N.01
Gennaio/Febbraio 2000

Ho visto lo Spirito scendere dal cielo e posarsi su di lui

“Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo. Io non lo conoscevo… Ho visto lo Spirito scendere dal cielo e posarsi su di lui”. In queste parole è descritta una grande vicenda ed un momento cruciale della storia della salvezza.

Siamo al “terzo giorno” della settimana di preparazione alla rivelazione di Gesù a Cana. Gesù si inoltra nel mondo e nella storia come un qualsiasi altro uomo, recandosi ad ascoltare il Battista, confuso tra la folla. Il Precursore, attorniato dai suoi discepoli e da molta gente, ha un istante di illuminazione profetica, scorge qualcosa muoversi sul capo di Gesù e fissando lo sguardo su di lui esclama: Ecco l’Agnello di Dio…

La scena dove si svolge il fatto è generica: l’evangelista non fissa un luogo perché sa bene che questo evento, nel tempo della Chiesa, si ripete ovunque. Il presentarsi di Gesù sulla scena, come di passaggio, fa capire al Battista che per lui è venuta l’ora di lasciare il posto all’Altro, molto più grande ed importante di lui. Gesù ormai deve prendere l’iniziativa. Il testo non dice, di Gesù, né da dove venga, né dove stia per andare o perché egli passi di lì. Non è difficile intuire che Egli non è da questo mondo, ma viene dal Padre; anche nel tempo della Chiesa egli passa, si ferma e poi va, in attesa che qualcuno raccolga quella testimonianza e la ripeta agli altri, a tutti: Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!

Uno dei discepoli del Battista, che sentì il saluto Ecco l’Agnello di Dio e poi si unì a Gesù era proprio colui che, in seguito, mise per iscritto l’evento, per la Chiesa: Giovanni l’evangelista. Egli non si nomina, né parla in prima persona, ma sappiamo da molti indizi che è lui che descrive e riporta tutto. Lo stesso breve racconto proclamato nel Vangelo odierno ha il sapore di un ricordo personale gelosamente tenuto vivo in cuore. A distanza di anni, egli ricorda ancora il giorno e l’ora esatta di quel primo incontro con Gesù: era l’ora sesta, cioè verso mezzogiorno.

Quella prima presentazione di Gesù da parte del Battista, Ecco l’agnello di Dio…, si stampò nella mente dell’evangelista, al punto che egli poi continuò a vederlo e chiamarlo così: “agnello di Dio”. C’è una parte di Vangelo – anzi del Nuovo Testamento – che si è come coagulata intorno a questo titolo di Gesù, e noi dobbiamo approfondirne il senso, per comprenderla e nutrircene: se saremo capaci di farlo, torneremo a casa con un frammento vivo di Vangelo nel cuore. Ci troviamo all’inizio del Grande Giubileo: esso è un occasione d’oro per stabilire un rapporto personale, intimo e vissuto con il mistero che siamo chiamati a testimoniare agli altri. “Passare per la porta santa – ha scritto il Papa nella Bolla di Indizione – significa confessare che Gesù Cristo è il Signore”. Quale Cristo accoglieremo in noi durante il Giubileo? Quale Cristo consegneremo al Millennio in cui tre giorni fa siamo entrati? Un mese fa è andata in onda una riduzione televisiva su Gesù: credo sia istruttivo partire da qui per farci un’idea della situazione in cui la Chiesa si trova ad annunciare oggi il Vangelo. Quale Gesù viene fuori da quella trasposizione su schermo della sua persona e della sua vita? Albert Schweitzer ebbe a dire: “Tutte le ricostruzioni storiche moderne non hanno fatto che rivestire Gesù dei panni di moda della cultura del momento: così si è avuto, a seconda dei casi, un Gesù idealista, o romantico o socialista”. Ora, in quest’epoca del “pensiero debole” il tentativo di rivestire Gesù dei panni di moda, di fargli parlare il linguaggio corrente, approda ad un’idea anch’essa debole di Cristo.

Cosa ci dice di Gesù il titolo di Agnello di Dio? L’A.T. conosceva due figure di agnello: uno vero, reale (quello della notte dell’Esodo, immolato e consumato in Egitto, il cui sangue liberò il popolo dalla morte e dalla schiavitù e lo fece passare alla libertà); ed uno metaforico, figurativo, agnello muto e docile, condotto all’uccisione, di cui parla il profeta Isaia. Una cosa nuova è detta dell’agnello figurativo, rispetto a quello dell’Esodo, che ne dilata a dismisura la missione: egli sarà trafitto a causa dei nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità… Jahvé ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di tutti noi…, per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,5). Dunque non più un agnello che riscatta un solo popolo dalla schiavitù politica e sociale, ma un agnello che libera tutti i popoli dalla perdizione prendendo su di sé i loro peccati.

Quando il Battista esclamò: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, molti (tra cui i due giovani, Andrea a Giovanni) compresero che finalmente era apparso nel mondo il vero Salvatore. Raccogliendo quell’indicazione all’inizio del suo Vangelo l’apostolo Giovanni anticipa e preannuncia ciò che avverrà alla fine, sul Calvario. Quell’Agnello di Dio dovrà essere trafitto per i nostri peccati; e al momento della trafittura, Giovanni, lì presente, si preoccuperà di ricordare che all’agnello, sacrificato sulla croce e trafitto dalla spada del soldato, “non gli fu spezzato alcun osso”, come era prescritto per l’Agnello reale dell’Esodo, pur essendo, a vista di tutti “trafitto”, con riferimento alla “altra scrittura”, cioè quella di Isaia. Gesù non ha smesso il suo titolo e le sue sembianze di Agnello neppure dopo la sua risurrezione: così lo descrive Giovanni nell’Apocalisse: “E vidi: ed ecco l’agnello ritto sul monte Sion… E udii una voce dal cielo come voce di acque molte e come voce di tuono grande… E cantano come un canto nuovo davanti al trono”. “E una voce uscì dal trono che diceva: rallegriamoci ed esultiamo e diamogli gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello e la sposa sua si è preparata… E l’angelo mi mostrò un fiume d’acqua viva, splendente come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. Da un lato e dall’altro del fiume v’era un albero di vita che fa dodici frutti, e le foglie dell’albero sono per la cura delle genti, e nessuna maledizione vi sarà più”.

La parola di Dio ci offre una sintesi della nostra fede, in cui il passato conferma il futuro: le profezie antiche sono fedelmente realizzate in Gesù, vero Agnello di Dio, e divengono garanzia che pure la parte non ancora compiuta delle promesse si compirà. Gesù, dunque, è l’Agnello di Dio che toglie i nostri peccati: Egli salva chi ha peccato. Per essere salvati da Lui bisogna riconoscersi e sentirsi peccatori. La tentazione di non riconoscerci peccatori è da sempre in agguato, addirittura dal tempo di Adamo che prima si scusa e poi fugge, piuttosto che dire: ho peccato. Oggi si è aggiunta un’altra tentazione, più micidiale: si ammette la colpa, essa ci rode dentro, ma non la si chiama peccato (cioè offesa a Dio), bensì “complesso”; e per togliersela di dosso non si ricorre all’Agnello che toglie il peccato – al Sacramento da Lui istituito – ma allo psicanalista, che rimuove le inibizioni e scioglie i complessi. Ma noi sappiamo che per quella “malattia” che si chiama peccato, c’è un solo medico: Gesù Cristo nostro Signore. L’Eucaristia che stiamo celebrando a conclusione di questa prima giornata del Convegno Nazionale ci trova come coloro che ascoltano l’indicazione del Precursore: “Ecco, l’Agnello di Dio” e come ripetitori e testimoni agli altri di quella indicazione. È Lui, Gesù, l’Agnello liberatore prefigurato dall’Esodo, è Lui l’Agnello redentore di Isaia, che prende su di sé i nostri peccati, e li cancella con il proprio sangue versato sulla croce.

Gesù ha voluto legare la soluzione del problema delle vocazioni alla nostra fatica pastorale svolta per la santificazione del mondo. Il Documento “Nuove Vocazioni per una Nuova Europa”, da cui prende ispirazione questo Convegno, impegna la nostra fatica pastorale ad un “salto di qualità” nel promuovere le vocazioni. Il Papa stesso, nel suo Messaggio a fine Congresso del Maggio ‘97, ha raccomandato questo “salto di qualità”, questo “nuovo sussulto” da imprimere al nostro lavoro. Non si tratta solo di un invito a reagire ad una sensazione di stanchezza o sfiducia per i pochi risultati; né intende provocare soltanto un rinnovamento nei metodi finora usati: ma si vuole indicare che la pastorale vocazionale in Europa (e in Italia) è giunta ad uno “snodo storico”, ad un passaggio decisivo.

Se un tempo la promozione vocazionale si riferiva solo o soprattutto ad “alcune, specifiche, vocazioni” ora si deve tendere sempre più verso la promozione di tutte le vocazioni, perché nella Chiesa del Signore o si cresce insieme o non cresce nessuno. Se ai suoi inizi la pastorale vocazionale circoscriveva il suo campo d’intervento ad alcune categorie di persone, ora si avverte sempre più la necessità di estendere a tutti l’annuncio e la proposta vocazionale, in nome di quel Dio-Padre che non fa preferenza di persone, che sceglie “peccatori” e “lontani”; che fa di Amos, raccoglitore di sicomori, un profeta, che fa del pubblicano Levi-Matteo un apostolo e va a casa di Zaccheo. Se prima l’attività vocazionale poteva nascere dalla pretesa di mantenere determinati livelli del passato o dalla paura di “contare di meno”, ora la paura cede il posto alla speranza, che nasce dalla fede. Se l’obiettivo, un tempo, sembrava essere il reclutamento e il metodo la propaganda, persino con episodi di concorrenza, ora deve essere sempre più chiaro che lo scopo è il servizio da dare all’individuo, perché sappia discernere il progetto di Dio sulla sua vita. E se in un’epoca non lontana c’era chi si illudeva di poter risolvere la crisi vocazionale con singolari sistemi, ad es. “importando vocazioni” da altrove, oggi nessuno dovrebbe illudersi di risolvere la crisi con tali espedienti: altro è, peraltro, il ricorso ad un tale “reclutamento” (che spesso sradica la persona dal proprio ambiente) e altro è lo “scambio dei doni” tra Chiesa e Chiesa.

Così, l’animatore vocazionale, non più volontario improvvisatore, che passa da un progetto all’altro senza un metodo basato sull’accompagnamento di tutti gli agenti dell’evangelizzazione, deve diventare sempre più “educatore alla fede e formatore di vocazioni”: il suo lavoro è sostenuto dall’azione corale di tutta la comunità, religiosa o parrocchiale e diocesana. Questa è l’ora di passare decisamente dalla “patologia della stanchezza”, e della rassegnazione, al coraggio di porsi interrogativi giusti per capire in quale situazione ci troviamo, e se abbiamo fatto qualche errore, e poi di mettersi decisamente alla ripresa di un nuovo slancio creativo e fervore di testimonianza.