Come parlare ancora di vocazioni e di pastorale vocazionale?
Mi viene data ancora l’opportunità di tornare a tutto campo sulla questione delle vocazioni. Per diversi anni avevo cercato di riflettere sulla pastorale vocazionale. Le analisi, le prospettive e le speranze in ordine alla questione vocazionale espresse in quegli anni le avevo poi raccolte nel 1996 in un ampio e articolato intervento svolto in preparazione della Assemblea Generale della CEI sulle “Vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata nella prassi pastorale delle nostre Chiese” che si sarebbe svolto poi nel Maggio del 1999[1].
Si trattava di un intervento di sintesi storica-pastorale, per quanto si potesse davvero tentare di ricondurre e tradurre la pastorale vocazionale del dopo Concilio dalla immediatezza della cronaca – fatta spesso più di esperienze che di programmi – ad una riflessione più raccolta e documentata. Che lo si voglia o no di fatto la coscienza socio-culturale in Occidente, ma anche la stessa realtà ecclesiale, ritiene d’essere entrata in una prospettiva nuova. Siamo entrati nel terzo millennio dell’era cristiana, mentre nella Chiesa cattolica si sta celebrando il Giubileo del 2000. Possiamo pensare dunque che stia cambiando o debba cambiare anche la pastorale delle vocazioni? Segnali recenti in questo senso ce ne sono anche stati: congressi nazionali e continentali, conferenze episcopali che decidono comunque di affrontare il tema. Sono l’indicazione esplicita di una ricerca, dell’esigenza di una seria riproposizione del problema in quanto tale.
Come dunque muoversi con serenità e serietà all’interno di tutte queste istanze, senza perdere di vista quanto una buona (anche se tutto sommato breve) tradizione ci ha ormai consegnato, nella Chiesa che è in Occidente a riguardo della pastorale vocazionale? Ci potrebbe aiutare una istanza giubilare che anche gli operatori della pastorale vocazionale non dovrebbero perdere di vista pur nel contesto, talvolta un po’ grandioso e scenografico delle celebrazioni giubilari. Si tratta, così come è stata prospettata da Giovanni Paolo II dell’esigenza – se non addirittura della necessità – per la Chiesa intera di chiedere perdono, facendo un serio esame di coscienza. Come rapportare questa prospettiva giubilare alla pastorale delle vocazioni?
Ricognizione storica dei fatti
È inutile pretendere di prospettare chissà quale genialità pastorale. L’esigenza, anche per la pastorale vocazionale in quanto tale, sarà sempre per un verso di prendere atto di una situazione di emergenza, di carenza vocazionale e per un altro di voler andare oltre prospettando progetti ordinari e acquisiti nelle Chiese locali. Ed è innegabile che le riflessioni pastorali degli ultimi due decenni (1980-2000) si siano obiettivamente mosse in questa prospettiva. Lo stesso Giovanni Paolo II, a metà degli anni ‘90 parlava ormai di un nuovo slancio della pastorale vocazionale: “se la fioritura vocazionale che si manifesta in varie parti del mondo giustifica ottimismo e speranza, la scarsità in altre regioni non deve indurre né allo scoraggiamento, né alla tentazione di facili e improvvidi reclutamenti. Occorre che il compito di promuovere le vocazioni sia svolto in modo da apparire sempre più un impegno corale di tutta la Chiesa. Esso esige, pertanto, l’attiva collaborazione di pastori, religiosi, famiglie ed educatori, quale si conviene a un servizio che è parte integrante della pastorale d’insieme di ogni Chiesa particolare”[2]. È un passo che dice complessivamente la situazione vocazionale che ancora oggi perdura nella Chiesa sparsa nel mondo, accennando a scoraggiamenti, tentazione e rischi, ma insieme ribadendo il tema della cosiddetta “pastorale unitaria”, come impegno corale di tutta la Chiesa, quale risultato della attiva collaborazione di tutti.
Si potrebbe però cercare di riprendere il discorso da più lontano, nella ricerca di alcune coordinate che sono già storia, che hanno preteso di fare storia sul tema della pastorale vocazionale in Occidente, spaziando, per quanto ci riguarda, dall’intervento CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana del 1985 al II Congresso Continentale sulle Vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata in Europa del 5-10 maggio 1997 a Roma. Nel documento CEI del 1985 (che del resto rielaborava le indicazioni emerse nel Congresso del 1981) si esprimevano alcune significative convinzioni in ordine ad una corretta pastorale vocazionale: il primato della formazione e della spiritualità; la pastorale vocazione unitaria come fatto di Chiesa dove tutti sono a servizio di tutta la pastorale vocazionale, prima che della propria; la pastorale vocazionale come “scelta educativa della comunità cristiana”, in modo particolare della parrocchia e delle sue articolazioni; la proposta vocazionale come itinerario educativo e non come iniziative saltuarie; il fatto che ciascun educatore alla fede è chiamato a divenire guida spirituale, “animatore vocazionale”; la naturale collocazione del CDV al cuore, cioè al centro del tessuto ordinario della Chiesa particolare.
Il Congresso Europeo del 1997 invece è stato come attraversato da due fondamentali domande: è possibile oggi, in questa curva di storia, avere speranza in un futuro più promettente e più ricco dei doni dello Spirito? Mentre in Oriente si evidenziava la necessità di una maggiore speranza per accompagnare il faticoso cammino di avvio di una vera pastorale organica delle vocazioni, in un contesto non facile di rinnovata libertà, in Occidente la speranza è necessaria per affrontare e attraversare positivamente questa stagione che si qualifica come tempo di crisi. E poi ancora una domanda: è possibile oggi pensare realisticamente, per la pastorale delle vocazioni, un salto di qualità? È possibile quel “sussulto profetico” capace di liberare le nostre Chiese, e in particolare i sacerdoti e i consacrati, dalla patologia della stanchezza e dalla rassegnazione?[3]
Intanto in molte Chiese particolari dell’Occidente “cristiano”, in vista di una pastorale vocazionale più solida e radicata, si evidenziava da una parte lo sforzo sincero di passare da una azione a favore delle vocazioni episodica ed esperienziale a cammini più sistematici e ordinati di proposta pastorale, mentre dall’altra si chiariva in termini di riflessione più ampia l’esigenza di radicare la prassi pastorale in ordine alle vocazioni di speciale consacrazione in una coscienza cristologica ed ecclesiale più chiara ed esplicita, sforzandosi di realizzare così una maggiore continuità tra riflessione teologica e prassi pedagogico-pastorale in ordine alle vocazioni. Questi dunque alcuni punti acquisiti e imprescindibili di una pastorale vocazionale propria delle Chiese presenti in Occidente e che potremmo considerare una sorta di patrimonio che si consegna alle Chiese del futuro in questo trapasso di secolo e di millennio.
Un serio esame di coscienza
Posso dire che l’esigenza di una ricognizione storica mi aveva molto convinto e accompagnato negli anni nei quali ho cercato di riflettere sulla pastorale vocazionale all’interno della esperienza propria della Chiesa italiana. È stato certamente un lavoro utile e che meriterebbe comunque d’essere allargato in senso analitico in riferimento alla seconda metà del novecento, ma che potrebbe pure spaziare nella prospettiva delle grandi fasi storiche della vita della Chiesa al fine di meglio supportare, purificare ed evidenziare le linee portanti di una autentica pastorale vocazionale. Soprattutto quest’ultimo aspetto sembrerebbe essere ancora disatteso dagli studiosi di storia della Chiesa e di storia della teologia spirituale.
Credo sia giunto però il momento per affidarsi anche ad un’altra prospettiva, meno intellettuale forse, ma obiettivamente capace di agganciare la questione che sta a cuore alla Chiesa quando si prefigge di affrontare positivamente e non solo sotto la spinta dell’emergenza la questione di una corretta pastorale vocazionale. Mi riferisco propriamente all’esigenza, previa a qualsiasi ricerca analitica, di un serio esame di coscienza a riguardo dell’azione vocazionale svolta in un passato più o meno recente.
Non conosco testi pastorali autorevoli o magisteriali che mettano a fuoco propriamente questa prospettiva. Credo che tale esigenza sia piuttosto da rintracciare tra le righe di molti documenti episcopali e lettere pastorali, laddove i Vescovi delle nostre Chiese hanno cercato di descrivere le loro fatiche, le perplessità e le speranze in ordine alle vocazioni e a certe vocazioni, soprattutto quella al ministero ordinato. Soprattutto andrebbero interpretati certi silenzi di molti Vescovi a riguardo di una esplicita azione a favore delle vocazioni. Operando presso il Centro Nazionale Vocazioni (CNV), ma anche in un Centro Regionale (il CRV della Lombardia) non era difficile accorgersi che i Vescovi delle Chiese particolari si potevano distinguere almeno in tre categorie nei confronti del problema vocazionale. Quelli che davanti alla carenza delle vocazioni più tradizionalmente ne parlano nei termini di una esortazione continua, un po’ volontaristica e più che mai comprensibile; quelli che invece non ne parlano praticamente mai in maniera diretta, forse perché presi da ben altri problemi pastorali, al punto che se ne parlano è più per citazione o per dovere di completezza che per intensa convinzione; e infine quelli che ne parlano moderatamente, sin quasi a risultare addirittura più incisivi e determinanti. Di questi ultimi mi colpiva comunque il loro silenzio, quasi tradisse l’ipotesi – quasi mai dichiarata – di ben altre analisi della situazione ecclesiale e pastorale, anche per quanto riguardava lo stato critico delle vocazioni e delle conseguenze che tutto questo poteva comportare. Anche questa sarebbe una riflessione che andrebbe meglio documentata in ordine ad una pastorale vocazionale adeguata ai prossimi decenni della Chiesa in Occidente.
C’è comunque un testo che mi aveva particolarmente colpito mentre lo leggevo e forse allora non ne avevo percepito la portata. Mi sembrava più originale che significativo. Oggi lo sento ancora più vero, anche se andrebbe contestualizzato e soprattutto arricchito di maggiori analisi. Vi si ritrova il rischio della sola allusione, senza la possibilità di andare oltre. Certo, lo sappiamo tutti che non basta dire che abbiamo sbagliato. Sarà importante però prenderne spunto per cercare di andare alla radice, cogliendo la ragione e il perché di certi errori vocazionali. Il testo è di un religioso, Padre P.G. Cabra. Insieme all’esigenza sincera di ringraziare il Signore per le grandi vocazioni sbocciate nel secondo millennio dell’era cristiana, abbozzava anche le domande in vista di un serio esame di coscienza nei confronti del problema delle vocazioni: “…dovremmo chiedere perdono per le vocazioni forzate, per le monacazioni imposte dalla società e accettate dalla vita religiosa; per le folgoranti carriere ecclesiastiche concesse non raramente e per secoli ai rampolli delle famiglie nobiliari, al di là di ogni vera vocazione e merito; e sarà bene poi chiedere perdono anche per le vocazioni ‘mandate avanti’ nonostante forti dubbi sulla loro autenticità, per aprire i quadri e per aumentare il loro numero; inoltre per la miopia storica nei confronti di buona parte della vita religiosa femminile, non sempre preparata per affrontare con armi appropriate i nuovi tempi; e non può essere dimenticata la ricerca affannosa delle vocazioni in territori lontani, per coprire i vuoti dei nostri noviziati belli e funzionali, ma deserti; e infine: c’è da pregare perché il rigoroso esame di coscienza fatto agli altri tempi ed alle altre situazioni, con facilità di analisi e a buon mercato per noi, non ci induca a perdere la passione per le vocazioni”[4].
Sapienza e umiltà per un nuovo slancio della pastorale vocazionale
Ricognizione storica dunque e un serio esame di coscienza. Perché ad esempio non cercare di fare un po’ di sintesi, senza voler essere a tutti i costi sommari e semplificanti. Ma mi piacerebbe pensare (e verificare) che il primo millennio dell’era cristiana è stato infondo caratterizzato vocazionalmente dalla esigenza della radicalità monastica, nella scia in Occidente della intuizione monastica di S. Benedetto. E poi il secondo millennio, a partire dal Medio Evo, ha visto figure “religiose” che si potrebbero intendere come “più ministeriali”, cioè di esplicito servizio nei confronti della Chiesa, come S. Francesco o S. Ignazio di Loyola. Dunque: la radicalità evangelica e la ministerialità ecclesiale potrebbero essere intese come le due prospettive alla luce delle quali rileggere sinteticamente la domanda di vocazioni. Dunque quali prospettive vocazionali per questo millennio appena cominciato? La domanda non è solo pretenziosa, ma rischia l’impertinenza. Meglio forse fermarsi qui.
Ho particolarmente presente quanto scriveva il cardinale Martini nella Lettera pastorale del 1995-1996, Ripartiamo da Dio, al n. 4,6 (Affrontare la sfida della carenza di vocazioni). Si tratta di un testo emblematico perché è ad un tempo ricognizione dell’esistente dal punto di vista pastorale e prospettazione almeno di un atteggiamento spirituale giusto in vista del futuro che ci attende. Mi riferisco al punto centrale della sua riflessione, dove l’Arcivescovo di Milano si chiedeva con una lucidità e una chiarezza che non avevo mai incontrato nei suoi interventi precedenti: “come proclamare con fiducia il primato di Dio quando sembrano venir meno le vocazioni sacerdotali, alla vita consacrata, al servizio missionario?”. E la risposta è altrettanto pulita e diretta: “a noi è chiesto di entrare nel cuore del Signore, di guardare con i suoi occhi, con uno sguardo sostenuto dalla certezza della misericordia preveniente del Padre e di imparare a vivere la tentazione epocale che nasce dalla penuria di vocazioni, affinché vengano accresciute la nostra fede e la nostra speranza. Per vivere in maniera cristiana questa sfida pastorale che ci prepara al duemila, occorre che ciascuno di noi apra il cuore nella fede per comprendere il Signore che educa il suo popolo e per partecipare ai sentimenti di Gesù di fronte alle folle ‘stanche e sfinite’. Mi sembra che la sofferenza del nostro tempo e della nostra Diocesi nel ripensare il modo con cui le nostre forze possono rispondere ai bisogni pastorali, sia la grande prova che attende la Chiesa occidentale nel nuovo millennio…”[5].
Questo invito fatto da un Vescovo alla sua Diocesi ad avere un atteggiamento più pacato e sereno non è davvero frutto di semplificazione pastorale. Si percepisce piuttosto lo stile e il metodo proprio del pastore sapiente che anzitutto si sofferma a vedere, poi si interroga e riflette e infine avvia un’ipotesi operativa, senza lasciarsi sfiorare dalla paura del possibile vuoto pastorale che potrebbe derivare dalla mancanza drastica di preti. Forse a questo punto, ancor più che di ricognizione e di esami di coscienza talvolta doverosi, abbiamo bisogno, in vista di una corretta e autentica pastorale vocazionale capace nel prossimo futuro di sostenere la vocazione della Chiesa e delle sue tante Chiese particolari, di un atteggiamento profondamente sapienziale e discreto, più coraggiosamente comunque capace di umiltà e pazienza evangelica.
Agostino affermava che sarà possibile valicare il mare di questo secolo su quella zattera di legno che è la Croce. E si potrebbe parlare pure dell’esperienza della Croce, nella quale solo c’è salvezza per noi. Ma proprio questa immagine ci potrebbe riportare sapientemente all’episodio evangelico narrato da Matteo di Gesù che va incontro ai suoi discepoli camminando sul mare: “Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli nel vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: ‘È un fantasma’ e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Pietro gli disse: ‘Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque’. Ed egli disse: ‘Vieni!’” (Mt 14,22-33).
Il Signore viene e chiama ancora, chiama sempre, mentre ci aspetta al varco della fede, che per Pietro come per tutti noi oggi è sempre il risultato di un impasto singolare, fatto di abbandono confidente, di pazienza nel prospettare passi e tempi, oltre che di una intelligenza non ingenua ma al tempo stesso coraggiosa. Che Dio benedica sempre i nostri sforzi e le nostre attese vocazionali.
Note
[1] W. Magni, Le diverse fasi della pastorale vocazionale della Chiesa italiana con particolare riferimento agli ultimi quindici anni (1980-1995), in ‘Vocazioni’, 5/1996 , pp. 28-67.
[2] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata, Esortazione Apostolica post-sinodale, n. 64 (Nuovo slancio della pastorale vocazionale), suppl. a l’Osservatore Romano, 25 marzo 1996, pp. 112-114.
[3] E. Masseroni, Quale pastorale vocazionale delle nostre Diocesi nell’attuale situazione della Chiesa italiana, in ‘Vocazioni’, aprile-maggio 1998, pp. 13-22.
[4] P. G. Cabra, Quattro anni al 2000, Preghiera ed esame di coscienza per gli animatori vocazionali (editoriale), in Rogate Ergo, gennaio 1996, pp. 3-6.
[5] C. M. Martini, Affrontare la sfida della carenza di vocazioni, in Ripartiamo da Dio, Lettera Pastorale per l’anno 1995-1996. Centro Ambrosiano, 1995, pp. 54-59.