorale vocazionale e pastorale ordinaria.
Ma non è un fatto casuale. Il Piano Pastorale per le Vocazioni si diffonde in più parti su questo rapporto inscindibile. Normalmente lo fa per mettere in evidenza come la pastorale vocazionale “passa” per le vie della pastorale ordinaria. Ed è già un fatto importantissimo.
Forse però è stato poco sottolineato un passaggio del medesimo Piano dal quale intendo prendere lo spunto per questa mia riflessione: “Consapevole della fondamentale importanza che la promozione delle vocazioni consacrate riveste anche nelle prospettive di rinnovamento pastorale, l’Episcopato italiano ha invitato a più riprese organismi e persone responsabili di questo settore a promuovere con urgenza una pastorale specifica per le medesime” (n. 24).
Il che significa che il rapporto stretto tra pastorale vocazionale e pastorale complessiva non è a senso unico: c’è reciprocità. Perché la pastorale vocazionale nelle sue finalità, contenuti, azione può offrire un prezioso contributo ‘unificante’ alle vie e agli itinerari della pastorale ordinaria.
La pastorale ordinaria come progetto educativo
L’attività pastorale della chiesa è per sua natura ‘educativa’. E in questa dimensione educativa l’attività pastorale ordinaria della chiesa trova il suo aspetto unificante.
Tale azione prende il via dallo stesso mandato di Gesù: “Andate dunque e ammaestrate… insegnando loro ad osservare…” (Mt 28,18-20). La Lumen Gentium, a questo proposito, ha affermazioni estremamente significative: “Predicando il Vangelo, la Chiesa dispone coloro che l’ascoltano a creder e a professare la fede, li dispone al battesimo, li toglie dalla schiavitù dell’errore (…). Procura poi che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell’uomo” (n. 17).
Educare, tirar fuori dalla persona la capacità di ‘divenire’ quello che, per ‘vocazione’ è: un figlio di Dio, un fratello dei suoi simili, un essere che sa viver come Dio lo vuole. E tirar fuori dalla comunità degli uomini la capacità di esser una famiglia, la famiglia di Dio, in comunione, amicizia, solidarietà, collaborazione…
Siamo chiaramente alle sorgenti della pastorale.
Non diversamente tale dimensione educativa appare come primaria, unificante, quando Gesù dà origine allo stesso termine “pastorale” nella splendida iperbole del ‘buon pastore’: “Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me… ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore… Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10,14.16.27).
L’agire della chiesa non potrà mai dimenticare questo dato sorgivo: essa è stata collocata dal suo Signore nel cuore della storia umana, perché “educhi” la storia dell’uomo e dell’umanità a diventare quello che Dio vuole che sia, per creazione e per redenzione.
Ma non esiste buon educatore che non sappia autoeducarsi. E così, consapevole della sua missione educante la chiesa è comunità che si educa ed, educandosi, educa.
Al di là del giro di parole è chiaro che ci troviamo all’interno di un grande progetto educativo con un unico Maestro e Signore, lo Spirito del Signore che è stato donato con la Pentecoste alla chiesa e alla storia: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto… Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 14, 26.16,13).
Progetto educativo che, al dire di Gesù, altro non sarà che un itinerario alla fede, alla comunione, alla apostolicità. Ascoltiamo ancora Gesù: “E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio perché il principe di questo mondo è stato giudicato” (Gv 16,8-11).
E quando sarà venuto… Nella Pentecoste lo abbiamo visto scendere sugli Apostoli e Maria Santissima. Li trasforma e li rende strumento di questa opera di “convincimento” di cui parla Gesù. Alla chiesa e alla sua azione pastorale è affidata dunque dallo Spirito, e per l’azione costante dello Spirito, la capacità di autoeducazione della fede (il vero antidoto del peccato); della comunione col Padre e della comunione fraterna (è questa la giustizia); dell’impegno per la costruzione di un mondo nuovo nato dal mistero della redenzione dell’uomo (il mondo così com’è è stato giudicato come dominio del principe di questo mondo…).
Ed una chiesa che si autoeduca alla fede, alla comunione e all’impegno apostolico è comunità educante. Collocata capillarmente tra gli uomini di ogni tempo e ogni latitudine essa “darà corpo” allo Spirito (profezia) nel convincere il mondo di peccato, giustizia e giudizio… Finché gli uomini non diverranno Regno di Dio.
La pastorale ordinaria come itinerario
Ciò ché spesso sconcerta nell’azione della chiesa è la sua staticità. Come se avesse da ‘conservare’ qualcosa che non sia semplicemente ciò in cui crede… Lo Spirito è dinamismo (vento impetuoso, fuoco ecc.), è crescita continua, e l’azione pastorale è lo sforzo di assecondare questo dinamismo dello Spirito Santo che ci è stato dato…
L’azione pastorale non può non esser continua, armonica, coerente crescita. In una parola è itinerario, cammino, evoluzione. Come sarebbe possibile, del resto, pensarla come grande progetto di autoeducazione e di dono educativo alla storia e non immaginarla realizzata attraverso dinamici itinerari, nei quali si fa spazio allo Spirito e alla sua costruzione (itinerari spirituali) con sempre maggior docilità, libertà e – perché no? – povertà?
A tutt’oggi ciò che appare (naturalmente visto dall’esterno e con buone probabilità di errore, ma non troppe…) è una grande quantità di iniziative. Una grande quantità di energie che vengono spese in cose “da fare”, o perché si sono sempre fatte, o perché si devono fare (perché?)…
Iniziative! Il sospetto è che siano solo iniziative. Non si ha l’impressione di aver a che fare con ‘itinerari pastorali’ crescenti, su cui sono immaginate, pensate, costruite le necessarie ‘azioni’ (le iniziative).
In riferimento al momento autoeducativo (intra-ecclesiale, direbbe qualcuno) fa impressione (ancora) lo scollamento della pratica sacramentale dalla necessità di ‘diventare cristiani’. Fa impressione, per andare ancora di più sul concreto, la facilità con cui ci si accontenta della catechesi (che per statuto intrinseco è ‘educazione alla fede’) legata ai sacramenti della la Comunione e – sempre meno – della Cresima (nel senso che la fanno in sempre meno). E se ne prende atto. Amareggiati, magari, ma se ne prende atto. E allora la catechesi parrocchiale quasi coincide completamente con la catechesi legata a questi due sacramenti. Appena un’infarinatura quando due genitori (spesso uno e purtroppo sempre più di frequente i nonni) ci chiedono il battesimo per il loro bambino e qualche tentativo di “recupero” quando due giovani ci chiedono di sposarli. Poi tutto si risolve nell’omelia domenicale… Per non parlare della evangelizzazione ai non praticanti…
L’esempio della catechesi è estendibile (anche se spesso proprio la catechesi conserva una certa carica dinamica… peggio si fa negli altri settori…) alla liturgia, alla spiritualità, alla carità e alla dimensione missionaria delle nostre comunità in ordine alle persone e ai contesti culturali, sociali e politici del territorio (già si nota che stiamo mettendo a fuoco la parrocchia…).
Anche qui qualche iniziativa che diviene “tante iniziative” perché ci sono molte età o molte feste o molte cose da fare…
Ma chi le prende queste iniziative? A quale criterio corrispondono? Di quale pedagogia educativa sono espressione e la traducono?
Una pianificazione pastorale non può non tener conto che le scelte si fanno dopo aver ben capito, come comunità, dove vogliamo arrivare, con quali strumenti, chi dovrà realizzare ciò che è messo in cantiere. Spesso si dovrà fare anche delle scelte e su di esse spendere le migliori energie. E non sempre sarà possibile privilegiare il “si è sempre fatto…”
L’autoeducazione dice apprendimento lento, faticoso, ripetuto. Una comunità cristiana si forma con veri itinerari catechistici, profonde esperienze liturgiche e forti cammini spirituali, autentica vita di comunione che “trabocca” nel servizio, nella solidarietà e nella missionarietà. E non è detto che tutti e subito siano disposti a farsi educare dallo Spirito. Ciò che conta è che allo Spirito sia concessa la possibilità di formare qualcuno… All’inizio erano 12. E bastarono !
Dire itinerari – si è già capito – significa ricreare le condizioni per la Pentecoste, ricreare le condizioni perché anche nelle nostre comunità si sia “assidui e concordi nella preghiera” (At 1,14). Solo autentici e costanti itinerari, ben motivati e di continuo (a tempo e fuori tempo), stimolati da chi ne è responsabile, generano l’assiduità e la concordia che permisero allo Spirito di generare veri educatori per la storia. E che educatori! Se poi saremo anche in tanti, tanto meglio!
L’anima di tale progetto è la coscienza vocazionale
La fedeltà alla nostra vocazione è il criterio che può trasformare il proliferare delle iniziative in veri e focalizzati itinerari, all’interno della pastorale ordinaria della comunità cristiana.
“Quindi fratelli, cercate di rendere sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai…” (2 Pt 1,10).
L’autoeducazione come impegno pastorale della comunità cristiana non può in alcun modo prescindere da questa esortazione di Pietro. La vita della comunità cristiana non può che essere un impegno costante a rendere sempre più sicura la vocazione per la quale esiste.
E la sua vocazione è quella di essere “il germe e l’inizio” del Regno di Dio (cfr. LG 5). Ella sente nel profondo della sua identità questa tensione alla costruzione del Regno e si attrezza di continuo per essere fedele a questa vocazione e missione. Ha sentito dire dal suo Signore che essa è “fermento”, “lievito”, “sale”; si sente depositaria di una vocazione piena di dinamismo intrinseco (lo Spirito) e sa bene che non potrà essere fedele alla sua vocazione se invece di essere ‘lievito’ anche lei si è fatta farina… se il sale diventa scipito… se la luce è messa sotto il moggio… se la città non sa restare sul monte…
La consapevolezza vocazionale della chiesa di essere germe e inizio, come pure segno o sacramento, del Regno porta le nostre comunità cristiane alla scelta di itinerari pastorali finalizzati alla costruzione di vere comunità cristiane: come Dio le vuole! Non già come le vogliono gli uomini che tante volte hanno finito per togliere alla comunità cristiana mordente portando il mondo dentro la chiesa e non già la chiesa nel mondo…
E in questa diffusa consapevolezza vocazionale sarà bello che la comunità cristiana si impegni allo spasimo perché i singoli individui sappiano vivere la vita come vocazione, sappiano interrogarsi sul come essere fedeli, sempre e comunque, alla chiamata di tutti e alla chiamata di ciascuno, sappiano infine scoprire e vivere il posto specifico nel quale il Signore li vuole per costruire una chiesa sempre più autoeducantesi e veramente educante.
Stranamente da queste comunità cristiane che vivono forti itinerari di pastorale ordinaria continuano a provenire le vocazioni di speciale consacrazione. È segno chiaro che oggi come sempre Dio continua a chiamare: è una questione di condizioni per la risposta… Ma questo è un altro discorso…