N.04
Luglio/Agosto 1988

Fede e vocazione: un cammino

Mi ha fatto riflettere la testimonianza di un amico missionario. I fedeli della sua comunità hanno consapevolezza della propria fede nei seguenti termini: di fronte ai sacramenti dell’iniziazione cristiana non dicono, ad esempio, “voglio fare la prima comunione” ma “voglio diventare cristiano”.

Mi commuove questa naturale consapevolezza dell’esperienza di fede come ‘cammino educativo’.

Vedo infatti in questa sensibilità un ribaltamento della coscienza e prassi ecclesiale radicata nella maggior parte dei fedeli delle nostre comunità: l’iniziazione e l’esperienza di fede – non dico alla stregua di un mero consumismo religioso – ma spesso come ‘avvenimenti’ della vita fine a se stessi.

La pastorale ordinaria, che soffre di questo malessere ed è consapevole delle inevitabili difficoltà di un trapasso epocale a livello di coscienza ecclesiale, è tutta protesa a ritrovare nell’educazione alla fede – sia nel metodo che nei contenuti – il senso del ‘cammino’, dell’itinerario. E ciò alfine di provocare non solo ‘cristianità’ ma autentica ‘educazione alla fede’, perché da essa emerga quasi naturalmente una   consapevolezza-coscienza vocazionale.

Il presente numero di ‘Vocazioni’, all’insegna del realismo pastorale, affronta la tematica degli itinerari educativi alla fede e alla vocazione delle giovani generazioni con una consapevolezza: nella frammentarietà della pastorale ordinaria la proposta dell’ ‘itinerario vocazionale’ intende da un lato stimolare la pastorale ordinaria stessa a qualificare le sue proposte sempre più come proposta di ‘itinerari alla fede e alla vocazione’ e dall’altro, in tale contesto ecclesiale, stimolare gli interventi specifici di pastorale vocazionale a qualificarsi sempre più, passando da ‘iniziative vocazionali’ a veri e propri ‘itinerari’ di accompagnamento e orientamento vocazionale.

Per certi aspetti quindi la pista dell’ ‘itinerario vocazionale’. oltre che per la sua finalità specifica di orientamento vocazionale delle giovani generazioni nella comunità cristiana, si propone di per sé anche come verifica e qualificazione della pastorale ordinaria stessa.

Mi sembra quindi opportuno chiederci: quali sono le coordinate fondamentali di un ‘itinerario educativo alla fede e alla vocazione’?

Mettendo anzitutto al centro del cammino educativo l’azione di Dio – fondamentale presupposto delle riflessioni che seguono è l’intuizione globale del Card. Martini nella sua lettera pastorale “Dio educa il suo popolo” – “l’azione educativa comporta dei momenti di rottura col passato (l’uscita dalla terra deserta, dalla landa di ululati solitari); si compie attraverso una crescita progressiva, propiziata da gesti di attenzione e di amore (lo educò, ne ebbe cura, lo custodì); comporta una ‘partnership’ e un’elevazione profonda dello spirito (lo sollevò sulle sue ali); esige una fiducia assoluta e incondizionata (il Signore lo guidò da solo, non c’era con lui alcun Dio straniero)”[1].

Messo a fondamento dell’azione e del cammino educativo Dio. Dio è educatore di ciascuno di noi, e che il processo educativo è personale e insieme comunitario – nel senso che il processo educativo non ha per termine unicamente l’individuo, ma la maturità dell’intera collettività – desidero fermare la riflessione su una coordinata che ritengo essenziale nel ‘cammino di fede e di vocazione’ di una persona: la gradualità e la progressione.

 

 

Definire il punto di partenza

In un cammino educativo alla fede e alla vocazione, se non si vuole rischiare una progettazione a tavolino, è necessario anzitutto cogliere il punto in cui la persona si trova.

Ciascuna persona è infatti una, unica, e irripetibile nella sua esperienza umana e di fede; ciascuno affonda le proprie radici in una cultura ed è fonte viva di un processo sociale.

“L’importante è chiedersi: dove si trova questa persona, questo gruppo, questa comunità? Hanno già compiuto un cammino serio? Oppure sono all’ ‘abc’ della fede? Si trovano in un momento di depressione, o di scoraggiamento? Definire con amore e con diligenza il punto di partenza è sempre il primo passo per un cammino veramente graduale”[2].

Può essere utile richiamare – a scanso di facili entusiasmi o di scoraggiamenti dell’educatore a seconda che si trovi di fronte a ‘situazioni’ di partenza promettenti o disastrate – lo stile di Gesù nei suoi incontri con le persone – dall’adultera a Zaccheo, la Samaritana ecc. – di cui ci fa memoria il Vangelo: Gesù non ‘guarda’ mai la persona per quello che ‘è’ al momento dell’incontro, ma per quello che può diventare.

Una siffatta ‘spiritualità dell’educatore’ – oso chiamare così questo atteggiamento e stile pedagogico che attinge all’unico Maestro, il Signore Gesù – è un richiamo costante per l’educatore, a rimettere continuamente al centro del proprio servizio l’azione educativa stessa di Dio oltre che verificare la propria fiducia nelle potenzialità infinite che sono dono di Dio a ciascuna persona.

 

 

Individuare il passo successivo

Chi ha esperienza di animazione di una comunità ecclesiale o di accompagnamento personale nella direzione spirituale sa bene quanto è difficile discernere il ‘passo’ ulteriore che una persona o comunità può realmente fare e quindi il ‘peso’ che è realmente capace di portare.

Anche in questo caso ritengo importante lasciarsi guidare dallo Spirito. Mi spiego meglio: gli avvenimenti, le situazioni che fanno la storia, la vita di una persona o di una comunità – se lette alla luce dello Spirito – portano con sé i ‘segni’ che indicano i passi ulteriori del cammino.

Paradossalmente, mentre affermiamo che Dio è il grande educatore del suo popolo, possiamo dire di riflesso che nella storia viva di un popolo, di una persona si può riconoscere la ‘traccia’, i segni del passaggio di Dio: traccia che indica progressivamente anche una direzione, gli ulteriori passi da compiere nella fedeltà a quello che Dio sta scrivendo nella vita di una persona o di una comunità.

In ogni modo mi sembra importante “che il soggetto da educare sia stimolato dolcemente e coraggiosamente a fare qualcosa di più di ciò che sta facendo, occorre che gli sia impedita la stagnazione e la ripetitività morale e spirituale, ma insieme occorre che non venga scoraggiato con richieste sproporzionate, senza che gli siano risparmiate richieste audaci”[3]

Il problema di fondo è quello di ‘segnare il passo’ aderendo fedelmente alla Parola di Dio. Non si dà ‘passo’ successivo in un ‘itinerario di fede e di vocazione’ di una persona o di una comunità se non c’è la disponibilità nella fede a ‘lasciarsi fare’ dalla Parola di Dio, dalla chiesa-sacramento e dai bisogni dei fratelli.

Nella fedeltà a questi tre elementi costitutivi della Chiesa – Parola, Sacramenti, Carità – sincronizzati nell’esistenza quotidiana di una persona o di una comunità emerge gradualmente l’indicazione e la forza per il ‘passo’ successivo.

 

 

Proporre itinerari

La pedagogia dell’‘itinerario’, espressione dello stile di Dio e bisogno dell’uomo, non va solo teorizzata ma deve entrare con decisione nell’azione pastorale della chiesa. La comunità ecclesiale – nella sua specificità di comunità parrocchiale, raffigurata da Papa Giovanni alla ‘fontana del villaggio’ a cui tutti possono attingere – è in definitiva proposta di ‘cammini di fede e di vocazione’. Diversificati e complementari, in cui ogni persona può incamminarsi e ‘trafficare’ i propri doni di natura e di grazia.

L’itinerario catechistico, liturgico, ministeriale e caritativo resta nella comunità cristiana la fondamentale ed essenziale proposta educativa alla fede e alla vocazione di ogni battezzato.

In questo ‘cammino battesimale’ di base offerto e tipico della comunità cristiana – in specie la parrocchia – nasce la proposta di ‘itinerari vocazionali’ specifici per fanciulli, adolescenti e giovani.

Conosco una parrocchia[4] che propone per tutti i suoi membri un ‘itinerario di fede e vocazionale’ denominato ‘gruppo dei battezzati’: proprio a ricordare come tutti nella comunità cristiana sono chiamati a vivere la comune vocazione battesimale alla santità. Vivendo e riscoprendo il ‘cammino battesimale’ alcuni ragazzi e giovani di questa comunità hanno maturato la risposta ad una vocazione di speciale consacrazione.

Ho voluto richiamare questa ‘esperienza’ proprio per sottolineare che la proposta di ‘itinerari vocazionali’ specifici – di annuncio e di accompagnamento delle vocazioni di speciale consacrazione – va contestualizzata nell’‘itinerario di fede e vocazione battesimale’ della comunità cristiana.

In tale contesto si comprende il servizio degli ‘itinerari vocazionali’ specifici, che oggi vanno sotto nomi diversi: incontri vocazionali, gruppi vocazionali, week-end vocazionali, esercizi spirituali vocazionali, campi-vocazionali ecc., da cui non va mai disgiunto l’accompagnamento personalizzato della direzione spirituale.

Proporre ‘itinerari di fede’ e ‘itinerari vocazionali’ specifici non è tanto offrire delle tecniche o metodologie pastorali, ma assumere consapevolezza che il processo educativo cristiano a null’altro mira che aiutare ciascuno a trovare la propria strada.

Ciò, oggi più che mai, non è possibile con interventi educativi saltuari: ‘l’itinerario’ è quindi una proposta ‘mirata’ che ha come fine ultimo di educare progressivamente al dono della vita alla maniera di Cristo in uno stato di vita specifico.

 

 

 

 

Note

[1] C.M. Martini, Dio educa il suo popolo, Programma pastorale diocesano per il biennio 1987-89, Milano 1987, p. 22.

[2] Ivi p. 28.

[3] Ivi p. 29.

[4] A. Comastri, Una parrocchia, comunità tutta ministeriale, luogo pedagogico alla vocazione dei giovani, in “Vocazioni” n. 4, 1987, p. 41.