N.06
Novembre/Dicembre 2001

La straordinaria forza dei santi “ordinari”

“Se ci mandassi, se soltanto volessi mandarci una delle tue sante! Ce n’è ancora: dicono che ce n’è, se ne vedono, se ne ha sentore, c’è chi ne conosce qualcuna…” (C. Peguy). Io credo di averne conosciute alcune.

 

 

1) Rita, una piccola donna dalla fronte ampia, una straordinaria luce nei grandi occhi neri, attenti, profondi, a volte pensierosi, quasi nostalgici; occhi che guardavano volentieri il cielo, ma anche la terra, perché sulle vie della terra, lei scopriva la presenza dei fratelli, anche del più lontano, del più solo, a cui si faceva prossimo e nel quale cercava il volto di Cristo. Più che nei suoi occhi è nel suo cuore, centro di incontro con il Signore, in una realtà d’amore la cui profondità si riusciva ad intuire, che è rimasto il suo segreto, la sua ricchezza. Il suo, però, non era un amore che trova e si acquieta nella posizione raggiunta, ma un amore forte, dinamico, direi esplosivo: un amore che cerca anche quando ha trovato e per il quale la scoperta è motivo per una nuova e continua ricerca. “Il Tuo amore non è per me sola: non posso serbarlo, ma devo donarlo. Vorrei amare gli altri come Tu ami me; vorrei che nei miei occhi trovassero Te!”. “Vedo dinanzi a me un mondo che si va facendo sempre più grande, sconfinato e non arrivo certamente a raggiungerlo e mi rammarico inutilmente per quanti bisogni mi sfuggono, per quanti altri fratelli non arrivo a conoscere. Milioni e miliardi di fratelli” (dai suoi appunti).

Era insegnante di scuola elementare abilitata per l’insegnamento nelle scuole speciali per sordomuti. Proprio in questa scuola lei ha scelto di lavorare per aiutare tanti bimbi, che non avevano il bene di poter udire e quindi di poter parlare, a pronunziare quelle parole importanti per comunicare, a poter dire “mamma”. A questo lavoro ha dato tutta se stessa. Non si contentava facilmente; nella ricerca di sempre nuove tecnologie e metodi era serenamente impaziente; la sua era una speranza senza limiti, una fiducia che osa tutto. Come si illuminava il suo sguardo quando qualche bambino cominciava a pronunziare alcune parole… La sua presenza, nel luogo di lavoro diventò punto di riferimento per i colleghi e per le famiglie dei bambini ma anche “scomoda” per il dirigente scolastico che un giorno ebbe a dirle: “La sua presenza in questa scuola è per me un continuo richiamo alla mia coscienza”.

Una donna leale, una donna che amava. Questa era la sua principale caratteristica. Ognuno sapeva che di lei ci si poteva fidare soprattutto i giovani della sua parrocchia a cui dedicava il suo tempo libero, quei giovani che trovarono in lei la maestra che aiutava a leggere, a scrivere, a capire che la vita era importante e che doveva essere vissuta bene. Fece di tutto perché potessero aprire i loro orizzonti, perché potessero capire che dovevano rispondere a un progetto d’amore che Dio aveva su ognuno e che la realizzazione piena di questo progetto non poteva essere lasciata al caso. Era la loro consigliera, la loro guida spirituale, colei che mise tra le loro mani la Parola di Dio come fonte luminosa per capire se stessi e dialogare con Dio.

Quante scelte diventarono più responsabili, attente, gioiose, più rispondenti alla chiamata del Signore. La Parola di Dio era per lei punto di riferimento, sorgente della forza che la spingeva nel suo molteplice apostolato. Il Vangelo era il suo cibo quotidiano che cercava di condividere con quante più persone era possibile. Organizzava cenacoli del vangelo nelle famiglie, nei quartieri, in tutte le realtà con cui si veniva a incontrare. Sensibile e volitiva, immersa in Dio e aperta ai fratelli, in lei l’amore umano era perfettamente sintonizzato con l’amore di Dio. C’era tanta umanità e tanta spiritualità nel suo modo di amare.

La famiglia era per lei un contesto importante in cui l’amore umano e l’amore cristiano diventavano un solo amore. Era attenta perché niente potesse compromette questo equilibrio, questa unità. Forse aveva notato qualche sua disattenzione nei riguardi dei suoi familiari per cui scrive in uno dei suoi quaderni: “Attenta Rita, non guardare lontano, senza badare a coloro che sono cresciuti insieme con te e con te hanno diviso gioie e dolori. Essi si aspettano da te magari una sola parola, un sorriso non la tua solita fretta”. E poi , come se parlasse personalmente con il fratello e le sorelle, aggiunge: “Perdonatemi…; vi voglio bene ed è conseguenza di questo amore che vi voglio e che voi mi volete che so di avere la vostra immensa comprensione. Avete capito che vi ritrovo, vi abbraccio nel fratello verso cui devo necessariamente andare, verso gli altri dove porto con me anche voi…”.

Attenta ai poveri, agli ultimi, fu modello di generosità e di umiltà. Il giorno della sua morte, avvenuta a solo 38 anni a seguito di un attentato a un treno su cui lei viaggiava, una signora, vedova, mamma di tre bambini e senza lavoro, raccontò che ogni mese da quando era morto il marito, lei riceveva un assegno in denaro per poter sfamare la sua famiglia. Lei aveva intuito che era proprio Rita che nel silenzio e nel nascondimento si era fatta “Provvidenza” per lei.

L’abbiamo vista povera e non soltanto nello spirito, mite, dolce, forte nell’operare la pace tra le famiglie, a scuola tra i colleghi, con i superiori. Affamata e assetata di giustizia ha lavorato per promuoverla in ogni ambiente che frequentava senza mai scendere a compromessi con la propria coscienza, ma promovendo l’uomo e aiutandolo a recuperare la sua dignità di essere umano e di figlio di Dio.

 

2) Angelina era una florida e bella ragazza che i giovani guardavano volentieri, ma lei non voleva saperne e li evitava. Pensava che forse il matrimonio non era per lei. Il giovane Nicola però non si rassegnava e insisteva senza nessuna intenzione di arrendersi. Anche i genitori di lei lo dichiaravano un bravo ragazzo, molto laborioso. Fu così che, anche se non proprio innamorata, sposò Nicola. Nicola è infaticabile lavoratore ma a stenti riesce a mantenere la famiglia.

Nasce il primo bambino e comincia a presentare dei disturbi. Il medico non riesce fare una diagnosi precisa. I problemi esistenziali di Nicola ed Angelina si complicano ancora di più: il bambino ha bisogno di tante cure ed intanto ne sta per arrivare un altro. Anche il secondo presenta gli stessi problemi del primo. Si riesce a diagnosticare la malattia. Si tratta di Artrogriposi. La vita della famiglia si dibatte tra povertà e malattia ed intanto nasce Lucia e nasce Enzo anche loro malati come gli altri fratelli. Angelina si ribella, se la prende con Dio accusandolo di non avere cuore, di non avere pietà, non solo di lei, ma anche delle sue creature. Accusa anche il marito dicendogli che lei non voleva sposarlo, che è stato lui con la sua insistenza a costringerla. Il povero Nicola non sa cosa fare. Nessuno sa dargli una mano.

Intanto all’età di cinque anni muore il primo bambino. Angelina è affranta dal dolore. Dopo qualche tempo impressionata da un sogno fatto si reca al santuario mariano di Gibilmanna percorrendo, dalla stazione di Cefalù (Pa) diversi km a piedi con il secondogenito in braccio. Arriva stremata alla porta del santuario e le viene incontro un frate che la invita ad entrare. Disperata gli butta il bambino tra le braccia e gli dice: “Prendetelo voi, io non ce la faccio più”. Il frate prende il bambino tra le sue braccia e Angelina per mano e li conduce entrambi ai piedi di Maria: Angelina piange, si ribella, dice al frate: “È vostro, prendetelo, io non lo voglio, ve lo lascio; a casa ne ho altri due come lui”.

Il frate non dice niente prega intensamente con il bambino tra le braccia; aspetta, poi lo benedice e lo dà a sua madre dicendole: “È tuo Angelina, sono tuoi. Loro sono la tua missione, abbracciala in nome di Dio”. Lei sgrana gli occhi incredula: come è possibile che Dio le chieda tanto? Si ferma a guardare la Madonna per lungo tempo poi prende il suo bambino tra le braccia accogliendolo ora dalle mani di Dio come suo dono prezioso. Rimane per lungo tempo in ginocchio, piangendo, abbracciata al suo bambino, al dono di Dio, alla sua croce. Con questo pensiero nuovo: È la tua missione, accoglila dalle mani di Dio, riprende la strada del ritorno a casa, dove l’aspettano Lucia ed Enzo e Nicola .

A casa è accolta con gioia da Lucia che già si muove a stento e da Enzo che dalla sua carrozzina spalanca la bocca con un mugolio (è l’unica cosa che riesce a fare). Angelina li abbraccia tutti e tre chiamandoli per la prima volta “miei gioielli”, “fiori profumati che Dio ha messo nel giardino del mio cuore”. È l’abbraccio dell’accettazione totale della missione che Dio le aveva affidato. Anche il suo rapporto con il marito diventa nuovo. Angelina ha capito che anche il marito fa parte della missione affidatale e poi si rende conto che lo ama veramente. Pensa in cuor suo che, davanti al Signore, quando si era sposata non amava Nicola, si era sentita quasi costretta a sposarlo ed ora vuole rimediare. Ne parla a Nicola e chiede se è disposto a ripetere il loro sì davanti al Signore, alla presenza del sacerdote. Nicola risponde che lui l’ama come il primo giorno e che il suo sì l’avrebbe ridetto ogni giorno. Così, davanti al parroco, Angelina ripete con piena consapevolezza la sua volontà di prendere Nicola per sposo e di accettare i figli che il Signore aveva dato loro, così come sono.

Con la sapienza che le veniva dalla croce accettata ed amata si prodigò a far comprendere alle sue creature prima di tutto il santo nome di Dio che è Padre e che li amava. Ripeteva sempre: “sono i miei tesori, i miei fiori; sono il sacramento vivente dell’amore di Dio”. Angelina, nella sua semplicità e con il suo grande amore è stata capace di trasmettere alle sue creature l’amore di Dio, la gioia di vivere, l’amore per tutti gli uomini. Con loro prega, parla, comunica, fa anche discorsi importanti. Parlando di Gesù riesce a suscitare in loro il desiderio di riceverlo nell’Eucaristia e di accompagnarli al sacramento superando tante difficoltà . Angelina diviene, per tante persone, punto di riferimento. Sa ascoltare, pregare, consigliare.

La libertà di spirito sgombrando l’anima da ogni vincolo che la possa irretire, fa sì che la fede si potenzi e accresca quella luce interiore che dispone alla forza nel bene e nell’accettazione del martirio quotidiano. L’anima risplende di una chiara luce che unifica tutti i suoi sentimenti in Dio e per Dio,vivendo solo nell’amore suo e del prossimo.

L’umiltà conduce l’anima ad una sempre maggiore purificazione e attraverso la pura contrizione ed il sacramento della confessione l’arricchisce dei doni della misericordia divina. Il cuore reso puro per la comunione diviene centro ove Dio abita e splende la sua luce divina che fa risplendere la verginità dell’anima. Il dolore diviene il vero maestro che guida l’anima alla più pura e trasparente verginità (da una conversazione riportata da una testimone).

Nel frattempo Nicola muore ed Angelina rimane sola a portare avanti la sua missione. Colpita da ictus, non può più camminare, ma non vuole rimanere in Ospedale. Ritorna a casa per continuare a parlare con le sue creature di Dio Padre, misericordia, tenerezza, che si prende cura di tutti i suoi figli, che si china su di loro per servirli: Enzo con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata annuisce e si illumina e manda baci “o papà”, (così chiamava Dio, ed era l’unica parola assieme a “mama” che riusciva a far capire). Anche Giuseppe, l’unico figlio sano, che si prende cura di loro con dedizione e attenzione ascolta la mamma. Incomincia a parlare loro anche della sua partenza da questo mondo: “Devo andare via perché Dio mi chiama, mi vuole con sé”.

Ora Lucia nella sua sedia a rotelle, con una mano e un piede quasi inutilizzabili, assieme a Giuseppe, dirige la sua casa, ricama con una mano sola, prega, accoglie ogni persona che va a visitarla con amore e per ognuno ha una parola di conforto. La sua mamma le ha insegnato ad amare la vita come dono di Dio e lei ha corrisposto a questo dono ridonando a Dio la sua vita con gioia.

Enzo, anche lui nella sua sedia, non si muove, è bloccato, ha bisogno di tutto, ma sprizza dagli occhi una luce intelligente e intuitiva che trasmette gioia. Non parla, ma capisce tutto, mugola qualcosa, la sua voce è prigioniera del suo corpo.

Angelina muore ed il parroco, che era il suo confessore, racconta di lei tutto questo, ma lei l’aveva raccontato anche a noi, a quelle persone che la cercavano, che stavano vicine ai suoi figli, a noi a cui aveva affidato questi figli.

Sicuramente Angelina avrà ascoltato rivolte a lei le parole di Gesù: “Vieni benedetta dal Padre mio… Ricevi in eredità il regno preparato per te” (Mt 25,34).