Nella fedeltà del Signore: le fatiche e gli ostacoli alla pastorale vocazionale
L’attuale convegno vuole riflettere sulle “Nuove vocazioni per un nuovo millennio” e vuole valorizzare la grazia del grande Giubileo del 2000. Le attese, le aspirazioni, i progetti personali e collettivi creano un clima spirituale particolarmente disponibile all’accoglienza del Signore, all’ascolto del suo sogno sull’umanità, su ciascuna sua creatura, su di noi. La sua fedeltà è la nostra speranza, apre il nostro futuro, come ci ammaestrano le Sacre Scritture e tutta la Sacra Tradizione. La nostra storia si spinge al futuro perché nella dolce memoria dello Spirito ricordiamo le grandi opere del Signore.
Una prospettiva: nel sogno di Dio
Il mondo di oggi ha bisogno di speranza, quella teologale, lo aveva intuito E. Bloch richiamando la necessità del principio speranza. Un missionario del Medio Oriente qualche anno fa mi disse che in quella regione non è urgente la fede – esistono tre gruppi religiosi -, ma la speranza di un futuro diverso, secondo la misericordia di Dio che accomuna le tre grandi religioni monoteiste del Mediterraneo. In quest’orizzonte rileggo il titolo, particolarmente impegnativo, che mi è stato proposto: “Le fatiche e gli ostacoli alla pastorale vocazionale”. Quindi mi colloco nella prospettiva teologica che offre delle coordinate per leggere la storia nelle belle opere del Signore. Su di esse possiamo sempre contare perché Egli è fedele, su di esse edifichiamo le nostre opere limitate e imperfette, talvolta segnate persino dal peccato. Anche quando noi siamo infedeli, Egli è fedele. Egli ama il mondo, i giovani, l’umanità di oggi più di noi ed avvolge tutti nella sua misericordia.
La vocazione è espressione di questa fedeltà divina: è chiamata alla vita, alla fede, alla peculiare spiritualità, a una particolare collaborazione al piano di Dio che attraverso noi vuole completare il mondo. Dio non fa mancare al mondo i profeti come ha fatto nei secoli passati. La sua mano non si è accorciata. L’appello del Dio della vita attende una risposta, risposta possibile perché la creatura umana è fatta come tu, come interpersonalità, come appello/risposta, è strutturata dall’ethos dell’amore.
Articolo le considerazioni in due momenti. Nel primo, La nostra storia nelle belle opere di Dio, propongo alcuni appunti sul contesto, in particolare sulla condizione giovanile, registrando indicazioni segnalate da studi che ritengo significativi in quanto stimolano a pensare. Nel secondo, Nell’esultanza eucaristica e mariana la progettualità di un umanesimo teologale e solidale, propongo una prospettiva teologica che rimanda alla ricca eredità pedagogica evangelica che si nutre di Eucaristia e di Maria. Questo approccio mi sembra fondamentale in ogni pastorale vocazionale, specie quella rivolta ai giovani, come ci ammaestra don Bosco. L’obiettivo che mi guida è cercare punti da rafforzare e le risorse da valorizzare nell’attuale crisi, cioè nell’oggi che pone problemi e offre possibilità. Le scienze umane legittimano questo obiettivo sottolineando che il salto, il cambiamento, le morti quotidiane, gli esodi, possono essere luoghi di crescita anche nelle difficoltà che comportano. La crisi in senso evangelico conduce a levare gli occhi in alto perché la nostra liberazione è vicina!
LA NOSTRA STORIA NELLE OPERE DI DIO
“Quanto sono belle le opere del Signore! […]. Tutte vanno a coppia, l’una di fronte all’altra e niente è fatto difettoso. In ciascuna ha stabilito il bene; chi può saziarsi d’ammirare la gloria di Lui” (Sir 42,22.24s); “Jhwh, nostro Signore, quanto è mirabile il tuo nome per tutta la terra! Il tuo splendore si estende al di sopra dei cieli. […]. Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo, mi dico, perché ti ricordi di lui, e il figlio dell’uomo perché ti interessi di lui? Anzi, lo hai reso poco da meno di Dio; di gloria e splendore lo hai coronato. Lo hai fatto signore delle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Sal 8,2.4-7).
Il Figlio di Dio venendo nel mondo compie questo mistero di umanizzazione dell’universo secondo il disegno di Dio, innalzando la creatura umana alla natura divina: Egli annuncia e attua le grandi opere di Dio realizzando l’Alleanza nuova. Solo contemplando le opere del Signore attraverso lo sguardo di Gesù possiamo intuire i criteri di discernimento per vivere e aiutare a vivere evangelicamente. Il Magnificat lo testimonia. I discepoli di Gesù nei secoli ne sono un segno eloquente. Con questo spirito facciamo una lettura teologale della storia, del contesto, raccogliendo elementi significativi che delineano la condizione socio-culturale e religiosa dei giovani.
Non sono una sociologa o fenomenologa per poter delineare i tratti del contesto socio-culturale in cui si colloca la pastorale vocazionale, ho una certa sensibilità educativa perché Figlia di Maria Ausiliatrice e anche perché svolgo un servizio nella Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” ove, insegnando teologia, sono interpellata ad esplicitare le dimensioni antropologiche e pedagogiche della fede. Mi servo, così, di alcuni studi realizzati da esperti, senza nessuna pretesa di completezza, segnalando quelle dimensioni e istanze che mi sembrano più vicine alla nostra riflessione. Considero due quaderni IARD, tre relazioni proposte in ambito ecclesiale con attenzioni educative (Mario Pollo, Franco Garelli, Francesco Lambiasi) e una ricerca ancora in atto della CISM e USMI del Triveneto nella quale opera Giovanni Dal Piaz. Utilizzo due ricerche IARD del 4 dicembre ‘98. Esse riguardano rispettivamente : Idealisti, ma non troppo. Giovani e giustizia sociale verso il Duemila, Una società romantica? Valori e partecipazione tra i giovani.
La prima ricerca vuole verificare se e in che senso i giovani sono solidaristi, come si mobilitano per la giustizia sociale, quale senso danno alla democrazia, aspetti molto interessanti per la pastorale vocazionale. La vocazione, infatti, interpella soggetti non autistici, ma solidali: Gesù chiama i suoi a partire dalla loro capacità di condividere (cfr. i brani evangelici della sequela). Dallo studio risulta un mondo giovanile non univoco, pluralista; si esprime in una molteplicità di immagini che rendono evanescente la stessa categoria “giovani”, a differenza di quanto è capitato negli anni ‘60 e ‘70. Questo rilievo con espressioni diverse è condiviso dalla maggior parte delle ricerche.
Alle domande sulle aspirazioni dei giovani circa la scuola, la politica, la religione, il tempo libero, per verificare l’esistenza di prospettive solidaristiche, si sono avute risposte che fanno emergere la differenza di questa generazione da quelle precedenti, specie da quella del ‘68 ove i giovani costituivano una categoria visibile, analogamente al precedente movimento operaio e, grazie a questa visibilità e omogeneità, hanno potuto incidere sulla cultura. Oggi i giovani non sono più attori di innovazione culturale e di democrazia. Sono tornati sui giornali per motivi diversi. Ad esempio nell’estate del ‘98 sono apparsi titoli sul tipo di: Sciopero sì, ma dei giovani registra un’espressione di Mario Monti commissario europeo, Più potere ai giovani, ecco la legge per aiutarli è la proposta dell’On.le Livia Turco, Stato sociale, pagheranno i giovani è il titolo in National Bureau of Economic Research. Ultimamente sono ritornati sui giornali per le discoteche, le droghe sintetiche, la criminalità. Non sono proprio comparse esaltanti.
A partire dagli anni ‘90 acquista importanza pure il tema della frattura intergenerazionale, un altro dato importante per la pastorale vocazionale, perché verifica la capacità di intessere relazioni propositive diacroniche e sincroniche e, quindi, aprono gli orizzonti ad un senso della vita aperto alla storia[1].
Un rilievo a parte merita l’atteggiamento dei giovani nei confronti dei valori della democrazia. Le nuove generazioni sono abbastanza caute nei confronti dei sistemi maggioritari, sono per il maggioritario, ma non troppo. Di conseguenza l’ipotesi che i giovani siano passati a un sistema maggioritario può essere sostenuta solo con una certa cautela. Il dato è particolarmente rilevabile nelle ragazze che manifestano più equilibrio nel rispondere al quesito se sia giusto che decida la maggioranza, aderiscono all’idea di democrazia maggioritaria con minor entusiasmo, suggerendo di non essere troppo disinvolti o superficiali nel considerare il principio del winner takes all e di introdurlo con cautela nel nostro Paese.
L’ideale di una libertà sicura orienta i giovani verso i beni post-materialisti, in concreto verso il rispetto delle libertà individuali, un orientamento che va monitorato perché non è esente da ambiguità. La ricerca di sicurezza, usando anche la coercizione di chi trasgredisce le regole, sarebbe da collocare tra bisogni materialistici. Anche qui le ragazze sono meno propense ad affrontare i problemi in maniera drastica e dura, pure in casi in cui si mette in crisi il quieto vivere: emergono cautela, moderazione, attenzione al contesto, caratteristiche tradizionalmente collegate all’universo femminile[2]. I giovani si mostrano invece più interventisti idealisti, vogliono difendere la sicurezza pure con le forze dell’ordine.
Sull’ideale di uguaglianza sottolineano la necessità della pari opportunità di partenza per far appello successivamente al merito. L’ideale di uguaglianza economica è accolta come condizione di preliminare, mentre in seguito si fa riferimento al merito, alla competenza, all’impegno. Anche qui l’universo femminile appare meno meritocratico e meno darwinista sociale, quindi incline a un criterio di giustizia egualitario con più morbidezza, equilibrio, sobrietà e discrezionalità. Sono attente allo spettro pluralistico, sfaccettato, che, in campo sociale, esige soluzioni meno drastiche e disinvolte perché potrebbero essere superficiali.
I giovani e le giovani sono civici, ma adattivi. Infatti nei criteri di giudizio offrono una molteplicità di orientamenti che denotano una generazione civico-adattiva la quale sostanzialmente ha assorbito i valori civili legati ai diritti di cittadinanza democratica, tuttavia rinuncia ad una loro rivendicazione, preferendo optare per un loro adattamento ai vincoli e ai problemi sentiti come urgenti nella vita sociale di ogni giorno, un civismo adattivo, quindi in chiave piuttosto individualistica o micro-associativa, con segmenti di azione collettiva che giustificano il silenzio sociale dei giovani, la loro poca visibilità nell’agenda del discorso sul pubblico. È difficile dire se questa situazione finirà per agevolare il consumo del futuro o frenerà una nuova retorica strumentale che tende ad indebolire le acquisizioni di cittadinanza democratica.
L’altra ricerca IARD indaga sulla dimensione neo-romantica della società. A partire dagli anni ‘80 i movimenti sociali non sono più al centro di interesse, scende il numero di iscritti ai sindacati e soprattutto ai partiti, quindi cala la militanza politica. Qualcuno ha letto il fenomeno come un riflusso nel privato, secondo una concezione ciclica della vita. Si notano invece fenomeni oscillatori dovuti a singolari trasformazioni. I motivi possono individuarsi nella crisi dei grandi soggetti collettivi e nella loro frantumazione in piccoli gruppi con debole appartenenza, molto diversi dai soggetti collettivi precedenti sul tipo della classe operaia o dei giovani del ‘68. Oggi l’appartenenza è debole e rimanda alla libertà individuale: si può fare un’analogia confrontando il movimento operaio con quello ecologista. Tra i motori di sviluppo del cambiamento si possono segnalare la crescita del benessere materiale e della scolarità, l’incremento della comunicazione di massa. Una partecipazione sociale bassa e non visibile genera una forma di individualismo e di immediatezza nell’assunzione culturale non più mediata dal gruppo sociale.
Un dato dell’occidente che ha le sue matrici nella cultura greca? È un quesito che mi sono posto e per il cui approfondimento ricorderei il processo messo in moto nel bacino Mediterraneo dalla scrittura fonetica con la scrittura non solo consonantica, ma vocalica della Grecia la quale ha favorito la tendenza all’apprendimento e alla comunicazione individuali[3]. Il gioco dell’io non ha bisogno di mediazioni e sceglie quelle che giudica ad hoc, per cui si indeboliscono i gruppi di appartenenza, compresa la famiglia. I gruppi non sono più gli unici fattori di integrazione, si possono scegliere altre vie più ricche e meno faticose.
Dalla ricerca IARD sulla partecipazione sociale dei giovani la religione, il sindacato e la politica sono agli ultimi posti, tra i primi vi sono gruppi a interessi culturali, ricreativi, sportivi, turistici. Questo dato non conferma l’ipotesi del loro individualismo. Non sono individualisti, scelgono piuttosto una partecipazione meno coinvolgente, associazioni a tempo determinato, per obiettivi particolari di tipo individuale. Raramente e con fatica accettano la partecipazione regolare e organica in organizzazioni con impegno pubblico, vincolato ad un’appartenenza associativa. L’impegno non è un valore bandiera per loro; essi si mostrano più orientati verso la flessibilità e il cambiamento con tendenza al relativismo. Forse è un effetto della società complessa. Nella scala dei valori la famiglia, l’amore, l’amicizia sono ai primi posti[4].
È evidente la distanza, anzi il baratro, che separa le scelte a favore della vita privata da quelle per l’impegno pubblico. Sembra comunque che non si possa parlare di individualismo. Contro l’imperialismo della tecnica il romanticismo o il mondo degli affetti, delle emozioni, fa da regolatore, come nella prima industrializzazione: alla ragione utilitaria si contrappone il sentimento. Il romanticismo, infatti, è nato con il capitalismo industriale. La modernità ha connotato la famiglia con valori che rimandano all’intimità, spingendola nel privato. Quindi non stupisce che in una società in cui il mercato regola la vita sorga il bisogno di intimità, di un mondo di affetti legati al privato. Pure la religione è assunta come luogo di sentimenti, di emozioni, di scelta privata, senza visibilità, senza percepirne l’incidenza sul sociale.
Una parola sul lavoro: il lavoro con stipendio redditizio continua ad essere ricercato, non per il danaro in se stesso, ma per le possibilità che crea, quindi non è in alternativa alla dimensione “romantica”. Personalmente ritrovo questi tratti pure nel mondo adulto. Forse vi è un mondo adulto che ha abdicato a pronunciarsi come collettività su ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso, lasciando all’opzione individuale le grandi questioni, la scelta dei valori, il senso del bene comune. Anche nel mondo politico si scorgono questi tratti individualistici e micro-sociali che generano una confusione tra bene individuale e bene del Paese. Così il pubblico viene percepito come somma di individualismi avallando questa percezione con alcune sue istituzioni.
Il solidarismo come stile di vita, non solo come risposta alle emergenze, per poter diventare una dimensione del mondo giovanile, deve essere testimoniato e, quindi, trasmesso, dal mondo adulto come collettività. In tal senso si può capire il problema delle vocazioni e della loro collocazione in gruppi meno formali, meno strutturati, meno coinvolgenti nell’impegno, anche se emotivamente con molta presa, le vocazioni a tempo senza molta organizzazione o, al massimo, con micro-organizzazioni. Nelle nuove generazioni di religiose e religiosi si scorge una consistente paura per le grandi opere. Questa ricerca del micro andrebbe monitorata perché non scada nell’evasione e nel narcisismo di gruppo, in una delimitazione di spazi operativi che alimenti lo stile di vita borghese.
Franco Garelli nella ricerca La condizione giovanile in Liguria e Toscana, ricerca proposta alla famiglia salesiana della Liguria e della Toscana il 3 settembre 1997, ha offerto alcuni dati generali che possono essere utili in quanto sono già mediati in senso educativo. Registra dei tratti che qualificano i giovani di queste regioni con un’espressione di Teresa Torti “pochi, sospesi, immobili, disattesi, carenti di prospettive e progettualità, poco attivi e ai margini della religiosità, un senso del sé e del noi senza memoria, verso i gruppi come bande”. Offre successivamente delle indicazioni generali sul mondo giovanile esplicitando alcuni risvolti operativi, procedendo sempre con molta cautela.
Annota la forte centralità dell’esperienza, il bisogno di sperimentazione che porta a moltiplicare le occasioni e la fatica nel gestirle: il mondo giovanile è una generazione dalle emozioni forti, ripetute, ricorrenti. Al riguardo vorrei riportare un’annotazione di Stefano Zamagni all’assemblea USMI: ha segnalato che la società attuale spinge l’opzionalità oltre gli strumenti sui fini, l’opzionalità dilatata genera una caduta di intenzionalità, una difficoltà a scegliere in maniera coerente e fedele secondo un progetto di vita L’esito può essere il totale relativismo o la disperazione[5].
Un altro tratto è la dimensione dell’apparire, della spettacolarizzazione. Lo spettacolo è visto come un momento di identificazione. Vi è un paradosso: da una parte i giovani sono assai gelosi della privacy, dall’altra si espongono in pubblico, cercano una identificazione collettiva in esperienze frammentarie senza costante e consistente impegno. Così partecipano a meeting, a concerti, tendopoli, ecc. Sentono molto il problema di come gli altri li vedono, quale idea hanno di loro. Mostrano una carente dialettica tra essere e dover essere. Usano con frequenza le parole autenticità, significatività, identità, ma non danno ad esse un valore oggettivo nel confronto con un quadro di idee forti, trainanti, autonome dal soggetto.
Garelli si interroga pure sulla consistenza della ricerca nel mondo giovanile. L’attenzione al sé, alla narrazione di sé, non offre elementi sufficienti per dire che i giovani sono alla ricerca di senso in maniera continuativa e significativa. Questa va provocata. La debole ricerca probabilmente è congruente con la società complessa e la complessità del vivere che tende all’individualismo e alla micro-società per neutralizzare i problemi della globalizzazione. Sembra prevalere la ricerca di rassicurazione, la domanda di autoconferma, l’esigenza di gratificazione, atteggiamenti che riducono gli spazi e le prospettive di realizzazione e indicano un modo abbastanza circoscritto di rappresentare se stessi nella vita e nella società.
I giovani di oggi sembrano essere più equilibrati del passato e anche di certi adulti. Cercano un equilibrio e un’armonia nel piccolo gruppo a livello affettivo. La famiglia è l’ambiente più valorizzato per il mondo degli affetti e il bisogno di sicurezza. Forse più degli adulti sono meno legati all’erotismo e più all’affettività. Secondo alcuni operatori della RAI i giovani non vogliono vedere i nudi femminili, ma i mass media continuano a proporli spesso impoverendo le giovani, perché queste ragazze “esposte” vengono talvolta da ambienti poveri di opportunità e con la loro strumentalizzazione si carica su di loro un’altra povertà: quella della propria dignità. I giovani sono figli della società dei consumi, protagonisti di acquisti e di stili di vita appariscenti. Costituiscono una generazione capace di navigare nella complessità e di trovare antidoti con pluri-appartenenze effimere senza identificarsi con esse. Nella diversità e pluralità culturale cercano propri percorsi, vivono per conto proprio, in una sorta di diversità culturale.
Il modo di stare nella società per alcuni versi è alternativo per altri parallelo, tipico di chi si considera ai margini e non ha bisogno di interagire con gli altri. Tale collocazione dice pure che sono venute meno una serie di mediazioni tra le proposte della società e le istanze individuali. Negli anni ‘90 sono venuti meno i sistemi-ponte tra le esigenze degli individui e quelle della società.
La soluzione del problema non è imbrigliare i giovani, ma far nascere in loro domande che facciano maturare l’assunzione di responsabilità. La sfida è individuare a quali condizioni questo può avvenire, mentre si risponde ai loro bisogni, per controbilanciare lo scollamento tra soggetto e società. A questo proposito sono venute meno una serie di mediazioni educative-associative che introducevano l’individuo nella società e gli permettevano un tirocinio nel gestire le responsabilità. La carenza di mediazioni forse si è operata per lo spostamento dall’impegno educativo al fatto informativo e culturale, pensando implicitamente che l’informazione sia sufficiente a far maturare atteggiamenti responsabili. È il tributo alla società dell’immagine secondo la quale basta parlare di una realtà per credere di aver assolto un compito.
A proposito di questa nostra società Riccardo Muti, al TG del 31.12.1999, definisce il nostro secolo un secolo vuoto e ai auspica che il prossimo sia spirituale, con una tensione di valori che neutralizzi l’impero demoniaco della tecnologia. Non è la tecnica, ma l’uomo che è al vertice di essa il quale, se privo di valori etici, può costruire con le macchine la schiavitù spirituale per sé e per gli altri. La Chiesa nei secoli al riguardo ha dato sempre un considerevole contributo perché la fede e quindi la vocazione è un potenziale esplosivo di libertà e di emancipazione. Oggi va ricompreso questo patrimonio e c’è bisogno di educatori e di clima educativo.
I ragazzi sono destinatari di proposte disparate, hanno difficoltà a riconoscerne la consistenza, risultano così passivi, tendono a comporre il molteplice con esiti dissociativi, perché carenti di alcune condizioni di base senza le quali risulta difficile giungere a sintesi esistenziali di vita e, quindi, all’impegno duraturo. Sono soggetti che hanno difficoltà a comprendere il valore del silenzio e della ricerca personale, pensano alla propria vita in termini di acquisizione immediata di possibilità più che in termini di progressiva costruzione di sé e di conquista graduale di propri spazi e opportunità, sono propensi ad attribuire valore a modelli appariscenti più che allo stile sobrio ed essenziale, tendono a vivere alla giornata più che impostare la vita in termini di progettualità ampia, guardano la vita in termini problematici più che misterici, riflettono una logica di banda o piccolo gruppo omogeneo più che di presenza sociale comunitaria collettiva, risentono di un clima di rivendicazione e sfiducia più che di costruzione.
Si tratta di carenze di fondo del contesto culturale che condizionano la proposta educativa. Quindi bisogna investire perché i giovani acquisiscano progettualità, fiducia in sé e negli altri, atteggiamenti positivi verso il futuro, il senso di protagonismo costruttivo nel processo di crescita personale, rischiando per il bene. Va superata la riduzione intenzionale della complessità che fa isolare e ritagliare spazi e tempi a propria misura in una sicurezza apparente fuori contesto. Talvolta anche lo stare in famiglia è sintomo della ricerca di sicurezza apparente, come sembra risultare dalla difficoltà a crearsi una loro famiglia.
Bisogna costruire quelle condizioni di base che promuovono la progettualità facendo attenzione alla loro cultura, ai loro bisogni. Ci vuole l’analisi dei bisogni, altrimenti rischiamo di fare grandi riflessioni sugli ideali che risultano poco efficaci ad avviare i processi di crescita. Le proposte educative vanno correlate con le questioni strutturali. Le realtà educative hanno un ruolo fondamentale perché i giovani non vivano ripiegati, acquisiscano fiducia e progettualità, siano informati a una visione della vita solida, aperta al mondo, una visione misterica, teologale. Per favorire questa visione occorre ripristinare i sistemi-ponte di mediazione, tirocini pratici di responsabilità, altrimenti si hanno giovani accuditi che all’improvviso diventano responsabili, come capita in alcune famiglie ove i giovani passano da minori a genitori.
Ancora, occorre far ritrovare ai giovani un proprio habitat di appartenenza per non essere sempre trainati, diversamente non può crescere il senso della comunità che promuove identità solidali; occorre contrastare la tendenza alla staticità e passività culturale, al consumismo delle proposte e al turismo di esperienze, per promuovere in loro una mentalità rinnovata, un nuovo sapere come saggezza della vita. Mi pare che sia fondamentale individuare e favorire l’assimilazione di un nucleo di saggezza di vita evangelica condiviso, centrare sull’essenziale del comandamento fondamentale.
Nella pastorale vocazionale c’è bisogno di proposte differenziate che si fanno carico dei giovani da quelli indifferenti a quelli impegnati. È urgente l’impegno per l’educazione valorizzando il patrimonio educativo cristiano che rischia di essere inflazionato. In tal senso privilegiare l’azione educativa di base non solo per i giovani in disagio, ma anche per quelli normali; scegliere l’accompagnamento e la vicinanza che facilitano la mediazione di offerte educative forti che stimolino il processo di crescita, dentro un clima educativo di amorevolezza, elaborando un’alta proposta conoscitivo-culturale. I ragazzi vanno coinvolti mediante un’appropriata animazione. Una cura particolare va per l’ambiente educativo ove va favorita la collaborazione tra le varie vocazioni ecclesiali, tra i movimenti, tra le diverse età, con un singolare ruolo delle persone anziane.
Mario Pollo in Essere giovani nella complessità, tra speranza e indifferenza, (relazione all’assemblea generale CEI, Collevalenza 9-12 novembre 1998), offre altre indicazioni significative.
Sottolinea che la categoria giovane si sta dissolvendo. La tendenza alla soggettivizzazione per la complessità sociale (complessità addensata), il politeismo dei valori, di idee, di concezioni di vita costruiscono una cultura come arcipelago, quindi frammentaria che non può qualificare una categoria o una classe sociale. Sono finite le grandi narrazioni o ideologie. La costruzione di sé è senza riferimenti all’esterno, all’oggettivo. Si nota una perdita della capacità di interpretare la storia, quindi il sé è senza tempo. Questi elementi portano alla chiusura su se stessi e a quelle micro-aperture che corrispondono al proprio piccolo mondo, mondo quotidiano.
Nella società contemporanea si riscontra un paradosso: bambini adulti e adulti infantili nell’atteggiamento, nel vestire, nel parlare. Si possono annotare la desacralizzazione e la risacralizzazione, la relativizzazione del tempo e dell’età della vita, il relativismo morale, l’aprogettualità, la prigionia nel presente, un abitare i non luoghi e i non tempi, la reversibilità delle scelte e frammentazione dell’identità, un incontro virtuale con l’altro, l’esperienza religiosa ha derive soggettivistiche e privatistiche per la secolarizzazione della cultura.
Questi tratti della cultura odierna appiattiscono la progettualità con la identificazione dello scopos con il telos, in una paratassi di obiettivi che non favoriscono la costruzione di personalità unitarie con tensioni progettuali fedeli e coerenti.
Giovanni Dal Piaz ha condotto una ricerca sociologica, promossa dalla CISM e dall’USMI, su religiosi e religiose giovani del Triveneto: Discernimento vocazionale e formazione negli istituti religiosi del Triveneto. Le domande e le aspettative delle nuove generazioni. Evidenzia che la rappresentazione della condizione giovanile è fatta dagli adulti i quali vi proiettano le loro aspirazioni e paure, il proprio mondo e orizzonte di valori, creando il fenomeno della proiezione. Tra le caratteristiche dei giovani di oggi ricorda il desiderio di autorealizzazione al quale bisogna riferirsi per scorgere le ragioni della scelta della vita religiosa.
Dalla ricerca emerge che i giovani di entrambi i sessi che entrano nella vita religiosa hanno le stesse caratteristiche dei loro coetanei con le conseguenti dinamiche nelle loro esperienze, nelle modalità di assunzione delle responsabilità e di passaggio alla vita adulta. Non entrano nell’istituto per rinnegare se stessi, ma per realizzarsi. Anche la missione è colta in questa prospettiva. Entrano, quindi, per star bene, essere accolti, non per rinunciare a qualcosa, ma per trovare qualcosa. Anche chi entra in cerca di spiritualità, lo fa per mettere ordine in una serie di esperienze religiose precedenti. Accanto allo stare bene nell’autorealizzazione si colloca l’importanza della dimensione relazionale, vista non tanto nella sua direzione verticale, il rapporto con l’autorità, quanto in quella orizzontale, il rapporto con la comunità.
Pertanto, nella formazione bisogna fare attenzione a questi aspetti e creare le condizioni che aprono allo star bene nel senso evangelico. Anche l’adesione all’istituto avviene con riserva, sono meno idealisti, più consapevoli dei limiti delle istituzioni e dei membri che le compongono.
Un’altra caratteristica è un’eterna giovinezza: una tendenza a procrastinare le scelte che appaiono decisive, rinviate il più a lungo possibile. La giovinezza non sembra più essere, come nelle epoche precedenti, un’età di passaggio. I giovani non mostrano di essere molto preoccupati a definire l’identità, il proprio progetto; lasciano lo spazio alla sperimentazione ulteriore, ma non è chiaro il confine della sperimentazione, per cui non si dedicano totalmente, ma con riserve. I giovani religiosi come i loro coetanei, sono propensi a fare molteplici esperienze, purché calde, vivaci, piacevoli, magari eroiche, ma sempre a tempo, come l’andare in missioni difficili.
Tendono a negoziare la loro permanenza negli istituti, in una sorta di patteggiamento e di contrattualismo che può arrivare al ricatto, come avviene in qualche famiglia. Questo è favorito dal fatto che sovente essi sono pochi e percepiscono di fare un piacere a stare dentro, sono come superprotetti, in una posizione di mercato che, se non vi sono proposte educative alte, degenera in una logica pattizia.
Un altro tratto è il primato della comunicazione che va oltre i valori da comunicare, solo per l’attenzione alle relazioni. Ciò accade anche nelle relazioni con i superiori. Il rapporto intergenerazionale si pone in termini ambigui che vanno dal mammismo alla rivalità.
Nel loro atteggiarsi fanno l’elogio dell’autenticità, ma è intesa come coerenza con se stessi. Forse l’identità fragile è difesa così, per cui si sottopongono solo a emozioni e difficoltà che non minacciano l’io. Quindi un’autenticità senza referenti oggettivi. La ricerca ha anche delle interviste per valutare alcuni aspetti qualitativi.
Da esse emerge che la rappresentazione della vita religiosa nella società, nella famiglia, nell’immaginario collettivo porta a divaricare il mondo maschile da quello femminile: ricorrono immagini fantasiose del prete e della suora. Le persone intervistate sottolineano che hanno scelto la vita religiosa senza condizionamenti dell’ambiente, della famiglia o di altri fattori, anche le esperienze precedenti vi hanno inciso relativamente, compresa l’appartenenza ad associazioni ecclesiali. Queste hanno influito solo se sono state esperienze forti, ma sempre in maniera non determinante. Lo stesso dicono dei rapporti con la parrocchia.
Circa la rappresentazione della vita religiosa femminile, le stesse giovani riconoscono che in precedenza avevano immagini di suore come di persone fuori del mondo, anormali, per cui scegliere di farsi suora non è stato molto facile, anzi nel contesto culturale attuale, dominato da stereotipi, è persino traumatico e costituisce un ostacolo allo sviluppo del percorso vocazionale. L’idea pessima sugli istituti religiosi femminili come istituzioni rigide non facilita il cammino. Le resistenze ambientali crescono se si tiene presente che, nonostante le pari opportunità, le giovani sono più controllate dei loro coetanei anche nelle istituzioni religiose. Sembrerebbe che i maschi siano più capaci di arrangiarsi, mentre le ragazze abbiano bisogno di essere guidate, protette, consigliate.
Altro elemento che ricorre: una immagine di vita religiosa apostolica piuttosto monastica, un carattere di stranezza che emerge dal simbolico, dalle proiezioni. Le suore apostoliche sono pensate come donne che sono nel mondo come in un caos, desiderose di rientrare al più presto nel chiostro, quindi con un rapporto con il mondo abbastanza problematico. Sovente persistono rappresentazioni di suore dell’asilo o degli ospedali arcigne, severe, per nulla evangeliche.
Che una suora visiti le famiglie, operi nella pastorale parrocchiale, ecc., pare marginale, emerge di più la presenza tradizionale dei livelli bassi di scolarizzazione. In queste mentalità incidono i mass media che permangono nel proporre un’immagine manzoniana di suore. L’idea della separatezza gioca ancora da ostacolo sul cammino vocazionale femminile.
Le motivazioni per entrare nella vita religiosa non sono legate alla categoria del sacrificio e della rinuncia, ma a quella dell’autorealizzazione. Anche le parole chiavi giovanili: autenticità, personalizzazione, felicità, bisogno, desiderio, affettività nascondono questi motivi. Non è la ricerca di una vita comoda, ma felice, realizzata, che non si contrappone alla radicalità evangelica. La scelta dell’istituto non genera particolari conflitti, né ricerche ansiose. Sovente le giovani e i giovani entrano in un istituto con una conoscenza non profonda, con scarsa attenzione al carisma e alla missione e più attenzione al trovarsi bene.
Le forme di integrazione negli istituti sono varie, dipendono dalle aspettative e dal confronto con la realtà nel rapporto individuo e organizzazione. L’adattamento del soggetto varia: vanno dall’entusiasta, al realista, al critico, al non integrato critico e all’integrato critico. Nel mondo maschile emerge talvolta un’idea trionfalistica della vita religiosa e delle sue istituzioni, mentre il mondo femminile è più realista, non è mai trionfalista. Le ragazze manifestano maggior partecipazione e più emotività nel parlare delle proprie esperienze, hanno ferite aperte nel non essere accolte in maniera adeguata nelle istituzioni religiose.
I maschi sono più disinvolti e avvertono meno il controllo sociale, mentre nel mondo femminile incide maggiormente il peso delle regole. Le ragazze sono più relazionate a un sistema sociale di tipo comunitario, mentre i maschi gestiscono più spazio di manovra, si confrontano di più come individui dentro una istituzione.
La ricerca studia anche il rapporto tra grado di pluralismo esperito nella propria vita e modalità di integrazione nella istituzione religiosa. I soggetti vengono da esperienze diverse. Nelle donne si conferma almeno in parte l’ipotesi che le esperienze pluraliste rendono difficile l’adattamento, mentre nei maschi incide di più il livello più basso di scolarizzazione. I punti di attrito nel rapporto con l’istituto segnalano la dialettica tra il soggetto e l’istituzione. La ricerca della vita fraterna e dell’affettività sono elementi da valorizzare. Tra le difficoltà sono sottolineate la mancanza di libertà, le relazioni non trasparenti, la difficoltà a stare in comunità. La forma di comunità femminile tradizionale, ideologizzata a livello teologico, esplode. La questione dell’affettività nella vita comune sembra un nodo problematico anche del mondo maschile, ma il minor controllo offre altre vie di uscita. Circa la preghiera emergono due problemi nella vita religiosa femminile: la sua collocazione nella vita apostolica e una maggior personalizzazione e partecipazione attiva.
Il rapporto intergenerazionale è un altro nodo in quanto, specie nel mondo femminile, l’essere in minoranza provoca delle difficoltà che possono essere di segno opposto: dall’eccessiva esaltazione all’emarginazione e isolamento. I processi formativi esigono il superamento dell’omologazione, del sistema di indottrinamento, della schematizzazione degli itinerari, per fare più spazio all’attenzione adeguata alla persona. Va sottolineata la continuità educativa nelle diverse fasi del processo formativo come fondamentale per la crescita. La solitudine e l’isolamento emergono come ostacoli che non favoriscono la crescita e hanno contribuito in alcune a scegliere di abbandonare l’istituto.
Le regole, gli abiti e le abitudini non creano particolari problemi, anzi emerge il bisogno di distinguere la Regola dalle regole. Il problema va al di là dell’abito e va sulle aspettative sociali nei confronti della vita religiosa. Si rifiuta il formalismo, non la Regola[6].
I punti da rafforzare e le risorse da valorizzare potrebbero riassumersi in:
* autorealizzazione e autenticità nella cultura della soggettività secondo una logica non individualistica, ma di rispetto alla persona vista nella sua dimensione misterica, quindi teologale e solidale;
* maturazione dell’affettività in un apprendimento a volersi bene in modo evangelico, facendosi carico reciprocamente in relazioni ad ampio raggio in senso diacronico e sincronico, sino alla prospettiva ecologica che spinge a farsi carico del mondo;
* attenzione ai dinamismi di crescita e, quindi, ai passi concreti dentro il contesto, senza evasioni in riflessioni retoriche sui valori, ma anche senza “terrenismi”, senza appiattire le alte aspirazioni ideali;
* valorizzazione del ricco patrimonio spirituale e pedagogico della Chiesa e delle singole istituzioni ecclesiali, con un particolare rilievo alla maternità/paternità evangeliche secondo le vocazioni peculiari, quale risposta all’esperienza di orfanezza che sperimenta il mondo giovanile, quale occasione per acquisire memoria senza la quale non vi è profezia.
Vi è una cultura antivocazionale che andrebbe evangelicamente contrastata come servizio alla umanità in quanto una vita concepita come consumo e non come vocazione umilia la dignità della persona. Dal mondo contemporaneo giovanile emergono quindi dei punti da rafforzare perché possono scadere nell’ambiguità, ma vi sono anche delle risorse da valorizzare. Gesù continua a chiamare! Il suo appello può essere accolto solo coltivando l’interpersonalità eucaristica e mariana.
NELL’ESULTANZA EUCARISTICA E MARIANA
LA PROGETTUALITÀ
DI UN UMANESIMO SOLIDALE E TEOLOGALE
Gesù dice: “Vieni e seguimi!”. Lo dice oggi, come un tempo, perché Egli, il Risorto, è presente nella nostra storia ed è presente in modo singolare e unico nell’Eucaristia. La sua chiamata può essere ascoltata e accolta solo in un rapporto interpersonale con Lui. La Chiesa, infatti, nasce nel suo essere e nella sua missione, dall’Eucaristia. Il centro della vita cristiana è il mistero pasquale del quale l’Eucaristia è il memoriale permanente, come viatico, cibo del cammino, della progettualità, del già e non ancora, fino a che Egli venga. Qui matura la persona. Non bastano le condizioni materiali adeguate, quale ad esempio l’ambiente chimico adatto per far crescere la vita umana, occorrono relazioni umane, la comunione, l’amore. L’Eucaristia è la presenza per una comunione inaudita ove la creatura umana viene divinizzata, partecipa alla natura divina, non in astratto o per evasione, ma proprio nella coniugazione che Cristo opera della nostra vita con la sua.
La liturgia cristiana entra in questo dinamismo. Caro Christi, Caro Mariae: l’Eucaristia rimanda a Maria, icona perfetta nella sequela. Ella, per la sua glorificazione, è presente nella nostra storia analogamente al Risorto; cammina con i suoi figli. Come l’Eucaristia è viatico per la vita eterna, così Maria canta con le generazioni il Magnificat al Signore in modo che ogni vita possa comprendersi nelle grandi opere di Dio.
Nel Cristo e nella sua e nostra Madre, non nella contrapposizione o nel parallelismo, ma nella coniugazione, possiamo scorgere il percorso dell’identità umana dall’antico al nuovo Adamo, dal terroso all’angelico, una identità teologale e solidale, solidale perché teologale. L’identità di genere, maschile e femminile, è alla radice ed è un’urgenza nel mondo contemporaneo ove si sta registrando una forma pericolosa di regressione verso l’omologazione dei sessi sotto forma di indistinzione vista come possibilità di giocare sui due fronti[7]. Rimando ad alcuni studi per l’esplicitazione teologica della prospettiva eucaristica e mariana[8]. Propongo solo qualche indicazione operativa.
A fondamento vi è la centralità di Gesù nel processo di identificazione cristiana e, direi, umana proprio perché Egli rivela il volto di Dio e il volto della creatura umana secondo il progetto divino. La società complessa ha bisogno di un principio di semplificazione! Qui siamo al massimo livello di espressione perché rimanda alle origini – tutto è fatto in Lui, Egli è l’immagine del Dio invisibile, primogenito di ogni creatura -, e conduce alla pienezza escatologica dove Dio sarà tutto in tutti. La vocazione si svolge tutta sul fascino che Gesù esercita nella vita del soggetto.
Maria di Nazareth è la creatura più eccelsa dell’universo, colei che ha realizzato in pieno il progetto divino. Ella, quale Nuova Eva, è Madre dei viventi, ma in quanto figlia di Eva è nostra sorella, punto di riferimento per la identificazione antropologica[9]. Gesù nell’Eucaristia, quale presenza, e Maria con il suo Magnificat sono, così, il riferimento di identità flessibili non affidate all’emotività, ma alla scoperta del progetto di Dio nell’itineranza dentro la storia, con tutte le forze. Sono la celebrazione della libertà umana di fronte all’Assoluto.
L’ingresso del cristianesimo nella storia ha segnato il primato della libertà e del bene sull’intelligenza e sul vero[10]. La domanda di libertà come responsabilità e come valore sociale, non come arbitrio, può trovare qui la sua attuazione. Essa è celebrata come ethos dell’amore, come amore che giunge fino alla fine, sulla scia del Signore che ci amò sino alla fine e questo amore effonde nei nostri cuori nel Memoriale. La liberazione della libertà è il punto nodale della progettualità vocazionale. Non esiste vocazione senza libertà.
I Vangeli, la storia della Chiesa attestano come la chiamata di Gesù sia risultata un potenziale incredibile di emancipazione e di libertà, un potenziale che si manifesta di più nel mondo femminile perché meno scontato a livello socio-culturale. E, paradossalmente, il mondo femminile soffre di più per la libertà (cfr. la ricerca di Dal Piaz).
La Chiesa ha espresso la sua forza profetica proprio valorizzando le donne: queste hanno operato nella libertà acquisendo identità. Si pensi alle martiri, alle vergini, alle monache e a tante donne dedicate al Vangelo. La libertà delle donne si è celebrata nel loro corpo e nella gestione delle proprie risorse, come lascia intuire Luca 8,2-3, in quanto sul corpo della donna decidevano il padre o il marito. La scelta della verginità e della vita monastica è risultata così un potenziale di emancipazione, un segno della libertà che rende possibile la fede.
Questo potenziale emancipatorio rivoluzionario va ricuperato. Indico qualche punto di forza:
* la libertà necessita oggi dell’ermeneutica evangelica che ne mette in rilievo la sua caratteristica di apertura al bene, quindi come capacità di accoglienza, come facoltà spirituale in costruzione attraverso la disponibilità effettiva alla pratica del bene; non è arbitrio, non è cioè la funzione storica con cui la libertà si esercita e che appare come opzione tra i beni, o, ancor più al limite, come opzione tra il bene e il male, ma è radicale e grata accoglienza del bene;
* anche l’intelligenza è capacità di accoglienza, si costruisce nella ricerca del vero, non si identifica con la ragione moderna che avanza la pretesa di essere già costruita e di poter giudicare e dare regole al mondo;
* il patrimonio storico-culturale ed ecclesiale, accumulato con l’esercizio personale e collettivo della libertà e intelligenza, costituisce un nucleo fondamentale da tener presente nell’inculturazione della fede e quindi delle sue varie espressioni spirituali;
* la Chiesa fin dalle origini è risultata l’istituzione che ha valorizzato al massimo le risorse femminili, offrendo alle donne spazi di realizzazione inesistenti nel contesto socio-culturale; deve riesprimere questo potenziale profetico oggi perché sia le società consumistiche sia quelle dittatoriali non promuovono la libertà e l’intelligenza;
* la scelta della vita consacrata nelle sue evoluzioni è risultata la più emancipatoria per le donne perché ha promosso la loro identità profonda e ha spinto la loro progettualità oltre ogni attesa del contesto socio-culturale;
* l’epoca moderna segna un passaggio fondamentale nella visibilità delle donne: da una parte si incrementa il misoginismo, dall’altra sorgono donne propositive e libere che danno vita a nuove forme di servizio secondo il Vangelo;
* il peso degli stereotipi sulla donna invisibile, confinata all’interno della casa o del monastero, protetta-custodita dagli uomini, quindi comandata e controllata perché incapace di libertà, ha prevalso, segnando una regressione nel mondo religioso femminile;
* la regressione è stata approvata anche dalla società civile che non ha visto di buon occhio queste donne così vivaci nella società perché erano un impedimento al processo di secolarizzazione anticlericale;
* la Chiesa da parte sua implicitamente ha dato spazio alle donne operando una femminilizzazione della religione, senza però riconoscere la loro risorsa a livello ministeriale: alla forma di conventualizzazione si è contrapposta una forma di vita consacrata presente, ma invisibile nella Chiesa e nel mondo: la consacrazione secolare; la dialettica è stata: vuoi essere riconosciuta religiosa? Ritirati nel convento; vuoi essere nel mondo? Consacrati in privato;
* la “discriminazione” femminile legata agli stereotipi appare evidente se si confrontano gli istituti femminili con quelli maschili dello stesso carisma;
* il concilio Vaticano II ha spinto gli istituti a ritornare alle radici del Vangelo e del carisma dei fondatori, ha sottolineato l’uguaglianza battesimale, il coinvolgimento di tutti nella missione, il dialogo fecondo Chiesa-mondo;
* il mondo religioso femminile non avrebbe avuto il coraggio di rivedere gli stili di vita senza questo intervento di autorità, tanto era abituato ad essere sottomesso al mondo maschile, benché non mancassero eccezioni;
* oggi siamo ad una svolta di civiltà nella quale vanno valorizzate queste risorse a vantaggio non solo della Chiesa, ma dell’umanità.
La libertà evangelica offre una nuova ermeneutica della libertà in una società tecnologica e da questa viene una nuova intelligenza, quella esigita dal superamento dei limiti della modernità mediante l’approccio olistico, profetico, simbolico. Maria è modello della libertà e intelligenza nella sua sequela di Gesù, nel suo meditare. In altri contesti ho fatto delle riflessione sul consiglio di obbedienza evangelica e la sua portata umanizzante, la sua proposta ecologica nel mondo contemporaneo.
Il cristianesimo entrando nel mondo greco-romano ha subito il fascino della cultura greca, in particolare della gnosi e della mistica dell’Uno, ma ha subito pure il fascino della cultura romana con il suo diritto e organizzazione per cui la Chiesa, soprattutto quella latina, si è organizzata dandosi regole, costruendo e stabilendo comunicazioni. Le grandi opere e le grandi costruzioni sono il segno di questa cultura che non va inflazionata, ma lo stile organizzativo e il modo di gestire l’autorità può essere rivisto proprio in sintonia con la trasformazione socio-culturale ed ecclesiale che mette in rilievo l’uguaglianza, la partecipazione, la sussidiarietà. Un polo di attenzione è costituito dai valori del mondo latino: la capacità di organizzazione secondo regole universali che lasciano grande libertà di attuazione nelle diverse regioni. Regole e flessibilità, comunicazione e costruzione delle vie per comunicare sono elementi che ci interpellano nella riorganizzazione delle risorse. L’organizzazione delle risorse anche economiche ha subito nei secoli costanti trasformazioni secondo le acquisizioni della saggezza organizzativa umana, con molta pragmaticità sono state cambiate organizzazioni e regolamenti che non esprimevano il nucleo costitutivo della fede. Sono risorse che vanno valorizzate, ma anche vanno messi in luce alcuni limiti che derivano dal condizionamento storico-culturale.
Il sistema formativo di personalizzazione dei valori, va rivisto coniugando le risorse della fede e dei carismi con le acquisizioni antropologiche e pedagogiche odierne. La domanda di cittadinanza può essere un altro aspetto su cui riflettere per riorganizzare la pastorale vocazionale. Oggi la domanda oltrepassa i confini nazionali, emerge come richiesta di una cittadinanza senza frontiere. L’Eucaristia e Maria sono la risposta inaudita a questa esigenza. Il Nuovo Adamo e la Nuova Eva ci ammaestrano sull’appartenenza all’unica famiglia umana.
Ogni vocazione ha una dimensione personale e profetica, quindi si apre alla cittadinanza universale. Indico qualche punto di forza:
* la creazione non è compiuta, è in cammino;
* Dio affida la creazione nelle mani della sua creatura, nelle nostre mani, perché giunga a compimento, Egli vuole operare con noi;
* nei secoli emerge un profondo rapporto tra povertà volontaria e servizio ai poveri di fatto, tra scelta di povertà e civiltà, tra scelta di povertà e capacità di contemplare e rispettare la bellezza dell’universo, tra povertà ed ecologia;
* nei secoli emerge che l’accaparramento dei beni genera una chiusura del cuore nell’egocentrismo che degenera in indifferenza nei confronti dei bisognosi e nell’ateismo pratico;
* la storia della Chiesa cattolica romana documenta la sua grande capacità di organizzazione e gestione delle risorse anche economiche, nelle altre Chiese, specie orientali, non si è realizzato nulla di simile a quanto ha operato la Chiesa cattolica di rito latino perché regole, organizzazione, comunicazione sono risultate un potenziale di espansione a vantaggio del Vangelo;
* occorre un profondo discernimento evangelico personale e comunitario per individuare nell’oggi, dentro società che alimentano la cultura consumistica, il senso e le modalità della gestione delle risorse economiche perché siano a servizio della persona umana, specie di quella più indigente, e, in tal modo, sia una profezia di nuova civiltà;
* i giovani sono particolarmente sensibili a queste istanze, ma talvolta sono anche presi da romanticismi e rischiamo di non avere i criteri evangelici per discernere le vie genuine di costruzione della solidarietà universale;
* la povertà in quanto delimitazione delle proprie pretese è una via privilegiata per maturare nella prospettiva teologale e solidale.
La domanda di maternità/paternità. La capacità di simbolizzazione è la facoltà di conoscenza che distingue il vivente umano dagli altri viventi. La vocazione e la vita come vocazione esigono la coltivazione di questa capacità. La ragione moderna non la favorisce, né può promuoverla la cultura del frammento e dell’aprogettualità. Qui viene chiamata in causa la ricchezza dell’antropologia biblico-cristiana, i grandi testi delle origini ove troviamo un seme di antropologia di genere, di un’antropologia che, essendo teologica, è solidale, cioè capace di intessere relazioni nel mondo umano e nell’universo.
Gesù compie nella sua persona questo progetto del Creatore e nel suo celibato attesta una pienezza di vita che diventa punto di riferimento per ogni realizzazione umana. Maria, la Madre, ne segue le orme. Gesù, quale Nuovo Adamo, mostra nel suo itinerario storico il cammino che deve percorrere ogni soggetto: dall’antico Adamo, il terroso, al nuovo, l’angelico. Nel suo amore verginale genera la nuova umanità, un generare permanente nel Memoriale dell’Eucaristia ove costituisce costantemente la nuova famiglia dei figli di Dio. Maria è la sua collaboratrice unica e singolare, quale Nuova Eva, nella sua verginità feconda di Madre dei viventi.
Il plesso simbolico “verginità-sponsalità-maternità/paternità” è uno dei più ricchi della storia dell’umanità, non solo del cristianesimo. Il messaggio di Gesù, certo, lo porta a significati imprevedibili, ma non staccati dall’umano. Oggi tale messaggio è guardato con attenzione e rispetto anche da coloro che avevano avanzato riserve pesanti dietro le spinte di una cultura che si vietava di prendere in considerazione gli aspetti profondi, spirituali e mistici, dell’esperienza umana. Il volontariato, la maternità e paternità sociali stanno facendo riscoprire queste risorse. La letteratura sempre più consistente sulla mistica e sulle grandi mistiche cristiane sono un’altra occasione per questa memoria profetica. Tuttavia non possiamo nasconderci che la cultura edonistica non promuove questi sentieri che si stanno dischiudendo.
In questo senso la Chiesa, proprio attraverso la pastorale vocazionale, può offrire spazi di una elaborazione, comunicazione e testimonianza di antropologia di genere dentro il plesso simbolico dell’integrità, intimità e fecondità che fanno riferimento alla struttura costitutiva della persona che è l’ethos dell’amore. L’Eucaristia è il sacramento dell’Amore, Maria è la Madre del Bell’Amore. Alla loro luce possiamo individuare i passi concreti da percorrere, nell’ardore e nell’ardire il bene.
Non ci sono difficoltà che possono fermarci. La sterile partorisce sette volte. Siamo nella discendenza di Elisabetta, la madre anziana, di Maria, la donna nuova, la Nuova Eva, la Madre dei viventi, l’Ausiliatrice. Soprattutto le religiose stanno innalzando le loro aspirazioni, se non si danno segnali di cambiamento queste risorse si inflazionano nel ripetitivo e nel disciplinamento. Tutto è questione di amore, quell’amore che nasce e si alimenta di Eucaristia.
Note
[1] Nell’intervallo del convegno mi è stato suggerito di menzionare la ricerca di Pierpaolo Donati, Generazionalità dei giovani, in AA.VV., Giovani e Generazioni. Quando si cresce in una società eticamente neutra, a cura di Donati P. – Colozzi I., Bologna, Il Mulino 1997, pp. 247-274, e anche il discorso più generale: La novità di una ricerca: pensare i giovani generazionalmente, pp. 11-36. Ringrazio il sacerdote che mi ha dato questo suggerimento e approfitto per segnalare tutte le altre ricerche dell’autore o curate da lui proprio per il fatto che ha al sottofondo più costante l’attenzione umanistica e le risorse culturali dell’Italia.
[2] Cfr. Cavaglià P. – Chang A. – Farina M. – Rosanna E., Donna e umanizzazione della cultura alle soglie del terzo millennio. La via dell’educazione, Roma, LAS 1998: è uno studio fatto a livello internazionale nel quale si considerano i contesti con le rispettive problematiche di genere e la proposta di antropologia filosofica e teologica – a due voci secondo i due generi -, la prospettiva educativa con riflessioni di filosofia dell’educazione, pedagogia e con testimonianze, la proposte del metodo preventivo nell’educazione e la testimonianza del metodo preventivo in vari ambiti educativi, da quelli della emarginazione e devianza a quelli di contesti plurireligiosi.
[3] Cfr. De Kerckhove D., La civilizzazione video-cristiana, Milano, Feltrinelli 1995.
[4] Per un confronto rimando ai rapporti che Pierpaolo Donati ha curato e cura costantemente sulla Famiglia. Cito l’ultimo pubblicato alla fine del 1999: Famiglia e società del benessere: sesto rapporto CISF sulla Famiglia in Italia, Cinisello Balsamo, San Paolo 1999.
[5] Cfr. Il problema economico nella società complessa e l’urgenza di un nuovo orizzonte di senso, Consacrazione e Servizio, 1995, n 7-8, p. 10.
[6] Tralascio di riportare le annotazioni che avevo fatto utilizzando la relazione di Mons. Francesco Lambiasi in quanto è stata proposta nella cartella del convegno nel dossier Progetto culturale e vocazioni.
[7] Per l’esplicitazione di questi elementi a livello teoretico, teologico e pedagogico rimando a Farina M., Di generazione in generazione. Un cantiere per la riflessione teologica di genere, in Militello C. (a cura), Che differenza c’è? Fondamenti antropologici e teologici dell’identità maschile e femminile, Torino, SEI 1996, pp. 201-238; Le antropologie di genere. Verso una prospettiva di reciprocità, in Donna e umanizzazione della cultura, pp. 133-178; Colombo G., Libertà e responsabilità. Per una pienezza di vita, in ivi; pp. 179-203.
[8] Cfr. Scommettere sulla persona. Una sfida del nostro tempo, in Rivista di Scienze dell’Educazione 34 (1996) 374-439; Nell’esultanza dell’Eucaristia e di Maria: per una mistica apostolico-educativa al femminile, in Rivista di Scienze dell’Educazione 35 (1997) 201-241; Donne consacrate oggi. Di generazione in generazione alla sequela di Gesù, Milano, Paoline 1997.
[9] Il paradigma cristologico e mariologico rimanda alla fede cristiana in tutti i suoi connotati, in primis al Mistero Trinitario. Questo, come le altre dimensioni teologiche, è appena menzionato, rimando a studi appropriati per lo svolgimento. Faccio questa nota come segno di gratitudine a chi ha fatto il rilievo nella discussione durante il convegno.
[10] Cfr. Lafont G., Storia teologica della Chiesa. Itinerari e forme della teologia, Cinisello Balsamo, San Paolo 1997.