N.01
Gennaio/Febbraio 2000

La missione della Chiesa: rendere sicura la vocazione

 

 

Criteri e limiti

L’ottica coerente alla relazione è pastorale, secondo le regole della teologia “pratica” e positiva[1]. Si pone attenzione ai “fatti di Chiesa”, al loro contesto e al loro influsso sulla pastorale vocazionale. La stagione di Chiesa presa in considerazione è, a grandi linee, il trentennio che va dagli anni ‘70 ad oggi, alle soglie del millennio. È un periodo non omogeneo, portatore di grandi cambiamenti a scadenze disuguali. Negli anni ‘70 non c’era Internet! Dicendo Chiesa si fa riferimento ad un duplice soggetto del cammino pastorale: la comunità cristiano-ecclesiale nella sua figura di popolo di Dio; il magistero ecclesiale dei Vescovi italiani (e del Vescovo di Roma) improntato all’ecclesiologia conciliare. Poiché la storia del popolo di Dio in Italia non ha ancora i suoi “probati auctores”, risultando di conseguenza insufficiente, è giocoforza ricordare, rileggere e reinterpretare il Magistero. Viene il dubbio se ciò sia sufficiente; certo, non risulta esaustivo. Due parti costituiscono l’ossatura e la stessa articolazione della relazione:

I “fatti di Chiesa” che si sono succeduti nel trentennio, guardando ad essi come al grembo materno del cammino pastorale vocazionale. Alcuni atteggiamenti ecclesiali adatti a rendere più sicure la vocazione cristiana e le vocazioni di speciale consacrazione.

 

 

I “FATTI DI CHIESA”

GREMBO MATERNO DEL CAMMINO VOCAZIONALE

Gettare uno sguardo al cammino della Chiesa in Italia, dalla presa di coscienza del Vaticano II all’approdo all’anno giubilare, non può sottrarsi all’intreccio che corre tra storia e vita della società civile, storia e maturazione della pastorale ecclesiale, storia e consolidarsi della pastorale vocazionale. L’intreccio è fecondo nei suoi frutti, anche se obbliga a non accontentarsi di scorciatoie semplici, talora semplicistiche, che potrebbero accontentare gli impazienti. Forse alcune pubblicazioni risentono – sia detto con rispetto – di qualche fretta e, meglio, di uno sguardo parziale.

 

La società civile e l’incompiutezza italiana

Poiché Chiesa e mondo (nella sua realtà di comunità degli uomini e di società civile) non sono due parallele senza incontro ma vivono in sinergia (cfr. Gaudium et spes, nn. 40-45 e, tra altre, le encicliche Centesimus annus e Sollicitudo rei socialis), il cammino della società civile in Italia è rilevante ai fini della pastorale ecclesiale e del cammino vocazionale. Viene da antica tradizione la convinzione che i cristiani non sono spettatori ma costruttori della città umana; lo sono anche attraverso i vari doni che mettono a disposizione di tutti, credenti e non credenti, doni che hanno la loro sorgente nelle vocazioni. La monaca che appare una sepolta viva nel monastero è generatrice di pace e di giustizia come l’attivissimo prete post-moderno è certo, nella sua modalità particolare, come chi si dedica alla politica. Nel contempo, la sorella ora evocata non può non risentire dei venti che squassano o accarezzano i suoi simili nella città. Tra le vicende di cinquantacinque anni (1945-2000) di vita repubblicana alcune hanno, a nostro avviso, una rilevanza indubbia, tale da influire anche sul percorso delle vocazioni e della pastorale vocazionale. Ne facciamo un cenno, rimandando a studi e riflessioni adeguati.

Nei decenni che hanno dato vita all’Italia del dopo-guerra, decenni segnati anche dal terrorismo e dall’ingresso nell’Europa economica, qualcosa si è consolidato, molto è cambiato e non poco ha resistito al cambiamento, ponendo ostacoli e rallentando un cammino che ora presenta in modo evidente i segni della incompiutezza. Le persone sono più inquiete e più insicure oggi che non in anni passati. Sono affermazioni abbastanza correnti e proprio per questo chiedono una verifica, un approfondimento e una ulteriore messa a punto. Non è un caso che talune vocazioni siano diminuite in concomitanza di periodi segnati dall’incertezza.

I fatti rilevanti sono noti. Qui ricordiamo il ‘68 e il ‘77 dei giovani, ossia i momenti emblematici del disagio e della voglia di cambiare; la risposta degli adulti non ha brillato per tempestività e per correttezza. Molti giovani sono stati segnati dalla delusione, dalla tentazione del ripiegarsi in se stessi, dalla sensazione che non ci siano orizzonti. È meglio vivere in the road (a patto di sapere quale sia la strada buona). Ricordiamo ancora la “mutevolezza” politica, con il passaggio sulla scena di ideologie a volte chiuse, a volte velleitarie. L’esito è stato il venir meno di un consenso comune su valori di fondo che si vogliono etichettare come laici, purtroppo fragili. Speculare (ma anche simile) l’accelerazione tecnologica che ha trovato famiglie e scuola – tradizionali luoghi educativi – impreparate a discernere e ad offrire adeguati segnali di orientamento.

Una temperie culturale di proporzioni inattese, con i suoi tratti di irruzione improvvisa (come è stata la secolarizzazione e la “perdita del sacro”) e di accelerazione che non ha consentito una risposta meditata, rappresenta il nuovo orizzonte con cui le giovani generazioni hanno dovuto fare i conti non per alcuni momenti passeggeri ma per decenni non ancora conclusi. Gli esiti sono diversificati ma tutti spinosi: l’accentuarsi del divario culturale (tra generazioni) e sociale (tra Nord e Sud); la disoccupazione, con il suo volto disumano; le questioni ingarbugliate come quella “demografica”, “femminile”, “scolastica”. Aggiungiamo tra gli esiti l’intesa concordataria tra Stato e Chiesa, segnale di un evolversi di atteggiamenti mentali e pratici, con un volenteroso intento di collaborazione tra comunità ecclesiale e comunità civile ma anche con il nodo irrisolto dell’insegnamento della religione.

Sarebbe da miopi non accorgersi dell’influsso che questi fatti umani esercitano sui soggetti vocazionali. L’impatto è di natura culturale, prima ancora che morale o religiosa. Se l’immagine vale, è lo spolvero che la donna di casa deve affrontare ogni giorno: una polvere quasi invisibile ma reale, tale da portare danni ai mobili e, ancor più all’ambiente in cui si vive. La polvere oggi che ricade sulle menti, sui cuori e sugli atteggiamenti di giovani e adulti all’inizio della maturità ha nomi allettanti: complessità, autenticità, leggerezza; i risvolti sono colorati di bianco e di nero. I formatori non si trovano davanti a soggetti vocazionali della tradizione tridentina; quando sono tentati di usare mezzi e metodi della stessa marca, perché li ritengono “più sicuri” ne constatano l’inefficacia. Occorre peraltro dire che la maggior parte hanno avvertito l’impasse dando vita a percorsi nuovi. Resta un interrogativo a riguardo del volto contemporaneo dell’Italia, segnato dall’inquietudine e dall’incompiutezza: è un fatto solo negativo? O non favorisce la proposta della radicalità evangelica?

 

Voci dello Spirito

Al primo segmento del processo storico che va dal dopo-Concilio ad oggi se ne accompagnano altri due: il percorso della pastorale della Chiesa in Italia e, dentro ad essa, lo sviluppo della pastorale vocazionale. Soggetto di entrambi è la Chiesa nella sua immagine conciliare: mistero, popolo di Dio, comunità in missione permanente. Ogni vocazione, in rapporto ad essa, è un “ministero” che mira alla missione. Anche per questi motivi, teniamo congiunto lo sguardo alle due realtà che pur chiedono una qualche distinzione. Uno sguardo necessariamente sommario, con una scelta di fatti che ubbidisce a criteri anche soggettivi, senza la preoccupazione di organicità e completezza.

 

 

 

1) La Chiesa in Italia si apre alla nuova evangelizzazione

Gli orientamenti pastorali della Chiesa in Italia, nel periodo racchiuso tra gli anni ‘70 e oggi, ondeggiano tra due poli: l’evangelizzazione che si vuole nuova, soprattutto nello stile, per rispondere adeguatamente all’urgenza della missione e alle sfide culturali; un “progetto culturale” per stare dentro la storia con l’animo dei costruttori e per superare il fossato tra Vangelo e cultura umana, denunciato da Paolo VI nella… A questi due poli fanno riferimento i principali “fatti di Chiesa” che hanno segnato il “muoversi” pastorale della comunità cristiana ed hanno influito sulla pastorale vocazionale.

 

Tre “progetti pastorali”

Nell’arco di un trentennio la Chiesa in Italia, dando una nota originale alla sua ricezione del Vaticano II, si può dire che abbia navigato in mare aperto, a causa dei nuovi imperativi socio-culturali, ma non a vista o alla cieca. La bussola orientativa è stata offerta da tre “progetti” (in senso ampio) che scandiscono altrettanti decenni.

 

Evangelizzazione, sacramenti e promozione umana.

È la scelta coraggiosa degli anni ‘70, resa necessaria dall’irruzione della secolarizzazione con forti tratti di indifferenza religiosa e di ambiguità di una certa prassi pastorale, troppo adusa a una sacramentalizzazione avulsa dalla Parola di Dio. Si aggiungano i problemi suscitati dal cosiddetto ‘68, causa di disorientamento nelle famiglie e nelle comunità ecclesiali. Da un intenso lavorio di pastori, teologi, pastoralisti e soprattutto delle Chiese locali sono emersi alcuni punti focali di una pastorale segnata dalla missione: il primato della persona sulle iniziative e attività (si disse allora: da una pastorale cosificata a una pastorale personalizzata); l’urgenza di una catechesi rinnovata e meglio fondata su Gesù Cristo e la Bibbia (è del 1970 il prezioso documento di base della Catechesi in Italia); l’imperativo della missione, da non posporre mai ad altre esigenze; l’affermarsi di una ministerialità laicale, rilanciata da un documento della CEI di alto valore (Evangelizzazione e ministeri, 1977); la sollecitudine pastorale per la novità cristiana del matrimonio e della famiglia (Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 1975). L’ambito vocazionale ne ha tratto beneficio per il maturare di vocazioni in persone più attente alla dimensione umana e spirituale del loro dinamismo di crescita. Cresce anche la coscienza che madre delle vocazioni è la comunità ecclesiale, a patto che dia spazio ai doni dello Spirito e sia ricca di capacità di accompagnamento.

 

Comunione e comunità, riconciliazione.

In continuità con il “progetto” precedente e di fronte a una certa lentezza nel dare attuazione agli orientamenti emersi, si propone un’ulteriore tappa del cammino pastorale per gli anni ‘80. Il cambiamento sociale e culturale accentua i suoi ritmi e la vita civile è squassata dal venir meno di valori condivisi, dando spazio al dramma del terrorismo e della corruzione. Si ritiene che il processo di evangelizzazione abbia bisogno di un soggetto ecclesiale vivificato dalla comunione e aperto alla forma comunitaria di vita. 

Anche in questo decennio prendono consistenza convinzioni e attuazioni di rilevante spessore. Si passa dal soggetto clericale, come guida dell’azione pastorale, alla comunità ecclesiale nella sua forma di Chiesa locale. Sulla scena irrompono i movimenti ecclesiali che si dicono nuovi, forse rispetto ad altre aggregazioni già esistenti, certamente portatori di uno stile più rispondente a nuove esigenze ed attese. La parrocchia prende coscienza che il suo habitat è il territorio, ossia il luogo delle esperienze umane con le loro caratteristiche e ambivalenze. Affiorano anche tensioni e forme di inquietudine, dovute sia al prevalere delle affermazioni sulle realizzazioni sia al non facile rapporto che passa tra la comunità ecclesiale e la comunità degli uomini. Ci si chiede se la presenza dei cristiani nella città abbia il carattere di mediazione culturale oppure se debba ispirarsi all’integrità evangelica tout court. Viene meno, di anno in anno, la fiducia in una certa presenza unitaria dei cattolici in politica. Ci si rende conto della necessità e del valore della riconciliazione cristiana. L’impatto sulle vocazioni o, meglio, sui cammini formativi vocazionali è rilevante. Matura la coscienza che le vocazioni hanno come soggetto di promozione, sostegno e formazione la Chiesa locale nella sua forma di comunità ecclesiale extra moenia, ossia presente nel territorio e nella città con le sue caratteristiche. Una comunità peraltro animata dai doni dello Spirito e da molteplici ministeri. La connotazione ministeriale delle vocazioni trova esplicite affermazioni.

 

Evangelizzazione e testimonianza della carità, solidarietà, progetto culturale.

È il segno distintivo del decennio ultimo del secolo, attraversato dall’attesa del Grande Giubileo e, in Italia, da un ribaltamento non solo politico-istituzionale. I nostri Vescovi riesprimono il Vangelo con i termini significativi di “testimoni” e di “carità”. Ne segue l’impegno dei cristiani a non essere spettatori ma artefici della storia umana e della “edificazione” della città. La fede non può essere “privatizzata”; il suo influsso sociale trova forti affermazioni sia nei documenti e nella prassi ecclesiale sia nel fascino del volontariato che contagia non solo i credenti. La deriva politica, come esito anche di un processo degenerativo (Tangentopoli), e la frammentazione dei cattolici nella loro presenza politica pongono nuovi interrogativi sulla fondazione dell’impegno sociale dei cristiani. Si avverte il bisogno di impostare in termini nuovi la secolare “questione sociale”: la caduta dei vari muri e le presunzioni del nuovo capitalismo chiedono ai cristiani un alto tasso di giustizia, di carità e di solidarietà. Ai soggetti vocazionali si aprano nuovi orizzonti per il loro essere nella Chiesa e nel mondo; ad essi tocca assumere uno spiccato carattere missionario.

 

Tre convegni ecclesiali

Visibilizzazione e prima collocazione nel concreto della storia dei “progetti pastorali” si possono definire i tre grandi convegni ecclesiali di Roma, Loreto e Palermo, collocati a metà dei decenni sopra richiamati. Essi sono significativi sia nei loro titoli sia nel carattere ampiamente ecclesiale della loro realizzazione. Insieme ai Pastori sono soggetti attivi e corresponsabili tutte le altre componenti della comunità ecclesiale.

 

Evangelizzazione e promozione umana (Roma, novembre 1976)

Il convegno suscita entusiasmo e speranze. L’obiettivo è, al di là del titolo, di raccordare l’azione ecclesiale con le urgenze e le provocazioni della storia italiana. Il metodo appare esemplare, con la innovazione di uno stile sinodale. I contenuti, presenti nella preparazione, nello svolgimento e nei commenti, sono conciliari, come una traduzione italiana del dettato del Vaticano II. Le questioni affrontate sono oggettivamente difficili: il pluralismo religioso (e politico), la presenza dei cattolici nelle istituzioni e nella realtà sociale-politica, la presenza per così dire istituzionale dei laici nella comunità ecclesiale. Il contributo dei laici al convegno è stato largo e, forse, decisivo ai fini di alcuni temi.

 

Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini (Loreto, aprile 1985)

L’appuntamento a Loreto risente di un clima di minore entusiasmo a causa della situazione sociale ma anche di alcune vistose discrepanze nel tessuto ecclesiale. Si nota una maggiore direzione dell’episcopato, peraltro non lesiva dell’apporto laicale. Emerge un certo stacco tra i contenuti delle relazioni e la realtà pastorale in movimento; emerge anche l’influsso dei movimenti con tematiche non ancora metabolizzate dal popolo cristiano. Di assoluto rilievo è stato l’intervento del Santo Padre, decisivo a favore di una fede significativa nel paese e di una migliore qualità unitaria dei cattolici nel loro agire.

 

Vangelo della carità per una nuova società in Italia (Palermo, novembre 1995)

Elementi notevoli di un convegno che ha suscitato anche l’attenzione della società mediatica, sono stati la scelta della sede, indicativa di una attenzione della Chiesa alla “questione meridionale”, il fervore dei partecipanti espresso nei gruppi di lavoro, la consacrazione ufficiale del dialogo tra la cultura ispirata cristianamente e la cultura “laica”, la fatica dell’armonia tra differenti visioni teologico-pastorali con la conseguente fatica di arrivare a sintesi condivise. Il convegno sarà comunque ricordato per la proposta di un “progetto culturale” ispirato cristianamente, con qualche laboriosità recepito in varie sedi.

Occorre chiederci, in questa sede, quale attenzione abbiano avuto la dimensione vocazionale della vita cristiana e lo specifico problema delle vocazioni nella Chiesa. La risposta è problematica, nel senso che andrebbe articolata e precisata (come avverrà in altra relazione). Qui occorre annotare che la “questione” vocazionale è ritenuta impegno e sollecitudine di alcuni membri della Chiesa, di cui si riconosce e si esalta la dedizione, non ancora di tutto il popolo di Dio, nella sua coralità e popolarità. Il tema però è stato presente nei tre convegni e mai emarginato.

 

I Congressi eucaristici nazionali

Fatti occasionali ma ricchi di significato, di impatto sulla pubblica opinione e di reale influsso sulla vita ecclesiale, sono stati i Congressi eucaristici nazionali. Essi sono celebrati periodicamente in luoghi a loro volta significativi e capaci di dare ospitalità alle tante persone che accorrono con fede per lodare il Signore; qui ricordiamo Reggio Calabria, Milano, Siena e Bologna. Si può dire che con la ricchezza delle celebrazioni e con la catechesi appropriata su temi eucaristici hanno contribuito al cammino di maturità di fede e allo spirito missionario della Chiesa e delle stesse vocazioni. Sempre notevole è stata la presenza di soggetti vocazionali che, più di altri, hanno intuito e vivono della fecondità del mistero eucaristico.

 

 

2) Il percorso della pastorale vocazionale

Fatto eminente, all’interno del cammino pastorale della Chiesa e, nel contempo, fattore di sollecitazione e di sviluppo di essa, appare sempre più il cammino della pastorale vocazionale. Ha una sua storia alla quale ha contribuito in modo determinante il Centro Nazionale per le Vocazioni (CNV), al punto da porsi come fonte di ricerca della teoria e della prassi vocazionale. Il frutto maggiore è il Piano pastorale per le vocazioni, nelle due edizioni del 1973 e 1985, rispettivamente Piano pastorale per le vocazioni in Italia e Vocazioni nella Chiesa in Italia: piano pastorale per le vocazioni. I due documenti, supportati da uno spessore teologico di rilievo, sono correlati ad analoghi di respiro mondiale ed europeo (come i Congressi internazionali per le vocazioni e Nuove vocazioni per una nuova Europa). Ugualmente legati sono ad eventi ecclesiali che hanno offerto decisivi contributi; si pensi ai Sinodi dei Vescovi dedicati alla vocazione e alla missione dei cristiani laici, dei presbiteri e delle persone di vita consacrata. I fatti sono noti e oggetto di altre relazioni in questo Convegno.

Qui preme dare risalto all’esperienza non ordinaria del Centro Nazionale per le Vocazioni e alla sua operosità. In esso trovano posto i carismi e gli apporti armonizzati dei Religiosi, delle Religiose, degli Istituti secolari e di quelli missionari, con i loro organismi rappresentativi (e relative sigle: CISM, USMI, CIMI e CIIS). Tutti convengono nella Chiesa in Italia come soggetto unitario e variegato delle vocazioni, dando testimonianza dell’unità posta dal Signore Gesù a suggello del mistero della salvezza. La laboriosità (e qualche fatica) del “camminare insieme” ha prodotto frutti non ancora del tutto accertabili e documentabili perché si è lavorato e influito sulla mentalità e sulla impostazione del lavoro pastorale oltre che dei percorsi vocazionali personali. Sono fatti che hanno bisogno di tempo e di quella pazienza a cui allude Giacomo nella sua Lettera (5,7-8). Resta comunque una considerazione venata di rammarico: il CNV non è ancora considerato da tutti e in tutte le occasioni come espressione costitutiva della struttura ecclesiale; qua e là viene considerato come organismo a parte. Sullo sfondo, altre a motivi contingenti, sta la difficoltà tipicamente culturale di armonizzare universale e particolare. La soggettività conduce talora ai soggettivismi.

 

 

RENDERE PIÙ SICURE VOCAZIONE E VOCAZIONI

I “fatti di Chiesa” sommariamente citati, nel loro influsso sul cammino pastorale e vocazionale anch’esso richiamato, hanno generato alcuni atteggiamenti ecclesiali che hanno stretta correlazione con il mistero della vocazione. Si potrebbero chiamare caratteristiche, anzi frutti dello Spirito che lavora visibilmente e invisibilmente nel cuore dei soggetti umani e della Chiesa del Signore (cfr. Lumen gentium 4, Gaudium et spes 22, Ad gentes 4). Nel loro insieme, con la sinergia di potenza divina e volontà umana, mirano a rendere più sicura la vocazione universale della Chiesa e le varie vocazioni, germogli di un unico albero. Torna a proposito la parola di Pietro, l’apostolo del “fare”: “…cercate di rendere sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione” (2 Pietro 1,10). La traduzione interconfessionale accentua la forza dell’esortazione apostolica: “Cercate di non dimenticare mai che Dio vi ha chiamati e vi ha scelti”.

In questo orizzonte di dinamismo si può riassumere l’operosità della Chiesa in Italia nel periodo preso in esame. La Chiesa ha preso coscienza di essere essa stessa vocata e di essere madre del mistero vocazionale, grembo materno accogliente e vitale; senza il riferimento alla vocazione della Chiesa non si dà la crescita delle vocazioni; queste a loro volta sollecitano la comunità ecclesiale a rendere più sicuro il loro cammino di autenticità. Non mancano, certo, lacune, ritardi e pigrizie nel “muoversi” della Chiesa. Lasciando volentieri ad altri la capacità ed una certa insistenza critica, preme qui segnalare i principali atteggiamenti ecclesiali positivi, maieutici della crescita vocazionale della comunità, non solo di alcuni membri di essa. Usiamo per comodità frasi sintetiche, con rapide annotazioni.

 

“Tutto è grazia”

La nota espressione di G. Bernanos indica il continuo riferimento alle sorgenti da cui scaturisce il mistero della vocazione e addita la fonte che distribuisce “l’acqua salvifica”, lo Spirito del Padre e del Figlio. La Chiesa sa di essere generata nello Spirito che l’apre alla potenza della Parola e la configura al suo archètipo, la Santa Trinità. Da qui sgorga, come canale sempre colmo, la sua identità: perché icona della Trinità, la Chiesa è mistero e popolo dentro la storia umana, è comunità apostolica piantata dall’opera e dal sangue degli apostoli. Anche la sua vocazione è trinitaria e apostolica. Ogni vocazione e tutte le vocazioni vivono e si alimentano alla fonte del mistero trinitario, della tradizione apostolica e del mandato di stare dentro la storia per incarnare il Verbo. Ogni vocazione va inverata nell’evangelizzazione, aprendo se stessa e aiutando altri ad aprirsi alla forza misteriosa della Parola, alla grazia della riconciliazione e al sigillo della carità operosa.

 

“Dalla comunione alla missione”

La Chiesa è comunione che si riversa nella missione, secondo l’icona biblica della vite e dei tralci in Giovanni 15. La comunione con Cristo fa della Chiesa un corpo organico tutto proteso alla missione, piantando la Croce nel cuore del mondo. La pastorale di conservazione lascia il posto a una pastorale di missione, con forme diversificate (convegno di Palermo), non senza lentezze e resistenze (Esaù e Giacobbe abitano in noi!). Vocazione e vocazioni trovano nella comunione con Cristo non solo la vitalità (pietre vive nell’unico edificio spirituale, 1 Pietro 2,4 sg) ma il proprio DNA specificamente missionario. Il mito perfezionistico, stigmatizzato da Antonio Rosmini, non può rinchiudere le vocazioni nell’intimismo dei cenacoli. Si chiarisce qui la dedicazione alla Chiesa locale di tutte le vocazioni e si alimenta qui il “sogno” dei vari status (o forme) di vita per diventare comunicanti fra loro. I soggetti delle vocazioni hanno l’obbligo di diventare soggetti di una pastorale missionaria.

 

“Dentro la storia, con la carità”

La carità, nella sua più alta espressione di vita donata, si cala nella storia mediante segni visibili e (possibilmente) mai equivoci. Ne nasce un atteggiamento creativo e sempre tendente ad andare oltre. La Chiesa in Italia nel post-Concilio con le sue varie fasi non ha mancato di porre segni sul monte perché tutti vedano. Ha sperimentato l’evoluzione di dinamiche ecclesiali e la promozione di strutture pastorali inizialmente dette collegiali. Appartiene alla prima creatività una serie di passaggi: dal monocentrismo clericale alla soggettività della comunità ecclesiale nell’agire pastorale, dalla “cura dei fedeli” al “prendersi cura” dei presenti nel territorio, dalla sacramentalizzazione allo spazio dato alla Parola e alla carità operosa, dal laicato considerato come riserva funzionale ai cristiani laici corresponsabili. Circa le strutture e gli organismi, si pensi ai consigli presbiterali e pastorali, alle consulte e commissioni, al consiglio per gli affari economici, alla ristrutturazione degli uffici diocesani. Rilevante la proposta delle unità pastorali, anche se ancora in rodaggio.

Con particolare riferimento alla promozione vocazionale ha un suo chiaro significato la Commissione mista Vescovi-Religiosi-Istituti secolari. A tutto questo si accompagnano iniziative che sono frutto dell’accoglienza del Vaticano II: il ripristino del diaconato permanente, la promozione di ministeri e servizi ecclesiali detti laicali, l’irrompere (a volte conflittuale) di movimenti, gruppi e aggregazioni varie, la crescita delle famiglie cristiane, consapevoli del loro dono e della loro missione che ha indotto i teologi ad approfondire sia il carattere peculiare della spiritualità coniugale sia il rapporto dei “sacramenti gemelli” (Ordine e Matrimonio).

Non mancano, già s’è detto, segnali non chiari: mancanza di progettualità e programmazione in sede locale, disagio e affanno pastorale di preti, scarsa armonia tra parrocchia e movimenti, ingenue e fastidiose voglie di tornare al passato, ad altro. Ma c’è tempo per una crescita di tutti e di tutto. L’input che ne viene alla pastorale vocazionale è deciso. I soggetti vocazionali abbiano a cuore di dare segnali non contrastati. Tali ci sembrano: da una parte l’affermare che la pastorale vocazionale è tutta ecclesiale e, dall’altra, il persistere di centri vocazionali d’incerta provenienza; il rigoglio delle vocazioni contemplative e il lento declino di vocazioni di vita apostolica; la crescente consapevolezza della vocazione e della corresponsabilità laicale e la timida presenza dei laici nella responsabilità ecclesiale; il torrente impetuoso del volontariato e l’affievolirsi almeno numerico di quel volontariato proprio delle vocazioni di speciale consacrazione, singolare nel suo carisma di dedizione; il farsi presente di nuovi soggetti di animazione vocazionale (animatori vocazionali parrocchiali, formatori con apporti antropologici, educatori anche laici nei seminari…) e l’esiguità di “consiglieri spirituali”. Il nostro è sempre più un tempo bisognoso di segnali limpidi e di testimoni trasparenti.

 

 

SIATE PERFETTI… VEDANO IL BENE CHE VOI FATE”

(Mt 5,16.18)

Ciò che lo Spirito ha detto e continua a dire alle nostre Chiese non è da catalogare tra le cose passate. I soggetti vocazionali devono essere impastati di speranza e presentire nel deserto – se deserto c’è davvero – una strada che nasce dall’alto. Secondo Isaia “Qualcosa sta germinando. Non rievocate le antiche storie, non concentratevi su quel che è stato (se non per purificare la memoria, diciamo noi). Ecco io compio un nuovo miracolo” (43,18-20).  Ai soggetti vocazionali compete di testimoniare quella visione del futuro che viene chiamata utopia, stupore, incanto. Si confrontino anche con i processi culturali presenti nella società civile, non scevri di forza profetica: la secolarizzazione con i suoi stimoli di autonomia; il costume democratico con i suoi “sogni” di uguaglianza, libertà e fraternità che mette in crisi un certo uso dell’autorità; il benessere diffuso, le grida dei poveri e le domande di solidarietà e di povertà evangelica.

Avvertano oggi come non mai di essere chiamati non a crogiolarsi nei meandri vischiosi della propria identità; piuttosto accolgano con gratitudine sia l’espandersi dei doni, carismi e vocazioni dello Spirito, sia la convergenza verso l’unità, di cui l’ecumenismo e il movimento interreligioso sono chiari stimoli. Accolgano poi l’apporto delle competenze di uomini e donne nel processo formativo; l’esperienza finora portata avanti, non senza cautela, è da considerare preziosa; antistorica semmai è il monopolio della formazione reclamata da alcuni. La grazia dell’anno giubilare faccia fiorire nell’ambito vocazionale coloro che danno gloria al Padre anelando alla perfezione: “Dio non ama coloro che fuggono” (Mahfuz). Attendere qualcosa di più dai vocati non è pretesa ma riconoscimento dei doni di Dio e gratitudine per un dono senza misura.

 

Note

[1] Per realizzare questo studio ho consultato in modo particolare, oltre al magistero Pontificio ed Episcopale i seguenti autori: E. Masseroni, Vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata nella prassi pastorale delle nostre Chiese. Relazione dell’arcivescovo di Vercelli alla 46a Assemblea generale della CEI (dattiloscritto). Della stessa Assemblea si vedano i fogli di lavoro per i gruppi di studio; I. Castellani, Vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata nella prassi pastorale delle nostre Chiese. Sintesi dei lavori dei gruppi di studio e orientamenti conclusivi; V. Magno, Pastorale delle vocazioni. Storia, dottrina, esperienze, prospettive, ed. Rogate, Roma 1993, con ampia bibliografia a cui rimandiamo; P. Scabini, Giubileo. Ciascuno tornerà in possesso del suo. Annotazioni ecclesiologico-pastorali, articolo in “Presbiteri” sul tema: Restituire la Chiesa a Dio e al suo popolo (imminente); Alcuni saggi nel volume di AA.VV., Servire Ecclesiae, EDB, Bologna 1999 (in particolare: S. Lanza, L’insegnamento della teologia pastorale 387-420; P. Salvadagi, I laici e la costruzione della comunità ecclesiale 437-458; P. Vanzan, Galassia movimentista e CEB di Chiesa-Mondo 541-554; A. Montan, Incarichi, uffici, ministeri laicali… 555-578; Elementi antropologici e strumenti educativi per la formazione dei presbiteri oggi, a cura di D. Coletti e S. Panizzolo, 579-602; J. Castellano Cervera, I movimenti ecclesiali 603-620); P. Scabini, Il Vescovo per la vita spirituale diocesana, in AA.VV. Pastor bonus in populo, Città Nuova, Roma 1999, pp. 457-468.