N.06
Novembre/Dicembre 2005

I consacrati: testimoni del Risorto nella pastorale vocazionale della Chiesa locale

Grazie di avermi invitato, vi saluto tutti anche a nome della Presidente dell’USMI, M. Teresa Simionato. Ho riflettuto a lungo sul tema e sull’obiettivo di questo Forum e mi congratulo per il coraggio, nel NT si direbbe la parresia, che lo caratterizza, proprio perché si è voluto mettere a fuoco il dono della vita consacrata nella Chiesa locale e la sua testimonianza di Cristo Risorto, il Vivente. 

Implicitamente si afferma che in nessuna Chiesa locale può mancare questa testimonianza, proprio perché il fascino della sequela radicale di Cristo, è per i giovani il più convincente annuncio vocazionale. E qui troviamo la prima sfida del Forum: i giovani chiedono dei testimoni, cioè gente che non parla per sentito dire e non vive per osservare una legge o, tanto meno, cercare una qualche realizzazione di se stessa. 

Testimoni che siano anche maestri di vita, gente che sa stare al mondo, che sa vivere. A me pare che oggi, non solo i giovani, ma tutti chiedono che i discepoli del Signore siano testimoni credibili. Non c’è dubbio che oggi più che mai la testimonianza, o se vogliamo la martyrìa, sia la forma ecclesiale più richiesta ed anche trasparente ed efficace. Quando più profondo e diffuso è il martirio, tanto più efficacemente è annunciato l’Evangelo a tutte le genti. Questo è direttamente proporzionale (cfr. Mt 24,14). 

Nell’obiettivo si precisa inoltre che questa testimonianza diventa affascinante se vissuta nella speranza e nella gioia. È come dire: quanto più siete “martirizzati” o state condividendo la Pasqua di Cristo, tanto più siete chiamati alla gioia e alla speranza del Regno: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi! (…) Beati voi se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria, lo Spirito di Dio riposa in voi” (1Pt 4,13-14). 

Qui c’è la grande sfida per noi consacrati, che siamo chiamati a vivere ogni situazione e avvenimento, anche il più doloroso, insieme a Cristo, cioè alla sua Pasqua, che ci fa vedere la luce della Risurrezione proprio nel buio del venerdì santo. E questa è la sfida della fede, perché la nostra speranza sia fondata in Dio e la nostra gioia non sia un’effimera effervescenza di facciata, ma un frutto dello Spirito. 

Se l’amato, l’amore, il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se posso essere convinto che colui che mi ama è vicino a me, anche in situazioni di tribolazione, rimane nel fondo del cuore la gioia che è più grande di tutte le sofferenze. L’apostolo può dire «gaudete» perché il Signore è vicino ad ognuno di noi. E così questo imperativo in realtà è un invito ad accorgersi della presenza del Signore vicino a noi. È una sensibilizzazione per la presenza del Signore”. 

Perché spesso non è così? E perché la nostra vita non risulta così affascinante per i giovani, anche quando abbiamo stampato sul volto il più bel sorriso possibile? No so rispondere a questa domanda, ma vorrei usare un paragone e mi scuso se risulterà poco poetico. A me pare che ci sia un problema tecnico, di collegamento con la Fonte, c’è nel percorso di molti discepoli del Signore, anche dei consacrati, qualcosa di collegato male o addirittura scollegato, c’è una dispersione d’energia che non fa giungere ai destinatari la luce e l’acqua della Vita. Certamente qualcosa non funziona bene, perché quando nella Chiesa mancano le vocazioni cristiane: al sacerdozio, alla vita consacrata, al matrimonio, allora c’è qualcosa che non va nel funzionamento di tutto l’apparato di trasmissione della fede. E penso che voi siate qui anche per vedere insieme, con attento discernimento, dov’è il guasto e per tentare di ripararlo con delle scelte coraggiose. Un forum è certamente utile per riflettere insieme, meglio se fatto nello stile del discernimento spirituale, perché dal forum bisogna ripartire con gli attrezzi giusti per riparare i guasti che vengono alla luce e soprattutto per dare una svolta al nostro stile di vita. 

Siamo tutti convinti che la crisi vocazionale è una grande umiliazione per le nostre Chiese di antichissima tradizione e caratterizzate, nel passato, da grande fecondità spirituale. Un’umiliazione che tutti sentiamo cocente, non solo i religiosi e le religiose, ma soprattutto i Vescovi, i pastori delle nostre Chiese, che si rendono conto che il venir meno di una presenza religiosa così capillare, sia proprio una grave perdita per la Chiesa tutta. E non c’è nulla che possa surrogare questa presenza nella Chiesa. Allora che cosa possiamo fare? Anche qui non ho delle risposte, anch’io le sto cercando, anche come USMI ci stiamo interrogando da tempo su questo. 

Una delle possibili cose da fare, mi pare, sia quella di “scendere nella grotta”. C‘è bisogno di qualcuno che sappia fare silenzio e sappia rimanere in ascolto davanti al Signore, nella preghiera. Penso che già alcuni lo stanno facendo e il loro servizio, nascosto, è uno dei più efficaci per la Chiesa e dei più urgenti per il presente e il futuro della vita consacrata. L’entrare nella grotta e rimanervi a contatto con le profondità della storia e del cuore umano, si può considerare un’icona di riferimento, ricorrente nella storia della Chiesa e della vita religiosa. La grotta è stata considerata quasi un grembo di gestazione della vita nuova, che lo Spirito vuole far venire alla luce. Nei momenti storici di particolare difficoltà per la vita cristiana si è sentita quest’attrazione verso la grotta, la necessità di un tempo di nascondimento e di silenzio, d’esclusivo contatto con Dio, per prendere le distanze dal mondo e guardare la realtà dal punto di vista di Dio. Da Antonio il grande, sino a Benedetto, Francesco, Ignazio, Charles de Foucauld, i santi Fondatori, ognuno ha avuto la sua grotta, la sua discesa nelle profondità del cuore, per sintonizzarsi meglio sulla volontà di Dio. Che succede nella grotta? Succede una vita intensissima e piena di sorprese, ma mi limito a ricordare solo due aspetti della vita nella grotta, che mi sembrano decisivi per disporsi al dono del discernimento, cioè di quella lucidità spirituale che ha permesso di ripartire da Cristo, cioè di riformare o rifondare la VR, periodicamente, nella storia della Chiesa. 

Nella grotta si vive: 

1) Anzitutto la preghiera continua, l’assimilazione incessante della Parola di Dio, in un dialogo ininterrotto con il Signore, una preghiera della Parola che diventa carne, corpo, vita, anima. “In particolare la preghiera dei Salmi che possiamo considerare quelle parole che, provenienti da Dio, sono diventate risposta a lui gradita da parte nostra, quelle Parole che sono diventate preghiera. Pregando i Salmi, l’orante ha a che fare con la carne di una comunità in preghiera. Carne impregnata di Parola di Dio, carne che si è consumata, macerata, nell’ascolto della Parola, che è divenuta essa stessa carne, ossia storia vissuta nell’obbedienza a Dio[1]

Anche Benedetto XVI, nel commento alla lettura breve dell’Ora terza in apertura della prima sessione del Sinodo sull’Eucaristia, ci ricorda la necessità di un contatto vivo con la Parola per formare in noi la mentalità di Cristo: “Pensare con il pensiero di Cristo. E possiamo farlo leggendo la Sacra Scrittura, nella quale i pensieri di Cristo sono Parola, parlano con noi. In questo senso dovremmo esercitare la «Lectio Divina», sentire nelle Scritture il pensiero di Cristo, imparare a pensare con Cristo, a pensare il pensiero di Cristo e così avere i sentimenti di Cristo, essere capaci di dare agli altri anche il pensiero di Cristo, i sentimenti di Cristo[2].

E qui una prima indicazione per noi. Com’è la nostra preghiera di consacrati? Quante ore al giorno dedichiamo alla preghiera, specialmente nell’ascolto della Parola e nella gratuità della lode? Non abbiamo forse un po’ annacquato il nostro modo di pregare, per cui non siamo più capaci di disciplina, di durata, di profondità spirituale? La qualità della preghiera è proprio la cartina di tornasole della qualità della nostra vita cristiana. In che misura il contatto con la Parola ci mette in comunione con il Cristo Vivente? A volte i momenti della nostra preghiera personale e comunitaria, sono appunto momenti, che ritagliamo con grande fatica dalla nostra giornata, troppo proiettata sul da farsi o peggio ancora, sulla preoccupazione per noi stessi. Forse la preghiera non è più la struttura portante della nostra vita, dobbiamo dircelo con franchezza, per questo la nostra fede fatica a testimoniare il Signore Vivente, per questo non riusciamo ad esprimere la totale gratuità di una relazione d’Amore e di conseguenza il nostro agire non è affascinante e il nostro servire non è sempre espressione della carità, ma più spesso ricerca di protagonismo. 

Pregate, dunque, il padrone della messe, perché mandi operai alla sua messe” (Lc 10, 2). 

 

2) Poi il discernimento spirituale, il quale è dono dello Spirito ed anche frutto di un’ascesi, della purificazione del cuore e della mente, un lavorìo interiore, che ha la sua espressione visibile nell’umiltà, nella mitezza delle relazioni, nella povertà evangelica. Essa richiede l’assunzione di uno stile di vita capace di fare a meno di tante cose, di tante curiosità, di tanti legami, di tante conoscenze superflue, per rimanere liberi di cogliere ciò che è essenziale. Qui bisogna fare l’esempio di quale inganno sia quello di voler sapere e conoscere tutto per poter fare la pastorale. Gira questa strana idea. Questo è un inganno, perché a noi è chiesto di sapere e di conoscere ciò che gli altri non sanno e non conoscono o non hanno la pazienza di conoscere e di approfondire. I giovani che vengono a noi o che andiamo a cercare, avranno bisogno, prima o poi, di ascoltare una parola che non trovano altrove, una parola che viene non dalla sapienza di questo mondo ma dalla consuetudine con la Parola del Signore. 

Le vocazioni ci sono. Il Signore continua a chiamare ma noi non lo sentiamo perché non siamo sintonizzati con Lui. C’è un disturbo nel collegamento con Lui, anche nei confronti dei giovani che hanno bisogno della nostra mediazione ecclesiale. Le vocazioni ci sono perché il Signore continua a chiamare discepoli che stiano con Lui, ma forse per coltivare queste chiamate occorre cambiare strategia. Mi pare che sia necessario e urgente fare una riparazione indispensabile al nostro sistema di trasmissione della fede alle giovani generazioni: ricollegare la nostra vita con la Fonte. Il Santo Padre lo sta dicendo in molti modi: 

Il Signore grida anche nelle nostre orecchie le parole che nell’Apocalisse rivolse alla Chiesa di Efeso: «Se non ti ravvedrai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto» (2,5). Anche a noi può essere tolta la luce, e facciamo bene se lasciamo risuonare questo monito in tutta la sua serietà nella nostra anima, gridando allo stesso tempo al Signore: «Aiutaci a convertirci! Dona a tutti noi la grazia di un vero rinnovamento! Non permettere che la tua luce in mezzo a noi si spenga! Rafforza tu la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore, perché possiamo portare frutti buoni!»[3].

Solo nella fatica di collaborare all’opera di conversione, che il Signore sta compiendo in noi e nella Chiesa tutta, sarà possibile testimoniare Cristo nella speranza e nella gioia. Occorre lasciarsi rievangelizzate, come hanno detto i nostri vescovi recentemente[4]. Occorre aprire i sensi spirituali: l’udito, la vista, il gusto delle cose di Dio. Chiediamo questo dono allo Spirito Santo: è solo Lui che fa di noi dei testimoni e dei profeti, cioè discepoli di Cristo che vivono nel quotidiano la testimonianza della fede, con radicale coerenza, costi quel che costi. La bellezza della sequela conquista il cuore dei giovani, è affascinante, solo se essi accostandoci sentono il sapore della vita vera, il profumo di qualcosa che non è effimero, che non viene dalle astuzie di questo mondo, ma traspare e si può gustare a contatto con chi frequenta la sorgente della Vita. 

Concludo con la testimonianza vocazionale di un martire e pastore della Chiesa, vissuto molto vicino a Gesù: Ignazio di Antiochia, di cui abbiamo celebrato la memoria 10 giorni fa. Secondo una delicata tradizione orientale Ignazio, martirizzato nel 107, sarebbe stato quel bambino che Gesù pose in mezzo ai discepoli come esemplare di vita evangelica: se non diventerete come bambini. Una vocazione precoce, che è maturata bene, che ha fatto molto cammino nella comunione con Cristo e nel servizio alla Chiesa. Ascoltiamolo direttamente: 

Io cerco Colui che è morto per me, voglio Colui che per noi è risorto: (…) Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là sarò veramente un uomo. Lasciate che io imiti la passione del mio Dio. (…) Il mio amore è stato crocifisso, e non c’è in me fuoco che ama il mondo, ma un’acqua viva che parla in me e mi dice nell’intimo: Vieni al Padre! Non mi diletto più di un cibo corruttibile, né dei piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio, che è la Carne di Gesù Cristo, della stirpe di Davide; voglio per bevanda il suo Sangue che è la carità incorruttibile: (…) Chiedete per me che io possa raggiungerlo [5]

Il mio augurio e la mia preghiera è per tutti voi, perché possiate, anche in questo forum, gustare la gioia della Vita in Cristo, nella pienezza della sequela. Buon lavoro! 

 

Note 

[1Cfr. P. PINO STANCARI, “I Salmi, lettura spirituale”, manoscritto ad uso interno, p. 3, 1993.

[2Cfr. Omelia di Benedetto XVI, il 3 ottobre 2005, nell’aula sinodale, su 2Cor 13,11, Ora media del lunedì della III settimana. 

[3Omelia di Benedetto XVI in apertura del Sinodo sull’Eucaristia, 2 ottobre 2005. 

[4Cfr. Questa è la nostra fede. Nota pastorale sul primo annuncio del Vangelo, CEI, 15 maggio 2005, Solennità della Pentecoste. 

[5Dalla lettera ai Romani di S. Ignazio di Antiochia, Ufficio delle letture della memoria. Liturgia delle Ore, vol. IV pp. 1384-1385.