N.03
Maggio/Giugno 2007

L’itinerario spirituale e vocazionale di Sant’ Agostino

Il Signore chiama tutti alla santità e chiama per nome. Alla chiamata per nome ognuno dà la sua risposta secondo le proprie caratteristiche ed ilI proprio stile, ma sempre assumendosi le proprie responsabilità. La rispo­sta è fondamentale, perché è consenso all’appello e alla testimonianza di vita. La risposta rende presente la chiamata da cui sorge la missione di ciascuno. Maria Maddalena, il giorno di Pasqua, va al sepolcro per onorare il Signore, ma non trova il suo corpo e piange. Gesù è risorto, motivo di gioia indicibile; e Maria piange, non si accorge della risurrezione di Gesù. Vede il giardiniere, che è Gesù, e non lo riconosce. Solo quando Gesù la chiama per nome – Maria! – lo riconosce e risponde: Rabbunì”. Incomincia così il suo cammino di testimonianza pasqua­le, che annunzia ai discepoli che il Maestro è “veramente risorto”.

Agostino ha avuto la sua chiamata: “Mi hai chiamato e il tuo grido ha sfon­dato la mia sordità”[1]. Così ha avuto inizio la sua avventura, che lo ha condotto, dopo tante peripezie, al possesso della verità-felicità beatificante di Dio.

Nello svolgimento del tema indicato, mi muoverò su quattro grandi sco­perte agostiniane, che mi sembrano nuove, attuali e rilevanti. La prima è l’interiorità; la seconda, che scaturisce dalla prima, l’amore; la terza, il circolo ermeneutico: Credi per capire, capisci per credere; la quarta, come conclusione, la bellezza-amore, che si esprime nel “servizio” all’uomo per la sua salvezza.

 

La ricerca parte dalla riflessione sull’uomo: l’interiorità

Noi ricorriamo a personaggi antichi non solo per mettere in risalto cosa siano stati questi uomini per il loro tempo, ma soprattutto per mettere in evidenza cosa possono dirci oggi e come possono aiutarci ad uscire fuori dalla situazione drammatica del nostro secolo.

La prima considerazione da fare è questa: mentre gli uomini di cultura, o qualsiasi altra persona che intende dar senso alla propria vita, sono alla ricerca di un modello per chiedergli cosa possa dirci oggi, ci si accorge che, nel nostro caso, è Agostino stesso a proporsi per leggere la storia della nostra epoca, forse molto più travagliata di quella del suo tempo. Lo ha osservato acutamente il romanziere francese Julien Green, quando ha detto che Sant’Agostino è “uomo che non delude mai. È così forte la potenza e la freschez­za del suo pensiero, da farci pensare che non invecchia mai. Pare che abbia scritto per noi; anzi, dà l’impressione di essere in anticipo rispetto ai tempi in cui si legge”.

Sulla stessa linea si muove la testimonianza del protestante A. Harnack, grande studioso del cristianesimo antico, il quale di Agostino dice che “non si saprebbe chi mettergli vicino”.

Più vicino a noi è il giudizio di Karl Jaspers, che chiama Agostino: “Uomo che ha pensato e scritto con il sangue; e, tra i pensatori antichi, è quello che maggiormente ha influito sulla nostra cultura occidentale”.

Questi giudizi corrispondono a quanto alcuni personaggi hanno detto di lui, per la profonda dottrina e per il fascino della sua parola. San Girolamo, suo contemporaneo, lo esaltava: “Sei celebrato nel mondo intero, solo i nemici della verità ti detestano…”. Per un altro grande del pensiero cristiano, san Tommaso d’Aquino, Agostino era semplicemente “Il Maestro”.

 

Agostino uomo integrale

Agostino è un uomo integrale, unico. Ci sono stati e ci sono “geni” del pensiero con un sapere immenso: si pensi a Dante, a Leonardo da Vinci, scien­ziato, pittore, poeta, artista. Agostino è di più: oltre la genialità del pensiero, possiede la genialità della santità. La santità l’ha reso famoso in tutto il mondo di ieri e di oggi. Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica Agostino d’Ippona, pubblicata nel XVI Centenario della sua conversione (1987), ha chiamato Agostino “il costruttore geniale della filosofia cristiana”.

Agostino è l’autore più letto e sul quale più si è scritto; solo la Bibbia gli sta innanzi. Perché? Ce lo dice Agostino stesso: “Leggono, eleggono e prediligo­no; leggono perennemente e ciò che leggono non passa mai, perché leggono, eleggendo e prediligendo, l’immutabilità stessa del tuo volere, codice che mai si chiude, libro che mai si ripiega; tu infatti sei il loro libro, e lo sei in eterno”[2].

Le letture di Agostino sono interminabili, fuori del tempo, perché esse sono intrise di eternità, di presenza divina. È la storia stessa della sua attività letteraria che ce lo dice. I suoi scritti sono una biblioteca, una selva, perché la sua attività era inesauribile, in quanto prote­sa verso l’eterno. La morte lo sorprese mentre scriveva, contemporaneamente, tre opere: Le Ritrattazioni, Contro Giuliano d’Eclano e Le Eresie, rimaste incompiute.

Il “volto di Dio” che, qui in terra, aveva desiderato di vedere e aveva tanto cercato, ora, nell’eternità, lo vede “faccia a faccia”; può esserne pago e felice.

La ricerca di Dio è detta da Agostino inquieta: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”[3]. Il significato vero dell’espressione agostiniana è in quel “in”, che è indicativa del luogo dove si sta. “In” vuol dire “stare dentro” la “quiete”, quindi riposarsi, ma è un riposo carico di grande fatica, di chi desidera ardentemente avere e non riesce a possedere ciò che desidera, allora è agitato. L’agitazione, però, è gravida di sorprese: la quiete, la felicità, Dio.

L’interiorità

La ricerca agostiniana è una “lettura” continuata, protesa in avanti, mirata verso l’“immutabilità divina”: un tipo di lettura interminabile, perché il libro di Dio è sempre aperto, non si chiude mai. Questa lettura ha inizio dall’uomo, dall’interiorità. L’interiorità agostiniana è il luogo dove l’uomo pronunzia il monosillabo “io”; dove decide del suo destino e scopre la sua “identità”; dove si sente “diverso” dagli altri uomini per cultura ed educazione, ma anche “uguale”, perché tutti gli uomini sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e hanno perciò la stessa dignità.

Agostino rivive, nelle Confessioni, la sua storia dentro di sé, si dilata ad abbracciare il mondo intero, perché dentro di sé s’incrocia con la presenza di Dio, presente in lui, dice, più di se stesso (intimior intimo meo[4]). Egli, Dio, abita nei penetrali dell’uomo: per questa presenza, l’uomo conosce ed ama.

L’idea rivoluzionaria che ha dato un volto nuovo alla cultura europea è quello dell’interiorità. Platone, e poi Plotino, ne avevano parlato, ma la loro era un’interiorità piuttosto generica, tutta umana, basata solo sulla capacità umana. Agostino accetta il loro suggerimento ed esprime per loro tanta gratitudine, ma poi va per la sua strada. Agostino rientra in se stesso, ma, rivolgendosi a Dio, dice: “sotto la tua guida perché tu, o Signore, perché sei il mio soccorritore”[5]. Il famoso testo sull’interiorità si trova nel De vera religione, ultimo libro scritto da laico, che voglio riportare per intero: “Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore e, se troverai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso. Ma ricordati, quando trascendi te stesso, che trascendi l’anima razionale: tendi, pertanto, là dove si accende il lume stesso della ragione[6]. Non basta dire: “nell’uomo interiore abita la verità”, ma bisogna proseguire nella lettura: “e se ti troverai mutevole, trascendi anche te stesso”. Il trascendimento è fondamentale, perché Dio, il Trascendente, apre all’uomo il panorama sconfinato della divinità.

La cultura moderna ha tradito l’interiorità: l’ha relegata nel passato e nella religiosità o nell’intimismo privato, misconoscendo così la natura stessa dell’uomo, fatto per l’infinito, per la felicità, per la verità, per la vita. L’uomo ne è rimasto impoverito; ne ha proclamato il valore, ma ne ha svuotato il contenuto: Dio. (Vedi le Costituzioni democratiche moderne di ogni Paese e quelle internazionali: procla­mano i diritti dell’uomo e il suo valore; purtroppo però è solo proclamato). Da ciò tutti i mali che costituiscono il dramma della nostra esistenza quotidiana.

La riflessione agostiniana, che ci viene dalle Confessioni, ci fa capire che da quelle Confessioni è nata la proposta della “vocazione” dell’uomo Agostino, che diventa per questo “uomo europeo”. È vero, il concetto di “anima” ci viene dal mondo greco (psichè), ma la psichè che costituisce l’uomo, per i greci, è in sottordine

rispetto all’universo. Prima c’è il firmamento: il sole, le stelle, il cosmo. Poi, secon­dariamente, c’è l’uomo. Non così nella concezione cristiana elaborata da Agostino: il cristianesimo ha completamente capovolto la concezione greca cosmocentrica in concezione antropocentrica. In altre parole, con il cristianesimo, nella riflessione di Agostino, l’uomo è diventato un “valore primario”. Valore primario significa che l’uomo ha sopra di sé solo Dio, valore assoluto; quindi non può essere sacrificato a nessun tipo di società, sia civile che religiosa; prima di ogni società, c’è il “valore uomo”. Il cosmo è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il cosmo.

Agostino, a questo punto, fa un passo avanti da avere le vertigini. È lui che ha scritto : “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”. E in un discor­so al popolo, nel giorno del sabato in albis, così predica: Rallegriamoci, dun­que, e rendiamo grazie a Dio: non soltanto siamo diventati cristiani, ma siamo diventati Cristo stesso. Capite, fratelli? Vi rendete conto della grazia che Dio ha profuso su di noi? Stupite, gioite: siamo diventati Cristo! Se Cristo è il capo e noi le membra, l’uomo totale è lui e noi[7].

L’uomo, nella concezione agostiniana, ha potuto raggiungere queste altezze perché, prima di tutto, è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, poi perché Dio, scendendo tra gli uomini, ha preso la natura umana. Se Dio l’ha assunta per stare con noi, vuol dire che nessun’altra natura poteva essere unita al Verbo-Dio. Per questi motivi, ha ragione la filosofa spagnola Maria Zambiano, quando afferma che il valore primario dell’uomo è il fondamento della cultura europea. Anzi, la nota filosofa, ne L’agonia dell’Europa[8], sostiene che la nascita dell’Europa ha una data: il 13 novembre 354. È la data di nascita di Agostino d’Ippona.

 “Questo grande uomo – dice Zambiano – è sant’Agostino”; di nascita non è europeo, ma certamente di grande utilità per l’Europa. “Le sueConfessioni ci mostrano allo stato di diafanità il doppio processo coincidente di una conver­sione personale, che al tempo stesso è storica. La storia stessa si confessa in lui. Infatti, ciò che cambia non è tanto l’anima di sant’Agostino, quanto l’anima del mondo antico che si trasforma in quello nuovo. È una conversione storica o, se si preferisce, l’uscita da una crisi, dalla crisi in cui il mondo antico – filosofia greca e potere romano – muore per sopravvivere, è vero, ma in un’altra forma”: quella europea. Ciò che è cambiato è la concezione dell’uomo, gravido di speran­za e di risurrezione, contro un mondo disperato. Ne abbiamo realmente bisogno. La crisi dell’Europa è la crisi dell’uomo; recuperarne la dignità e il valore, secon­do l’offerta che ci viene dalle Confessioni, significa uscire da questa crisi.

 

 

L’uomo è soprattutto AMORE

Agostino ha tanto parlato dell’amore che diventa arduo, se non impossibi­le, riferirne esaustivamente. Do solo qualche cenno, perché chi legge se ne renda conto. Innanzi tutto voglio far notare che Agostino, anche se ha grande rispetto della cultura del passato greco-romano, laddove ritiene che ci sia da cambiare, lo fa senza storie: è un cristiano convinto e prende dagli antichi solo ciò che non contrasta con le divine Scritture. Nella concezione cristiana l’amore (eros) della classicità greca è superato, senza per questo essere cancellato dall’amore cristiano, perché mentre l’amore greco parte dal basso, dalla mise­ria e dal limite, quello cristiano parte dall’alto, dalla pienezza, da Dio e si fa dono agli uomini per arricchirli; attraverso questo dono, l’uomo può unirsi a Dio, fino ad “indiarsi… nella pace” (deificari…in otio[9]). “Che è dunque l’amore se non una vita che unisce, o che tende a che si uniscano due esseri, cioè colui che ama e ciò che è amato”[10]; “Dammi un cuore che ama, e capirà ciò che dico”[11].

L’interiorità agostiniana non è solo il luogo del pensiero, ma anche il luogo dell’amore. L’intelligenza porta dentro le cose per conoscerle; l’amore si porta fuori per abbracciarle tutte in Dio. L’uomo non si capisce appieno se non attraver­so l’amore. Nell’uomo c’è un inconsapevole desiderio di Dio. Chi vuole essere felice – e chi può non volerlo? – cerca Dio, e, cercando Dio, cerca di essere, di conoscere e di amare; amare di essere è amare l’eternità[12], amare di conoscere è amare la verità[13], amare di amare è amare l’amore[14]. È tutto un programma.

Sull’argomento, Agostino è autore impareggiabile. Tutti conosciamo le sue profonde analisi, a volte ridondanti e qualche volta pesanti, ma quando c’è il genio, le ridondanze spariscono per dar luogo ad espressioni lampo, guizzanti, taglienti che, in poche parole sanno dirti tutto il suo pensiero: così nascono i suoi aforismi che diventano slogans, ma densi di significato. Eccone qualche esempio:

“Ama e fa ciò che vuoi…”[15]; “Se manca l’amore, manca tutto”. “Ama ed egli si avvi­cinerà a te, ama ed egli abiterà in te”[16].“Dov’è carità, c’è pace, e dove c’è umiltà, c’è carità”[17]. “La virtù è ordo amoris”[18]… Il libro più studiato, La Città di Dio, è uno studio sull’amore, sulla sua forza di espansione, che aprendosi agli orizzonti di Dio, abbraccia l’universo intero, fino a dividerlo: “Due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé”[19].

Voglio chiudere questo paragrafo con una citazione che trovo nella seconda ome­lia del commento alla lettera dell’amore di san Giovanni.“Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Cosa vuoi che ti dice: Sei Dio? Io non oso dirlo, ma sentiamo la Scrittura che dice: «Io ho detto, voi siete dèi e figli dell’Altissimo»”[20].

Mi fermo qui per passare alla terza grande idea agostiniana: quella riguar­dante il “circolo ermeneutico”.

 

Credi per capire, capisci per credere

Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”[21]. Con queste parole Agostino delinea la sua vocazione di uomo, di cristiano, di religioso. Come uomo ha capito che si sente portatore di desideri infiniti, quali la felicità, la verità e la vita. Come cristiano ha scoperto che Cristo è la risposta a queste esigenze: anzi, è colui che sovverte ogni esigenza e domanda. Come

religioso è convinto che la verità scoperta, Dio, vada servita senza indugio e per la via più breve, la consacrazione di sé nel servizio totale della vita: l’anima deve “aderire al tutto della verità”[22].

Il cammino è lungo e pieno di insidie: incertezze, dubbi, delusioni, sconfitte, ma ne è impegnata la vita; vale la pena correre il rischio.

Incomincia con la scuola: Agostino fanciullo odia la scuola, perché non accetta i metodi repressivi dei maestri che spingono i fanciulli ad apprendere a suon di bacchetta (ferula). Quando capisce l’importanza della cultura per la vita, si dà con l’entusiasmo giovanile allo studio, fino a diventare il primo della classe ed essere giudicato “giovane di belle speranze”.

La lettura dell’Ortensio di Cicerone, a 19 anni, lo sveglia dal torpore di una cultura libresca e provinciale e gli fa scoprire la vocazione filosofica di amante della “sapienza”. Si rende conto del “tesoro nascosto” in questa parola: “sapienza”. Agostino ci racconta che, se l’avesse scoperta, avrebbe subito abbandonato ogni speranza terrena. Ecco delineata la sua vocazione: ricercare la verità-sapienza ad ogni costo. Ne vale il senso da dare alla propria vita. Infatti “sapienza” viene dalla parola latina “sapio” che, nella lingua italiana, si traduce con “dar gusto, dar sapore”. La sapienza, in relazione all’uomo, vuol dire: rendere “gustosa” la vita, degna cioè di essere vissuta. Ciò sarà possibile solo se l’uomo s’impegnerà a vivere una vita virtuosa, libera dal vizio delle passioni cattive.

Il giovane Agostino non si accorge però delle insidie che la sapienza pagana gli inocula. Cicerone gli propone il fine ultimo: la sapienza immortale, da raggiungere con le sole forze della ragione. Così Agostino incomincia la corsa, partendo con il piede sbagliato; e chi, in una corsa, parte con il piede sbagliato, la perde in partenza.

 

Partenza sbagliata

Si tratta del rapporto tra la fede e la ragione. Agostino pose il problema in forma di dilemma: o la fede o la ragione, anziché come binomio: la fede e la ragione. Agostino, spirito libero, critico, respinse la fede come ostacolo alla ricerca, affidandosi esclusivamente alla ragione. La vita gli insegnerà che la ragione è molto, ma non tutto; se ne accorgerà a sue spese: fu il solo uso della ragione a condurlo allo scacco dello scetticismo.

L’uomo non può salvarsi da sé; se avesse potuto, l’avrebbe fatto. Lo scet­ticismo ha messo a nudo l’insensatezza di affidarsi totalmente alla ragione.

La capacità riflessiva del giovane Agostino trova l’uscita da questa strada senza uscita scoprendo due verità fondamentali per la vita dell’uomo: l’esistenza della verità e l’importanza della fede. La verità esiste perché esistono le cose, esisto io, esisti tu; è vero che noi esistiamo, quindi: esiste la verità. Semmai bisogna trovare la strada che conduce ad essa[23]. Si accorge, poi, dai fatti della storia e della vita sociale, che la fede è indispen­sabile alla vita familiare, civile, nei rapporti d’amicizia e nella convivenza civile[24].

Quando si accorge dell’errore fatto, si corregge e il dilemma diventa binomio: la fede e la ragione operano insieme per ogni genere di ricerca, anche quella scientifica. Questa conquista è tra le più importanti acquisizioni di Agostino che sinte­tizza in maniera efficace tutto il denso contenuto del problema fede-ragione, con due frasi scultoree: “Credi per capire, capisci per credere”[25]. Con queste due espressioni Agostino esprime ciò che i moderni chiamano “circolo ermeneutico”. Naturalmente Agostino si è mosso nell’ambito dell’esperienza religiosa; per intenderne bene il significato è necessario muoversi nell’ambito della fede.

L’espressione agostiniana: “L’intelletto è frutto della fede”[26], è quanto mai vera. Se noi esaminiamo le nostre azioni, anche le più semplici, come il chiede­re a qualcuno la direzione da prendere o ad un negoziante la merce da acquista­re, noi compiamo un atto di fede; quando lo scienziato propone un’ipotesi da verificare in laboratorio, compie un atto di fede. Il credere porta poi tutti alla conoscenza. Se non si crede, dice Agostino, non si riuscirà mai a capire.

Ora, nel cerchio, ogni punto della circonferenza è insieme inizio e fine; la meta non è raggiungere un punto del cerchio, ma ogni punto del cerchio è la meta. In altre parole, la ragione per capire ha bisogno di credere: quando si va a scuola si crede al maestro; solo dopo, ciò che abbiamo creduto diventa oggetto di scienza, di conoscen­za. La fede offre la verità alla ragione e la ragione l’intelligenza della fede. La fede aiuta la ragione e la ragione dà intelligenza alla fede. Questo è il “circolo ermeneutico”. I moderni ne hanno parlato oggi, ma nel V secolo ne aveva già parlato Agostino.

Questo movimento circolare ha permesso ad Agostino di compiere il suo cam­mino per la conquista di tappe che poi lo hanno condotto all’abbraccio della Verità­Sapienza. La fede che propone e la proposta che purifica offrono all’intelligenza il materiale da elaborare per dar senso e consistenza alla propria vita, orientarla verso Dio e unirsi a lui. Quando il cammino raggiunge questa meta, è l’estasi, che è starsene fuori da ciò che è umano per diventare incandescenti del fuoco divino.

Il cammino di Agostino, partito da tanto lontano, nel procedere ha subito interruzioni, sofferenza, dubbi, delusioni; ora approda al primo traguardo impor­tante nel giardino di Milano, dove si spoglia dell’uomo vecchio per rivestirsi di Gesù Cristo: è il momento della conversione al servizio totale di Cristo. Agostino ritrova la pace, la felicità, Dio. La conversione è Agostino (Jaspers). Da questo momento è sicura la sua fede in Cristo, nella Chiesa e nelle Scritture. Non ci saranno altre letture; il libro di Dio rimarrà sempre aperto per saziare la sua fame nell’eternità con “insaziabile sazietà”[27].

 

La ricerca in comune

Agostino non è mai pago, i suoi scritti sono carichi di eternità, non si chiudono mai; Dio è un pozzo senza fondo, non si esaurisce mai.

La vera vocazione, quella che si confaceva di più alla natura aperta, affa­scinante di Agostino è quella dell’interiorità, per la quale egli sa “abitare dolcemente con se stesso”[28], ma per meglio vivere insieme agli altri nell’amicizia. Vivere insieme, come la prima comunità apostolica, “in unità di mente e di cuore, protesi verso Dio”[29]. Insieme ci si incoraggia, ci si stimola, ci si aiuta per il raggiungimento di uno stesso ideale.

Questo tipo di vita, fatta su misura per lui, subisce una battuta d’arresto, non voluta, ma imposta dall’alto. È quel futuro assoluto, imprevedibile, che appare quando uno meno se lo aspetta, che muta radicalmente la vita per un orientamento nuovo: l’ordinazione sacerdotale prima e la consacrazione episcopale dopo. Agostino non aveva sognato nemmeno lontanamente di di­ventare prete: si sentiva incapace di sopportarne il peso, anzi, ne aveva terrore, tanto che chiamava sarcina, soma di un giumento, la responsabilità sacerdotale ed episcopale. L’imprevedibile futuro è diventato, per lui, realtà; glielo aveva chiesto il Signore per mezzo degli uomini; egli, da umile servitore, non può non accettarlo: “Il servo non può rifiutarsi di servire il suo padrone”[30].

Da prete e da vescovo, Agostino si getta nella mischia. C’è da riformare i costumi della Chiesa, c’è da conservare la “purezza della fede”, c’è da combatte­re gli avversari della fede: Manichei, Ariani, Pelagiani, Donatisti; c’è da organiz­zare dibattiti, Sinodi; egli ne è l’assoluto pianificatore.

All’apostolato della predicazione si aggiunge quello degli scritti, tutti solleci­tati da situazioni storiche, sociali e religiose e da suggerimento di amici. Agostino non trova più tempo per tutto. Ci assicura il suo biografo, Possidio, che “lavorava di giorno e vegliava di notte”(in die laborans et in nocte elucubrans)[31].

“Richiesto da cristiani e da persone di ogni religione, ascoltava le cause con religiosa attenzione…, le giudicava, talvolta fino all’ora di colazione, altre volte per l’intera giornata, rimanendo a digiuno… Richiesto anche da alcuni di occuparsi dalle loro questioni temporali, mandava lettere a varie persone. Ma riteneva un peso questa occupazione, che lo distoglieva da attività più im­portanti: infatti gli era gradito discutere sempre delle cose di Dio, sia in pub­blico sia in discussione fraterna e familiare”[32].

Era presente per tutti, mai però rinunziò al fascino della vita religiosa; non potendo più esercitarla nel monasterium virorum (era il monastero dei laici di Ippona, suo fiore all’occhiello) per il continuo andirivieni di ospiti e pellegrini in visita al vescovo, si decide di organizzare la vita religiosa nell’episcopio; così sorse il primo seminario per chierici (monasterium clericorum).

Agostino volle che in questo monastero si conducesse una vita modesta e parca: “Usava di una mensa frugale che però tra la verdura e i legumi aveva qualche volta anche carne, per riguardo agli ospiti e a qualcuno che non stava bene, e aveva sempre il vino”[33]. La vita dei chierici doveva essere vita di povertà, tanto che i chierici non potevano far testamento “perché non avevano di che farne in quanto poveri di Dio”. Nel Discorso 355, 3, Agostino racconta del chierico Gennaro che, morendo, fece testamento lasciando le sue sostanze alla Chiesa d’Ippona. Agostino non le accettò perché frutto di un albero marcio: Gennaro sapeva di non poter possedere; invece trattenne i suoi beni per sé ed infine fece testamento.

Agostino fu molto ospitale. Ci racconta Possidio che accoglieva gli ospiti “come angeli di Dio” (sicut angeli Dei); e, continuando, dice che “durante il pranzo aveva più cara la lettura o la discussione che non il mangiare e bere. Contro la pessima abitudine di chiacchierare degli assenti, fece scrivere sopra la porta del refettorio le seguenti parole: Chi ama calunniare gli assenti, sappia di non essere degno di questa mensa”.

Ammoniva così ogni invitato ad astenersi da chiacchiere superflue e dannose. Una volta che alcuni vescovi, che gli erano molto amici, si erano dimenticati della scritta e parlavano in materia contraria ad essa, Agostino, indignato, li riprese aspra­mente, dicendo che o quei versi dovevano essere cancellati o che egli si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato in camera sua. “Possiamo testimoniare questo episo­dio – scrive Possidio – io ed altri che prendevamo parte a quel pranzo”[34].

Agostino ha avuto sempre la convinzione che l’espressione più autentica del precetto dell’amore fosse il servizio; Gesù ne aveva dato l’esempio: “Sono venuto per servire, non per essere servito”. È sempre il suo biografo ad assicurarcelo: “Agostino si interessava degli uomini, non delle costruzioni di chiese ed oratori. Talvolta, quan­do mancava denaro alla chiesa, comunicava al popolo dei fedeli che egli non aveva di che distribuire ai poveri. Per aiutare prigionieri e gran quantità di poveri, fece spezzare e fondere alcuni vasi sacri per distribuire il ricavato a chi aveva bisogno”[35].

Ad Agostino piaceva vivere la vita religiosa; non ci rinunciò nemmeno da vescovo. Dai suoi scritti si evince che non solo l’amò, ma la diffuse fin dove poté. Ecco il testo della Lettera 157, scritta ad Ilario, dove, dopo aver risposto a tutte le sue richieste, dice: “Io, che ti scrivo queste cose, ho amato ardentemen­te la perfezione, di cui parla il Signore, quando disse al giovane ricco: Va’, vendi tutto quello che hai, dà il ricavato ai poveri ed avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi; e l’ho fatto non con le mie forze, ma con l’aiuto della sua grazia. E poiché non ero ricco, non per questo Dio mi renderà minor merito; infatti non erano ricchi nemmeno gli Apostoli, che fecero altrettanto per pri­mi; in realtà lascia il mondo intero chi lascia non solo quel che ha, ma anche quel che desidera avere. Quali progressi inoltre abbia io fatti nella via di que­sta perfezione lo so io meglio di qualsiasi altro, ma meglio di me lo sa Iddio. Con tutte le forze possibili esorto gli altri ad abbracciare lo stesso ideale reli­gioso: grazie al Signore ho anche dei confratelli i quali l’hanno abbracciato dopo che io li ho persuasi, grazie al mio ministero, ma facendo in modo che sopra ogni altra cosa venga osservata la retta dottrina, senza giudicare con stolta arroganza coloro che non fanno come noi…”[36].

 

Amore della verità, necessità della carità

Lo abbiamo già detto ed ora lo ripetiamo: Agostino, per sua natura, era portato ad essere raccolto, a ricercare la verità. L’oggetto della ricerca lo troviamo delineato nei Soliloqui, libro composto a Cassiciaco, dove si stava prepa­rando per il battesimo, insieme ai suoi amici. “Che cosa vuoi conoscere?”, gli chiede la Ragione; ed egli, senza titubanze, le risponde: Dio e l’anima, nient’altro[37]. Le lettere che Agostino e l’amico Nebridio si sono scritte nei tre anni della permanenza a Tagaste, dopo il ritorno dall’Italia, riguardano tutte quest’impegno. Agostino, invitato ad andare a Cartagine dall’amico, si rifiuta di andarvi: si perde troppo tempo nell’andirivieni. Agostino si è impegnato ad istruire quelli che sono con lui ad esercitarsi nell’interiorità; è lì, nei penetrali dello spirito, che si trova la verità. Poi, dice all’amico: Non ti ricordi che il nostro proposito è quello di “indiarci…nell’ozio?”. Agostino non vuole distrar­si: l’unione con Dio è cosa troppo seria: occorre essere impegnati in un assiduo esercizio di purificazione dell’occhio interiore (exercitatio animi = palestra dello spirito). Si richiede attenzione, vigilanza.

Agostino non riesce a mantenere l’impegno della “contemplazione della verità”, non per colpa sua: Dio lo vuole sacerdote e vescovo. Il suo proposito deve subire delle modifiche. Allora Agostino inventa un tipo di vita misto. L’amore della verità, la preghiera non deve mai mancare; però, se la Chiesa ti chiama non puoi dire di no. Così, con mirabile sintesi, ha unito l’amor veritatis, cioè la contemplazione della verità, l’unione estatica con Dio, con la necessitas caritatis, cioè l’impegno concreto della carità nella premura e nell’aiuto agli altri, alla Chiesa, a Cristo che vive nella storia quotidiana. Agostino ha vissuto questo ideale con convinzione e coscienza, esortando quanti poté a fare altrettanto.

Si può leggere al riguardo la breve e bella lettera scritta all’abate Eudossio: Vi esortiamo quindi nel Signore, o fratelli, che pratichiate l’ideale religioso abbracciato e perseveriate fino alla fine; se la Chiesa richiederà i vostri servigi, non assumeteli per brama di salire in alto né rifiutateli spinti dal dolce far nulla, ma ubbidite con mitezza di cuore a Dio, sottomettendovi con mansuetu­dine a Colui che vi dirige, che guida i miti nella giustizia e ammaestra i docili nelle sue vie. Non vogliate neppure anteporre la vostra pace alle necessità della Chiesa; se nessuno tra i buoni volesse prestarle l’opera nel generare nuovi figli, nemmeno voi avreste trovato il modo di nascere alla vita spirituale[38]. Il testo classico è quello che troviamo nella “Città di Dio”: “Perciò non ci si distoglie dall’attitudine di conoscere la verità perché è attitudine pertinente a un lode­vole impegno nello studio. Al contrario, non conviene aspirare a una carica superiore senza la quale non può essere governato uno Stato, sebbene in termi­ni di amministrazione sia governato come conviene. Pertanto l’amore della verità cerca un religioso disimpegno, l’obbligo della carità accetta un onesto impegno. Se questo fardello non viene imposto, si deve attendere e ricercare e intuire la verità; e se viene imposto, si deve accettarlo per obbligo di carità, ma anche in questo caso non si deve abbandonare del tutto il diletto della verità, affin­ché non venga a cessare quell’attrattiva e non opprima questa obbligazione[39].

Da quanto abbiamo detto fin qui vi sarete accorti di come il germe della vocazione di Agostino, posto agli inizi della sua vita, si sia sviluppato fino alla maturità. Il nome di Gesù, che Agostino dice di aver bevuto con il latte materno, è stato il punto di selezione delle sue letture. Quei testi che non portavano il suo nome, non avevano credito per lui. Questo discorso riguarda anche tutti i per­corsi sbagliati: se diventò manicheo è anche perché i Manichei parlavano di Gesù. L’attrattiva di questo nome gli rimase attaccato nel suo cuore, non lo dimenticò nemmeno nel momento di maggiore crisi: la crisi scettica.

Una volta convertito, Gesù Cristo divenne il centro indiscusso del suo pensiero e della sua vita.

La lettura dei platonici suscitò in lui grande entusiasmo e da loro apprese molte cose, soprattutto la spiritualità di Dio e la soluzione filosofica del problema del male. Loro gli indicarono la meta: Dio, che chiamarono “UNO”, ma non seppero indicargli la strada, perché non furono così umili da riconoscere la strada dell’umiltà di Dio in Cristo Gesù, come unico mediatore tra Dio e gli uomini. La lettura di san Paolo fu risolutiva.

Agostino nacque cristiano, anche se il battesimo lo ricevette dopo la sua conversione; ma sin dalla nascita, sua madre, lo aveva ben istruito nella religione cattolica; gli aveva addirittura insaporito la bocca con il sale e l’aveva segnato con il segno della croce. Gesti che ritroviamo tutti nel conferimento del battesimo.

La sua vocazione era vivere il cristianesimo cattolico nel senso più piena­mente evangelico. Gesù aveva detto: “Chi vuol venire dietro a me, venda tutto, prenda la sua croce e mi segua”. Agostino lo fece fino in fondo, servendo Gesù nella Chiesa e nei poveri, convinto che il “servizio” è un atto di amore, e, come tale, la salvezza del mondo sarà affidata proprio al servizio-amore.

 

La bellezza salverà il mondo

Agostino ci ha detto che alla bellezza ci si rapporta con l’amore, e l’amore è la forza che movimenta la vita dell’uomo singolo e dell’intera comunità. La caratteri­stica dell’amore è l’identificazione della persona che ama con la persona amata.

Dio è la bellezza di ogni bellezza; Gesù Cristo, il Messia, è detto nel salmo il più bello tra i figli dell’uomo, sulle sue labbra è diffusa la grazia.Gesù si è fatto uomo per stare con l’uomo, soffrire e morire insieme con lui per poi risorge­re e coinvolgere tutti nella sua risurrezione. Così ha vinto il male e la morte, ed è stata la salvezza dell’umanità.

Giovanni ci riferisce nel suo Vangelo che Gesù «quando ebbe preso l’aceto, disse: “Tutto è compiuto” e, chinato il capo, rese lo spirito» (Gv 19, 30). Il testo originale greco usa il verbo tetélestai, dove la parola essenziale è télos che ha due significati: la fine e il fine. La prima parola (la fine)indica il termine di una cosa, la fine appunto; cioè Gesù di Nazareth che ha percorso in lungo e in largo la Palestina facendo del bene e predicando il Regno di Dio, si è incontrato con la malvagità umana che gli ha dato la morte; la sua vicenda umana si è chiusa con una solenne sconfitta: la sua vita è finita, così ha chiuso la sua esi­stenza. Però télos significa anche il fine, lo scopo ultimo, la ragione della venu­ta di Gesù tra gli uomini: cioè la salvezza dell’umanità. In questo senso la sof­ferenza, il dolore, la morte si trasformano in un atto d’amore che, traboccando, si riversa sull’umanità e la salva.

È lo scandalo, la contraddizione della croce, di cui parla san Paolo: questo è Gesù, detto il Cristo.

Questo è il contesto della famosa espressione di Dostojevskij che troviamo nel romanzo l’Idiota. Il giovane ateo Ippolit, gravemente malato di tisi, rivolgendosi al principe Myskin, gli dice: “È vero, principe, che una volta dicesti che la bellezza salverà il mondo… Quale bellezza salverà il mondo”? Parole sconcertanti per un giovane che sta morendo; che relazione potrà mai esserci tra la bellezza e il male, tra la bellezza e la morte, dal momento che la bellezza è la vita e la morte è il suo contra­rio? La salvezza invocata non arriva, mentre la morte è alle porte. A prima vista la contraddizione rimane, il problema non si può risolvere. Il principe Myskin non sa rispondere con argomentazioni perché, umanamente parlando, non ce ne sono; eppu­re, l’amorosa assistenza del principe al giovane ateo Ippolit che sta morendo, è la risposta risolutiva della contraddizione. La bellezza che salverà il mondo è la bellezza che si traduce in opere, cioè in amore che condivide, è solidale con il dolore.

Il 24 febbraio 2004 precipitò in Sardegna un aereo: trasportava alcuni medici chirurghi che avevano espiantato il cuore di una donatrice per salvare un uomo che ne aveva urgente bisogno; chi compie una missione di salvezza si espone al rischio della morte, come è successo ai tre uomini dell’equipaggio e ai tre me­dici. Quante persone che stavano per annegare sono state salvate dalla morte dei soccorritori? Gesù Cristo, uomo come noi, ha voluto vivere la nostra vita con tutti i suoi rischi; così è morto per salvare l’intera umanità.

E questo è il senso della bellezzaamore che salverà il mondo, quella bellez­za che Agostino invoca come tanto antica e tanto nuova, che ha sempre cercato con lacrime e preghiere e che, dopo aver purificato il proprio cuore, ha trovato e abbracciato nella pace. Per questo motivo, con profonda nostalgia, può pregare: “Troppo, troppo tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova”.

La bellezza assoluta è Dio; tutte le altre bellezze sono partecipate. La bel­lezza interiore dell’anima, a contatto con Dio che la abita nella profondità dell’essere umano (intimior intimo meo), si esprime nell’amore e salva. La salvezza è rischio, pericolo di morte; proprio per questo è un atto d’amore; Gesù Cristo, uomo-Dio, ha salvato e continua a salvare l’intera umanità dal dolore e dalla morte. Queste ultime rimangono, ma viste con gli occhi della fede nel Figlio di Dio fatto uomo, non sono più realtà che ci fanno disperare e si tramutano in atto di salvezza, perché la salvezza è atto d’amore. Così fu detto e vissuto da Agostino: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi getta­vo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi teneva­no lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiama­sti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace[40].

 

Note

[1] AGOSTINO, Le confessioni (da ora in poi sarà indicato semplicemente con Conf.), X, 27. 38.
[2] Conf. XIII, 15. 18.
[3] Conf. I, 1. 4.
[4] Conf. III, 6. 11.
[5] Cf Conf. VII, 10. 16.
[6] AGOSTINO, De vera relig. 39, 72.
[7] IDEM, Comm. al Vang. di S. Giov. 21, 8.
[8] MARIA ZAMBIANO, L’agonia dell’Europa, Ed. Marzilio “Idee d’Europa”, Venezia 1999, pp. 71-94.
[9] Cf IDEM, Lettera 10, 2.
[10] IDEM, La Trinità 8. 10, 14.
[11] IDEM, Comm. al Vang. di S. Giov. 26, 4.
[12] Cf IDEM, Discorso 150, 10.
[13] Cf IDEM, Il libero arbitrio 3, 9, 21.
[14] Cf IDEM, La Trinità 8, 1, 17.
[15] IDEM, In Jo. Ep. 7, 8; Sermo 168/B, 3.
[16] IDEM, Serm. 21, 2.
[17] IDEM, In Jo. Ep. Prol.
[18] IDEM, De civ. Dei 15, 22.
[19] Ibidem 14, 28.
[20] IDEM, Comm. alla I lett. di San Giov. 2, 14.
[21] Conf. I, 1, 4.
[22] IDEM, La grandezza dell’anima 33, 76.
[23] Cf IDEM, L’utilità del cred. 8, 20.
[24] Cf Conf. VI, 5. 7.
[25] IDEM, Comm. al Vang. di S.Giov. 29, 6.
[26] IDEM, Discorso 43, 1, 1; Comm. al Vang. di S.Giov. 48, 13.
[27] IDEM, Discorso 362, 29.
[28] IDEM, Lettera 10, 2.
[29] IDEM, Regola 1, 3.
[30] Cf IDEM, Lettera 21.
[31] POSSIDIO, La vita di Agostino, ed. Simonetti, Città Nuova Editrice, Roma 1877,24, 11.
[32] Ibidem 19, 2 e 6.
[33] Ibidem 22, 2.
[34] Ibidem 22, 6-7.
[35] Ibidem 24, 13-15.
[36] Lettera 157, 4, 39.
[37] AGOSTINO, Soliloqui I, 2, 7.
[38] IDEM, Lettera 48, 2.
[39] IDEM, De civ. Dei XIX, 19.
[40] Conf. X, 27. 38.