N.05
Settembre/Ottobre 2005

Pastorale del territorio e pastorale universitaria verso una preziosa sinergia

“La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua gloria e potenza. Con queste ci ha donato i beni grandissimi e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura divina, essendo sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza. Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo. Chi invece non ha queste cose è cieco e miope, dimentico di essere stato purificato dai suoi antichi peccati. Quindi, fratelli, cercate di rendere sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai. Così infatti vi sarà ampiamente aperto l’ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo” (2Pt 1,3-11). 

 

Queste parole di San Pietro ci introducono sapientemente nel tema in questione: in che modo e a quali condizioni la pastorale del territorio sostiene ed è a sua volta arricchita dalla pastorale universitaria? 

Alla luce dell’ampio materiale di riflessione che la Chiesa ha prodotto negli ultimi anni, è bene soffermarsi a valutare e a ragionare sulla ricaduta che tanta ricchezza di contenuti ed esperienze sta avendo e avrà in futuro nelle nostre comunità cristiane. Un fatto è certo: non si tratta di sottrarre ma di aggiungere. Fare pastorale in Università, nelle Cappellanie, in Parrocchia, negli ambienti di vita o di lavoro non deve portare alla parcellizzazione della proposta cristiana, ma deve concorrere all’unità, a maggior beneficio dei singoli e delle comunità, arricchite dal sostegno e dalla specificità di ciascuna realtà in questione. Alle prime comunità cristiane San Pietro dà proprio questa indicazione: aggiungere la fede alla virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità: tutta questa ricchezza di valori costruisce la bellezza della vita cristiana dalle radici. Dice ancora San Pietro: “Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo”. E noi siamo chiamati a portare frutto, a vivere da cristiani in famiglia, all’università, sul lavoro, nelle Chiese locali, cioè nei luoghi dell’amore fraterno, della pazienza, della conoscenza, della temperanza e della pietà… Siamo chiamati: questo verbo è la chiave di lettura della nostra pastorale e la scommessa della nuova evangelizzazione. 

Infatti “che pastorale è quella che non coltiva la libertà di sentirsi chiamati da Dio, né fa nascere novità di vita?”. Alla vigilia del Giubileo il Documento Nuove vocazioni per una nuova Europa poneva questa domanda e metteva in luce problematiche, limiti e prospettive della pastorale vocazionale, ma soprattutto chiariva che proprio la pastorale vocazionale è la vocazione della pastorale oggi. 

A pochi anni di distanza da quel tempo di Grazia che è stato l’evento giubilare e in un momento di grande tensione per lo scontro-confronto tra civiltà, è più che mai importante allargare la consapevolezza che la pastorale vocazionale è la prospettiva originaria della pastorale generale. Ora come allora risuona profetica la visione secondo cui nel mondo di oggi prevale il modello dell’uomo “senza vocazione” che non porta certo alla costruzione di un mondo migliore. A questo modello autodistruttivo è senz’altro da contrapporre la cultura vocazionale, cioè quella cultura della vita che poggia su valori quali la gratitudine, l’accoglienza del mistero, la fiducia in sé e nel prossimo che genera altruismo vero e duraturo. Cultura della vita che si coglie anche nell’avvertire il senso dell’incompiutezza, nell’aprirsi al trascendente, nell’essere disponibili a lasciarsi chiamare da un Altro. 

E ancora da questa cultura della vita si genera la capacità di sognare, di desiderare in grande, di commuoversi di fronte al dono ricevuto, di provare stupore per la bellezza e di imparare a sceglierla. Con questo complesso di valori si può costruire un mondo migliore, ma questa consapevolezza è ora che passi dai singoli alla comunità civile, dai credenti ai non credenti, tutti uniti sul terreno umano della domanda di senso, del desiderio di verità. L’uomo è sempre stato proteso alla conoscenza della verità e sempre lo sarà, perché fa parte della sua natura e tutta la storia dell’umanità lo dimostra. 

Nell’Enciclica Fides et Ratio Giovanni Paolo II ci insegna che la fede e la ragione sono le due ali con le quali l’uomo si eleva al livello della verità. Alcune volte l’uomo ha posto la sua speranza nell’aiuto di Dio, ma spesso si è poggiato solo sulla propria forza e sulla ragione e purtroppo i risultati sono sotto i nostri occhi: il progresso impressionante e spesso terribile delle scienze e delle tecnologie; le prodigiose ma inquietanti scoperte della genetica e delle biotecnologie. La Chiesa è chiamata dalla sua vocazione e missione a prendere parte attiva alle trasformazioni in corso nel mondo e anche in Europa come ci ricorda ancora Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Ecclesia in Europa: “L’Europa ha bisogno di speranza, e questo invito alla speranza non si fonda su un’ideologia utopistica; è al contrario l’intramontabile messaggio della salvezza proclamato da Cristo” (EE 120). 

La speranza è, infatti, il segreto della vita cristiana. Essa è il respiro assolutamente necessario sul fronte della missione della Chiesa e in particolare della pastorale vocazionale. Occorre quindi rigenerarla nei sacerdoti, negli educatori, nelle famiglie cristiane, nelle famiglie religiose, insomma in tutti coloro che devono servire la vita in tutte le sue espressioni e manifestazioni. E l’Università deve giocare un ruolo importante in questo processo di integrazione dell’Europa e di infusione di speranza, a volte contro ogni speranza. 

È già successo in passato – alle origini – che le Università abbiano contribuito a creare ponti tra culture e generazioni e oggi i tempi lo richiedono ancora. È necessario evangelizzare la cultura, un ruolo che appartiene tanto ai professori che agli studenti. Se infatti gli uomini di cultura “tramandano alle nuove generazioni i valori di un patrimonio culturale arricchito da due millenni di esperienza umanistica e cristiana” (EE 59), gli studenti – con l’entusiasmo che è proprio dei giovani – possono essere i promotori dell’unità e del dinamismo del Vangelo nel mondo contemporaneo. Ascolteranno più i testimoni che i maestri, amava dire Paolo VI… 

Dunque è sul terreno della trasmissione dei valori profondamente umani e cristiani che bisogna progettare la nostra pastorale affinché sia efficace e porti frutto. 

 

Ancora nel Documento Nuove vocazioni per una nuova Europa si diceva in modo molto efficace: “Come la Roma antica, l’Europa moderna sembra simile a un pantheon, a un grande tempio in cui tutte le divinità son presenti, o in cui ogni valore ha il suo posto e la sua nicchia”. 

Ma quali e quanti presunti o pseudo “valori”! Non si può non costatare che nonostante tanta eccedenza di occasioni e sollecitazioni c’è poi la carenza di progettualità tra i giovani e nella società in genere. Il rischio è quindi quello del relativismo etico, come ha ribadito Benedetto XVI agli esordi del suo Pontificato. Ci sono “valori” diversi e contrastanti contemporaneamente, senza una gerarchizzazione precisa, a scapito della capacità progettuale della vita. Niente può dar senso alla vita se tutto è sullo stesso piano… 

Possiamo quindi dire con i nostri vescovi che “la vocazione è il cuore stesso della nuova evangelizzazione alle soglie del terzo millennio, è l’appello di Dio all’uomo per una nuova stagione di verità e libertà, e per una rifondazione etica della cultura e della società europea”. 

La crisi delle vocazioni, l’incapacità dei giovani di fare scelte definitive e di impegnarsi a progettare il proprio futuro sono una realtà come lo è spesso anche l’incapacità degli operatori vocazionali di mettere in atto una pastorale efficace. Problematiche reali, certo, le cui cause sono state ampiamente studiate e analizzate. I cambiamenti socio-economici e culturali della vecchia Europa, la crisi della famiglia, delle istituzioni, dei modelli ideologici possono spiegare il fenomeno, ma poi è necessario andare oltre e tornare a sperare anzi, ritrovare le ragioni della Speranza. È necessario avere fiducia, perché il Signore continua a chiamare… 

La pastorale vocazionale deve tornare nel vivo delle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle cappellanie universitarie, là dove le persone vivono e dove i giovani in particolare sono coinvolti più o meno significativamente in un’esperienza di fede. Si tratta, cioè, di far uscire la pastorale vocazionale dalla cerchia degli addetti ai lavori per raggiungere ogni espressione della pastorale del territorio. Naturalmente programmando cammini pastorali unitari e valorizzando ciò che è già vocazionalmente eloquente sul territorio. 

“Quindi, fratelli, cercate di rendere sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai. Così infatti vi sarà ampiamente aperto l’ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo”. Così conclude San Pietro nel brano che ha mosso la nostra riflessione e si intuisce che è ai singoli e alle comunità che parla, perché solo una testimonianza corale rende efficace l’animazione vocazionale. Come a dire: “In una Chiesa tutta vocazionale, tutti sono animatori vocazionali”. 

Con realismo nell’Instrumentum Laboris che ha preceduto il Documento Nuove vocazioni per una nuova Europa si diceva: “Stiamo verificando… la debolezza di tanti luoghi pedagogici (gruppo, comunità, oratori, scuola e soprattutto famiglia)”. Infatti la crisi vocazionale è certamente anche crisi di proposta pedagogica e di cammino educativo, poiché molte volte nelle nostre Chiese, sono chiari gli obiettivi, ma restano un po’ indefiniti i passi da fare. Mancano, forse, percorsi pedagogici adeguati per promuovere quella cultura della vita di cui si diceva prima e per suscitare la disponibilità vocazionale. Ma la debolezza dell’impianto educativo oggi non è solo un problema della Chiesa. 

Dunque proprio sulla convergenza di fine e di metodo siamo chiamati a lavorare se vogliamo raggiungere quella proficua collaborazione e arricchimento reciproco tra pastorale universitaria e pastorale del territorio. Ovviamente a partire dall’ascolto della Parola di Dio e dalla partecipazione alla Mensa eucaristica. 

Dio parla all’uomo con la ricchezza della Scrittura che l’anno liturgico – scuola permanente di fede – porta ad esplorare. Ne emerge un progetto vocazionale che sollecita ogni cristiano a rispondere sempre di più alla chiamata, per una precisa e personale missione nella storia. 

L’originalità della vocazione cristiana, infatti, sta nel far coincidere il compimento della persona con la realizzazione della comunità e cioè nel far prevalere la logica dell’amore su quella degli interessi privati, la logica della condivisione su quella dell’appropriazione egoistica dei talenti (cfr. 1Cor 12-14). 

 

Tra le attività pastorali, poi, se ne possono mettere in campo tante: 

– momenti di conoscenza e di convivialità; 

– iniziative culturali di vario genere (mostre, concerti, conferenze a tema); 

– costruzione della coscienza e sensibilità ecumenica; 

– attenzione a percorsi formativi etici in vista dei futuri sbocchi professionali; 

– percorsi di accompagnamento spirituale per il discernimento vocazionale e in vista dei Sacramenti. 

Oggi la recente riforma universitaria in Italia ha modificato le modalità di coinvolgimento di studenti e docenti. Tutti – dati i ritmi di studio e lavoro – hanno meno tempo a disposizione e dunque la nuova pastorale universitaria deve tenerne conto. Si tratta cioè di discernere quali sono i bisogni essenziali delle persone e predisporre risposte che tengano conto più della qualità che della quantità delle proposte pastorali. È soprattutto importante che il mondo universitario avverta di essere parte della comunità cristiana, ad essa si senta legato e faccia riferimento per creare comunione e non frammentarietà. 

Nelle Proposizioni conclusive del Congresso europeo sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata si legge che i giovani “hanno nostalgia di libertà e cercano la verità, la spiritualità, l’autenticità, la propria originalità personale e la trasparenza, che insieme hanno desiderio di amicizia e di reciprocità”, che cercano “compagnia” e vogliono “costruire una nuova società, fondata su valori quali la pace, la giustizia, il rispetto per l’ambiente, l’attenzione alle diversità, la solidarietà, il volontariato e la pari dignità della donna”. 

Ai pastori, guide delle comunità cristiane, spetta il compito del discernimento per far parlare i segni liturgici e i vissuti dell’esperienza di fede, al fine di cogliere gli appelli vocazionali dello Spirito, perché è Lui l’annunciatore delle “cose future” (Gv 16,13), è Lui a donare un’intelligenza spirituale nuova per capire la storia e la vita. È Lui che suscita le grandi domande di senso sulla vita e sul futuro, ma sono poi le nostre risposte piccole e quotidiane che provocano le grandi decisioni, come quella della fede; o che creano cultura, come quella della vocazione. 

 

 

Bibliografia 

PONTIFICIA OPERA PER LE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE, Nuove vocazioni per una nuova Europa, Documento finale del Congresso sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa, Roma, 5-10 maggio 1997. 

PONTIFICIA OPERA PER LE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE, La pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari d’Europa, Documento di lavoro del Congresso sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa, Roma 1996 (Instrumentum Laboris). 

Proposizioni conclusive del Congresso Europeo sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata, Roma, 5-10 maggio 1997. 

GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti al Congresso europeo sulle vocazioni in Europa, in “L’Osservatore Romano”, 11/6/1997. 

Università e Chiesa in Europa, Atti del Simposio Europeo, Roma, 17-20 Luglio 2003, Elledici 2003. 

Fides et Ratio, Enciclica di Sua Santità Giovanni Paolo II ai Vescovi della Chiesa cattolica circa i rapporti tra fede e ragione, Roma 14 settembre 1998. 

Ecclesia in Europa, Esortazione Apostolica del Santo Padre Giovanni Paolo II ai Vescovi, ai Presbiteri e ai Diaconi, ai Consacrati e alle Consacrate ed a tutti i Fedeli Laici su Gesù Cristo vivente nella Chiesa, sorgente di speranza per l’Europa, Roma 28 giugno 2003 (EE). 

Omelia del Card. Joseph Ratzinger in occasione della Missa pro eligendo Pontifice, San Pietro, 18 aprile 2005. 

Discorso di Sua Santità Benedetto XVI all’apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma su famiglia e comunità cristiana, Basilica di S. Giovanni in Laterano, 6 giugno 2005.