Vocazione e vocazioni: la ricchezza di un cammino
Mi sono chiesto quale sarebbe stato l’approccio giusto al tema ed agli ascoltatori, come sarebbe stato più utile offrire questa relazione, posizionata così, tra un cammino di circa 40 anni a questa parte ed il nuovo millennio, con il suo bel bagaglio di speranze e di incertezze. Non è infatti il giorno ed il luogo questo per fare una tesi di licenza in Pastorale Vocazionale, un lavoro in cui si guarda soprattutto alla logicità ed alla robustezza dello schema, alla ricchezza della documentazione ed alla corretta disposizione dell’apparato scientifico. Così, non mi sembra proprio il caso fare una specie di concorrenza ai rapporti CENSIS, con una trattazione documentaria da manuale, con tabelle e grafici, proporzionalità e proiezioni, topografie e schemi. Credo sarebbe un lavoro interessante ma non da Convegno. E poi, se proprio volevano una cosa di questo genere, avrebbero chiamato in prestito dal CENSIS o agenzie affini qualche specialista addetto ai lavori. Dopo aver letto ed aver raccolto una discreta documentazione, mi sono detto che, con molta probabilità, la cosa più utile sarebbe stata offrire una relazione panoramica a flash, uno sguardo dall’alto, che si preoccupa di cogliere l’insieme più che il particolare, un tentativo di sguardo non banale o superficiale, che ama galleggiare sulle cose, ma uno sguardo pensoso su questo nostro tempo e poi un tentativo di sguardo sapienziale. Uno sguardo sapienziale, che cerca di coniugare insieme memoria ed utopia: fare memoria delle linee principali del cammino di questi anni, costellati di valori antichi ma perenni, proprio perché sono valori e non solo fenomeni: un fare memoria, perché la storia sia davvero “magistra vitae”, vedere i percorsi che il Signore ci ha fatto fare, per imparare la sapienza della vita, entrare sempre più e meglio nel suo progetto e nella sua alleanza. Ed insieme, coniugare tutto questo cammino con le cose nuove, che non sono affatto gli “sfizi” del momento o i tentativi all’impazzata ma i segni dei tempi e le novità e le interpellanze dello Spirito, come ci insegna lo scriba perennemente saggio del Vangelo, che sa trarre dal suo tesoro cose antiche e cose nuove (cfr. Mt 13,52 ).
LE TORTUOSITÀ DI UN CAMMINO
E LA COMPLESSITÀ DELLA LETTURA
Non ci vuole molta perspicacia intellettuale per accorgersi che gli anni trascorsi di questo ultimo scorcio di secolo – che i botti di capodanno, certo il più rumoroso della storia – hanno definitivamente catalogato e posizionato negli scaffali della storia, sono stati anni molto complessi con un intreccio di fenomeni, avvenimenti, tendenze, tentativi, giochi di alleanze e contrapposizioni, per cui si ha l’impressione immediata di un groviglio senza né capo né coda. La classica matassa che il classico gatto ha classicamente scombinato ed aggrovigliato. Tutti per lo più parlano di un grandioso cambio epocale senza precedenti e senza paragoni, con un’accelerazione delle mutazioni nei modelli e negli stili di vita, un cambio che al massimo offre delle linee di tendenza, le quali, in molti casi, sono state sconfessate dalla realtà successiva. Anche la Chiesa, siccome non dimora su un altro pianeta, condivide in bene ed in male il movimento umano generale. Un cammino decisamente tortuoso nel groviglio delle vicende umane e questo nonostante la chiarezza delle indicazioni di marcia fornite dai documenti conciliari e dai successivi fino ad oggi. Ciò rende difficile e complessa la lettura, perché è molto facile prendere una parte per il tutto o sottolineare con eccessiva enfasi quello che, invece, non è così rilevante e determinante. Sono più che consapevole anch’io di correre questo pericolo ed è per questo che preferisco restare sul versante di una relazione panoramica più che “scientifica” nel senso stretto. Tento allora di guardare il panorama da tre punti di osservazione diversi, per non disperdermi troppo e non sfalsare eccessivamente la realtà.
Alle prese della realtà come gioco d’azzardo
Harvey Cox, una delle voci più vivaci ed ascoltate del mondo cristiano negli anni ‘60 per le sue intuizioni, la sua penna brillante e le sue forti provocazioni, nella sua opera La Città Secolare, in maniera piuttosto pittoresca, paragona l’opera di Dio nel mondo, in cui Cristo risorto è presente, ad un gioco di azzardo fluttuante e la Chiesa ad un giocatore incallito ed inveterato, per il quale la maggior spinta ad alzarsi ogni giorno è di sapere dove oggi si svolge la partita, correre là e mettercela tutta per vincere[1]. Se è interessante il paragone e può apparire molto simpatica questa Chiesa giocatore incallito, preoccupato di correre dove ogni giorno si gioca la partita importante e decisiva, rimane la realtà cruda che, in molti casi, ci si è lasciata sfuggire questa partita, perché non la si è neppure giocata e, oltre a ciò, rimane l’altro dato ugualmente preoccupante: questa nostra Chiesa sia per la pastorale in generale, sia per l’animazione vocazionale, ha troppo sovente giocato d’azzardo, nel senso di andare per tentativi sulle cose che, al momento, sembravano tirare di più: negli anni ‘60 è saltata in aria la struttura pastorale tradizionale ed il tipo di animazione vocazionale, che privilegiava i preadolescenti e adolescenti ed aveva nel promotore/raccoglitore vocazionale il suo straordinario imprenditore e factotum, si è passati in questi ultimi anni allo sbilanciamento sui giovani, alla pastorale dei tentativi ed alla animazione vocazionale “tira e molla”, a seconda di quello che – come dicevo – al momento sembrava tirare di più: il sociale negli anni ‘70; poi il boom dei gruppi e delle scuole di preghiera; poi il protagonismo incalzante dei movimenti; poi tutta la rapsodia degli animatori e del volontariato qui e nel 3° mondo; e ancora, l’escalation delle grandi convocazioni giovanili, prima fra tutte le Giornate Mondiali della Gioventù; le provocazioni e le interpellanze delle nuove povertà; e potremmo continuare…
Non è che queste non siano strategie o momenti pastorali e vocazionali validi; il problema è l’azzardo, cioè il giocare tutto e per tutto su una di queste, emarginando o di fatto tralasciando il resto. Un’assolutizzazione che tira finché tira, ma, per lo più, non assicura consistenza e continuità ecclesiale. E passiamo al secondo punto di osservazione.
La fuga angosciosa della divaricazione a forbice
Martin Buber sostiene che i rapporti umani si giocano nella “traità”, cioè nel mezzo del divario della condizione umana, un divario che è fatto soprattutto di fratture. Egli ne enumera due fondamentali: la frattura della carne, cioè il maschio e la femmina e la frattura della storia, cioè il padre e il figlio. Ogni frattura è più o meno profonda in base allo spazio che esiste fra i due: più vicinanza o più lontananza. Ogni divisione non significa immediatamente male ma piuttosto deve essere intesa come diversità e come limite, di cui prendere coscienza. Se noi applichiamo la teoria di Buber al nostro discorso ed allo sguardo panoramico sul cammino di questi anni, potremmo parlare di una terza frattura, oltre quelle della carne e della storia, cioè la frattura problema/soluzione o, se preferite, sfida/risposta. In questi anni l’abbiamo costatato un po’ tutti: una frattura grande si è creata, una frattura, che è diventata, in molti casi, una fuga angosciosa all’interno di una rincorsa una appresso all’altra: il problema e la sua soluzione ma drammaticamente in una divaricazione a forbice. Quasi, ironia della sorte, più ci si è preoccupati dei problemi, studiandoli in maniera approfondita, apprestando rimedi e soluzioni non improvvisate, più la realtà si è allontanata, acuendo ancora di più la sfida. Per constatare come sia vero questo, basta gettare uno sguardo al rapporto tra società e realtà ecclesiale (una società sempre più emancipata rispetto al fatto religioso ed una Chiesa sempre più emarginata nella insignificanza e ciò nonostante tutti i tentativi di dialogo col mondo ed i progetti culturali); al rapporto famiglia e matrimonio cristiano (una famiglia senza stabilità, sempre più manichino dei modelli del consumismo in contemporanea alla presa di coscienza, sempre più grande, della dignità del matrimonio cristiano); al rapporto giovani ed appartenenza ecclesiale (un mondo ed un sistema giovanile che si è creato ed è diventato cultura autonoma rispetto al resto della società e rispetto alle istituzioni e d’altra parte le analisi sofisticate del pianeta giovani, la Pastorale Giovanile specializzata ed assurta a livello di scienza teologico-pastorale); al rapporto mezzi di comunicazione di massa e capacità di comunicazione all’interno della realtà ecclesiale, soprattutto per i primi addetti ai lavori: vescovi e sacerdoti (il mondo della comunicazione sempre più autonomo e sofisticato nella tecnica di persuasori occulti, tanto da considerarsi ormai padroni della influenza sociale e dall’altra una realtà ecclesiale che, nonostante tutto, trova molta difficoltà a comunicare in modo adeguato o anche solo a farsi capire in modo da destare interesse e ciò nonostante tutta la tecnologia comunicativa e le specializzazioni dei sussidi didattici a servizio della catechesi e della diffusione del Vangelo); al rapporto scuola ed educazione (una scuola sempre più azienda di trasmissione di contenuti culturali ed una capacità educativa sempre più debole, nonostante le campagne pro-scuola cattolica e le ammirevoli specializzazioni degli Istituti che svolgono questa missione); al rapporto politica e servizio (una politica sempre più bottegaia, pragmatista e contrattuale per i propri interessi, che vanno molto lontano dalla preoccupazione del bene comune, con un vistoso scadimento etico e, dall’altra, l’importanza del servizio e del volontariato, con un peso sempre più rilevante in questa direzione recato dalle encicliche sociali e dalle scuole di dottrina sociale della Chiesa): potremmo continuare ma voi comprendete che ricaduta ha tutto questo per quanto riguarda l’animazione vocazionale e, dirimpetto, l’effettiva maturazione delle scelte vocazionali. Credo di non esagerare e di farvi scoprire né più né meno che l’acqua calda nel dire che mai, nella storia bimillenaria della Chiesa, c’è stata tanta riflessione sulla vocazione e sulle vocazioni e mai sono state lanciate tante iniziative per la promozione vocazionale col risultato che, complessivamente, le vocazioni di speciale consacrazione continuano a diminuire. Una divaricazione a forbice che immediatamente crea un senso di inadeguatezza, quando non diventa angoscia di non trovare una via di uscita.
Il consenso attorno al nuovo germoglio: fondare una nuova cultura vocazionale
Ma negli anni ‘90 è nato un qualcosa di nuovo. Non un’ulteriore iniziativa vocazionale come tante, ma un germoglio nuovo. Quando il Papa, per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni del 1993 lanciò l’impegno di fondare una nuova cultura vocazionale, è come se, all’improvviso, i numerosi tentativi della pastorale vocazionale degli anni precedenti e la fuga spesso angosciosa della divaricazione a forbice delle varie problematiche in campo subissero un’attrazione magnetica verso un punto nuovo, come un punto di speranza. La cultura e le culture del nostro tempo si rivelano, nonostante tutte le loro risorse, delle culture molto asfittiche, se sono giunte, come sono giunte a tagliuzzare, anzi a tranciare alla grande il progetto uomo, riducendolo ad una specie di omogeneizzato senza volto e senza grandi prospettive, che non siano il frammento e l’attimo fuggente.
Abbiamo per lo più un uomo senza trascendenza, un uomo che, per affermare se stesso, deve negare Dio; un uomo senza mistero, che smarrisce le cose grandi come il mistero della persona nel suo essere profondo, il mistero della sua identità, che si gioca per lo più nella relazione con gli altri, il mistero del suo destino e si riduce tutto al rapporto con le cose e all’enfasi dell’economia come al bene assoluto; un uomo senza l’altro, che impone un soggettivismo esasperato e, di conseguenza, si sta rinchiudendo in una solitudine paurosa, riducendo i rapporti a qualcosa da prendere e catturare per sé e smarrendo il senso della gratuità; un uomo senza storia, un uomo cioè che ha tagliato le sue genuine radici culturali e vive rassegnato dentro la cultura dell’immediato senza passato, senza futuro e senza progetto[2].
Il risultato di questa riduzione drastica ce lo tratteggia bene il documento finale del Congresso sulle vocazioni in Europa: “Nell’Europa culturalmente complessa e priva di precisi punti di riferimento, simile ad un grande pantheon, il modello antropologico prevalente sembra essere quello dell’uomo senza vocazione”[3]. Non è una filosofia ben strutturata ma è ormai una diffusa visione della vita e del modo di esistere e noi ci viviamo totalmente dentro, magari senza rendercene conto. Il Papa nella sua preoccupazione costante di salvare l’uomo, proprio nel suo messaggio per la XXX Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni del 1993, lancia l’impresa di fondare una nuova cultura, quella vocazionale. Vale la pena ripetere alcune espressioni di quel suo messaggio: “Desidero anzitutto attirare l’attenzione sull’urgenza di coltivare quelli che possiamo chiamare ‘atteggiamenti vocazionali di fondo’, i quali danno vita ad una autentica ‘cultura vocazionale’. Tali elementi sono: la formazione delle coscienze, la sensibilità ai valori spirituali e morali, la promozione e la difesa degli ideali di fratellanza umana, della sacralità della vita, della solidarietà sociale e dell’ordine civile. Si tratta di una cultura che permetta all’uomo di ritrovare se stesso, riappropriandosi dei valori superiori d’amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione”[4]. Nelle parole del Papa emerge la convinzione profonda che la nascita e la maturazione di nuove vocazioni è legata ad una cultura, in cui si restituiscono al progetto uomo quei quattro senza di cui parlavamo sopra, in una parola, si rimetta il progetto uomo sul fondale vocazionale. Infatti, la cultura, in qualche modo, determina ed orienta il fenomeno vocazionale e le vocazioni, nella misura della loro autenticità, ispirano, animano e possono giungere anche a fermentare, elevare, insomma a modificare la cultura.
Ci si potrebbe chiedere, a distanza di sei anni, se questa nuova cultura di fatto rimane un sogno lontano oppure si intravedono già dei segni e delle realtà concrete, se tutto questo si presenta più come forma (parole, immagini, desideri,…) che come sostanza (i fatti). Noi diciamo che il tutto è ancora molto magmatico, tuttavia il fatto chiaramente costatabile è che il lancio fatto dal Papa ha avviato qualcosa di nuovo sul fronte vocazionale, nel senso di fare da magnete e di coinvolgere i pezzi: riflessioni, iniziative, problematiche e speranze, convogliandoli attorno al punto magnetico della cultura, la quale diventa ormai il punto di riferimento vocazionale fondamentale. Un punto di riferimento che ha avuto il merito e ha dato un forte impulso al cammino e continua oggi, nella spinta a guardare oltre, più in là della impasse vocazionale della stagione attuale e nel guardare più in alto, nel senso di puntare ad una maggiore qualificazione dell’animazione vocazionale nelle sue radici, nella riflessione teologica e nella prassi.
FRA ACCIDIA DELLA RASSEGNAZIONE E
PERFORMANCE DELLA GIOIA DI CREARE IL FUTURO
Credo avrà interessato anche voi l’intervento che il card. Martini ha fatto nel tradizionale incontro con i politici alla vigilia della festa di S. Ambrogio dello scorso dicembre. Egli parla di un male oscuro, difficile da nominare, forse perché è anche difficile da riconoscere, come un virus latente eppure onnipresente, che egli chiama pubblica accidia o accidia politica. E punta il dito contro lo scadimento del buon governo, che provoca un vivere sociale senza forma, che promuove unicamente i diritti individuali in un certo tipo di socialità radicale-individualistica e libertaria e si augura, in questa fine secolo, un rinnovato sguardo di audacia rispetto ai grandi temi della polis. Ma l’accidia che stana Martini non riguarda solo i politici; mi sembra di poter dire che questa scuola di narcisismo personale, che soprattutto i Media insegnano quotidianamente come disciplina fondamentale, stia impregnando un po’ tutto, vita ecclesiale e pastorale compresa. Certo il cammino è tortuoso, la realtà è complessa e le gratificazioni lavorative pastorali sono poche. Sempre H. Cox, già alla fine degli ‘60, in un altro suo fortunato best-seller dal titolo emblematico: Non lasciatelo al serpente denunciava uno dei peccati più gravi delle Chiese cristiane, cioè proprio l’accidia in questione, accidia che si manifesta come disimpegno o, se volete, come riflusso nel privato non nel senso di molta indolenza (oggi prevale l’attivismo) ma nel discernere la sfida che ci viene posta innanzi[5]. Tante volte questa accidia fa abdicare al nostro incarico di vivere oggi in pienezza di inventiva e nell’originalità. Queste infatti sono parte determinante dell’amministrazione e dell’animazione di ogni realtà, non solo di quella politica. Una rassegnazione che ci rende apatici e rinunciatari, magari ben accomodati fra le piccole cose del nostro piccolo mondo, in modo da essere disturbati il meno possibile. In altre parole, accettare di morire in sala di aspetto, nell’illusione che arrivi una stagione più propizia, che risolva i problemi del nostro tempo al nostro posto; intanto, accontentarsi di continuare a macinare lo stesso grano con gli stessi metodi in una medesima pedissequa uniformità, che dura almeno da più di venti anni a questa parte, lasciando, come quei primi apatici, Adamo ed Eva, che sia il serpente a dirci quello che dobbiamo fare, cioè permettere ad altri di dettare i caratteri della nostra identità con la quale vivere oggi. Siamo onesti: se i documenti del magistero e gli appelli accorati e continui del papa e dei vescovi e superiori delle Congregazioni hanno avuto così poca chance di ritorno e di risposta, cioè una specie di boomerang inceppato, mi sembra chiaro il perché: nelle realtà locali la fatica del discernimento di fronte alla sfida è stata debole. È molto più facile qualche ulteriore iniziativa piuttosto che andare ai veri problemi ed al nocciolo della questione.
E così anche la pastorale delle vocazioni si trasforma nel bubbone cancerogeno del soggettivismo e del relativismo. Ma l’accidia della rassegnazione non è, per fortuna, la realtà principale che costatiamo nel panorama generale di questi anni. Ci sono tanti semina Verbi, tanti segni di una realtà nuova, spezzoni della nuova cultura, quella vocazionale, che, senza l’enfasi di una visibilità che s’impone, tuttavia, dicono a chiare lettere, che questa nuova cultura si va effettivamente formando, pur nella temperie invernale di questi anni. Questi si trovano dappertutto dove c’è gente, singoli e comunità, che vivono con gioia, convinzione e fiducia la sequela di Gesù. Persone e gruppi che sanno guardare lontano, perché stanno, anche oggi e nonostante tutto, sulle spalle dei giganti dello spirito e perciò hanno il cuore ardente come quello dei due discepoli di Emmaus, dopo che si sono loro aperti gli occhi su quel misterioso compagno di viaggio che è il Signore Risorto. Si tratta di una specie di performance della gioia, che è ed è diventata direttamente proporzionale allo slancio di creare il futuro. Una gioia ed una creatività che nasce dalla consapevolezza che tutto è nelle mani del nostro Dio, Egli ricrea continuamente da capo sulle macerie dei nostri disastri personali e di società, per cui, la cosa più importante ed intelligente da fare non è né l’apatia dell’aspettare né il piangere sulla tristezza dei tempi ma il collaborare con Lui, Dio, a creare un mondo nuovo, una Chiesa rinnovata, iniziando dal rinnovamento personale, cioè dal continuo impegno di conversione e di crescita. Un gioioso impegno che, di conseguenza, non si limita a riprodurre, cioè non orienta solo verso il passato, ma che, continuamente, nell’oggi, prepara il domani. Gente dallo sguardo fiducioso e coraggioso, né impaurito per le brutture del presente né illuso per le false promesse dell’autosufficienza contemporanea. Uno sguardo riconciliato, che vede i problemi, le sfide, le incertezze e le sofferenze di oggi come autentiche doglie del parto di una creazione nuova, perché ha piena fiducia in Colui che ha il potere di fare nuove tutte le cose. Gente con i piedi per terra ma che non ha rinunciato a sognare il futuro come lo sogna Dio, coniugando e nutrendosi insieme di memoria (la memoria non è solo un processo intellettuale ma una cultura di vita, che pone le sue robuste fondamenta nella celebrazione della Parola e dei Sacramenti e questo rende possibile una lettura attenta ed intelligente dei segni dei tempi) e di utopia, l’utopia dello Spirito Santo, che non è l’esuberanza fantasiosa di esaltati ma il realismo di sognare la Chiesa di domani, amando quella di oggi, non quella statica e chiusa nel grigiore dell’uniformità, ma quella che Dio fa nascere proprio nelle doglie di questo tempo. Tutto ciò produce il contagio. Di fatto il contagio avviene quando una persona o un gruppo di persone crea attorno a sé un ambiente che suscita la seduzione ed il desiderio di condividere la loro stessa esistenza. Penso sul serio che le nostre realtà ecclesiali debbano chiedersi con tutta sincerità (e noi per primi partecipanti a questo Convegno) da che parte stanno o su quale versante stanno pencolando: su quello dell’accidia della rassegnazione o su quello della performance della gioia creativa. Se il presente Convegno ci buttasse tutti su questo ultimo versante, credo, le principali sfide dell’animazione vocazionale sarebbero in buona parte risolte.
PASSARE LA FRONTIERA:
DIPENDE DALLA “DISPOSIZIONE DEI PIEDI”
C’è un vecchio gioco di gruppo, che mi ha sempre attirato molto, anche perché, non solo è innocuo ma oltre tutto discretamente intelligente. Si chiama: passare la frontiera. Consiste in questo: i giocatori si pongono seduti in cerchio. L’animatore spiega che occorre passare la frontiera, che è davanti a noi. Ma per questo non serve né il passaporto né la carta di identità ma solo un particolare stile e modo di essere, che occorre indovinare, altrimenti… non si passa la frontiera. L’animatore invita per questo a guardare come si comporta lui e ad imitarlo. Nel dire questo porge al suo primo vicino un oggetto qualsiasi (occhiali, penna, ciondolo, chiave,…). Naturalmente tutti immediatamente sono attirati dalla modalità con cui è stato consegnato l’oggetto in questione, accompagnato dalle fatidiche parole: “Io passo la frontiera”. Ma proprio qui è l’inganno: infatti, almeno per il primo giro, tutti o quasi i giocatori, nonostante la cura che pongono nel passare il meglio possibile quell’oggetto e, pur ripetendo le stesse fatidiche parole, si sentono rispondere dall’animatore: “Tu non passi la frontiera!”. L’astuzia e l’intelligenza consiste nello scoprire che il passaggio della frontiera è consentito non da come si tiene in mano quell’oggetto ma dal come l’animatore tiene i suoi piedi (perfettamente paralleli, incrociati, ad angolo, a cavalcioni, uno sull’altro,…) Ad ogni giro l’animatore avrà cura di variare la disposizione dei piedi e continua a rimanere al di qua della frontiera chi si ostina a non capire. Ecco, mi sembra, questo vecchio gioco ha qualcosa da dire anche a noi addetti ai lavori dell’animazione vocazionale. E questo tanto più perché siamo in clima di passaggio di frontiera tra il ‘900 ed il 2000, tra il 2° ed il 3° millennio. Per noi e per tutta la Chiesa è soprattutto varcare la soglia della speranza, anche per quanto riguarda l’animazione vocazionale. Ciò non toglie che anche questo varco, pur essendo della speranza, richieda delle precise condizioni, senza cui non si passa, rimanendo costretti nell’al di qua, nel paese dell’incertezza, del gioco di azzardo, della fuga angosciosa della divaricazione a forbice e anche dell’accidia della rassegnazione.
A questo punto dunque io mi permetto di snocciolarvi alcune condizioni no, che potremmo chiamare inganni ed illusioni dell’animazione vocazionale ed, insieme, alcune condizioni sì, che, invece, ci permettono di passare la frontiera e fondare in concreto quella famosa cultura vocazionale che conosciamo e di cui parlavamo sopra. Naturalmente, dicendo il negativo, userò l’evidenziatore di quanto i documenti e gli interventi del magistero hanno indicato invece in positivo come direzione di cammino e che dovrebbe essere diventato ormai un dato acquisito.
La disposizione “no”
La ricerca di formule magiche
Sembra strano, ma, nonostante tutta la mentalizzazione che c’è stata in questi anni soprattutto da parte del Magistero, dal servizio del CNV e dei vari CDV e CRV c’è ancora gente in giro – preti e religiosi in prima linea – che affolla Convegni, Corsi e contatta esperienze a caccia di formule magiche e nuove per produrre vocazioni. Un copiare chissà quali ricettari, segreti ed alchimie pastorali da portare a casa tutti felici, perché abbiamo finalmente risolto l’annoso problema di avere vocazioni. Se certo è più grave far finta di niente e continuare ad andare avanti come se il problema vocazionale non esistesse, è quasi altrettanto grave il sistema di rubare i segreti agli altri, copiare e portare a casa. Qui il grave non è tanto il rubare o copiare, che in ogni casa rimangono frutti dell’ignavia e dell’accidia, ma l’illusione che il sistema funzioni sempre lo stesso e dappertutto. Già fin dal 2° Convegno Internazionale del 1981 su su fino agli Orientamenti della XLVI Assemblea generale della CEI del maggio scorso si ripete alla noia che il luogo fondamentale dell’animazione vocazionale è il proprio territorio, in particolare la parrocchia come luogo privilegiato dell’annuncio e dell’accompagnamento vocazionale[6]. Bisogna affrontare la fatica di scavare il pozzo vocazionale nel proprio terreno ed in base alle “caratteristiche morfologiche” particolari del luogo. Allora, è chiaro, chi cerca formule magiche, non passa la frontiera!
Il neocolonialismo vocazionale
Un altro atteggiamento no, parente del precedente, è il neocolonialismo vocazionale, diffuso soprattutto negli Istituti di Vita Consacrata. È una tentazione abbastanza vecchia ma oggi è diventata macroscopica e multinazionale, sia perché, come sempre la frutta matura del vicino appare più bella e più buona della propria e sia perché rimane più comodo portare via da qualche parte, incollarci sopra le proprie etichette ed illudersi che le cose continuino ad andare bene, come quando effettivamente andavano meglio. Senza accorgerci, come Chiesa e come Vita Consacrata, noi facciamo una specie di concorrenza al neocolonialismo imperante del nord del Pianeta, che persevera nello sfruttare il sud, portando via a prezzi irrisori e confezionando per sé e per il proprio consumismo. Noi invece che con le cose, lo facciamo con le persone e questo – mi si perdoni l’espressione – è più grave, perché siamo di fronte ad una vera “tratta umana”. Constato e sono sempre più convinto che fare caccia grossa vocazionale nelle riserve del Terzo Mondo, per tenere in piedi un Istituto, è il mezzo più efficiente per affrettarne il declino e la morte. La mentalizzazione vocazionale di questi anni dovrebbe aver fatto maturare la grande convinzione, che è nel proprio territorio, è nella Chiesa particolare, nella quale siamo chiamati a vivere la nostra vita cristiana e consacrata, il luogo della ricchezza vocazionale, la miniera preziosa ancora magari sepolta o poco sfruttata. Dunque, chi fa neocolonialismo vocazionale non passa la frontiera.
Aspettarsi tutto dal centro
Occorre prendere coscienza che quando Paolo VI , nel 1964, lanciò ed istituì la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni[7] e da quando il 2° Congresso Internazionale del 1981 suggerì di istituire gli organismi di animazione CNV, CDV, con l’aggiunta poi dei CRV[8], si è fatta tanta strada di mentalizzazione e di iniziative vocazionali, con una ricchezza di contenuti e di sussidi davvero straordinaria. Oggi, insieme con l’animazione e la soddisfazione, dobbiamo però trangugiare molti bocconi amari proprio sulle realtà locali, che non girano affatto alla velocità del centro nazionale o anche solo dei centri regionali e diocesani. Abbiamo per lo più una cinghia di trasmissione inceppata, per cui tanta ricchezza non gira e non giunge ad effettiva destinazione. È quasi come le montagne di posta da smaltire, che rimangono stipate per mesi o per anni nei ripostigli e depositi e non giungono mai a destinazione. Questa malattia non è solo dell’animazione vocazionale; la lamentano tutti gli organismi di animazione ed è causata da una parte da quella famosa accidia, che resiste al nuovo e dall’altra dalla paura di perdere le proprie sicurezze raggiunte attraverso il si è sempre fatto così . Se noi comprendiamo il perché degli organismi istituiti[9] e guardiamo alla moviola il lavoro svolto più che egregiamente da essi, in questi anni, ci accorgiamo che sono quasi esclusivamente in funzione di sostenere l’animazione locale. Ma qui a tutt’oggi rimane il punto più debole dell’animazione vocazionale. Ci vogliono forse delle “persone chiodo”, che non si stanchino di continuare a piantare il chiodo della preoccupazione vocazionale, finché si creerà un minimo di impianto permanente, dove si conosce bene finalmente a quali condizioni una realtà locale ritrova la coscienza della propria natura vocazionale. L’Ecclesìa locale, colei che è chiamata in primo luogo dal Padre, è fatta essenzialmente di un volto vocazionale e perciò non deve stancarsi di chiamare, proprio perché la parrocchia è il luogo privilegiato dove Dio manifesta il suo amore e dove ci si specializza nell’ascolto dei bisogni dell’uomo. Quindi, chi continua ad aspettarsi tutto dal centro e, sotto la stimolazione dei vari centri di animazione e di comunione, non si dà da fare sul posto, non passa la frontiera.
Compilare altri cahiers de doléances
Chi di voi non ha mai sentito parlare dei famosi cahiers de doléances, quaderni di lamentele, raccolta di proteste e rimostranze, che nella Francia del XVIII secolo, immediatamente prima della Rivoluzione Francese, venivano redatti durante le assemblee elettorali e presentati al re dagli Stati Generali? Occorre proprio dire che la tradizione non si è spenta con la fine del ‘700 ma è giunta fino a noi e prospera tuttora anche in ambiente ecclesiale e pastorale. Occupare tanto tempo prezioso a riempire le pagine bianche delle nostre giornate con molte lamentele sui tempi tristi e sulle situazioni tristi, che ci tocca vivere, in particolare circa il problema delle vocazioni o a rimpiangere i bei tempi andati, nei quali non si sapeva più dove mettere i seminaristi o i/le giovani novizi/e. Dovremmo anche qui aver ormai imparato questa onestà di fondo, senza cui è facile cadere nella vigliaccheria; l’onestà è la seguente: se denuncio un qualcosa di problematico o negativo, non è per lamentarmi ma per accettare una sfida. Non denuncio senza proporre almeno una qualche risposta, in cui io sono disposto a compromettermi per primo. Perché c’è anche chi esprime strategie di risposta e poi aggiunge che tocca a… Se tutti prendessimo questo proposito, vorrebbe dire che il Giubileo non è passato invano. D’altra parte i documenti del Magistero metodologicamente ci insegnano proprio questo. Nuove Vocazioni per una Nuova Europa, ad esempio, afferma che il realismo dei numeri delle vocazioni fa riconoscere questo tempo come un’epoca difficile per la Chiesa ma è segno che siamo sfidati. Si tocca con mano la sproporzione tra la fatica profusa e la povertà dei risultati. Ma oltre il realismo dei numeri, c’è il realismo della fede, che incoraggia la speranza. E poi propone le famose strategie di intervento, che sono possibili e formidabili[10]. Anche gli Orientamenti della CEI sulle vocazioni del maggio scorso partono dall’ammettere, senza mezzi termini, la scarsità delle vocazioni; tuttavia, senza allarmismi, i vescovi prendono di qui lo spunto per proporre alcune indicazioni operative, per andare al di là della crisi[11]. Dunque, chi ha voglia di continuare a compilare dei cahiers de doléances sappia che non passa la frontiera e rimarrà al di qua a perseverare nel suo piangersi addosso.
Pastorale a cassetti stagno ed il persistere dell’antico mito dell’orticello privato
Fin dal settembre 1983 l’allora direttore del Centro Nazionale Vocazioni don Italo Castellani, oggi vescovo di Faenza, nel 1° incontro dei responsabili dei Centri Diocesani Vocazioni dal titolo: La pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari italiane lanciava la parola d’ordine: vocazionalizzare tutta la pastorale[12], facendo eco così ai contenuti del documento conclusivo del 2° Congresso internazionale del 1981[13] e prima ancora al radiomessaggio di Paolo VI nell’ormai lontano 1964, quando, istituendo la Giornata Mondiale, egli invitava ad una riflessione sulla molteplice realtà delle vocazioni nella Chiesa; all’impegno di tutti nel servizio alle vocazioni; ad una preghiera ardente e comune[14]. Dimensione vocazionale allora che deve innervare di sé la catechesi, la vita liturgica ed il servizio della carità e tutto ciò soprattutto nella comunità parrocchiale, che, come sostiene ancora il documento conclusivo del 2° Congresso[15] rimane il centro primario dell’animazione di tutte le vocazioni. Queste cose saranno ribadite ed approfondite nel Piano Pastorale per le vocazioni nella Chiesa Italiana del 1985, quando si affermerà che la pastorale vocazionale è un fatto di Chiesa e per forza, di conseguenza, richiede un cammino corale nella pastorale organica e ordinaria[16]. D’altra parte il fondale di tutto questo è l’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Anche il documento NVNE chiederà di fare un salto di qualità nella pastorale vocazionale, rilanciando le stesse cose ed attraverso un itinerario di quattro passaggi fondamentali: dalla marginalità alla centralità a tutto campo, che deve afferrare contemporaneamente sia la riflessione teologica che la prassi; dalla elitarietà alla passione comunitaria e popolare; dalla delega alla coralità della testimonianza; dalla saltuarietà degli interventi alla continuità dei cammini[17]. Ed anche gli Orientamenti della CEI del maggio scorso evidenziano chiaramente che non si può parlare della pastorale delle vocazioni senza prima mettere in discussione il modo di evangelizzare la vita e di proporre la fede[19]. C’è da chiedersi che cosa è maturato praticamente dopo tutto questo benedetto “lavaggio del cervello”. Credo molto e le difficoltà della stagione presente ha spinto ad unire maggiormente le forze, però ci sono ancora sacche di piccolo mondo antico, dove prevalgono ancora la pastorale a cassetti stagno, che vede e considera l’animazione vocazionale come una pastorale parallela, un qualcosa in più da fare o da affidare ad alcuni delegati/e possibilmente impallinati/e di tutto questo. Oppure è la pastorale di chi di fatto venera ancora l’antico mito della coltivazione dell’orticello privato, in cui io penso alle mie pecorelle, alle mie vocazioni, alla mia proprietà e gli altri si aggiustino. Occorre svegliare dal letargo tutti costoro, perché stanno perdendo il treno della storia e, di sicuro, non possono passare la frontiera.
Continuare a classificare i giovani secondo le nostre categorie
Tutti in giro si danno da fare per descrivere il pianeta giovani e pensano di aver capito tutto di loro, quando te li dipingono con le solite 4 o 5 parole, che troviamo ormai dappertutto: fragili, stralunati e scanzonati, inaffidabili e pecoroni, generosi. E siccome oggi il ruolo giocato dai giovani è fondamentale nel vivere sociale, tutti cercano di essere anche un po’ giovanilisti. Bisogna che lo riconosciamo senza presunzioni: il pianeta giovani rimane per lo più indecifrabile e indescrivibile. Ci sono dei sintomi e delle tendenze percepibili ma c’è molto di più: essi sono ormai una cultura a parte. E riconoscere senza svenimenti che la nostra formazione avuta, così ben compaginata secondo le categorie metafisiche classiche, ci serve molto poco a capirli. La loro mobilità, i loro codici di linguaggio e di comportamento ci spiazzano e non sappiamo veramente cosa fare e cosa, di quello che siamo e rappresentiamo, li può veramente interessare. Cosa fare? Credo che, oltre riconoscere la nostra inadeguatezza, una cosa sia da privilegiare: la strada. È il segno della mobilità dei giovani, degli incontri e relazioni informali, che incontra i loro gusti privilegiati, del volerli incontrare e stare con loro con amore. Lo stare con loro per condividere qualcosa del loro mondo è l’unico modo per uscire dalle nostre categorie, che a loro non dicono più nulla, anzi, in molti casi li indispongono. Anche se questi giovani sono tanto ricchi sull’orizzonte delle relazioni ed, invece, sono per lo più muti e sordi sull’orizzonte dell’identità personale, andiamo ad incontrarli lo stesso con disponibilità, amicizia, e, mi raccomando, senza giudicarli. Ma possibilmente non andiamoci da soli. Andiamo insieme con qualche giovane che è disposto a condividere con noi la fatica dei primi incontri. Chi invece continuerà a conoscere e classificare i giovani secondo gli studi, le statistiche ed i pochi esemplari di “bravini”, che bazzicano nei nostri ambienti, sappia che non passa la frontiera.
Accontentarsi di moltiplicare le iniziative
Un dato è certo e credo non esagerato; già lo accennavo prima: si sono organizzate più iniziative vocazionali in questi 40 anni che non in 20 secoli di storia della Chiesa. E, alla fine – nel passaggio tra questa prima dogana del 2000 fino alla seconda dogana del 2001 – c’è da chiederci con molto realismo se davvero hanno portato molti frutti. La risposta è scontata: molto meno di tutte le aspettative. Perché? La storia dell’animazione vocazionale di questi anni, che è per lo più confluita nei Convegni di studio, lo dimostra: negli anni ‘70 abbiamo soprattutto la ricerca di una identità nella pastorale vocazionale. Negli anni ‘80 abbiamo delle scelte preferenziali: la Chiesa particolare, la parrocchia, la pedagogia vocazionale, il piano pastorale ed i segni dei tempi. Negli anni ‘90 si è sentito l’esigenza di una rinnovata riflessione teologica e pastorale. Chiederci: quale teologia fonda tutta l’animazione vocazionale che stiamo facendo? Infatti i temi dei Convegni di questi anni vanno alle radici ed affondano nelle profondità del mistero, che sta alla base del discorso vocazionale, specie della vocazione consacrata. Inoltre un seminario di studio, celebrato nel giugno del ‘97, in vista di un prossimo simposio teologico pastorale in tema di animazione vocazionale, ha posto le cose in termini molto chiari: se noi continuiamo a produrre iniziative senza un corrispondente riflettere e pregare, frustreremo anche la voglia di fare. Perché troppe volte diventa un fare senza un perché od un fare standard ripetitivo ed obsoleto. Perciò, anche chi vuole esclusivamente continuare a fare senza riprendere a riflettere e pregare, sappia che non passerà la frontiera.
Rinunciare ad evangelizzare la vocazione
Gli Orientamenti della CEI del maggio scorso, ultima eco di un messaggio continuo degli ultimi 40 anni, lo afferma con chiarezza: la parrocchia è il luogo privilegiato in cui va proclamato l’annuncio del Vangelo della vocazione e delle singole vocazioni, tanto da doverla considerare una comunità vocazionale, ministeriale e missionaria. E allora ogni itinerario catechistico è e deve essere sempre un processo vocazionale, perché presentazione di un progetto di vita, per qualunque età, dalla vocazione universale alle vocazioni specifiche. E bisogna dire che nei catechismi ufficiali le pagine vocazionali sono ricche ma continuano a passare poco. Forse perché siamo ancora troppo centrati su una catechesi intellettuale più che su una catechesi vitale, che richiede ed include insieme con i contenuti da sapere, le esperienze di vita, di celebrazione, di iniziazione alla preghiera ed al servizio. Ma più ancora. Una catechesi riduttiva alla sola età della iniziazione ai sacramenti, equiparata quindi alla scuola elementare o media inferiore. Se vogliamo che venga proclamato sul serio l’annuncio del Vangelo della vocazione, occorre che tutta la comunità si metta in stato di catechesi permanente, tanto più che ne abbiamo bisogno tutti di essere educati continuamente e vicendevolmente alla fede attraverso la complementarità dei diversi stati di vita (ministri ordinati – consacrati – laici). Dunque, dare per scontata l’evangelizzazione della vocazione nei miti antropologici attuali, che sono senza vocazione, equivale a non passare la frontiera.
Rinunciare ad educare
Viviamo in una stagione di inverno educativo. Sono ormai in molti a pensarlo. Per gli educatori, alle prese con questa età di passaggio, gli ultimi decenni sono stati faticosi, perché la relazione tra le generazioni è diventata fragile ed i problemi si sono moltiplicati. L’urgenza della questione educativa è sotto gli occhi di tutti e, nel tempo della globalizzazione, bisogna scegliere tra il primato dell’uomo ed il primato della borsa e del denaro. È in questo snodo che si fa più impellente la domanda educativa. Non ci sarà infatti nessun futuro senza tornare a reinventare un’educazione diffusa ed una formazione continua tra tutta la popolazione, non solo quella in età scolare. Con l’aria che tira la tentazione più comune è quella di lasciare perdere, sia in famiglia, accontentandosi e limitandosi a fare crescere materialmente, sia a scuola, limitandosi a scodellare dei contenuti culturali, sia in Chiesa, accontentandosi del catechismo per i sacramenti e della scuola di religione, anch’essa intellettuale. Se educare vuole dire tirare fuori il meglio di sé e liberare le immense potenzialità della persona, mettendola a contatto con un patrimonio culturale, di principi, di valori e anche di tecniche, il discorso necessariamente va a parare in campo vocazionale. Se è fondamentale l’annuncio vocazionale, i passi immediatamente seguenti sono la proposta e l’accompagnamento, che, inevitabilmente devono confluire nel solco educativo, ma un educativo di qualità. Il Piano pastorale delle vocazioni in Italia, fino dall’ormai lontano 1985, chiedeva alle comunità ecclesiali di stringere un patto con una scelta di campo ben precisa: la scelta educativa, per aiutare a maturare le scelte vocazionali e concretizzando la proposta vocazionale in itinerari educativi, attraverso i quali, finalmente, pastorale giovanile ed animazione vocazionale collaborassero strettamente insieme, proprio perché naturalmente complementari19. Per di più un patto educativo che non riguardi solamente i ragazzi ed i giovani ma tutti, soprattutto le famiglie. Una strategia vocazionale fondamentale dunque sarà mettere in piedi delle scuole delle famiglie, al fine di riscoprire, rifondare, riattualizzare la loro vocazione matrimoniale e trasformarle da persecutori della vocazione dei figli nei loro primi grandi animatori vocazionali. E se vogliamo approfondire ancora di più il discorso in questo senso, immergiamoci e prendiamo di petto l’ultima splendida parte del documento NVNE con l’itinerario pedagogico vocazionale sui passi di Gesù: seminare, accompagnare, educare, formare, discernere[20]. La posta in gioco è alta ma è indilazionabile: chi non vuole o ha paura di educare, certamente non passa la frontiera.
Continuare ad offrire modelli slavati e poco appetibili di Vangelo
È interessante che la parola vocazionale, risuonata più frequentemente in questi anni insieme con preghiera, è testimonianza. Riassumiamo il messaggio di questi 40 anni con le parole degli Orientamenti CEI del maggio scorso: è importante una Chiesa comunità di testimoni. I giovani hanno un sesto senso nel riconoscere i profeti ed i testimoni, che sono punti di riferimento per una vita spesa tutta per Dio; nei consacrati essi vogliono percepire soprattutto le bellezza e la gioia della sequela di Cristo[21]. Si tratta di quella performance della gioia, di cui dicevamo sopra. È una specie di bellezza nascosta, che tante volte le nostre comunità ecclesiali tengono ricoperta da uno schermo opaco, il quale ci presenta al mondo come i custodi di un museo di antichità. È la bellezza invece che salverà il mondo e che, come in uno specchio, si dovrebbe riflettere sui nostri volti umili e gioiosi di stare nella sequela di Cristo, non a fare un mestiere ma a vivere da innamorati del Vangelo e del regno di Dio, rimesso al centro della propria vita e del proprio agire. Persone che non temono di dare visibilità al Vangelo, perché, singolarmente ed insieme, credono di nuovo e fortemente alla santità e perciò sono in grado di riaccendere la fede là dove è ridotta a fiamma smorta. Ormai l’abbiamo costatato tutti: i modelli slavati e poco appetibili di Vangelo sono ridicoli e con questi non si passa la frontiera.
La disposizione “sì”
E siamo, finalmente, alle disposizioni sì. Le disposizioni no finora elencate ci hanno già fornito molte indicazioni positive offerte dai documenti. Io mi soffermerò brevemente solo su due di queste, perché, poi, chi verrà dopo, soprattutto il p. Cencini, si dilungherà alquanto, per offrire soprattutto le condizioni per un vero salto di qualità nella pastorale vocazionale. Dunque, disposizione giusta dei piedi, per passare la frontiera.
Esperti in discernimento
Il cammino di questi anni, attraverso gli apporti del Magistero e le indicazioni della riflessione portata avanti soprattutto dal CNV, ha fornito delle linee più che eloquenti e sufficienti per la direzione del cammino e la segnaletica stradale, anche per entrare bene nel 3° millennio cristiano. Teoricamente siamo più che attrezzati come bussola e mappe da viaggio e ne abbiamo lo zainetto colmo. Praticamente le nostre gambe ed i nostri piedi sono deboli ed ancora poco allenati a camminare. È per questo che tante indicazioni preziose rimangono carta stampata e non passano sufficientemente nel concreto delle nostre comunità ecclesiali. Occorre, a mio avviso, una cura robusta per avanzare spediti e solidi nel percorso e non fermarsi o tornare indietro. Dobbiamo, fuori metafora, diventare esperti in discernimento. Per quanto mi consta, figli come siamo anche noi di questo tempo, con il particolare cromosoma emergente dell’efficientismo, noi immediatamente andiamo a parare sul: e, allora, cosa dobbiamo fare? Forse, prima di questo, occorrerebbe fare qualche passo previo e proprio, prima di tutto, nel discernimento. Occorre conoscere la sfida per discernere la risposta adeguata: qual è la situazione della società, della Chiesa, dei giovani, delle famiglie, della pastorale nelle sue tre diramazioni inseparabili: evangelizzazione come catechesi e celebrazione, organizzazione e governo, missione e testimonianza della carità. E poi, un discernimento in prospettiva: quali sono i segni del cammino di Dio oggi e, di conseguenza, che società vogliamo, che Chiesa vogliamo, che famiglie vogliamo, che giovani vogliamo, non tra sei o tra due anni ma a distanza. In proiezione, cioè, occorre che pensiamo e lavoriamo almeno per il 2030 o il 2050, oltre che naturalmente per l’eternità. Una delle strategie più fallimentari delle nostre Chiese e dei nostri Istituti è che si va avanti con la pastorale delle pezze e dei rattoppi. Si cerca esclusivamente di rimediare alle disfunzioni di oggi senza progettualità per il futuro. Qualsiasi ditta andrebbe in fallimento, se procedesse in avanti con la metodologia di molte comunità ecclesiali. Personalmente sogno le nostre comunità ecclesiali come dei grandi laboratori operosi di progettualità del futuro, ma lavorando insieme, per favore! Preti, religiosi e laici, che finalmente passano dalla manutenzione ordinaria dell’esistente al progettare insieme con una tecnica decisamente avanguardista: quella di valorizzare i semina Verbi (come li chiamavano i Padri) incapsulati nei punti deboli del presente. Sarebbe molto interessante soffermarci su queste cose ma andremmo troppo per le lunghe. Ai vostri lavori di gruppo di questi giorni.
Esperti in immersioni profonde
Qualcuno potrebbe continuare a pensare che esperti in discernimento si diventa con qualche laurea in sociologia, pastorale giovanile, psicologia, metodologia pedagogica. No, mi dispiace! Questi sono strumenti utili ed importanti ma manca il più. In giro abbiamo sempre più gente specializzata anche tra i preti, suore, religiosi e laici. Il trabocchetto è ritenere che tutto ciò possa bastare a condurre avanti una buona pastorale. Abbiamo cioè molti dotti che in verità sono poco sapienti. E la sapienza è una cosa che viene solo dall’alto. Tanto più che le nostre realtà ecclesiali non sono ditte che vendono alimentari o confezionano scarpe e detersivi ma sono le agenzie del discernimento nel tessuto delle storie personali, della situazione culturale, nell’avvicendarsi dei vari fenomeni quotidiani e straordinari; discernimento del progetto di Dio e della sua volontà qui e ora e verso il futuro. Non è possibile allora compiere questo fuori dell’alito dello Spirito. Ciò non è per nulla facile, perché viviamo abitualmente alla superficie del nostro essere e sulla corteccia delle realtà ecclesiali e sociali. Occorre invece assuefarci a frequentare la nostra realtà personale profonda, ad avere l’occhio acuto, che sa andare oltre l’involucro delle nostre Chiese e comunità, dove precisamente sono incapsulati quei semina Verbi, di cui parlavamo poc’anzi. Sono personalmente convinto che in questi anni abbiamo dedicato eccessivo tempo all’organizzazione, a scapito di ciò che rimane fondamentale: il discernimento e l’immersione profonda. Urge allora una nuova profonda postazione nella spiritualità. Riscopriamo, per favore, le radici spirituali delle nostre Chiese e dei nostri Istituti e ripartiamo da queste per l’organizzazione e l’attività. Questa è e rimane infatti la prima attività vocazionale. Gli Orientamenti CEI lo affermano chiaro: la preghiera genera una cultura vocazionale, perché è l’unico strumento capace di agire nello stesso tempo sul versante della grazia e su quello della libertà[22].
CONCLUSIONE
E concludiamo. Meglio sarebbe dire: passiamo agli approfondimenti. E questi, in modo molto opportuno, chiaro e profondo saranno guidati da chi verrà dopo e dallo scambio del lavoro di gruppo. A buon conto, abbiamo raggiunto una tappa importante del nostro cammino di Chiesa e ci siamo soffermati a dare uno sguardo al tragitto percorso. Vedendo la tortuosità e l’asprezza del cammino in salita di questi anni, ci viene spontaneo dire: “Ce l’abbiamo fatta!”. Sì, ce l’abbiamo fatta, non perché i problemi sono tutti risolti, anzi; non perché non siamo anche o almeno un po’ affaticati, ma ce l’abbiamo fatta perché la Guida alpina non si è stancata di noi e ci incoraggia con la sua presenza, la sua sicurezza ed il suo incoraggiamento. Più avanti, certo, il panorama sarà ancora più esaltante e soprattutto scopriremo che tanti altri si sono messi in cordata sul nostro stesso cammino. Lo crediamo profondamente e ce lo auguriamo con tutto il cuore.
Note
[1] Cox H., La città secolare , Firenze, Vallecchi 1968, p.126.
[2] Cfr Masseroni E., Vocazione e vocazioni, Casale, Piemme 1999, pp. 18 – 25.
[3] Pontificia Opera Per Le Vocazioni Ecclesiastiche , Documento finale del Congresso su “Le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata in Europa”: Enchiridion Vaticanum 16, Bologna, EDB 1999, n. 11, pp. 1314 – 1421. Di qui innanzi sarà citato: NVNE.
[4] Congregazione Per L’educazine Cattolica, Pontificia Opera Per Le Vocazioni Ecclesiastiche, Messaggi pontifici per la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, Roma, ed. Vaticana 1994, n. 2, p. 241.
[5] Cox H., Non lasciatelo al serpente, Brescia, Queriniana 1969, pp. 17 – 19.
[6] Cfr. Cura pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari. Documento conclusivo del II Congresso internazionale di Vescovi e Responsabili delle vocazioni ecclesiastiche n. 15. Di qui innanzi così citato: II Cong. Intr. CEI, Le vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata nella comunità cristiana. Orientamenti emersi dai lavori della XLVI Assemblea generale della CEI, 1999, n. 18. Di qui innanzi così citato: CEI, Orientamenti 99.
[7] Cfr. Paolo VI, Radiomessaggio 11 aprile 1964, in: A.A.S., 6 (30 maggio 1964) LVI, p. 396s.
[8] Cfr. II Cong. Intr., op. cit., nn. 57-59.
[9] Il documento conclusivo del II Congresso internazionale dice testualmente a questo proposito: “Il CDV ha lo scopo di aiutare e coordinare l’animazione vocazionale della Diocesi senza sostituirsi all’attività della comunità parrocchiale, che è il centro primario dell’animazione di tutte le vocazioni”, op. cit., n. 57.
[10] NVNE, nn. 11 – 13.
[11] CEI, Orientamenti 1999, op. cit., Presentazione, 1, 10 – 25.
[12] Cfr. Aa.Vv., La pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari italiane, Napoli, ED 1984, p. 15.
[13] Cfr. II Cong. Int. , op. cit., n. 18.
[14] Paolo VI, Radiomessaggio 1964, op. cit., p. 396.
[15] Cfr. II Cong. Int., op. cit., nn. 40 e 57.
[16] Cfr. CEI, Piano Pastorale per le Vocazioni in Italia, 1985, n. 1.
[17] Cfr. NVNE, n. 26.
[18] Cfr. CEI, Orientamenti 99 , n. 3.
[19] CEI, Piano pastorale per le Vocazioni in Italia , op. cit., nn. 23, 38 – 50.
[20] NVNE, nn. 30 e 37.
[21] CEI, Orientamenti 99, op. cit., nn. 12s.
[22] CEI, Orientamenti 99, op. cit., n. 10.