N.04
Luglio/Agosto 1988

Un coraggioso salto di qualità

La Scrittura è particolarmente significativa e ricca al fine di comprendere l’“educare” e quel particolare modo di educare che è l’“educare cristiano”, intendendo quest’ultima espressione come l’“educare a Cristo” e l’“educare in Cristo”.

La Parola di Dio è appunto come un lungo itinerario nel quale il Popolo di Dio viene condotto lentamente a Cristo e il discepolo, che a questo popolo appartiene, viene radicato in Lui, nella sequela.

Già nella mia Lettera “Dio educa il suo popolo” (Programma pastorale diocesano per il biennio 1987-89, nn. 6-47) avevo distinto una trattazione circa l’“educare”, intesa come esperienza vissuta, come processo educativo in atto che termina ad una personalità matura in senso cristiano e la proposta di “itinerari educativi” specifici.

Proprio questo secondo aspetto credo sia opportuno trattare qui brevemente, tenendo fisso lo sguardo su Dio, educatore del suo popolo.

Ritengo di poter intravedere come tre possibili tappe, tre momenti attraverso i quali Dio conduce il suo popolo. Si tratta di tre segnalazioni che potrebbero diventare utilmente come una griglia di riferimento, alla luce della quale poter poi confrontare tutti gli itinerari vocazionali di cui è ricchissima la nostra azione pastorale di questi anni e che mai deve perdersi e irrigidirsi nei meandri dei propri progetti o nella ricerca dei propri pensieri.

 

 

Dalla ricerca di sé ad una comunione autentica

Penso ad alcune pagine profetiche, come quelle di Osea. È la vita stessa di Osea che rivela il mistero del disegno di Dio. Il Profeta ha amato e ama ancora una donna che ha risposto però al suo amore con un tradimento. Così Dio ama sempre Israele, benché sposa infedele, e, dopo averla messa alla prova, la renderà sua sposa per sempre: “…a Non mio-popolo dirò: Popolo mio, ed egli mi dirà: mio Dio”  (Os 2,23).

Credo che un ragazzo, un giovane, può incominciare a lasciarsi educare quando permette – e intorno a lui si favorisce – quella che chiamerei una specie di ‘rivoluzione copernicana’, nel senso che incomincia a sospettare che davvero tutto il mondo deve necessariamente girare attorno a lui, ma che piuttosto è lui che deve decidersi a girare attorno al mondo. E così un giovane inizia ad intuire che è giunto il momento di abbandonare un’illusoria e sterile ricerca di sé e gli si spalanca davanti la strada affascinante dell’incontro, della comunione, la possibilità di un amore vero e fecondo.

In termini più esplicitamente spirituali, credo che a questo livello e secondo la modalità indicata, si possa esprimere un autentico cammino di vocazione di speciale consacrazione.

 

 

Dalla genericità ad una decisione intelligente

Sarebbe qui interessante, per cogliere a pieno questo passaggio da una ‘generica’ educazione cristiana, da un’ampia attenzione ai valori, a quella che ho voluto chiamare “decisione intelligente”, cogliere con la dovuta profondità ed attenzione, la delicatezza, la discrezione, l’infinita pazienza di Dio educatore del suo popolo. Potremmo qui riferirci ad esempio ad alcune pagine dell’Esodo o anche a quelle pagine evangeliche dove Gesù viene descritto come l’educatore dei suoi discepoli (Dio educa il suo popolo, n. 16).

Ciò che comunque va sottolineato è che, nella luce di Dio educatore, è importante aiutare un ragazzo, un giovane, a raggiungere un’intelligenza spirituale equilibrata, superando spesso da un lato alcuni falsi condizionamenti del passato, proponendogli ad esempio di rispondere ad una domanda di questo tipo: “C’è nella mia vita passata o nel mio vissuto attuale qualche condizionamento che non permette a Gesù di essere al primo posto nella mia vita?”, e, dall’altro, evitandogli alcuni falsi miraggi in rapporto al suo futuro, fossero anche prospettive che sono ritenute necessarie ed urgenti per un operatore pastorale nel campo delle vocazioni.

Del resto è Gesù stesso che nel Vangelo ci invita a “calcolare bene”. Come? Prendendo atto che il progetto di Dio non parte dall’uomo, ma da Dio stesso (cfr. Ef 1,5-10) e che questo progetto è vero e cristianamente praticabile nella misura in cui si scende nella profondità di Cristo (cfr. Ef 4,13).

Soprattutto un aspetto sarà importante sottolineare dentro le prospettive dei nostri itinerari vocazionali che pretendono di essere ‘intelligenti’: un ragazzo, un giovane, dovrà percepire che la proposta evangelica, che per lui si fa esplicita, è di fatto una proposta liberante, che cioè rende la sua libertà pienamente realizzata.

 

 

Da un impegno discontinuo al coraggio della fedeltà

Certo, c’è bisogno di molta intelligenza, in rapporto alla comprensione del progetto che Dio propone continuamente al suo popolo. Ma oggi, forse, accanto all’urgenza della comprensione, si fa sempre più decisivo il coraggio della fedeltà.

È il famoso “metter mano all’aratro”; cioè saper condurre a termine il lavoro iniziato. Ed è proprio l’amore che lo esige: “Non c’è amore più grande di chi per l’amico dà la sua vita” (Gv 15,13).

Potremmo quasi dire che proprio questo coraggio della fedeltà, della totalità della propria vita donata, rivela oggi più esplicitamente di un tempo, che cosa si deve intendere per “maturità spirituale”.

Infatti anche la vita spirituale ha le sue tappe, ha una sua crescita: c’è una “infanzia spirituale” che si caratterizza per l’esperienza del desiderio, dell’emulazione; c’è poi una “adolescenza-giovinezza spirituale” che si precisa in forme e modelli concreti di attuazione del Vangelo; e c’è infine una “maturità spirituale” nella quale si incomincia ad assumere nella propria esistenza un tratto preciso della totalità del mistero di Cristo, sino a poterlo esprimere in una paternità o in una maternità spirituale che si fa carico della pienezza del mistero di Cristo anche nella vita dei fratelli.

In questo modo un giovane arriva di fatto anche ad alcune forme di consacrazione ministeriale o religiosa per sempre. Per questo ho parlato di un coraggioso “salto di qualità”.

Dicevo già nella mia lettera pastorale: “…L’itinerario cristiano non è un semplice cammino in ascesa: vi sono momenti in cui occorre decidersi per un salto qualitativo. Quando avvengono questi salti? Come sapere quando è il momento della rottura e quando, invece, è il momento della continuità? È proprio dell’arte educativa cristiana cogliere la differenza dei due momenti, e la provvidenzialità di ciascuno di essi nella vita dei singoli e della comunità”  (n. 10).