N.02
Marzo/Aprile 2007

Presbiteri consapevoli e gioiosi per una comunità cristiana a servizio di tutte le vocazioni

Omelia di Mons. Camillo Ruini, Presidente della CEI, alla S. Messa del 5 gennaio 2007

 

 

 

 

 

Liturgia della parola

1Gv 3, 11-21       Gv 1, 43-51

Le parole di Gesù a Filippo e poi quelle di Filippo a Natanaele sono pa­role tipicamente vocazionali. La prima, “Seguimi”, è l’invito alla sequela: quell’invito, quella chia­mata che tocca il cuore di chi viene chiamato dal Signore. La seconda, “Vieni e vedi”, ci ri­manda a quell’esperienza del Signore nella nostra vita che è la base indispen­sabile, il sostegno e l’alimento quoti­diano della nostra vocazione e della nostra fedeltà ad essa. Noi accoglia­mo queste due parole nel nostro cuo­re, sapendo che, prima di essere “ope­ratori delle vocazioni”, siamo – ognu­no di noi lo è per sua configurazione – chiamati dal Signore, oggetto del suo amore e proprio questo amore è ciò che noi dobbiamo vedere, il contenu­to concreto della nostra esperienza: vieni e vedi.

Cosa dobbiamo vedere? Vedere con gli occhi del cuore il Signore che ci ama, come è detto con tanta forza nella Prima lettera di San Giovanni Apostolo: “Da questo dobbiamo co­noscere l’amore: egli ha dato la sua vita per noi, quindi, anche noi, dob­biamo dare la vita per i fratelli” (3,16). È l’uomo che muore sulla cro­ce e che risorge dai morti il grande segno reale e concreto dell’amore di Dio per noi, che dobbiamo sempre e di nuovo sperimentare nella nostra vita; lo chiediamo al Signore, per noi tutti. Subito dopo, quelle parole: “Fi­glioli, non amiamo a parole, né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1Gv 3,18). Questa è la concretezza di Giovanni, il mistico che ha scrutato le profondità del Verbo che è la vita, del Dio che è amore, Dio che è agape, ma che sa bene che queste profondità di­ventano qualcosa di serio se si tradu­cono in una vita contrassegnata, in profondità e nella verità, dall’amore per il Signore e per i fratelli.

Come persone chiamate dal Si­gnore chiediamo, a nostra volta, di sa­per amare coi fatti e non soltanto con le parole e di essere, così, testimoni dell’amore di Dio nel mondo, per ren­dere credibile e tangibile questa por­zione centrale del Vangelo: l’affermazione che Dio ci ama e che viene an­cora prima dell’altra, che è il grande comandamento dell’amore. Ama Dio, ama il tuo prossimo, ma perché tu sei stato prima amato da Dio; perché il tuo prossimo, quindi, è stato amato da Dio. Perché Dio, che si fa bambino e carne per noi, s’identifica con il più piccolo dei nostri fratelli. Questo è lo sfondo che ci offro­no le letture di oggi, nelle quali vo­gliamo collocare il grande tema che avete scelto per questo Convegno del Centro Nazionale Vocazioni: Quale presbitero per una comunità cristia­na al servizio di tutte le vocazioni?

Avete già parlato molto di que­sto. Vorrei accennare, in maniera bre­vissima, a quelle che sono le condi­zioni per un simile presbitero e per una simile comunità cristiana. Anzitutto, per il presbitero, è fondamentale il vi­vere nella gioia la propria vocazione, il vivere autenticamente la propria chiamata; è qualcosa che si verifica giorno per giorno, nella concretezza del dono, della passione pastorale, della carità pastorale, ma prima anco­ra nella concretezza dello “stare” con il Signore per poter “andare” nel suo nome, come è detto dei Dodici all’inizio del Capitolo 3 del Vangelo di Mar­co (3,14-15). Quindi, questo stare con il Signore. Avere la sollecitudine dell’intera comunità cristiana, che trovi, nella sua crescita, la propria crescita, il proprio vanto – come diceva l’Apostolo Paolo – la gioia del suo cuore e, naturalmente, ancora in questa atmo­sfera di crescita della comunità cristia­na, la sollecitudine per tutte le diverse vocazioni.

Ma vorrei dire che, prima del ri­frangersi della chiamata di Dio nelle diverse vocazioni, c’è un punto fon­damentale comune, che è il concepire la vita come vocazione: vocazione che viene da Dio e a cui siamo chiamati a dare risposta realizzando il suo pro­getto su di noi e, allo stesso tempo, noi stessi. Non è facile, oggi, presen­tare la vita di ogni persona come il frut­to del piano di Dio, della sua chiama­ta e del suo amore e, quindi, come una vita che si svolge in un dialogo che è chiamata e risposta: il dialogo della vocazione.

Prevalentemente, in maniera spontanea, siamo portati anche noi, uomini di Chiesa, ad andare verso i fratelli che hanno minore frequenza cristiana, concependo la nostra vita come qualcosa di autonomo o sem­plicemente terreno, qualcosa che si sviluppa dentro le coordinate di que­sto mondo e che non guarda in pro­fondità, che non guarda alla radice, né guarda a un futuro autentico, che non si esaurisce, appunto, dentro le coor­dinate di questa vita. Una comunità cristiana che sia a servizio di tutte le vocazioni, un sacerdote, un presbitero che sia a servizio di tutte le vocazioni, deve cercare di far maturare questa coscienza della nostra vita come frut­to della chiamata del Signore e come risposta alla chiamata del Signore.

Questa è la verità della vita uma­na, tanto fortemente testimoniata dall’Antico Testamento e da tutto il Nuo­vo Testamento nelle sue varie appli­cazioni; quella verità che dobbiamo sempre riflettere e manifestare con le parole ma anche, e radicalmente, con la nostra vita. Solo dopo vengono le varie vocazioni e, per il presbitero, la sincerità e il coraggio di aiutare i fra­telli a prendere coscienza esplicita della loro vocazione.

Vieni e seguimi. Quelle parole di Gesù a Filippo e di Filippo a Natanaele, sono le parole che, al mo­mento opportuno, e in forma opportu­na, dobbiamo saper dire; lo dobbiamo, anzitutto, noi preti. Io incontro, ogni anno, molti seminaristi dei vari Semi­nari di Roma, uno ad uno: ebbene, in­contrandoli, vedo le loro storie, per­ché ne parlo volentieri, perché ogni giovane o ogni persona adulta – ora sono molte in Seminario – richiama la sua storia vocazionale e, in un certo senso, vive di questa storia vocazionale; vedo che non sempre, ma molto spesso, c’è una parola precisa, rivolta al singolo, che lo ha aiutato a prendere coscienza della chiamata del Signore e, quindi, a poter rispondervi. Una parola che forse all’inizio è stata disattesa, ma che poi è tornata, è fermentata nel cuore ed ha portato frut­to.

Queste parole dica, dunque, il sa­cerdote, ma, vorrei aggiungere, l’intera comunità cristiana che vuole es­sere a servizio di tutte le vocazioni e i religiosi a loro volta; dicano queste parole, alle donne giovani e magari meno giovani, e anche agli uomini che incontrano sul loro cammino, come il presbitero deve dire queste parole non solo ai giovani che vede chiamati al sacerdozio, ma anche a tutte le perso­ne, donne in particolare, che pensa o spera chiamate alla vita consacrata. Ma poi, anche più in là, in ma­niera più larga, com’è nello spirito di questo Convegno, si ponga attenzio­ne ad ogni chiamata della vita, quante sono le chiamate che il Signore rivol­ge, quanti sono gli spazi nei quali pos­siamo intercettare condizioni vere camminando sulla via che conduce alla santità, esercitando la risposta alla vocazione specifica che ognuno di noi ha dentro. Sappiamo quanto sia essen­ziale oggi per la nostra società che ci siano vocazioni al matrimonio, che comprendano il senso profondo della famiglia e del matrimonio, come ri­sposta a spendersi totalmente per que­sto. In un’epoca che non è molto re­mota, ma che è ancora abbastanza re­cente, questo era tema in qualche modo eminente nella vita cristiana e anche, in un certo senso, nella socie­tà. Oggi non è più così: oggi è un tema che ha bisogno di essere vissuto alla luce di Cristo, essere capito e vissuto nella comunità cristiana, per essere fermento nella società in cui viviamo, principio di rinnovamento, principio di vita, speranza per il futuro.

Vorrei terminare dicendo una pa­rola di ringraziamento per tutti voi, per tutti coloro che operano in questo cam­po. Parola detta non solo a nome mio, ma a nome dei vescovi italiani. Vorrei, prima di tutto, dire una parola di fiducia: sappiamo che quel­lo delle vocazioni di speciale consa­crazione e, possiamo dire, delle voca­zioni al matrimonio è, oggi, un tema difficile. Oggi è una sfida molto im­pegnativa e per questo abbiamo biso­gno di più fiducia, cioè di quella gioia alla quale sempre c’invita Benedetto XVI, un Papa che è profondamente consapevole delle difficoltà del nostro tempo. Viene dalla Germania, dove alcune difficoltà sono più forti che in Italia, ma nonostante la consapevolez­za lucida e piena di queste difficoltà, porta dentro di sé una grande fiducia e una grande gioia, perché sa che il braccio del Signore non si è accorcia­to: sa che il Signore è in mezzo a noi, ama l’umanità, ama e sostiene la sua vigna.

Su questa base di fiducia vorrei, appunto, ringraziare mons. Italo Castellani, adesso Presidente della Commissione Episcopale e per tanti anni Direttore (da sempre, da quando ho cominciato a venire qui, l’ho tro­vato qua); ringraziare mons. Luca Bonari e mons. Filippo Strofaldi, ma ringraziare ciascuno di voi per le di­verse responsabilità. Cercate di stimo­lare le nostre chiese, le nostre diocesi, le nostre comunità religiose, le nostre parrocchie, la nostra gente a prendere coscienza di questa grande sfida di oggi: la sfida delle vocazioni, che pos­siamo affrontare con risultati positivi solo se ci richiamiamo a questa con­dizione di base che cercavo di accen­nare prima, stando il più possibile uniti al Signore e fra di noi. Credo che la comunità possa es­sere a servizio di tutte le vocazioni se è una comunità nella quale si vive il senso della comunione e dell’appar-tenenza reciproca, se siamo convinti di essere tutti parte dell’unico corpo che è il corpo del Signore Gesù.

Possa il Signore accogliere la no­stra preghiera, possa Maria Santissi­ma accompagnare, giorno per giorno, la nostra testimonianza e la nostra ope­ra, per essere sempre persone che la­vorano con gioia e con fiducia nella vigna del Signore.