N.04
Luglio/Agosto 2007

Ti farò mia sposa per sempre… nella benevolenza e nell’amore… e tu conoscerai il Signore

 

 

 

 

Ancora in mezzo al guado

Don Alessandro è un buon prete…

Insieme al mio amatissimo parroco don Nereo e a qualche altro confratello è divenuta una delle figure più significative della mia vita di prete. Ora, in cielo, lo vedo sorridere dolcemente del fatto che molti leggono di lui e del suo incredibile e bellissimo commiato dalla vita…

Ha ormai 75 anni. Sta bene. Vuol rendersi utile alla sua Chiesa e si propo­ne per dare una mano ai suoi confratelli, ritirandosi con la sua colf – una nipote di una trentina d’anni più giovane di lui – in un piccolo appartamento nella sua città.

Quando ormai, con il permesso del suo amatissimo vescovo, le cose si stanno per concretizzare, la vita riserba a questo prete una terribile sorpresa: la sua nipote muore quasi improvvisamente dopo una breve malattia.

A don Alessandro casca il mondo addosso. Si sente perduto. I progetti sfumano. Rimangono il buio e l’angoscia.

La reazione è profondamente umana, comprensibile, ma disperata: non celebra più, non prega più, non vive più. Nella sua vita di prete resta una luce, lontana quanto luminosa, che lo salverà: il rapporto con il suo vescovo. Un vescovo profondamente umano, che per l’occasione sa unire cuore e intelligen­za, dolcezza e fermezza. Propone a don Alessandro una soluzione transitoria, indicandogli la casa di riposo di una congregazione religiosa che sarebbe stata felice di accoglierlo.

Alla fine va. Ma il cuore resta indurito e la mente spenta. Una sigaretta fumata in camera e rimasta accesa mentre egli si addormenta dà fuoco al mate­rasso e alla stanza… Ne combina di tutti i colori. Ma non torna né all’altare né al confessionale. E non sa dove ha messo il breviario.

In questo contesto il Signore me lo ha fatto incontrare. Ero andato in quel­la casa per guidare un corso di esercizi spirituali per le suore anziane e inferme della congregazione. Partecipava agli esercizi anche la madre generale, donna di rara sensibilità e intelligenza, che non si fa sfuggire l’occasione di proporre a don Alessandro di partecipare a questo corso.

Non sembra per niente entusiasta dell’idea. Ma poi lo vedo far capolino in chiesa quando celebro l’Eucaristia il primo giorno. Io stesso gli propongo di concelebrare… e lui accetta. Le suore hanno molti dubbi sul fatto se saprà o meno da che parte rifarsi ed invece riprende tranquillamente il suo posto “da prete” con sorprendente disinvoltura. Alla stessa maniera reagisce quando gli chiedo di dar­mi una mano per le confessioni nella celebrazione penitenziale: vuol confessarsi prima lui ed accoglie con gioia la mia richiesta di confessare me prima di tutti.

Alla fine aiuta me ed il bravissimo parroco del luogo nella celebrazione dell’unzione degli infermi a tutti gli ospiti della casa di riposo e con il sacra­mento del dolore il Signore scioglie anche il suo cuore e dà nuova luce ai suoi occhi e alla sua mente.

Un abbraccio forte tra le lacrime. Ci salutiamo. Parto con una raccoman­dazione a don Alessandro: quando il Signore verrà a prenderti vorrà trovare in te un cuore di prete… Sorride dolcemente. Mi stringe ancora più forte.

Dopo qualche mese mi raggiunge una telefonata delle suore: don Alessan­dro è morto. Ha fatto la morte di un santo…

Da qualche anno ha cominciato a vivere una nuova vita: nel mio cuore. Ed ora sorride dal cielo. E mi accompagna con la preghiera e con il suo affetto ritro­vato.

Mi ha profondamente turbato e fatto riflettere quello che è accaduto a don Alessandro, quando ha visto svanire i “suoi programmi”, perché nella sua rea­zione sconvolta ho visto un rischio terribile che tutti noi corriamo, nella fase conclusiva della nostra vita, ma anche dell’ombra spaventosa che questo modo di tramontare getta su tutta la nostra vita di preti.

Insomma: non è possibile vivere un momento del genere se siamo rimasti soli… E non si resta soli in quel preciso momento: quel momento dice infatti che forse abbiamo sempre vissuto da soli. Il celibato forse è stato allora, in realtà, un modo di essere, di sentire, di vivere soli anche se non necessariamente solitari…

Non è stato così per Gesù, non può e non deve esserlo per me, per noi… neanche per i tanti don Alessandro che ci sono forse ancora in giro.

 

Quando è entrato in seminario…

Quando don Alessandro è entrato in seminario ha vissuto un’esperienza comune a moltissimi di noi preti.

Ci raccontano quella esperienza alcune testimonianze raccolte attraverso un’inchiesta, curata dal francescano Serafino da Postioma alla vigilia del Con­cilio (siamo nel 1957) ed edita dall’Istituto Pedagogico Francescano a Roma nel 1969. Testimonianze – prese tra le più serene – che hanno il semplice valore di dirci qualcosa su ciò che è stato ritenuto possibile e anche giusto nell’educare intere generazioni di futuri sacerdoti. Ne vogliamo ascoltare qualcuna (cf pp. 182, 211, 251).

Ho 23 anni. Lasciai la famiglia a tredici anni per entrare in un Istitu­to che non conoscevo affatto. Non avevo la benché minima idea di quello che fosse la vita religiosa. Solo, da piccolo sentivo una propensione verso i sacerdoti. La vocazione propriamente religiosa si può dire che si svilup­pò come effetto di un’apposita educazione. Che io abbia veramente la vocazione lo desumo dal fatto che i superiori si sono assunti la responsa­bilità di mandarmi avanti. Il che significa che essi hanno trovato in me almeno quelle che sono le doti essenziali per una vocazione religiosa. La vita religiosa non mi ripugna.

Non si ripeterà mai abbastanza che la vita religiosa è totalmente diversa da quella concepita nel mondo, sia pure con le migliori disposi­zioni. Certamente incontrai delle difficoltà che del tutto non mi aspettavo. Ne cito qualcuna: senso d’isolamento dai confratelli; mentalità gretta, purtroppo anche in cose elementari; delusione nello scoprire in alcuni religiosi il desiderio di quieto vivere e di minime preoccupazioni; soprat­tutto carenza di quell’amore materno e paterno che tanto viene decantato tra superiori (padri!) e sudditi (figlioli!).

Si è giunti al punto da porre degli individui volenterosi in condizioni tali da non più pensare e volere da sé. Insistano gli educatori presso l’alunno, perché il suo pensare e il suo volere siano conformi a ciò che è ragione­vole e preferibile e tutto il resto verrà da sé. L’errore grave in cui si è caduti, a mio avviso, è stato quello di preoccuparsi meno della formazione integra­le dell’uomo, tale cioè da renderlo capace di giudicare da sé circa l’onesto e il conveniente, che non di una precettistica meticolosa, antipedagogica e artificiosa.

Il celibato, in questo contesto è per lo più visto, senza eccessivi drammi, come un’obbligazione che comporta una rinuncia…

Ci vorrà (ma siamo già nel 1967) la Sacerdotalis Caelibatus di Paolo VI per dare uno splendido colpo d’ala alla questione (trattata naturalmente anche dal Concilio) riconducendola, in particolare, alla relazione con Cristo. Ma pro­prio Paolo VI, con i suoi interrogativi pressanti che aprono praticamente l’enciclica, si fa carico di farci comprendere pienamente l’ampiezza e la gravità che sta assumendo nella Chiesa la questione. Leggiamo il n. 3 della bellissima enci­clica:

La grande questione relativa al sacro celibato del Clero nella Chiesa si è lungamente presentata al Nostro spirito in tutta la sua ampiezza e in tutta la sua gravità: deve ancor oggi sussistere quella severa e sublimante obbligazione per coloro che intendono accedere agli ordi­ni sacri maggiori? È oggi possibile, è oggi conveniente l’osservanza di una tale obbligazione? Non sarebbe maturato il tempo per scindere il vincolo che unisce nella Chiesa il celibato al sacerdozio? Non po­trebbe essere facoltativa questa difficile osservanza? Non ne sarebbe favorito il ministero sacerdotale, facilitato l’avvicinamento ecumenico? E se l’aurea legge del sacro celibato deve tuttora rimanere, per quali ragioni essa oggi dev’essere provata santa e conveniente? E con quali mezzi può essere osservata, e come da peso convertita in aiuto alla vita sacerdotale?

Concretamente, che cosa accadeva quando si entrava in seminario a 10 o 11 anni per iniziare le scuole medie inferiori?

Si entrava, con l’aiuto di educatori che non andavano tanto per il sotti­le, dentro una forma preconfezionata; si pagava il prezzo della lontananza da casa, della mancanza totale di libertà, in seguito della mancanza di affet­ti ritenuti addirittura pericolosi perché considerati particolari, ivi compresa l’esperienza affettiva con il mondo femminile; si imparava ad essere, fare, dire secondo uno schema ben definito di ministero sacerdotale ed il gioco era fatto.

Ma, sia chiaro: nessuno di noi sentiva tutto questo come un dramma!

La figura sociale verso la quale si era protesi, il ruolo culturale del prete nei nostri paesi, una discreta e talora anche buona posizione economica, la non infrequente gioia e soddisfazione che provavano evidentemente i nostri fami­liari nel veder crescere un prete nella propria casa… creavano un contesto asso­lutamente favorevole[1].

La libertà del resto, come la intendiamo oggi, non esisteva in realtà per nessuno. Come ci si sposava nelle nostre famiglie contadine e patriarcali del tempo? Dove esisteva la coscienza del primato della persona? L’importanza delle motivazioni? Qualche volta contava anche l’amore, ma il più delle volte gli elementi esterni diventavano decisivi.

Una formidabile impalcatura socio-culturale ed etico-legale permetteva tenuta e solidità delle istituzioni sociali ed anche religiose.

La formazione di sposi, religiosi e preti era la naturale conseguenza, suffi­ciente e necessaria, di questa impostazione educativa.

 

La sfida epocale

Non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per tutto questo, ma oggi quello schema, quella impalcatura, quel ruolo – così necessari oggi, come e forse più che allora, data la fragilità riconosciuta delle nuove generazioni – vanno immaginati non più all’esterno della persona ma dentro, nelle profondi­tà del sentire e nell’immagine che la persona è chiamata ad avere di se stessa.

C’è un esempio abbastanza evidente al quale possiamo fare riferimento, perché passi decisivi in questa direzione li ha fatti la pastorale coniugale e fa­miliare. Mi riferisco allo “sposarsi nel Signore” che ormai da tempo la pastora­le coniugale sa condurre ad uno “sposare il Signore”. Sta diventando sempre più normale, cioè, pensare alla preparazione al matrimonio cristiano come un percorso che ci porta a collocare le nostre storie personali dentro ad una rela­zione con il Signore, che ci dona a sua volta un’immagine nuova di quello che rappresenta per me il coniuge e di quello che io sono chiamato ad essere per lui.

Appare chiaro all’orizzonte che i riferimenti alla “formazione” del prete e alla prospettiva feconda dell’amore vergine nella scelta del celibato per il Re­gno devono cominciare ad essere pensati più decisamente nella prospettiva del­la vocazione all’amore e delle vocazioni dell’amore che hanno la loro naturale radice, ragione, nutrimento, luce e calore nella Relazione trinitaria di Amante, Amato, Amore, mistero d’amore divino inenarrabile, per partecipare al quale siamo venuti alla vita; senza una piena e consapevole partecipazione al suo dinamismo relazionale la vita della persona umana, dentro a qualsiasi stato di vita si collochi, finisce per spengersi, perdersi, sfiorire[2]. Tentiamo qualche ap­profondimento in questa direzione.

 

La vocazione all’amore

Il dato antropologico: questo bisogno struggente d’amore…

Mi ha favorevolmente sorpreso Benedetto XVI quando ha iniziato la sua Deus caritas est ponendosi una domanda. Dice il Papa:

Il termine “amore” è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti… Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola “amore”: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amo­re per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbia­discono. Sorge allora la domanda: tutte queste forme di amore alla fine si unificano e l’amore, pur in tutta la diversità delle sue manifestazioni, in ultima istanza è uno solo, o invece utilizziamo una medesima parola per indicare realtà totalmente diverse?

 

Poi egli inizia un’analisi semantica, storica e biblica che a noi ora non interessa. Interessa invece il grido che sale irresistibile dal cuore dell’umanità di sempre: amore!

La pastorale ordinaria è lì a rimandarci di continuo messaggi del genere (basti pensare all’esperienza che si rinnova ogni volta in occasione di un fune­rale, dove tutti fanno a gara nel voler ricordare i gesti di amore compiuti dal caro defunto…; un matrimonio, dove neanche lontanamente gli sposi si pon­gono il problema che l’amore che li unisce potrebbe finire…; un battesimo, dove babbo e mamma non fanno alcuna fatica a riconoscere una vocazione del figlio diversa e oltre la loro…; l’esperienza dell’adolescente che non prova alcuna paura nel gettarsi fra le braccia dell’amore come la cosa più bella e stimolante che possa accadergli nella vita…).

 

Il dramma di un amore solitario

Ma è quella dell’amore umano un’esperienza che inesorabilmente mani­festa un’incompiutezza che si rivela come un vero e proprio dramma esisten­ziale.

Dice alla persona che non può vivere senza amore, ma non gli dona natu­ralmente le coordinate per dare volto a quell’amore che è sorgente di vera e autentica gioia.

La persona umana scopre ben presto che non basta il modo solo umano di rispondere a questo drammatico bisogno d’amore. Dice il limite dell’eros sot­tratto e scardinato dall’agape.

Ancora il Papa al n. 5 di DCE:

Due cose emergono chiaramente da questo rapido sguardo alla concezio­ne dell’eros nella storia e nel presente. Innanzitutto che tra l’amore e il Divino esiste una qualche relazione: l’amore promette infinità, eternità — una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del no­stro esistere. Ma al contempo è apparso che la via per tale traguardo non sta semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall’istinto. Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. Questo non è rifiuto dell’eros, non è il suo “avvelenamento”, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza. Ciò dipende innanzitutto dalla costituzione dell’essere umano, che è com­posto di corpo e di anima. L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi vera­mente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come un’eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza. Ma non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l’uomo, la persona, che ama come creatura unita­ria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono vera­mente in unità, l’uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l’amore – l’eros – può maturare fino alla sua vera grandezza… Sì, l’eros vuole sollevarci “in estasi” verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinun­ce, di purificazioni e di guarigioni.

 

Ci sentiamo inteneriti di fronte a quest’uomo, perché nel cuore della no­stra esperienza credente troviamo proprio la buona notizia che risponde a que­ste domande. La buona notizia è Gesù: luce, vita, via, verità, sorgente, dimora dell’amore, per usare soltanto alcune delle definizioni che egli ha usato per presentare se stesso come risposta di vita alle domande dell’uomo.

 

 

Consegnato all’amore perché l’amore lo ridonasse alla vita

Cristo, mia speranza è risorto, fa dire la sequenza pasquale ad una stupita, confusa ed esultante Maria di Magdala. La Risurrezione di Gesù è la ragione della nostra speranza. Ma di quale speranza? Di quella che ci accompagna ogni volta nei giorni pieni di trepidazione del triduo pasquale perché Gesù aveva consegnato alla sua Risurrezione la credibilità di quanto aveva detto e special­mente fatto con una vita consacrata all’amore.

Ma davvero – ci chiediamo ogni volta vedendolo appeso alla croce – l’amore sconfiggerà la morte?

L’essersi abbandonato, pieno di speranza, nelle mani del Padre permetterà a Gesù di sperimentare una vittoria travolgente come quella della Risurrezione. Lo dice lui stesso in un momento drammatico del suo dialogo con la gente:

Disse allora Gesù: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora sa­prete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo. Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite”. A queste sue paro­le, molti credettero in lui (Gv 8,28–32).

 

Non ha ceduto alla tentazione di fare da solo nella sua vita, pur essendo il creatore del mondo, ed ha fatto invece della sua umanità un dono all’Amore e agli amati, in una struggente relazione sponsale, fino alla fine.

Ecco la risposta a questa domanda di vita e di amore che sale struggente dal cuore degli uomini, di ogni uomo! E tutti abbiamo bisogno di lui, di essere con lui, con lui morire per poter risorgere di continuo allo stupore della riuscita, quando ci doniamo all’Amore e agli amati.

È Cristo la sorgente interiore che consente a ciascuno di noi di rispondere in modo radicale alle sfide alle quali è sottoposta di continuo la vocazione all’amore alla quale tutti siamo chiamati.

La Risurrezione di Gesù dice di non aver paura di accogliere tale chiamata all’amore secondo il cuore di Dio, vivendo una vita responsoriale come l’ha vis­suta Gesù: perché è ciò che rende pienamente uomini! Dice insomma a ciascuno di noi di non temere di immaginare una vita dove lo spendersi in un amore unico, fedele, indissolubile – sia nel matrimonio che nella vita consacrata – sia l’unica ragione della vita: è ciò di cui abbiamo bisogno per essere – come ci dice il nostro cuore quando ci innamoriamo davvero – completamente appagati e veramente felici! La nostra vocazione non è tanto possedere l’amore, ma lasciarci conquista­re dall’amore. Senza sapere dove l’amore ci porterà. Osservando attentamente Gesù nel mistero pasquale non è difficile vedere come egli abbia in realtà inter­pretato il sogno di ogni uomo. E non è difficile osservare che proprio in quel “non mi ha lasciato solo” c’è la ragione profonda della riuscita! Non bisogna restare soli se vogliamo vivere d’amore! E tale solitudine non può essere riempita da niente e da nessuno se non dalla relazione con Dio, che ci ha fatti per sé… Il nostro cuore sarà sempre inquieto, ci ricorda S. Agostino, finché non si riposa in lui.

Se superiamo la paura di seguirlo, se sapremo restare in lui e per il suo tramite nella relazione trinitaria, il sogno di ogni uomo prenderà ancora una volta carne in ciascuno di noi. Il Concilio Vaticano II ha in qualche modo fissa­to questa splendida verità quando afferma, nella Gaudium et spes,al n. 22:

In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mi­stero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.

 

 

Rivelati a noi stessi

Eterno scambio d’amore

Dio è amore. La Trinità è mistero di relazione e correlazione. Mistero di reciprocità che certamente può essere meglio compreso – per quanto è possibi­le – proprio con il linguaggio dell’amore sponsale, nuziale.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai nn. 218-221, ha passi bellissimi in proposito:

Israele, nel corso della sua storia, ha potuto scoprire che uno solo era il motivo per cui Dio gli si era rivelato e lo aveva scelto fra tutti i popoli perché gli appartenesse: il suo amore gratuito. Ed Israele, per mezzo dei profeti, ha compreso che, ancora per amore, Dio non ha mai cessato di salvarlo e di perdonargli la sua infedeltà e i suoi peccati. L’amore di Dio per Israele è paragonato all’amore di un padre per il proprio figlio. È un amore più forte dell’amore di una madre per i suoi bambini. Dio ama il suo Popolo più di quanto uno sposo ami la propria sposa; questo amore vincerà anche le più gravi infedeltà; arriverà fino al dono più prezioso: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). L’amore di Dio è “eterno” (Is 54,8): “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto” (Is 54,10). “Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà” (Ger 31,3). Ma san Giovanni si spingerà oltre affermando: “Dio è Amore” (1Gv 4,8; 1Gv 4,16): l’Essere stesso di Dio è Amore. Mandando, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito e lo Spirito d’Amore, Dio rivela il suo segre­to più intimo: è lui stesso eterno scambio d’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi.

 

Poco dopo, al n. 239, lo stesso Catechismo sembra voler completare la riflessione sull’amore in Dio e sull’amore divino, evidenziando come l’amore in Dio è ben oltre la caratteristica semplicemente “genitoriale”, perché ogni amore tendenzialmente e dinamicamente oblativo ed ogni dimensione di tale amore tendente a superare la sua stessa finitezza va considerato adatto per espri­mere le caratteristiche dell’amore in Dio:

Chiamando Dio con il nome di “Padre”, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espres­sa con l’immagine della maternità, che indica ancor meglio l’immanenza di Dio, l’intimità tra Dio e la sua creatura. Il linguaggio della fede si rifà così all’esperienza umana dei genitori che, in certo qual modo, sono per l’uomo i primi rappresentanti di Dio. Tale esperienza, però, mostra anche che i genitori umani possono sbagliare e sfigurare il volto della paternità e della maternità. Conviene perciò ricordare che Dio trascende la distinzio­ne umana dei sessi. Egli non è né uomo né donna, egli è Dio. Trascende pertanto la paternità e la maternità umane, pur essendone l’origine e il modello: nessuno è padre quanto Dio.

 

Benedetto XVI in Deus caritas est ci aiuta a capire, quando ai nn. 10 e 11 afferma:

L’eros di Dio per l’uomo…è insieme totalmente agape. Non soltanto per­ché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona. Soprattutto Osea ci mostra la di­mensione dell’agape nell’amore di Dio per l’uomo, che supera di gran lunga l’aspetto della gratuità. Israele ha commesso «adulterio», ha rotto l’Alleanza; Dio dovrebbe giudicarlo e ripudiarlo. Proprio qui si rivela però che Dio è Dio e non uomo: «Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? … Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te» (Os 11, 8–9). L’amore appassionato di Dio per il suo popolo – per l’uomo – è nello stesso tempo un amore che perdo­na. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velata­mente il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore… Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano. Questo stretto nesso tra eros e ma­trimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.

 

Nella sua Introduzione al Cristianesimo l’allora J. Ratzinger aveva già avuto modo di sottolineare come:

Nel vangelo di Giovanni Cristo dice di sé: “Il Figlio non può far nulla da sé”(5,19.30). Ciò sembra denotare la destituzione da ogni potere cui soggiace il Figlio; egli non ha nulla di proprio, ma è tuttavia presente come Figlio per cui può agire unicamente attingendo a colui dal quale trae l’essere. Balza quindi subito agli occhi come il concetto di “figlio” sia un’idea di relazione. Chiamandolo “Figlio” Giovanni designa il Si­gnore in maniera che addita perennemente un principio che sta fuori e sopra di lui; impiega quindi un’espressione che sottintende essenzialmen­te una correlazione… L’essenza della personalità trinitaria è appunto quel­la di essere pura relazione e quindi assoluta unità… Il tratto essenziale dell’esistenza cristiana è accogliere e vivere tale esistenza come correla­zione, inserendosi in quell’unità che è la base portante della realtà… In tal modo la dottrina trinitaria assurge a punto trigonometrico della teolo­gia e del pensiero cristiano divenendo centro irradiatore da cui diramano tutte le altre linee[3].

 

Se dunque Dio è amore, e la Trinità è mistero di relazione e correlazione, mistero di reciprocità, allora diventa difficile pensare che il linguaggio dell’amore sponsale, che Dio stesso usa con il “figlio” Israele nell’antico Testa­mento e Gesù usa nei confronti della sua Chiesa, non sia il più vicino alla realtà, per definire la natura di questo amore in Dio e da Dio. Giovanni Paolo II ci ha lasciato pagine memorabili in proposito, nelle catechesi dell’Udienza generale del 1982. Vogliamo ricordare alcuni brevi passaggi di una di queste (22 settem­bre 1982):

La lettera agli Efesini, attraverso il paragone del rapporto tra Cristo e la Chiesa con il rapporto sponsale dei coniugi, fa riferimento alla tradizione dei profeti dell’Antico Testamento. Per illustrarlo, citiamo il seguente te­sto di Isaia: «Non temere, perché non dovrai più arrossire; / non vergo­gnarti, perché non sarai più disonorata; / anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza / e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza. / Poiché tuo sposo è il tuo creatore, / Signore degli eserciti è il suo nome; / tuo redentore è il Santo di Israele, / è chiamato Dio di tutta la terra. / Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, / il Signore ti ha richiamata. / Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? / Dice il tuo Dio. / Per un breve istante ti ho abbandonata / ma ti riprenderò con immenso amore. / In un impeto di collera / ti ho nascosto per un poco il mio volto; / ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, / dice il tuo redentore, il Signore. / Ora è per me come ai giorni di Noè, / quando giurai che non avrei più riversato / le acque di Noè sulla terra; / così ora giuro di non più adirarmi con te / e di non farti più minacce. / Anche se i monti si spostassero / e i colli vacillassero, / non si allontanerebbe da te il mio affetto, / né vacillerebbe la mia alleanza di pace; / dice il Signore che ti usa misericordia» (54,4–10)… L’analogia dell’amore che unisce i co­niugi è in questo brano fortemente rilevata. Isaia dice: «…tuo sposo è il tuo creatore, / Signore degli eserciti è il suo nome; / tuo redentore è il Santo di Israele, / è chiamato Dio di tutta la terra» (54,5). Così, dunque, in quel testo lo stesso Dio, in tutta la sua maestà di Creatore e Signore della creazione, viene esplicitamente chiamato «sposo» del popolo eletto. Questo «sposo» parla del suo grande «affetto», che non si «allontanerà» da Israele–sposa, ma costituirà un fondamento stabile dell’«alleanza di pace» con lui. Così il motivo dell’amore sponsale e del matrimonio viene collegato con il motivo dell’alleanza. Inoltre il «Signore degli eserciti» chiama se stesso non soltanto «creatore», ma anche «redentore». Il testo ha un conte­nuto teologico di ricchezza straordinaria…Confrontando il testo di Isaia con la lettera agli Efesini e costatando la continuità riguardo all’analogia dell’amore sponsale e del matrimonio, dobbiamo rilevare al tempo stesso una certa diversità di ottica teologica. L’Autore della lettera già nel primo capitolo parla del mistero dell’amore e dell’elezione, con cui «Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» abbraccia gli uomini nel suo Figlio, so­prattutto come di un mistero «nascosto nella mente di Dio». Questo è il mistero dell’amore paterno, mistero dell’elezione alla santità («per essere santi e immacolati al suo cospetto»: Ef 1,4) e dell’adozione a figli in Cristo («predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo»: v. 6). In tale contesto, la deduzione dell’analogia circa il matrimonio, che ab­biamo trovato in Isaia («tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome»: 54,5), sembra essere uno scorcio facente parte della prospet­tiva teologica. La prima dimensione dell’amore e dell’elezione, come miste­ro da secoli nascosto in Dio, è una dimensione paterna e non «coniugale». Secondo la lettera agli Efesini, la prima nota caratteristica di quel mistero resta connessa con la paternità stessa di Dio, messa particolarmente in ri­lievo dai profeti (cf. Os 11,1–4; Is 63,8–9; 64,7; Ml 1,6)…L’analogia dell’amore sponsale e del matrimonio appare soltanto quando il «Creatore» e il «Santo di Israele» del testo di Isaia si manifesta come «Redentore». Isaia dice: «Tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; / tuo redentore è il Santo di Israele» (54,5). Già in questo testo è possibile, in certo senso, leggere il parallelismo tra lo «sposo» e il «Redentore». Passan­do alla lettera agli Efesini, dobbiamo osservare che questo pensiero vi è appunto pienamente sviluppato. La figura del Redentore si delinea già nel I capitolo come propria di colui che è il primo «Figlio diletto» del Padre (1,6), diletto dall’eternità: di colui, nel quale noi tutti siamo stati «da seco­li» amati dal Padre. E il Figlio della stessa sostanza del Padre, «nel quale abbiamo la remissione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia» (1,7). Lo stesso Figlio, come Cristo (ossia come Messia), «ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (5,25). Questa splendida formulazione della lettera agli Efesini riassume in sé e insieme mette in rilievo gli elementi del Canto sul Servo di Jahvè e del Canto di Sion (cf ex. gr., Is 42,1; 53,8–12; 54,8). E così la donazione di se stesso per la Chiesa equivale al compimento dell’opera della redenzione. In tal modo, il «creatore, Signore degli eserciti» del testo di Isaia diviene il «Santo di Israele», del «nuovo Israele», quale redentore. Nella lettera agli Efesini la prospettiva teologica del testo profetico è conser­vata ed insieme approfondita e trasformata. Vi entrano nuovi momenti rivela­ti: il momento trinitario, cristologico e infine escatologico…Così dunque san Paolo, scrivendo la lettera al popolo di Dio della nuova alleanza e precisa­mente alla Chiesa di Efeso, non ripeterà più: «Tuo sposo è il tuo creatore», ma mostrerà in che modo il «Redentore», che è il Figlio primogenito e da secoli «diletto del Padre», rivela contemporaneamente il suo amore salvifico, che consiste nella donazione di se stesso per la Chiesa, come amore sponsale con cui egli sposa la Chiesa e la fa proprio corpo. Così l’analogia dei testi profetici dell’Antico Testamento (nel caso, soprattutto del libro di Isaia) rima­ne nella lettera agli Efesini conservata e nello stesso tempo evidentemente trasformata. All’analogia corrisponde il mistero, che attraverso essa viene espresso e in certo senso spiegato. Nel testo di Isaia questo mistero è appena delineato, quasi «socchiuso»; nella lettera agli Efesini, invece, è pienamente svelato (s’intende, senza cessare di esser mistero). Nella lettera agli Efesini è esplicitamente distinta la dimensione eterna del mistero in quanto nascosto in Dio («Padre del Signore nostro Gesù Cristo») e la dimensione della sua rea­lizzazione storica, secondo la sua dimensione cristologica e insieme ecclesiologica. L’analogia del matrimonio si riferisce soprattutto alla secon­da dimensione. Anche nei profeti (in Isaia) l’analogia del matrimonio si rife­riva direttamente ad una dimensione storica: era collegata con la storia del popolo eletto dell’antica alleanza, con la storia di Israele; invece, la dimen­sione cristologica ed ecclesiologica, nell’attuazione veterotestamentaria del mistero, si trovava solo come in embrione: fu soltanto preannunziata. Nondimeno è chiaro che il testo di Isaia ci aiuta a comprendere meglio la lettera agli Efesini e la grande analogia dell’amore sponsale di Cristo e della Chiesa.

 

Ne facciamo parte

E questo ha un’immensa importanza per ciascuno di noi. Definisce infatti la nostra identità come relazione. A questa relazione e per questa relazione ognuno di noi è venuto alla vita, è l’Adamo chiamato a vivere anche l’avventura nella carne dentro a questa relazione (cf Ef 1,3-14).

Mi sembra che si possa tranquillamente affermare allora che la sponsalità dell’essere umano è un fatto che in sé precede la modalità con cui si esprime: il corpo dell’uomo – come ha lungamente dimostrato Giovanni Paolo II, in modo del tutto particolare, nel ciclo di catechesi del mercoledì da lui proposto nel 1982 sul tema della verginità e del celibato per il Regno – esprime di per sé il suo venire dal dono ed esistere per un dono. Relazionalità e reciprocità defini­scono l’uomo fin da principio. È il carattere “verginale” di ogni essere umano ed è una “verginità sponsale”: siamo fatti “per lui” e per nessun altro.

Sarebbe del resto assai difficile, senza questa idea di fondo, comprendere la radicalità di certi passi evangelici che invece si spiegano facilmente solo a partire da questo primato:

Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: “Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti”. Ed egli, risponden­do a chi lo informava, disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,46-50). Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si reca­rono allora da Gesù e gli dissero: “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?”. Gesù disse loro: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneran­no” (Mc 2,18-20). Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo (Lc 14,26).

Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: “Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui”. Giovanni rispose: “Nessuno può pren­dersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimo­ni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è pre­sente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire (Gv 3,26-30).

 

Ho bisogno di te per diventare quello che sono

Come ci ha ricordato Papa Giovanni Paolo II, la vocazione ad una relazione primaria, di natura chiaramente sponsale, con il creatore e il redentore, operata dallo Spirito che dà la vita, precede, accompagna ed attende la persona umana ed è la luce, il senso, la roccia su cui edificare la vita. Tutto il resto viene dopo e di conseguenza. Ovvero, viene perché sia resa possibile una responsorialità della vita. All’amore – quando è autentico e ci conquista – è normale rispondere con l’amore.

Il libro della Genesi ci dice, a questo punto, che non è bene che l’uomo sia solo. Se infatti non siamo venuti alla vita per essere amati, ma per dare volto all’amore nel dono sincero di noi stessi, l’incontro della persona umana con l’amore può avvenire solamente se egli viene messo nella condizione di incon­trare l’amore nella prospettiva del dono. Insomma amore vuol dire amare.

Allora la vocazione all’amore, per essere realizzata, reclama un termine “verso cui”, reclama qualcuno che lo Sposo celeste pone sul nostro cammino, perché sia “strumento” nelle sue mani per renderci, ogni giorno di più, capaci di una relazione d’amore la più vicina possibile al suo amore per noi.

La relazione divina fonda ogni relazione umana e la relazione umana è finalizzata a renderci capaci e aperti alla relazione divina. In quel brano biblico che passa sotto il titolo del “comandamento più grande” le due dimensioni sono in qualche modo correlate e ci danno l’occasione per qualche precisazione.

Ascoltiamolo nella versione più semplice e lineare: quella di Marco (12,28-30):

Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comanda­menti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”.

 

Amerai il prossimo tuo come te stesso. In qualche modo siamo stati correlati gli uni agli altri all’interno del comandamento che più grande non ce n’è. Tu sei per me il termine “verso cui”. Ogni “tu” svolge la funzione di rimandarmi di continuo al modo con cui io amo me stesso. Solo se amo me stesso nel modo giusto amerò te nel modo giusto. C’è infatti d’aver paura di chi dice di amarci, ma non ha imparato ad amare se stesso…Vengono così inscindibilmente legati il mio amore per te, necessario per essere sottratto al rischio di un ripiegamento narcisistico in me stesso e verso me stesso – che altro non è, come tutti sanno, che la forma più incredibile di autolesionismo – e l’amore per me stesso. Ma ad una condizione: che l’amore per me stesso sia collocato all’interno della mia identità: sono chiamato ad amarmi davvero! E sono chiamato ad amarmi per quello che sono. La prima parte del comandamento mi dice quando mi amo: se amo Dio con tutto me stesso!

Solo vivendo una relazione primaria e sorgiva con lui posso amare te, ed il mio amarti finisce per costruirmi capace di amore sempre più agapico, sempre più puro e sempre più autentico.

Si potrebbe dire che qui sta – prendendo spunto dalle catechesi di Giovan­ni Paolo II di cui abbiamo parlato sopra – il passaggio dinamicamente esisten­ziale dalla verginità sponsale alla sponsalità verginale. E ciò vale per tutti: coniugati e celibi, abbiamo questa medesima vocazione, perché tutti in qualche modo – per il Battesimo – siamo “nati sposati”.

Come è stato bello trovare questa affermazione nella autorevolissima en­ciclica di Benedetto XVI Sacramentum caritatis laddove, al n. 27, parlando del rapporto tra Eucaristia e Matrimonio, afferma:

Il Papa Giovanni Paolo II ha avuto più volte l’occasione di affermare il carattere sponsale dell’Eucaristia ed il suo rapporto peculiare con il sa­cramento del Matrimonio: «L’Eucaristia è il sacramento della nostra re­denzione. È il sacramento dello Sposo, della Sposa». Del resto, «tutta la vita cristiana porta il segno dell’amore sponsale di Cristo e della Chiesa. Già il Battesimo, che introduce nel Popolo di Dio, è un mistero nuziale: è per così dire il lavacro delle nozze che precede il banchetto delle nozze, l’Eucaristia»… Infatti, nella teologia paolina, l’amore sponsale è segno sacramentale dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, un amore che ha il suo punto culminante nella Croce, espressione delle sue«nozze» con l’umanità e, al contempo, origine e centro dell’Eucaristia.

 

 

Hanno lo sposo con loro

Nessuno come Gesù ha interpretato e rivelato, con la vita e la parola, que­sto mistero sponsale e lo ha fatto proprio nella forma verginale che egli ha scelto per sé, vivendo la nostra avventura umana.

Il venerdì santo, ogni anno, ripropone a tutti noi, attraverso la lettura patristica dell’Ufficio delle Letture, l’incontro con questa verità, offrendo alla nostra meditazione una delle pagine più belle di tutta la patristica. Come non ricordare in questa occasione quella pagina bellissima ripresa dalle Catechesi di San Giovanni Crisostomo?

…Carissimo, non passare troppo facilmente sopra a questo mistero. Ho ancora un altro significato mistico da spiegarti. Ho detto che quell’acqua e quel sangue sono simbolo del Battesimo e dell’Eucaristia. Ora la Chie­sa è nata da questi due sacramenti, da questo bagno di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito santo per mezzo del Battesimo e dell’Eucaristia. E i simboli del Battesimo e dell’Eucaristia sono usciti dal costato. Quindi è dal suo costato che Cristo ha formato la Chiesa, come dal costa­to di Adamo fu formata Eva. Per questo Mosè, parlando del primo uomo, usa l’espressione: «ossa delle mie ossa, carne dalla mia carne» (Gn 2, 23), per indicarci il costato del Signore. Similmente, come Dio formò la donna dal fianco di Adamo, così Cristo ci ha donato l’acqua e il sangue dal suo costato per formare la Chiesa. E come il fianco di Adamo fu tocca­to da Dio durante il sonno, così Cristo ci ha dato il sangue e l’acqua durante il sonno della sua morte. Vedete in che modo Cristo unì a sé la sua Sposa, vedete con quale cibo ci nutre. Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio col proprio latte, così il Cristo nutre costantemente col suo sangue coloro che ha rigenerato.

 

La forma verginale, come si vede proprio a partire dall’esperienza di Gesù, non solo è sponsale ma ne svela in realtà il significato più profondo. Riprendendo la tematica del corpo, alla quale faceva riferimento Giovanni Paolo II, si potrebbe certamente dire che lo stesso sacerdozio di Gesù, così come viene presentato dalla lettera agli Ebrei, in maniera articolata parla di “un corpo” – venuto dal dono e fatto per essere dono – e di una “risposta”, ovvero di un’avventura umana nella quale questa dimensione relazionale propria del mistero trinitario si è concretizzata nella responsorialità di chi – pur essendo Figlio – ha vissuto con il suo corpo e nel suo corpo una relazione totalmente oblativa, di natura squisita­mente sponsale e per questo feconda (cf Eb 10,5-10; Gv 10,17-18).

 

 

Ripartire da Cristo

Per un sacerdozio comune

Consapevoli del bisogno di senso dell’uomo d’oggi, teniamo «fisso lo sguar­do su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,2)… Tutto questo ci fa avvertire l’urgenza di rinnovare e approfondire la nostra collabora­zione alla missione di Cristo. L’amore di Cristo ci spinge ad annunciare la speranza a tutti i fratelli e le sorelle del nostro paese: Cristo è risorto, la morte è vinta, e vi sono ancora migliaia di uomini che accettano di morire per testimoniare la verità della Risurrezione del Signore. Ora sta a noi metterci al servizio della missione dell’Inviato del Padre, assumendo la vocazione battesimale alla santità. Ci potranno accompagnare ed esse­re di stimolo le parole di John Henry Newman, che così amava rivolgersi in preghiera al Signore: «Stai con me, e io inizierò a risplendere come tu risplendi; a risplendere fino ad essere luce per gli altri. La luce, o Gesù, verrà tutta da te: nulla sarà merito mio. Sarai tu a risplendere, attraverso di me, sugli altri. Fa’ che io ti lodi così, nel modo che tu più gradisci, risplendendo sopra tutti coloro che sono intorno a me. Da’ luce a loro e da’ luce a me; illumina loro insieme a me, attraverso di me. Insegnami a diffondere la tua lode, la tua verità, la tua volontà. Fa’ che io ti annunci non con le parole, ma con l’esempio, con quella forza attraente, quella influenza solidale che proviene da ciò che faccio, con la mia visibile somi­glianza ai tuoi santi, e con la chiara pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per te».

 

Con queste splendide esortazioni, largamente riprese dal cardinale Newman, i nostri vescovi, al n. 8 di Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia – documento destinato ad orientare pastoralmente il cammino delle nostre chiese per il primo decennio del 2000 – ribadiscono l’invito post-giubilare formulato dal Papa con quell’insistente invito a “ripartire da Cristo”, racchiuso nella Novo Millennio Ineunte.

Occorre ripartire davvero tutti, sposi e celibi, da Cristo e, “per lui, con lui, in lui”, dal mistero di relazione e correlazione reciproca nella Trinità.

Per questo siamo venuti tutti ad una vita che siamo chiamati a vivere nel già e non ancora di quest’avventura terrena, proprio ripartendo di continuo dal pensare-sentire-agire di Gesù “via, verità e vita” della persona umana e di ogni relazione umana vissuta sotto lo sguardo di Dio.

Daremo così e soltanto così, “rimanendo in lui”, alla nostra umanità la pos­sibilità di essere se stessa e di divenire quello che è. L’amore, da “desiderio” struggente del cuore di ogni uomo, in lui, diventa davvero, per tutti, “possibilità”.

Gli sposi sanno così che li attende un’avventura cristocentrica e geocentrica nella loro relazione casta e feconda e nel prendersi cura della vocazione all’amore l’uno dell’altro. Essi sanno che ciascuno è un dono di Dio per l’altro, nella misura in cui lo si accoglie per lasciarsi educare all’amore da questo dono e, contemporaneamente sanno che il prendersi cura l’uno dell’altro significa in real­tà prendersi cura l’uno della relazione che l’altro è chiamato ad avere con l’unico sposo, Cristo. La spiritualità coniugale non può che essere pertanto cristocentrica.

È da lui che si lasciano, infine, condurre per mano nella Chiesa, così da collaborare con lui alla costruzione di una Sposa sempre più fedele e feconda, all’interno dei preziosi santuari domestici, che sono le nostre famiglie.

È questo in fin dei conti quello che chiamiamo “sacerdozio comune” della e nella Chiesa. L’Eucaristia, infatti, luogo teologico in cui la Chiesa si unisce al sacerdozio di Cristo, è sacramento sponsale (cf Sacramentum caritatis 27) che fa la Chiesa e la rivela a se stessa e al mondo come “Sponsa Verbi”.

San Pietro parla di quest’intimità in uno dei più bei passaggi della sua prima lettera (cf 2,4-5.9-10) che vogliamo qui ricordare:

Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costru­zione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifi­ci spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo… Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiama­to dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate non– popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla mise­ricordia, ora invece avete ottenuto misericordia.

 

 

Ministero ordinato e vita consacrata

Nel ministero ordinato e, per certi aspetti, anche nella vita consacrata, si potrebbe dire che convivono addirittura due “momenti” di questa sponsalità ai quali sarà sempre più indispensabile – se vogliamo veramente “ripartire da Cri­sto” – fare riferimento sia come criterio fondamentale nel discernimento vocazionale sia, se possibile, ancora di più, nelle tappe di qualsiasi percorso formativo, tanto iniziale quanto permanente.

Il primo elemento sponsale ci riguarda come “battezzati”. Tale sacramen­to pone, infatti, ciascuno di noi dentro una relazione che non può che essere definita sponsale, perché ci riguarda come membra di quel corpo di Cristo che è la Chiesa, sua Sposa. Un corpo non può vivere una relazione sponsale, se non la vivono alla stessa maniera tutte le membra di quel corpo (cf 1Cor 12, 13-31).

Tale premessa fondamentale ci ricorda, fra l’altro, che ogni dono dello Spirito – compreso ogni carisma per l’edificazione del corpo di Cristo, secondo la ben nota dottrina di Paolo sui carismi di 1Cor 12,1-11 – non viene “dalla Chiesa” ma è “portato in dote” dallo Spirito dello Sposo alla sua Sposa, come elemento vitale che la rende viva e feconda, perché possa generare rigogliosa­mente sempre nuova vita. Nell’espressione “ogni carisma” ritengo che si deb­bano racchiudere contemporaneamente e in prospettiva sinergica: la vocazione personale di ciascuno di noi; la vocazione delle nostre comunità cristiane, nelle loro varie dimensioni, rispetto alla costruzione del Regno; la vocazione dei nostri Istituti di vita consacrata rispetto alla vita e alla missione della Chiesa.

E c’è per noi – ministri ordinati – un secondo, bellissimo, elemento di natura squisitamente sponsale che ci riguarda direttamente e forse specifica­mente: come per Giovanni Battista, nella nostra vocazione e nella nostra mis­sione, è compresa – e ne è probabilmente aspetto caratterizzante – la vocazione ad essere gli amici dello Sposo chiamati a preparare la Sposa. Non sembra affatto una forzatura accogliere, dalle labbra di Giovanni, la definizione che egli dà del suo ruolo di “amico dello sposo”, come quella che nella tradizione greco–giudaica delle nozze identificava il ruolo e la figura del “paraninfo”, spes­so l’amico intimo dello sposo che accompagnava la sposa e controllava che tutto procedesse per il meglio.

Ritorniamo un attimo a quel passo del quarto Vangelo (Gv 3,22-30), per noi bellissimo e forse ancora in gran parte da scoprire per le conseguenze enormi che porta nella nostra spiritualità di “amici dello sposo”, così definiti da Gesù stesso e scelti – unici fra tutte le vocazioni – uno ad uno e chiamati per nome.

Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si trattenne con loro, e battezzava. Anche Giovanni battezza­va a Ennòn, vicino a Salìm, perché c’era là molta acqua; e la gente anda­va a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era stato ancora imprigionato. Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo la purificazione. Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: “Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui”. Giovan­ni rispose: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire.

 

Quali conseguenze ha questa prospettiva sul nostro modo di essere preti! Sul nostro vero rapporto con la Chiesa, che mai viene per primo ma sempre secondo, eppure nient’affatto secondario! L’obiettivo che il Signore ci chiede di porre di fronte a noi è quello di amarla perché, come, quantola ama lui.

La si guarda con il suo sguardo. Si accetta che nella nostra chiamata la prospettiva del celibato sia la prospettiva di condividere con lui un amore così vergine e sponsale per la Chiesa da prenderci totalmente: ci conquista, in qual­che modo ci seduce.

Col suo amore per lei, infatti, ci ha scelti – non noi abbiamo scelto lui ma lui ha scelto noi… – e a tale amore siamo stati consacrati nella verità per ren­derla, con lui e per lui, ogni giorno di più “santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola…” (Ef 5,25-26).

All’Assemblea della CEI del maggio 2006, Mons. Luciano Monari, Vicepresidente dalla CEI, ci ricordava questa profonda verità con un passaggio della sua relazione particolarmente ispirato:

Eppure nel celibato è presente un valore difficilmente negoziabile: quello dell’assoluto del Regno e quindi dell’assoluto di Gesù. Si è celibi perché il Regno, cioè Dio, ha fatto irruzione nella nostra vita attraverso Gesù in modo tale che non lascia lo spazio umano sufficiente per stabilire un rap­porto affettivo totale e definitivo con una persona, non lascia lo spazio per un progetto particolare di famiglia. Così è stato per Gesù, così è stato per molti discepoli che hanno seguito Gesù, così è ancora per noi. Ma questo richiede una percezione della presenza di Dio in Gesù che sia viva e che occupi tempo, sentimenti, pensieri, desideri, immaginazione del prete. D’altra parte il celibato, anche se apparentemente rifiutato, rimane sem­pre come una provocazione al pensiero “laico”, come un invito a scrutare da dove mai venga una forza così grande da combattere vittoriosamente con l’impulso sessuale. A volte, nei grandi discorsi di non credenti che si arruolano per una “liberazione” del prete dal vincolo “innaturale” del celibato è nascosta la volontà di ricondurre la vita del prete a quella di tutti per non dover fare i conti con la “alterità” di Dio e della grazia. Credo che sia necessario anzitutto una convinzione profonda del valore del celibato e che una tale convinzione possa venire solo da un rapporto personale costante e amicale con Gesù; non c’è altro motivo che sostenga la rinuncia a un affetto esclusivo se non la consapevolezza che: “sono già legato”.

Mi sembra che ci sia un ultimo aspetto, che questa chiave di lettura apre meglio di altre e che riguarda un tema particolarmente caro a molti di noi: quello della spiritualità diocesana dei preti.

Lo sappiamo: ce lo ha ricordato abbondantemente il Concilio Vaticano II – specialmente nella Lumen Gentium e nella Christus Dominus – che la Chiesa uni­versale si fa evento nelle e attraverso le chiese particolari. Esse sono realmente la Chiesa e in esse e a partire da esse sussiste l’unica Chiesa di Cristo, la Cattolica.

Là pertanto, nelle rispettive chiese particolari, per motivi teologico-pastorali ed anche spirituali, soltanto “insieme” possiamo essere servi di questa rela­zione di Cristo Sposo con la Chiesa Sposa. Una relazione che è per tutti e non per pochi intimi! “Insieme” perché la nostra fecondità pastorale è tale solo è frutto di vera unità e la nostra unità è tale se al centro e come sorgente di essa c’è il rimanere in lui di ciascuno di noi.

Tale servizio, che si sostanzia in una inevitabile quanto concreta dimen­sione diocesana, si esprime principalmente in due modi e prospettive che van­no custodite con gelosia:

“insieme” innanzitutto perché le nostre articolazioni ecclesiali non smar­riscano mai – magari anche per colpa di noi preti – la loro vera appartenenza: essere di Gesù… e da qui la categoria della comunione prende corpo nella for­ma che vuole il Signore;

“insieme” poi perché nelle nostre chiese la gente possa vedere un solo Gesù che si prende cura della sua Sposa… la missione diventa prima di tutto testimonianza di appartenenza e servizio, perché l’incontro con Gesù possa avvenire per ogni persona che viene alla vita.

 

 

Conseguenze per il discernimento e la formazione

Andando verso la conclusione e volendo proporre qualche motivo per un esame di coscienza sull’oggi del discernimento e della formazione nelle nostre comunità cristiane, nei nostri seminari e noviziati mi sembra innanzitutto che quanto abbiamo riflettuto nelle pagine precedenti sia la vera chiave di lettura di quei documenti del Magistero che ho richiamato nell’editoriale e di altri che mi permetto di ricordare qui.

Il primo è il già noto documento della Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri, ai nn. 58-59:

Come ogni valore evangelico, anche il celibato deve essere vissuto quale novità liberante, come particolare testimonianza di radicalismo nella sequela di Cristo e segno della realtà escatologica. «Non tutti pos­sono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono, in­fatti, eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,10-12). Per vivere con amore e generosità il dono ricevuto, è particolarmente importante che il sacerdote comprenda fin dalla formazione seminaristica la motivazione teologica e spirituale del­la disciplina ecclesiastica sul celibato. Questo, quale dono e carisma particolare di Dio, richiede l’osservanza della continenza perfetta e perpetua per il Regno dei cieli, perché i ministri sacri possano aderire con maggior facilità a Cristo con cuore indiviso e dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini. La disciplina ec­clesiastica manifesta, prima ancora che la volontà del soggetto espressa dalla sua disponibilità, la volontà della Chiesa e trova la sua ultima ragione nel legame stretto che il celibato ha con l’ordinazione sacra, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Lettera agli Efesini (cf 5, 25-27) pone in stretto rapporto l’oblazione sacerdotale di Cristo (cf 5, 25) con la santificazione della Chiesa (cf 5, 26), amata con amore sponsale. Inserito sacramentalmente in questo sacerdozio d’amore esclusivo di Cristo per la Chiesa, sua Sposa fedele, il presbitero esprime con il suo impegno celibatario tale amore, che diventa anche sorgente fecon­da di efficacia pastorale. Il celibato, pertanto, non è un influsso che dall’esterno ricade sul ministero sacerdotale, né può essere considerato semplicemente un’istituzione imposta per legge, anche perché chi riceve il sacra­mento dell’Ordine vi si impegna con piena coscienza e libertà, dopo una preparazione pluriennale, una profonda riflessione e l’assidua preghiera. Giunto alla ferma convinzione che Cristo gli concede questo dono per il bene della Chiesa e per il servizio degli altri, il sacerdote lo assume per tutta la vita, rafforzando questa sua volon­tà nella promessa già fatta durante il rito dell’ordinazione diaconale.

Per queste ragioni, la legge ecclesiastica, da una parte conferma il carisma del celibato, mostrando come esso sia in intima connessio­ne col ministero sacro nella sua duplice dimensione di relazione a Cristo e alla Chiesa; dall’altra tutela la libertà di colui che lo as­sume. Il presbitero, allora, consacrato a Cristo con un nuovo ed eccelso titolo, deve essere ben conscio che ha ricevuto un dono san­cito da un preciso vincolo giuridico, da cui deriva l’obbligo morale dell’osservanza. Tale vincolo, assunto liberamente, ha carattere teologale ed è segno di quella realtà sponsale che si attua nell’ordinazione sacramentale. Con esso il presbitero acquista anche quella paternità spirituale, ma reale, che ha dimensione universale e si concretizza, in modo particolare, nei confronti della comunità che gli è affidata. Il celibato allora, è dono di sé «in» e «con» Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa «in» e «con» il Si­gnore. Si rimarrebbe in una permanente immaturità se il celibato fosse vissuto come un tributo che si paga al Signore per accedere agli Ordini sacri e non, piuttosto, come «un dono che si riceve dal­la sua misericordia», come scelta di libertà e accoglienza grata di una particolare vocazione di amore per Dio e per gli uomini. L’esempio è il Signore stesso il quale, andando contro quella che si può considerare la cultura dominante del suo tempo, ha scelto libera­mente di vivere celibe. Alla sua sequela i discepoli hanno lasciato «tutto» per compiere la missione loro affidata (cf Lc 18, 28–30). Per tale motivo la Chiesa, fin dai tempi apostolici, ha voluto con­servare il dono della continenza perpetua dei chierici e si è orien­tata a scegliere i candidati all’Ordine sacro tra i celibi (cf 2 Ts 2, 15; 1 Cor 7, 5; 9, 5; 1 Tm 3, 2.12; 5, 9; Tt 1, 6.8).

 

Il secondo porta con sé alcuni passaggi di straordinaria bellezza e vigore, ripresi dalla recentissima edizione di Orientamenti e norme per la formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, ai nn. 12-15.24:

12. La carità pastorale rimanda anzitutto a Cristo Pastore, inviato dal Padre nello Spirito, come origine, modello e soggetto del mini­stero presbiterale: la sorgente del presbiterato non si colloca infat­ti nelle qualità umane, morali, intellettuali, spirituali di un uomo né semplicemente in un riconoscimento ecclesiale, bensì in una chia­mata e in un’abilitazione che hanno origine da Cristo. In tale pro­spettiva, deve essere riaffermata la dottrina del carattere, come con­figurazione ontologica a Cristo Sacerdote, che abilita ad agire in persona di Cristo Capo e Pastore. L’energia per un efficace mini­stero proviene dalla fedeltà di Dio, sigillata dal dono spirituale che, attraverso il sacramento dell’Ordine, dimora nel presbitero in ma­niera permanente. Si tratterà quindi in seguito di “ravvivare” il dono che è stato trasmesso per l’imposizione delle mani. Questa prima dimensione del ministero, definita cristologica, fonda la di­mensione ecclesiologica, in quanto è necessario che la Chiesa stes­sa sia convocata dal Cristo Risorto attorno alla Parola, ai sacra­menti e alla carità. Come segni viventi di Cristo Pastore, Capo e Sposo, i presbiteri sono abilitati dall’ordinazione a essere strumen­ti efficaci per l’edificazione ecclesiale, attraverso l’annuncio della Parola, la celebrazione dei sacramenti e il discernimento dei carismi per un loro esercizio nella carità. Senza questi doni, che la Chiesa

non può darsi da sola ma può solo accogliere dal suo Signore, essa perderebbe la propria identità. I presbiteri si collocano perciò in un punto vitale e nevralgico per l’esistenza della Chiesa, essendo testimoni efficaci della priorità della grazia con la quale Cristo Risorto la edifica e vivifica nello Spirito.

 13. Per questo «la carità del sacerdote si riferisce primariamente a Gesù Cristo: solo se ama e serve Cristo Capo e Sposo, la carità diventa fonte, criterio, misura, impulso dell’amore e del servizio del sacerdote alla Chiesa, corpo e sposa di Cristo». Il dialogo dell’amore tra Cristo e Pietro – «Mi ami tu?», «Tu sai che ti amo» – rimane il modello permanente della carità pastorale: la domanda sull’amore verso Gesù Pastore precede e determina il mandato verso il gregge; è pastorale, dunque, quella carità vissuta dal presbitero in primo luogo nei confronti del Buon Pastore. Se il ministero presbiterale non originasse da questo amore, scadrebbe a prestazione di un funzionario, anziché essere il servizio di un pastore che offre la vita per il gregge. Da ciò risulta che l’amore per Cristo costituisce la motivazione prioritaria della vocazione al presbiterato.

14. In secondo luogo la carità pastorale rimanda alle relazioni oggettive che il presbitero vive nella Chiesa. Se il ministero e la vita spirituale del presbitero trovano in Cristo Pastore, Capo e Sposo, la loro fonte originaria e permanente, nella trama dei rap­porti ecclesiali trovano il luogo concreto della loro crescita. Seb­bene subordinata a quella cristologica, la dimensione ecclesiologica è pure essenziale al presbiterato. Riscoperta dal Vaticano II, essa è già implicitamente compresa nel fatto che il presbitero è «configurato a Gesù Cristo in quanto Capo e Pastore della Chiesa»: sarebbero incompleti un pastore senza gregge e un capo senza corpo, come anche uno sposo senza sposa. Il presbiterato è quindi per il ministero ecclesiale e non per una dignità personale. La valenza pastorale della carità presbiterale, dunque, non si esaurisce nel costitutivo rapporto sacramentale, intimo e vivo con Cristo Pastore, ma si innerva nelle relazioni ec­clesiali. Perciò deve essere intesa anche nei termini oggettivi di un intreccio di relazioni all’interno del popolo di Dio, caratteriz­zate dalla fondamentale fraternità fra tutti i battezzati, ma speci­ficata dalla diversità dei ruoli e dei compiti, nell’ottica della co­munione gerarchica.

15. I presbiteri sono chiamati così in primo luogo a vivere una relazione filiale e fraterna con il proprio Vescovo, del quale sono necessari collaboratori e consiglieri nel ministero. Un rapporto cordiale e schietto con il Vescovo non è dettato solamente da mo­tivi di affinità psicologica, di opportunità pastorale o di strategia operativa; esso si radica nella configurazione sacramentale del ministero, trasmesso al presbitero attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria da parte del Vescovo stesso e come partecipazione subordinata alla pienezza del suo sacerdo­zio. È il vincolo sacramentale a imprimere radicalmente nel presbiterato la necessità della relazione con il Vescovo. In secondo luogo i presbiteri, uniti tra loro da «intima fraternità sacramentale», sono chiamati a intessere relazioni fraterne con gli altri presbiteri, soprattutto con quelli che appartengono al me­desimo presbiterio diocesano; questo, come corona del Vescovo, costituisce una fraternità sacramentale e non solamente operati­va o affettiva. L’ordinazione infatti rende il presbitero partecipe dell’unico ministero, del quale il Vescovo è rivestito in pienezza, e richiede perciò per sua stessa natura stima reciproca, comunione e spirito di corresponsabilità. È auspicabile che queste dimensio­ni costitutive del ministero presbiterale giungano a esprimersi anche in forme concrete di vita in comune. La disponibilità a inserirsi costruttivamente nella vita del presbi­terio diocesano non è una scelta discrezionale per il presbitero, ma un elemento intrinseco alla sua vocazione. Lo spirito di fraternità deve essere vissuto anche con i diaconi e le persone consacrate. In terzo luogo, ai presbiteri è richiesta una relazione paterna e fraterna con i laici a cui sono inviati, siano essi mem­bra della Chiesa vigili o assopite, collaboratori stretti o battezza­ti ormai indifferenti. I fedeli laici esercitano il loro sacerdozio comune non in virtù di deleghe da parte dei ministri ordinati, ma in forza dell’unica mis­sione radicata nel Battesimo. Per questo motivo teologico i pre­sbiteri sono tenuti a valorizzare i laici, ad ascoltarli e a fare teso­ro della loro esperienza di vita, considerandoli non semplici ese­cutori né meri collaboratori, ma veri e propri corresponsabili nella missione ecclesiale, in particolare nelle realtà secolari. Il compi­to dei presbiteri è di presiedere alla comune responsabilità come saggi padri di famiglia.

 

Mi chiedo, per concludere: i criteri di discernimento vocazionale e i progetti formativi hanno abbracciato davvero e in modo davvero serio questa prospettiva? Si badi bene: non è affatto una prospettiva nuova né sconosciuta.

Quando da bambino e da adolescente sentivo qualcuno in paese parlare della prospettiva del celibato che mi attendeva diventando sa­cerdote, la saggezza popolare si era già premurata di farmi sapere che io non prendevo moglie perché sposavo la Chiesa…

Non era del tutto vero – come abbiamo visto – dal punto di vista teologico, ma lo era certamente nell’immagine popolare per dire che il prete era tutt’altro che “un senza moglie” …

I nostri progetti formativi sono realmente finalizzati a preparare delle persone conformate alla sponsalità e alla paternità–maternità di Cristo?

Mi si consenta qualche perplessità in merito, che vorrei sostanziare con tre osservazioni che attingo dalla mia esperienza e conoscenza di­retta, essendo insegnante di Teologia Pastorale da ben 25 anni:

1. Ruoli, schemi, impalcature e sicurezze…che appartenevano a quel “mondo cristiano” di cui abbiamo parlato e che in qualche modo definivano la fisionomia del prete: sono davvero superati nell’immagine che i nostri ragazzi hanno di se stessi nei nostri seminari? E noi formatori a quale immagine di prete ispiriamo concretamente il nostro servizio educativo?

2. Ripartire da Cristo! È ciò che si sta facendo? Non si sta forse rischiando di privilegiare, nel migliore dei casi, una accentuazione della “ministerialità ecclesiale” come dato primario dell’identità del prete, piuttosto che una vera e profonda appartenenza al Gesù che mi ha scelto per fare della mia vita una dono alla Sposa?

3. Imparare per ridire… Non è più vero? Lo studio – per altro assai enfatizzato, almeno da noi professori… un po’ meno forse dagli alunni – è davvero inteso a servizio di un modo più sapiente di servire l’amore dello Sposo per la Sposa? Ed è davvero una via per lasciarsi conquistare da Cristo e a Cristo? Non è forse vero – come amava dire San Tommaso d’Aquino – che nessuno conosce bene Dio come il demonio e che quindi la conoscenza di per sé non porta da nessuna parte se non è amorosa cognizione delle cose divine?

 

Sarebbe piena la mia gioia se queste restassero perplessità e non avessero alcun fondamento nella realtà. Me lo auguro e lo auguro con tutto il cuore ai giovani che il Signore chiama al ministero ordinato e alla vita consacrata: sta a cuore di tutti noi soltanto la loro gioia!

 

Note

[1] Ho avuto modo di approfondire questo argomento nella mia relazione al Forum del 2001. Il testo della relazione si trova a partire da pag. 11 del n. 2/2001 della rivista Vocazioni.

[2] Il tema è affrontato diffusamente in modo particolare da GIOVANNI PAOLO II nella Redemptor Hominis al n. 10 e da BENEDETTO XVI nella Deus caritas est, sempre al n. 10.

[3] Cf J. RATZINGER, Introduzione al Cristianesimo, Queriniana, Brescia 1969, pp. 140–144.