N.03
Maggio/Giugno 2004

L’educazione è cosa del cuore. Don Bosco e la direzione spirituale per l’accompagnamento spirituale degli adolescenti

“Fare il padre senza esserlo! Conosco tanti padri ricchi che hanno li dato tutto, nel senso di oggetti e di denaro, ma non sono in grado di esser ascoltati, perché mancano di quella credibilità, che appunto li fa percepire come modelli da imitare. Conosco tanti padri anonimi, che, invece, hanno difeso questa dote e vivono in famiglie forse povere di oggetti, ma ricche di legami di amore. Te lo confesso, sono sempre più attento ed attratto dalle vite nascoste, che hanno mantenuto una grande dignità fatta di sacrifici, di fedeltà, che hanno saputo conservare legami di amore, senza investire tutto sulla carriera e negli affari”[1].

Queste brevi confidenze del noto psichiatra Vittorino Andreoli, mi sembra, possono introdurre bene la nostra riflessione. Oggi è più preoccupante la situazione dei padri o degli adolescenti? E chi è degli adulti, che lavora e vive a stretto contatto con ragazzi, adolescenti e giovani (genitori, educatori, preti,…), che crede ancora sul serio alle possibilità degli adolescenti e, di conseguenza, vive nei loro confronti una paternità significativa? Proprio in questo tempo, in cui è sempre più urgente lavorare insieme, perché il volto della società cambi radicalmente, in vista di un futuro migliore, si richiedono, più di tutto, dei percorsi educativi, che sappiano fornire alle nuove generazioni del nostro pianeta la possibilità di attrezzarsi contro le manipolazioni della verità e per l’affermazione di ciò che veramente conta per la propria vita e la propria esistenza, verso una giustizia, una libertà, un amore più grandi, come i giovani sognano e sperano, e possono realizzare, quando diventano vocazione coscientizzata ed accolta. Ma tutto questo, solo se sono accompagnati lungo il cammino di crescita da padri veri.

Ecco, allora, diventa interessante guardare all’esperienza di don Bosco, come provocazione e come modello di un’attualità straordinaria, per quella determinazione vissuta da lui fino al termine dei suoi giorni, di vivere solo per Dio, da cui scaturiva il suo modo pastorale e pedagogico di leggere la realtà, i problemi e le risorse vocazionali dei giovani.

L’approccio a don Bosco, che tenterò, non vuole essere solo storico e nemmeno solo pedagogico, per quanto siano una base indispensabile per la nostra riflessione. Se ci si limita a questo, per forza, mi sembra, si rimane su un punto di osservazione che è riduttivo. Mi pare sia più utile al nostro scopo un approccio sapienziale, che tiene in sé la possibilità di un panorama più ampio, comprensivo di tutti gli aspetti. D’altra parte siamo consapevoli che la biografia di don Bosco dovrà, come quella di sant’Agostino, di san Benedetto, di san Francesco, di tutti i campioni della vita cristiana, dovrà essere continuamente riscritta, secondo le esigenze dei tempi, che non sono solo stilistiche e nemmeno solo storiche, psicologiche, pedagogiche, ecc. Oggi c’è bisogno soprattutto di abilitazione alla sintesi, perché l’eccessiva preoccupazione analitica, che ci ha catturato, contribuisce a frammentarci sempre di più.

 

 

Don Bosco “centrato” sull’adolescenza

Chi è don Bosco? Il suo direttore spirituale don Giuseppe Cafasso più di qualche volta era solito dire: “Don Bosco? Più lo studio e meno lo capisco: lo vedo semplice e straordinario; umile e grande; povero ed occupato in disegni vastissimi e in apparenza non attuabili e tuttavia riesce splendidamente nelle sue imprese. Per me don Bosco è un mistero! Sono certo però che lavora per la gloria di Dio…”[2]. La sua figura è stata interpretata nei modi più diversi e contraddittori. C’è chi l’ha definito uno dei più grandi uomini del sec. XIX, anzi di tutti i tempi. C’è chi l’ha ritenuto solamente un gran furbastro. La Gazzetta Operaia del 1887 lo descriveva intrigante, scaltro, capace di stravolgere ogni cosa al proprio tornaconto. E a lui sovente piaceva fare ed apparire un bonomo, senza esserlo in realtà. Moltissimi, ancora oggi, lo ritengono uno dei più grandi educatori della storia e la sua figura occupa certamente un primo piano nella storia della pedagogia. C’è chi l’ha visto e lo considera ancora al presente come un abilissimo comunicatore, nella maniera di coinvolgere gli uditori di tutte le categorie, istruiti e gente del popolo, nelle sue conversazioni e nelle sue prediche. E poi c’è chi non è andato oltre il considerarlo un abile politico e diplomatico, di cui si sono serviti il Papa, Vescovi e Governanti, per risolvere un certo numero di questioni piuttosto delicate e spinose. Anche nel centenario della sua morte (1988) e’è chi ne ha parlato in lungo ed in largo solamente come un abile predecessore dei grandi manager di industria odierni, uno che aveva l’intuito di organizzare la sua azienda educativa con la lungimiranza di chi sapeva bene come e dove ottenere i suoi business di realizzazione e di guadagno. Nel 1884, ad esempio, nella celebre Mostra Nazionale di Torino egli pretese per sé un padiglione intero, in cui si faceva vedere praticamente una meraviglia in atto: dallo straccio si produceva la carta; questa veniva poi subito stampata e di seguito veniva allestito il libro pronto per la vendita. Per assicurare una produzione abbondante di carta, aveva acquistato poco tempo prima nientemeno che una cartiera in fallimento a None Canavese. In questa mostra egli aveva a disposizione una macchina tedesca meravigliosa, che risultava una delle maggiori attrattive di tutti i visitatori. Quando si trattò di dare le premiazioni, a lui volevano attribuire solo il 2° premio, perché era un prete. Ma egli, ben deciso, lo rifiutò, asserendo di volere il primo, perché questo si meritava.

Abbiamo insomma una figura contraddittoria tra la formazione che ha ricevuto, la sua cultura iniziale, sia civile che ecclesiastica e la mentalità di base, ancora legata all’ancien régime, ma, insieme, abbiamo in lui un uomo nuovo, sorprendentemente libero, rispetto alle caratteristiche dell’epoca in cui è vissuto, davvero uomo del secolo delle libertà. Chi è insomma don Bosco nel suo tempo? Quanto ha ricevuto dalla sua epoca e quanto ha dato lui alla sua epoca nella società civile e nella Chiesa del suo tempo? Ma chi è don Bosco nel suo divenire, come emergono i tratti della sua personalità? Perché emergono in lui due tappe ben precise: prima dello spartiacque compreso negli anni fra il 1858 ed il 1862, con un don Bosco totalmente inserito nella sua terra, diocesi, con un’attenzione alla situazione giovanile ed il percepire sempre più chiaro della propria vocazione a servizio della gioventù, un servizio racchiuso essenzialmente nella realtà dell’Oratorio e dopo il 1862, in cui questa passione e servizio giovanile si proietta in dimensioni estese, addirittura intercontinentali e diventa fondatore e capo stipite di una famiglia carismatica, iniziatore di una grande epopea missionaria e di esteso collegamento di comunicazione, per creare una vera solidarietà cattolica mariana nella missione giovanile. Ma don Bosco non è solo questo e tutto questo insieme di diverse interpretazioni. Se dovessimo riassumere in poche parole la sua personalità e fisionomia, cogliendo quello che fu la sua caratteristica peculiare, dovremmo dire che egli è essenzialmente un padre, un fondatore, un santo. È l’aver provato sulla sua carne viva la ferita della mancanza di una presenza continua del padre a provocarlo nella sua passione educativa e paterna verso i giovani. Orfano a 2 anni. Le tante ristrettezze economiche, arrivate qualche volta fino all’estremo e l’intolleranza di Antonio suo fratellastro con ogni probabilità non ci sarebbero state, se sulla collina dei Becchi avesse continuato la sua presenza forte e rassicurante il padre Francesco Bosco. Ma, contemporaneamente a questa ferita, che sanguina dal suo cuore per tutta la fanciullezza e adolescenza, fino alla vecchiaia, la scoperta, grazie soprattutto all’educazione sapiente della mamma, la scoperta della presenza amorosa di Dio Padre. Un percepire la paternità di Dio, che guida ogni persona attraverso le vicende liete e difficili, per condurla – se accetta – alla più grande realizzazione possibile, una realizzazione straordinaria che diventa contemporaneamente una collaborazione con lo stesso Dio per la salvezza di ogni uomo. I testimoni della sua vita quotidiana sono tutti concordi neh” affermare che don Bosco recitava il Padre Nostro in modo unico, il modo di chi ha piena fiducia e si sente figlio in pienezza. Ed allora si sente chiamato a rendere presente fra i ragazzi ed i giovani questa paternità di Dio. Una paternità che vuole tutto il bene possibile per la crescita integrale dei giovani, dal pane, alla casa, allo studio, al mestiere, al cammino di fede, al gioco… Per questo perde letteralmente la testa di fronte ad un ragazzo bisognoso di aiuto e in difficoltà. La cosa peggiore di tutte è che qualche ragazzo vada a finire in carcere: non è proprio possibile stroncare una vita giovane così. Ed allora qualsiasi sacrificio è poco, pur di dar pane, lavoro e dignità di vita a più ragazzi possibile. Il suo amore per la giovinezza si manifesta con slancio: è solito dire che si sarebbe potuto trovare gente più virtuosa e sapiente di lui, ma era difficile trovare uno che volesse più di lui bene ai ragazzi in Gesù e che desiderasse di più la loro felicità. Questo gli permette di buttarsi in un’avventura di ecclesiologia oratoriana con una spiritualità di prete educatore ed un interessante magistero di pedagogia, dimostrandosi un vero maestro nell’imporre all’opinione pubblica del suo tempo, che gioca tutto sul ruolo dell’adulto, la necessità di mettere invece al centro dell’attenzione il problema dei giovani, sia per quello che riguarda le singole persone sia per il posto dei giovani nella società. Ma tutto parte da un intuito veramente profetico: aver capito che c’è un’età, che più delle altre cammina sul filo del rasoio, cioè sullo spartiacque di una vita sana e riuscita/realizzata ed una vita disgraziata frutto di un’esistenza rovinata e sprecata. C’è una manciata di anni, per don Bosco i più preziosi della vita, che sono veramente decisivi per l’intera esistenza. E questa non è tanto la fanciullezza e la preadolescenza, in cui il ragazzo sta ancora nell’alveo della sua famiglia, che volere o no, forma una specie di stampo e di contenimento. Non è nemmeno la giovinezza oltre i 18/20 anni, che ormai, nella società del suo tempo, fa un tutt’uno con la vita di un adulto, che ha già fatto le sue scelte di vita e di valori ed ha, bene o male, trovato o si è cacciato, in qualche modo, ad occupare un posto nella società. È invece l’adolescenza, la stagione per eccellenza dei passaggi: dal ragazzo alla maturazione biologica dell’adulto; dalla dipendenza dalla famiglia e dagli adulti, che lo circondano a scuola, in chiesa, nella società alla presa di distanza da tutti questi, per giocare tutto sulla sua persona e per affermare il suo io; dalla dipendenza nell’alveo religioso in cui è cresciuto al fare le sue scelte in prima persona nel lasciarsi coinvolgere più profondamente nell’esperienza religiosa o nel prendere le distanze da essa; dalle relazioni dettate soprattutto dal bisogno di sicurezza e dal bisogno di essere amato, alla scelta di relazioni giocate sulla significatività affettiva,… Sono anni di tunnel in curva, in cui si entra ragazzi e si esce adulti. Anni di trasformazione determinante, di ricerca ansiosa della propria identità e della propria immagine e l’affanno di diventare presto adulti, formando la propria personalità e la propria autonomia di persona unica ed irrepetibile. Sono passaggi di vita e di esistenza di un’importanza unica, per accettare la propria crescita biologica, col piacersi ed accettarsi come fisico e come carattere e con il gusto della vita; per giungere ad un’autonomia sociale sia attraverso l’istruzione, che il lavoro, che lo stare in società; per raggiungere un’autonomia affettiva e di relazione, sia verso gli adulti risultati importanti nella fanciullezza e preadolescenza, sia verso il gruppo dei pari, sia nelle scelte affettive e di innamoramento; per affermare un’autonomia di maturazione e di scelta di fede. Insomma anni straordinari per la formazione del proprio carattere e del proprio progetto di vita e di esistenza.

Don Bosco è profondamente convinto che gli adolescenti non sono cattivi, anche quelli che hanno già fatto esperienza del male; tutti avvertono in sé questa occasione unica e così determinante della loro vita e provano il bisogno, cercano, addirittura gridano in qualche modo, magari anche con lo sballo, la loro esigenza di essere accompagnati attraverso questo tunnel dei passaggi di esistenza. Che siano i garzoni, muratori o apprendisti dei vari mestieri; che siano giovani già in carcere; che siano adolescenti in balia di se stessi nell’esteso fenomeno migratorio della Torino della prima metà dell’Ottocento; che siano i ragazzi di buona famiglia. Non importa. Tutti sono a rischio, se sono lasciati in balia di se stessi. Bisogna solamente trovare chi si prende cura di loro ed escogiti il modo di radunarli ed abbia voglia di fare strada con loro attraverso una particolare strategia educativa. Ed è proprio qui che nasce l’educazione come cosa del cuore, che si esplicita contemporaneamente su due versanti: il versante dell’educazione, cui spetta di mettere in moto il cerchio dell’amore (= l’educatore ama in modo disinteressato, con quella particolare modalità per cui don Bosco ha inventato addirittura una parola, l’amorevolezza, cioè un modo di volere bene, che fa accorgere all’adolescente che gli vogliamo bene sul serio – per questo il ragazzo si sente amato – si apre a sua volta all’educatore -risponde al suo accompagnamento ed alla sua guida). E poi il versante strettamente del ragazzo: educazione come cosa del cuore, cioè educazione a cogliere il proprio cuore in senso biblico, il proprio centro vitale, lo scrigno prezioso che contiene appunto tutte quelle dinamiche di formazione della propria personalità e di ricerca di cammino nella propria autonomia di identità che abbiamo detto, per la realizzazione del proprio progetto di vita, in altre parole la propria vocazione.

 

 

Linee del metodo spirituale/pedagogico di don Bosco

Abbiamo tratteggiato alcune linee della personalità di don Bosco, che ce lo ha delineato come uomo di Dio e uomo della carità concreta verso la missione giovanile, combinando insieme quelle due realtà, che a scuola del suo direttore spirituale aveva imparato: una vita sacerdotale privata tutta imperniata in un forte impegno di santità ed una vita sacerdotale pubblica tutta impregnata di carità pastorale. In particolare con quell’intuito profetico che abbiamo appena descritto. È il suo amore a Dio e alla Chiesa che lo spinge ad interessarsi dei giovani, a creare una nuova mentalità, a farsi delle competenze inedite per la maggioranza del clero di allora. Un sacerdote pastore, che diventa sempre più educatore attraverso una pastorale giovanile, che si identifica/coincide con una seria educazione ed accompagnamento personale e di gruppo. Con una novità sensazionale: quella cioè di far passare il ragazzo dalla religione e dalla morale centrata esclusivamente sui doveri, tipica di tutta l’impostazione post-tridentina, che è rimasta in auge fino al Vaticano II (e oltre) alla religione e morale dell’amore, centrata su una teologia affettiva e sul presentare il fascino e la bellezza della virtù e di una vita virtuosa, per condurre i giovani alla salvezza. Il servizio del Signore infatti per lui non consiste in una vita melanconica, priva di piacere, come troppo sovente si percepiva dalle comunità cristiane del tempo, ancora imbevute di giansenismo ma come un cammino allegro e gioioso; occorre infatti servire il Signore in santa allegria. E questa allegria è sinonimo di santità, cioè avere nel cuore una grande pace, con la gioia che cresce facendo bene il proprio dovere e donandosi agli altri. A questo fine è importante darsi a Dio fin da ragazzi e non rinviare a tardi, nella vecchiaia, un’eventuale conversione, perché la via della vita è delineata già nell’adolescenza.

Tuttavia don Bosco non ha scritto trattati di pedagogia e nemmeno di pastorale. Tipo pratico qual è, non si serve di presentazioni teoriche per trattare della sua pedagogia spirituale. Egli si sforza, invece, di insegnare con i fatti a produrre altri fatti. Se noi vogliamo dunque cogliere le linee principali della sua pedagogia spirituale, per quello che ci interessa, in particolare nel contesto di questo convegno, dobbiamo riferirci alle sue biografie giovanili, scritte tra il 1859 ed il 1864. Soprattutto le più famose, che sono la vita di Domenico Savio, di Michele Magone e di Francesco Besucco. Si potrebbe dire che si tratta dei tre ragazzi tipo, che normalmente don Bosco ha incontrato nella sua missione giovanile: i buoni, i discoli o dissipati ed i sempliciotti. Essi sono soprattutto lo specchio della spiritualità di don Bosco, con tutti i temi più caratteristici del suo sistema educativo e pastorale, ben armonizzati nei fatti biografici della vita di questi adolescenti. Essi dimostrano un livello diverso di partenza, a causa della fanciullezza vissuta nei loro ambienti familiari: Domenico Savio è cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, per cui, quando si incontra con don Bosco, ha già fatto un notevole cammino di crescita cristiana. Michele Magone, orfano di padre fin da piccolo, è la tipica figura del ragazzo dissipato, che corre dei seri pericoli per la vita; uno dei tanti tolti dalla strada e che per la pedagogia spirituale di don Bosco passa da pericolante della vita a modello di vita cristiana. Francesco Besucco è il ragazzo semplice ed ingenuo, cresciuto in un piccolo villaggio di montagna, piuttosto rozzo anche se buono ed intelligente. C’è in ognuno una chiara fisionomia di partenza. Ma con ognuno di questi, incontrati nel punto di maturazione della crescita e della libertà, che fino a quel momento sono riusciti a costruire, prosegue il cammino ed, in pochissimo tempo, li porta a raggiungere delle autentiche vette di santità. Domenico Savio è stato ufficialmente canonizzato (quest’anno ricorre il 50° della sua canonizzazione) ma lo stesso si potrebbe fare degli altri due e di molti altri ancora, cresciuti con don Bosco nella sua pedagogia di santità. Don Bosco infatti è convinto che il farsi santi è possibile in ogni età e condizione. Questa sarà la fisionomia di arrivo. La stessa per tutti. Infatti parlare di salvezza delle anime e parlare di santità per lui è la stessa cosa. Ed è interessante il fatto che tutti e tre, nel loro cammino di crescita, sono decisamente orientati a diventare preti. Ma qual è il segreto di questa pastorale e pedagogia spirituale, che egli ha attuato e che descrive in queste tre piccole biografie? Cerchiamo brevemente di scoprirne le tracce, come programma di carità operante per farsi santi, ma senza delle cose eclatanti, semplicemente rendendo straordinario l’ordinario.

 

Pedagogia dell’ambiente

La prima cosa è la creazione di un ambiente. Don Bosco stesso ha modellato lo spirito della casa con la propria presenza abituale, con la celebrazione dei sacramenti, con le conversazioni con i singoli, con gli interventi a tutti, come le famose buonenotti. Così è nato l’oratorio, la prima rivoluzione di don Bosco, casa su misura per i giovani e poi, negli anni 50 dell’Ottocento il passaggio soprattutto al convitto e al collegio. Questi sono centri nodali: in mezzo sta la chiesa, da cui promana tutto un articolarsi di attività in rete, per agganciare il mondo dei giovani e con essi la società. Con lo scopo di dare un domani dignitoso a tutti i giovani, per una buona riuscita nella vita (onesti cittadini) ed insieme, soprattutto, per la loro maturazione cristiana (buoni cristiani). Essere protagonisti e crescere, chiamati a progettarsi e a conquistare se stessi: questo potrebbe essere definito lo scopo di questi ambienti. Un ambiente che è progettato per un itinerario assistenziale ed educativo, da percorrere fino alla maturità e adattato per fasce differenti di giovani, come abbiamo detto, dai discoli/dissipati fino a quelli buoni. Questi ragazzi, entrando all’oratorio, nel convitto o nel collegio, sia per studenti che per la scuola professionale artigiana, sembra che penetrino in un’altra atmosfera, tanto è pregna di stimoli costruttivi e di Dio l’aria che qui si respira.

 

Pedagogia delle mete

Il fine è molto chiaro. Don Bosco rimane un “fondamentalista” del Vangelo e della proposta cristiana e non ha timore di mettere in un’evidenza chiarissima, di fronte a tutti, che tutta la sua preoccupazione è diretta a salvare l’anima, subordinando a questo fine tutto il resto e tutti i mezzi umani. Vuole insegnare agli adolescenti a rischiare per grandi ideali, che possono diventare realtà, solo donandosi totalmente a Dio. È vero che la santità è opera dello Spirito Santo, l’unico capace di trasformare dal di dentro le persone e farne dei capolavori, ma è anche vero che la grazia ha bisogno di nature ben disposte e, soprattutto, dell’arte della pastorale della pedagogia, che fanno maturare le persone, aiutandole a sviluppare le loro potenzialità ed energie. Un percorso di santità non generico, che diventa concreto nei vari percorsi vocazionali adattati e corrispondenti ad ognuno degli adolescenti. Non è mistero per nessuno che lo scopo primo, per dare vita ai collegi per studenti, per esempio, è stato quello di favorire al massimo un ambiente ed un itinerario educativo, carico di intensa vita spirituale, che permettesse la maturazione di vocazioni ecclesiastiche, come diceva lui, tanto più che il nostro don Bosco è convinto che un ragazzo su tre ha in sé i germogli della vocazione consacrata. E il S. Padre, citando proprio questa convinzione di don Bosco, ha dato pieno avvallo qualche anno fa a questa, che, immediatamente, ci sembra una madornale esagerazione. Solo nel 1861 spunteranno nell’oratorio di Valdocco 34 vocazioni sacerdotali e al termine della vita di don Bosco i preti venuti fuori da Valdocco, per le varie diocesi non solo piemontesi, si conteranno a migliaia, senza annoverarvi i 773 Salesiani e le 390 Figlie di Maria Ausiliatrice. La molla di questa fecondità vocazionale sono proprio gli adolescenti. Don Bosco avrebbe potuto fondare la sua Congregazione, come quasi la totalità degli altri fondatori, stringendo in società dei collaboratori. Ne aveva degli illustri, come il marchese Gustavo di Cavour (fratello dello statista Camillo), il conte Cays, il banchiere Cotta e molti sacerdoti, tra cui dei santi, come il Cafasso, san Leonardo Murialdo, il beato Federico Albert, ecc. Per fondare la Società Salesiana don Bosco ha puntato sui ragazzi, sui migliori ragazzi, che si vede crescere intorno nell’oratorio e nel convitto e che provengono, in gran parte, dalla periferia torinese, figli della povertà, figli dell’allegria, figli della santità quotidiana dispiegata nelle esigenze dello studio, del lavoro, del gioco, del tempo libero.

 

Pedagogia dello stile

Ma il vero segreto è lo stile educativo. Per raggiungere il fine che abbiamo detto, don Bosco ha voluto una vita di famiglia ed un vivo senso di casa propria. L’ha appreso soprattutto dallo stile di bontà ed amorevolezza di san Francesco di Sales, con cui ha voluto caratterizzare tutta la sua opera, persine nel nome: salesiani appunto. Presenza, amore, famiglia, che crea una corrispondenza di affetto, riconoscenza, fiducia, e porta questi adolescenti a vivere con entusiasmo, perché un adolescente, che non vive alcun entusiasmo, è una creatura preoccupante e pone degli immediati interrogativi sulla mediocrità delle proposte che riceve dagli adulti. Don Bosco è convinto che i giovani non sono una categoria omogenea ma molto variegata, frammentata e spesso disorientata, da studiare prima accuratamente nel loro contesto ambientale, per cogliere le loro vere domande. Non per nulla, ben ammaestrato da don Cafasso e dagli altri superiori del convitto ecclesiastico, nei tre anni di apprendistato da prete, si rende profondamente conto di persona e ci riflette sopra accuratamente. Egli si è convinto che bisogna dare agli adolescenti ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento e di potersi esprimere in tutte le proprie caratteristiche e gusti, salvaguardando solamente i principi di moralità. Allora le iniziative loro proposte devono essere delle iniziative mobili, flessibili, non rigide, con programmi e trattamenti graduati. Anche gli impegni richiesti, oltre essere proporzionati, non devono mai essere complicati ma molto semplici, purché fatti con perseveranza. Un clima di famiglia, in cui offrire dei modelli, a portata di mano e di età, con i quali misurarsi e confrontarsi: prima san Luigi Gonzaga, poi il suo santo compagno di seminario Luigi Comollo e poi sarà la volta dei modelli stessi tra i ragazzi cresciuti alla scuola di don Bosco, cioè Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco. E proprio per questo scriverà quelle biografie, di cui abbiamo parlato. Don Bosco è convinto della forza efficace e trascinatrice dell’esempio, tanto che fra gli stessi ragazzi circolava il vezzo di dire: “Qui si fa così…”.

Per lavorare in questo modo e con questo stile con gli adolescenti occorrono degli adulti affidabili, che siano insieme padri, maestri e fratelli, amici. Se sono solo dei padri è facile cadere nel paternalismo o troppo buono o troppo severo ed è quindi difficile conquistare la confidenza. Se sono solo maestri e fratelli maggiori, possono dare degli insegnamenti e degli esempi apprezzabili, da ammirare con distacco, ma maturerebbe quasi esclusivamente in un’etica dell’impegno e del dovere, senza coinvolgimento affettivo della persona, e quindi non inciderebbe profondamente. Se sono solo amici, ci si può ridurre ad esser compagni di giochi, di gusti e anche di confidenze, ma senza smuoversi granché nella crescita personale. Invece no. Un adulto, un prete, un educatore, che assomma in sé tutte e tre le figure in modo armonico. Per questo motivo a don Bosco rimane più facile tirare su tra i suoi ragazzi degli adulti di questo spirito, che farsi aiutare da collaboratori, anche preziosi, ma senza questo trinomio caratteristico. Ma non esiste solo la massa ed il gruppo. Don Bosco disciplina la folla e la coltiva spiritualmente ed umanamente, ma poi porta avanti la pedagogia dell’uno per uno. Dopo aver delineato gli indirizzi comuni, egli si concentra sulla cura dei singoli. Per lui i giovani vanno considerati da persona a persona, nella loro originalità, ingaggiando con ciascuno un percorso di crescita e di maturazione proporzionate, a tal punto che ognuno veramente si sente considerato ed amato come se fosse unico, con la benefica illusione di sentirsi il prediletto. Infatti, la cura dei singoli è per don Bosco un equivalente della libertà di spirito, profondo rispetto della personalità di ognuno. E questo ancora una volta perché l’educazione è cosa del cuore e tutto il lavoro educativo parte di qui. Se il cuore non c’è o è rovinato, il lavoro educativo e formativo rimane molto difficile, con risultato incerto. E non fermandosi alle prime impressioni ed ai comportamenti immediati. Il più delle volte, sotto la scorza della rudezza, della ineducazione, del disinteresse e dissipazione, abbiamo un cuore buono, che può e deve essere liberato e coltivato, ottenendo degli ottimi risultati, come nel caso di Michele Magone. Perché nel suo sistema educativo questa fiducia, dettata dall’amore, è tutto e l’educazione/formazione dovrà essere indirizzata, come principio della vita pratica, a fare tutto per amore e con amore e nulla per forza. Il segno di questa crescita e maturazione dell’adolescente sarà quello di poterlo coinvolgere presto come collaboratore ed animatore della sua stessa opera pastorale ed educativa, attraverso una formazione specifica di gruppo e dei singoli. Ciò sarà decisivo per la maturazione delle scelte vocazionali specifiche. Anche con i ragazzi più difficili, che hanno già alle spalle delle esperienze distruttive, è possibile procedere con questa pedagogia della speranza, perché il seme gettato in questo tipo di itinerario educativo non resterà infruttuoso nella vita.

 

Pedagogia dell’itinerario

Riassumendo, potremmo dire che se don Bosco e le persone che hanno il suo spirito, devono essere armonicamente quel trinomio fondamentale: padre, maestro/fratello ed amico, i mezzi da adottare si possono racchiudere in due serie di trinomi interessanti: allegria, studio e pietà oppure anche: vita del cortile, disciplina del lavoro e spiritualità. Trinomi che andranno a confluire sintetizzati in quell’altro trinomio, che diventerà la formula per eccellenza del sistema preventivo: ragione, religione ed amorevolezza. Vediamoli brevemente.

Allegria: non è solo il test del buon funzionamento del sistema educativo di don Bosco ma è un contributo essenziale alla vita spirituale, il piacere di sentirsi in grazia di Dio, con la gioia della presenza del Signore nel profondo di sé ed esternamente si esprime nell’euforia chiassosa del gioco e dell’espressione dei propri gusti. Qui il cuore è tutto per l’allegria.

Studio/lavoro: educazione a guadagnarsi il pane e la vita. Senza educazione ed iniziazione ad un lavoro e ad una professionalità, con l’impiegare scrupolosamente il tempo delle proprie giornate, è difficile per don Bosco far giungere un adolescente a prendere di petto le responsabilità dell’esistenza, compresa la scelta personalizzata della fede. Per questo è don Bosco uno dei primi a stipulare contratti tra alcuni datori di lavoro ed i suoi adolescenti apprendisti. Non tollerava i poltroni, i superbi ed i borbottoni, che impegnano allo spreco le loro preziose energie di vita. Certo, uno studio ed un lavoro da attuarsi non comunque ma con uno spirito preciso. Lavorare e studiare con amore, perché questo è il segreto della riuscita pedagogica e professionale. Quindi, anche qui, il cuore è tutto.

Pietà: non è semplicemente una struttura di un certo numero di preghiere da dire in ogni giornata, per altro non così abbondante, come potremmo immaginare, ma come l’anima che permea la vita. Pietà per don Bosco è infatti quel sentimento che porta continuamente a Dio, che ti fa sentire Dio presente in te, sia quando preghi, sia quando compi qualsiasi altra azione e, senza il quale, tutto ciò che fai, vale poco o niente. Per questo Domenico Savio arriva a dire ad un suo compagno: “Noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri”. Una pietà, la vera pietas come vita nello spirito, che si appoggia su due pilastri fondamentali ed un mancorrente. Per il Santo degli adolescenti la Riconciliazione e la Comunione sono le vere centrali energetiche della pietas. Egli è solito dire che si poteva dire quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione ma egli non trovava alcuna base sicura se non nella frequenza della Confessione e della Comunione. E poi il mancorrente, cioè una devozione molto sentita alla Madonna, come maestra della propria crescita, per diventare docili allo Spirito Santo: un vero mancorrente per salire la scala impegnativa ed affascinante della santità quotidiana. Il motore di tutto qui, ancora, è il cuore.

 

 

Attualità del Metodo Preventivo per l’accompagnamento dei nostri adolescenti

Certo, sono cambiati tempo, società e cultura rispetto ai tempi di don Bosco. Occorre non limitarsi a discutere e copiare ma bisogna saper soppesare e discernere tra ciò che è tipico ancorato all’Ottocento, per lo più piemontese, e l’oggi tirato tra risorse e sfide multiculturali. Tuttavia, immediatamente, il Sistema Preventivo – che per don Bosco non è solo un metodo educativo ma coincide con la sua tipica spiritualità, proposta a tutti quelli della sua famiglia – dobbiamo riconoscere che si tratta di un sistema aperto per la nuova evangelizzazione e la nuova educazione. Una pedagogia che combina insieme il timore di Dio e la confidenza con lui. Una pedagogia quindi che amalgama amore e responsabilità. Un sistema che richiede un nuovo ruolo degli adulti nella società e nella formazione delle nuove generazioni, perché consiste in un particolare stile di incontro con l’età giovane, tale da determinare anche un nuovo stile di convivere nella società. Questo sistema mantiene quindi la sostanza della sua validità, richiedendoci una coraggiosa opzione di fondo ed alcuni atteggiamenti concreti ed urgenti. Vediamoli.

Occorre tornare a rischiare per i grandi ideali. Prima di cogliere delle indicazioni per dei cammini di vocazioni specifiche, il Sistema Preventivo ci coinvolge sul panorama vocazionale fondamentale. Don Bosco presenta agli adolescenti l’itinerario ulteriore di vita come un invito a guardare in alto, a darsi da fare con coraggio e a rischiare per i grandi ideali. Sa lanciare la proposta della santità giovanile attraverso una pedagogia realista ma che va ben oltre un volere la felicità cercata solo nell’effimero, proposta dalla società consumista ed edonista, in nome di libertà e di felicità fasulle. Si tratta per noi, come per don Bosco, di tornare a credere che anche i ragazzi, fin dall’adolescenza, sono capaci di scelte coraggiose di vita. Ognuno di essi è portatore di grandi energie di bene da sviluppare, perché in tutti esiste uno scrigno preziosissimo da trovare, che contiene un sogno, una vocazione ed una missione da realizzare, una causa da portare avanti ed una meta da raggiungere. E l’adolescenza non è l’età stupida delle attese chimeriche, ma una stagione preziosa, per impostare bene ed iniziare a sviluppare l’immenso potenziale di bene, di scelte coraggiose e creative, di risposta al senso della vita. Aspettare dopo è tardi e pericoloso. Il segreto di don Bosco è non deludere queste aspirazioni profonde degli adolescenti ma far fare loro esperienza che servire Dio non è infelicità, perché nessuno come Dio sa rendere felici. Far sperimentare gradualmente ma costantemente e realisticamente che solo nella vita di grazia si possono realizzare in pieno gli ideali più grandi della vita.

Si tratta di tornare a coniugare insieme educazione e santità, come se si trattasse di far tranquillamente un interscambio. La santità, che continuiamo purtroppo a banalizzare abbastanza, vedendola come un qualcosa di aereo e poco realistico, lontana dalla vita concreta, come un insieme di tante curiosità esteriori e fatti straordinari, non deve intimidire come se si trattasse di un eroismo impossibile. La santità non è opera nostra ma una consegna di se stessi all’amore di Gesù. Tutto qui. È la misura alta della vita cristiana ordinaria ma è insieme amore effuso nei cuori (cfr. Rm 5), che, per questo, diventano il centro e la sorgente del senso della vita e dell’amore, che si sprigiona in un forte dinamismo, con cui si può vivere di fede nel concreto del quotidiano e nel servizio degli altri. Ancora una volta ci rendiamo conto che l’educazione è cosa del cuore, perché il cuore può e deve diventare questa centrale energetica di vita. Ragazzi, adolescenti e giovani santi continuano ad essere il frutto più prezioso del Sistema Preventivo. Viene immediatamente da chiederci se oggi ci sono degli adolescenti capaci di vita cristiana così. Ma l’obiezione deve essere immediatamente reimpostata e formulata in altro modo: ci sono dei maestri, educatori, che sanno scorgere il lavoro della grazia nel cuore dei giovani e perciò si dimostrano pronti a fare agli adolescenti questa proposta di santità, accompagnandoli per percorsi, che si traducono in atti ed in vita? Si potrà ribattere che i tempi sono diversi. Certo le sensibilità culturali sono diverse rispetto ai tempi di don Bosco ma le attese profonde dei ragazzi, adolescenti e giovani continuano ad essere le stesse! Pensiamo alla sete di amore, di felicità, di vita, del senso dell’esistere…

Diciamo che spesso ci troviamo un po’ tutti, cominciando dai genitori, insegnanti fino a noi preti, ad essere degli educatori sprovveduti ed incompetenti, non tanto e solo nella metodologia delle scienze umane pedagogiche ma soprattutto nella ispirazione, che si fonda sulla pedagogia di Dio. Magari non sappiamo fare altro che denunciare i tempi difficili e l’impossibilità di intervento efficace sugli adolescenti di oggi. E allora manchiamo di coraggio, nel saper presentare la proposta evangelica della vita. Non andiamo oltre il sorrisino di compassione e lo scrollare la testa su questi argomenti “troppo spirituali” e ci adattiamo ad un tipo di educazione, che pur essendo umanista, è semplicemente una delle tante, senza identità ed incisività, ad una pastorale del divertimento, senza additare mete alte da raggiungere, giocando al ribasso con i nostri adolescenti, molto al di sotto delle loro capacità e disponibilità, oltre la loro scorza ruvida.

E allora che tipo di educatore vogliamo, sempre in base al Sistema Preventivo?

Vogliamo degli educatori che sanno creare prima di tutto ambienti pregni della vita e dell’esperienza di Dio, ambienti nei quali la cultura vocazionale di fondo e specifica trasudi in tutta la sua ricchezza.

Vogliamo degli educatori che prima vivano loro intensamente quello che propongono. Poi, articolando le proposte di crescita e di formazione per tutti, sanno giocare le loro carte migliori nell’incontro personale, perché, oltre tarare e misurare l’apporto pedagogico ad ognuno, si abbia la possibilità di dimostrare quell’affetto personale, che fa aprire il cuore ad accettare un cammino di apertura ai grandi ideali: la vocazione personale alla santità nel percorso della propria vocazione specifica.

Vogliamo degli educatori che sappiano impostare con gli adolescenti un itinerario di crescita e di progressività, che sia a tutti gli effetti un itinerario di chiara valenza vocazionale. A questo proposito voglio solamente indicare qualche punto, che mi sembra determinante e consequenziale, con ciò che abbiamo rilevato:

a) Aiutiamo i nostri adolescenti ad assumere la vita come dono e come responsabilità. Nessuno di noi può sostituirsi a loro per le responsabilità della loro esistenza e per le responsabilità del futuro del nostro pianeta. Questa diventa la proposta della santità come gioia di vivere in un ambiente di allegria e confidenza, con il gusto di conquistare e costruirsi l’esistenza.

b) Aiutiamo i nostri adolescenti ad abbracciare con coraggio e fiducia l’esperienza di Dio, quella vera, non i surrogati di esperienze religiose aberranti dentro e fuori del cristianesimo. Questa diventa la proposta della santità come spina dorsale, come nerbo fondamentale dell’intera esistenza: donarsi completamente a Dio, per vivere una vita degna di esser vissuta e come energia e garanzia di un’autentica crescita personale.

c) Aiutiamo i nostri adolescenti, tornando a presentare loro dei modelli di vita, non solo del passato, ma raccogliendo e diffondendo testimonianze di oggi. Questo diventerà la maniera pratica di saper incamminare serenamente i nostri adolescenti sulle strade della santità, che tutti considerano difficili, per non dire impossibili, fuori dalla portata comune. Come ci asserisce von Balthasar, che oggi occorre fecondare e ringiovanire tutta la vita cristiana con una trasfusione di sangue proveniente dall’agiografia[3].

d) Aiutiamo i nostri adolescenti ad aprirsi, di conseguenza, alla vita come vocazione, come missione, portandoli alla dimensione sociale del servizio, per assumere un serio progetto personale di vita. Questo esige, fin dall’adolescenza, di vivere la responsabilità dello studio e del lavoro assiduo, per prepararsi a servire adeguatamente gli altri. Questo diverrà la proposta di santità nelle esigenze del quotidiano.

 

 

 

Per concludere

“È un padre che gode parlare delle cose sue a’ suoi amati figlioli, i quali godono pure nel sapere le piccole avventure di chi li ha cotanto amati e che nelle cose piccole e grandi si è sempre adoperato a operare a loro vantaggio spirituale e temporale”[4]. Così don Bosco definisce se stesso presentando quel suo testo fondamentale, che sono le Memorie dell’Oratorio di san Francesco di Sales, ai suoi adolescenti, che ormai sono diventati i suoi Salesiani. Ma è e rimane un padre affezionato anche di tutti coloro che, anche nella nostra epoca, vogliono prendersi a cuore la situazione giovanile in tutto il suo dramma e con tutte le sue risorse. Quindi anche di noi. Ci ha raccontato un po’ della sua straordinaria esperienza, per scaldarci il cuore e darci il coraggio di tornare a rischiare, tentando qualcosa anche noi. Che la sua intercessione, allora, ci ottenga di essere dei veri padri nei riguardi di tutti i ragazzi, adolescenti e giovani che incontriamo. Padri della loro crescita verso il sogno grande della loro vita, che è anche il sogno di Dio.

 

 

Riferimento bibliografico

Andreoli V., Lettera a un adolescente, Milano, Rizzoli, 2004

Von Balthasar H.U., Sorelle nello spirito – Teresa di Lisieux e Elisabetta di Bigione, Milano, Jaca Book, 1991

Bosco G., Introduzione al Piano di Regolamento, in braido P, Don Bosco nella Chiesa a servizio dell’umanità, Roma, Las, 1987

Bosco G., Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales (a cura di da silva ferreira A.), Roma, Las, 1981

Braido P., Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà, T. I, II, Roma, Las, 2003 

Buccellato G., Alla presenza di Dio – Ruolo dell’orazione mentale nel carisma di fondatore di S. G. Bosco, Roma, ed. PUG, 2004

Caviglia A., Opere e scritti editi e inediti di don Bosco – Nuovamente pubblicati e riveduti secondo le edizioni originali e manoscritti superstiti a cura della Pia Società Salesiana, T. 4, 5, 6, Torino, Sei, 1965

Chavez P., Messaggio ai giovani del MGS, in “Atti del C. G.”, 385 (marzo-giugno 2004), Roma, Ed. SDB

Desramaut E, Don Bosco en san temps, Torino, Sei, 1996

Lemoyne G.B., Memorie Biografiche di D. G. Bosco, T. IV, S. Benigno C. (TO), Scuola tipografica e libreria salesiana, 1904.

 

 

Note

[1] Andreoli V., Lettera a un adolescente, Milano, Rizzoli, 2004, p. 18s.

[2] Lemoyne G.B., Memorie Biografiche di D. G. Bosco, T. IV,  S. Benigno C. (TO), Scuola tipografica e libraria salesiana, 1904, p. 588.

[3] Von Balthasar  H.U.,  Sorelle nello spirito — Teresa di Lisieux e Elisabetta di Ditone, Milano, Jaca Book, 1991, p. 28.

[4] Bosco G., Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales (a cura di da silva ferreira A.), Roma, Las, 1981, p. 32.