N.02
Marzo/Aprile 2004

Seminare, accompagnare e formare: è questo che da alla parrocchia un volto vocazionale…

Desidero affidare le conclusioni del nostro convegno, che ha cercato di disegnare il volto vocazionale della parrocchia missionaria, riconducendo la ricchezza d’ispirazioni scaturite nella preghiera, le proposte e gli orientamenti emersi nella riflessione, a tre parole: seminare, accompagnare, formare.

 

Seminare

“Ed ecco il seminatore uscì a seminare…” (Mt 13,3-8). Il “seme” della vocazione, come il “granellino di senape” evangelico, è il più piccolo seme che Dio ha messo nel cuore di ogni uomo che “una volta cresciuto è il più grande degli altri legumi” (Mt 13,32). Il “Seminatore” “è Dio-Padre; Chiesa e mondo sono i luoghi ove Dio continua a spargere abbondantemente il suo seme” (DC n. 33). La Chiesa, popolo credente che va incontro al Suo Signore, lo ascolta e lo segue, custodisce il “seme” nello scrigno sacramentale, in primis il Battesimo. La parrocchia – che vive sul territorio, casa di Dio tra le case degli uomini, “luogo” ecclesiale quotidiano ove si incontra Cristo – è il “buon terreno” che, come culla, grembo materno, accoglie, concepisce, feconda e sparge a piene mani il misterioso seme della vocazione.

I “seminatori”, con la lettera minuscola, sono tutti gli “educatori alla fede”, nessuno escluso; siamo ciascuno di noi, uomini e donne di buona volontà, a cui Dio affida il seme della Sua Parola. A noi è chiesta solo la fede e coraggio di seminare ovunque e nei cuore di chiunque “il buon seme del vangelo, della Pasqua del Signore, della fede ed infine della sequela” (DC a 33/b): “adulti nella fede” chiamati ad essere responsabili della fede e della vocazione dei fratelli; “soggetti vocazionali” consapevoli del dono ricevuto e responsabili del dono vocazionale altrui. Ai “coltivatori diretti” della vocazione – in primis il Vescovo e il parroco e con loro tutti i battezzati che nella comunità parrocchiale hanno la grazia di prendere coscienza dei propri doni vocazionali e ministeriali (consacrati e consacrate, genitori, catechisti, e tutti gli animatori che si sentono corresponsabili dell’annuncio del “Vangelo della vocazione” ai fratelli che Dio mette sul proprio cammino) – è affidato un piccolo cesto, ma colmo di semi vocazionali. Ad essi è chiesto solo di essere seminatori, “uomini e donne di fede”, una fede firmata personalmente nella preghiera, nella sofferenza, in scelte di vita coerenti. Cioè:

– uomini e donne “diaconi” della Parola di Dio; -uomini e donne “eucaristici”, interpellati e motivati dall’Eucaristia che celebrano;

– uomini e donne testimoni di carità, pronti a morire per gli altri;

– uomini e donne missionari nella ferialità;

– uomini e donne dal cuore buono, accoglienti;

– uomini e donne contenti, felici di vivere;

– uomini e donne innamorati della propria vocazione;

– uomini e donne gratuiti che “stanno in mezzo”, con amore, ai ragazzi, ragazze e ai giovani;

– uomini e donne convinti che educare alla fede ed educare alla vocazione è “cosa del cuore”.

 

Accompagnare

“Gesù in persona si accostò e camminava con loro” (Lc 24,13). È la pedagogia vocazionale di Gesù con i due discepoli di Emmaus! In continuità con l’icona del “seminatore”: “Colui che ha risvegliato nel giovane la coscienza del seme seminato nel terreno del suo cuore, diventa ora ‘accompagnatore’” (DC 34). La prima attenzione che è richiesta alla comunità cristiana – ai “coltivatori diretti” della parrocchia sopra richiamati – è quella di farsi compagni di cammino, è il “porsi accanto”.

Il primo “luogo” voluto da Dio della pedagogia del “porsi accanto” con amore, è la famiglia Dio chiama alla vita nell’amore di una famiglia: luogo domestico della trasmissione del dono della “vita-vocazione”. La famiglia è la prima “casa natale” ove si:

– dona la fiducia fondamentale: la vita come bene promettente;

– dona la responsabilità personale: la vita come bene da donare e non da tenere per sé;

– dona l’apertura al mondo: la vita come dono da vivere insieme e da condividere.

 

Formare

“Non ci ardeva forse il cuore… mentre ci spiegava le Scritture” (Lc 24,30-32). Dopo la semina, lungo il cammino d’accompagnamento si tratta di educare e di formare. Cosa significa formare? “Educare al mistero… : partire e ripartire dal mistero di Dio per ricondurre al mistero dell’uomo” (DC 35/b). Quindi educare a “leggere la vita” come vocazione, a “invocare” il dono della vocazione con la preghiera di lode, riconciliazione e ringraziamento. In definitiva ed essenzialmente la comunità ecclesiale è chiamata ad offrire il servizio di “formare a Cristo”: a prendere forma su Cristo: a indicare Cristo come “unico Salvatore del mondo”, a prendere forma su “Cristo e Cristo Crocifisso” (Eb 14).

Dio chiama alla vita in Cristo nella Chiesa. La parrocchia, luogo della cordialità, “un cuor solo e un’anima sola” è il luogo naturale della trasmissione della promessa, della fede in Cristo: aiuta e conduce a null’altro che incontrare Cristo! Trasmettere la fede per la comunità parrocchiale significa:

– introdurre: condurre ogni uomo di buona volontà dentro la vita cristiana (Parola, Sacramento, comunione fraterna);

– educare: incontrare e condividere il cammino contestimoni del Risorto;

– trasmettere: partecipare una cultura (modelli, comportamenti, visione di vita) ispirati alla fede.

Concludendo: la parrocchia “scuola vocazionale”, è la comunità cristiana normale, ove ognuno vive la propria vocazione secondo il proprio carisma e ministero e si sente responsabile della vocazione degli altri: ove il “chiamato” diventa “vocante”. Disegnare il volto vocazionale della parrocchia significa tornare a casa umili “coltivatori diretti” nella vigna del Signore – la nostra diocesi, la nostra povera e feriale comunità parrocchiale – con grande gioia e un cuore convertito pronto a seminare, accompagnare, “porsi accanto” ai fratelli e sorelle – specificamente ragazzi, ragazze, giovani – da accogliere come doni messi da Dio nel nostro cammino.