N.02
Marzo/Aprile 2008

«Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41)

Il volto missionario della comunità, genera la missionarietà della vocazione

Andrea: breve storia di una vocazione

Ripercorriamo quanto i Vangeli, in estrema sobrietà, raccontano di Andrea, della sua vocazione e del suo destino. Ci sarà d’aiuto per delineare il volto missionario di una comunità cristiana e i contraccolpi che dovrebbe suscitare in ogni vocazione.

Che cosa ha spinto Andrea a lasciare Betsaida, a Nord della Galilea, per arrivare nel deserto di Giuda ad ascoltare la parola infuocata di Giovanni il Battezzatore? Senza dubbio era un uomo in ricerca, forse profondamente insoddisfatto di se stesso e del suo popolo. Bisogna essere uomini ben interiorizzati per sostenere un lungo viaggio, un confronto continuo con la gente che “accorreva da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano” (Mt 3,5), per restare affascinati da un uomo tutto assorbito nel mistero del Dio di Elia e farsi infine suo discepolo (Gv 1,37). Il “Rabbì, dove abiti? ” è la conclusione di una lunga e seria ricerca sul senso della propria vita e della storia del suo popolo.

Entriamo nel mistero del suo “essere andato [con Gesù] e aver visto dove abitava” e di quel giorno intero col Rabbi, attraverso il risultato di quest’incontro che il Vangelo di Giovanni racconta.

“Abbiamo trovato il Messia”: con queste parole rivolte al fratello Pietro (anche lui disceso da Betsaida?) sembra che Andrea voglia raccogliere il prezioso risultato del suo stare con Gesù, la perla preziosa per comprare la quale venderà tutto, proprio tutto.

Ma non è una scoperta fatta in solitudine: in quelle ore, certamente di fuoco, non c’era solo Andrea con Gesù. C’era anche  “un altro discepolo”: è in una comunità, per quanto piccola ed embrionale, che avviene la rivelazione. Non ci sono sentieri solitari nella ricerca e nell’incontro con Gesù. Fin dall’inizio si cerca, si trova e si cammina insieme. È legge evangelica.

Cosa può aver inteso Andrea dicendo Messia? Dal Battista aveva sentito dire che Gesù era “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv1,29) e che “ lo Spirito era sceso come una colomba dal cielo e si era posato su di lui” (Gv 1,32). Da Gesù stesso, da ciò che gli ha visto fare e da quanto lo ha sentito raccontare, ne ha avuto grande conferma.

Ci vorrà del tempo prima che l’intuizione si chiarisca: bisognerà accompagnare Gesù fino alla morte e incontrarlo poi risorto e vivo. Ma fin da adesso Andrea vede in Gesù il Messia: agnello di Dio che riprende la figura del Servo d’Isaia, cui Gesù stesso si è più volte richiamato, e “porta” il peccato di tutti gli uomini offrendosi come agnello in espiazione. Ma anche “agnello” che richiama l’agnello pasquale, simbolo della liberazione d’Israele. Agnello dunque, ma consacrato dallo Spirito: unto come il Messia promesso ad Israele e salvatore del mondo intero.

Dicendo Messia, Andrea trasmette a Pietro la sua scoperta: l’uomo di Nazaret non è un salvatore solo per noi, ma è salvatore d’Israele e di tutti gli uomini. Restare con lui vorrà dire impegnarsi nella sua stessa azione di liberazione universale. L’unico Gesù di cui raccontano i Vangeli è questo: volerlo rimpicciolire in spazi individuali o nazionali è mutilarlo. Da lui la sequela ed ogni vocazione ricevono l’impronta di missionarietà e di missionarietà universale.

Andrea “condusse Pietro da Gesù”. È la sua prima azione missionaria, che fissa lo statuto di ogni missione: condurre gli uomini da Gesù. Non lo farà solo per l’ebreo Pietro, che gli è anche fratello di sangue, ma anche per gente pagana: quando alcuni Greci “volevano vedere Gesù” (cf Gv 12, 20-22), Andrea con Filippo, compagno del cuore, “andarono a dirlo a Gesù”. Sembra proprio non aver dimenticato che Gesù è il Messia di Israele, ma anche l’Agnello-Servo che dà la vita per tutti. In apparenza, questa missione in favore dei Greci non ha successo, perché Gesù non parla con loro, ma si mette a parlare con tutti del chicco di grano che deve morire per portare molto frutto e, apertamente, parla della sua morte. Ma è proprio questa morte che porterà molto frutto, non solo per i Greci ma per tutti i popoli: “Io quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

Andrea e l’altro discepolo sentono questo “tutti”: la vita offerta da Gesù è “per tutti”. Forse cominciano a capire – a fatica – che la missione con Gesù deve mettere in conto il dare la vita fino alla morte. E si riconfermano nella convinzione che questo Gesù di Nazaret, venuto per le pecore perdute della casa d’Israele, è venuto in realtà per tutti gli uomini della terra. E a loro, suoi discepoli, toccherà lo stesso destino.

Nei due intensissimi anni durante i quali è stato itinerante con Gesù, coinvolto nella sua stessa missione, Andrea ha potuto approfondire, vivendo, le intuizioni iniziali, consolidarle e purificarle. Come quando condivide con Pietro, Giacomo e Giovanni (i quattro destinatari, per il Vangelo di Marco, dell’insegnamento privato di Gesù) una curiosità: vorrebbe sapere il quando e il come della distruzione del tempio di Gerusalemme. La risposta di Gesù ignora la curiosità impropria e si apre appunto su prospettive universali con il discorso escatologico (cf Mc 13,1-17).

Nello stare con Gesù, Messia povero e Messia dei poveri, Andrea viene trascinato nella compassione di Gesù per la gente che non ha da mangiare: “Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via: e alcuni di loro vengono da lontano” (Mc 8,1-3). Nel Vangelo di Giovanni, Gesù domanda provocatoriamente a Filippo dove si può comprare il pane per tanta gente. Filippo rinunzia subito all’impresa rassegandosi. Ma Andrea sembra avere occhi attenti alle vicende dei poveri: anche di quel ragazzino insignificante, fisicamente e socialmente. Un ragazzo povero, con cibo di infima qualità (schiacciate d’orzo) e scarso. Per un momento sembra che Andrea intraveda anche una soluzione diversa da quella del “comprare il pane”: quella del “condividere”. Ma è ancora un pescatore realista, ancora di poca fede, e accetta subito lo scacco della sua suggestione: “Cos’è mai questo per tanta gente?” (Gv 6,9). Aveva seguito Gesù nella sua compassione e nel suo farsi carico della fame dei poveri. Si ferma sconsolato davanti alla propria impotenza. Ma è già un buon tragitto sulla strada della missione arrivare ad “avere occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli” (Prece eucaristica V/C). Gesù non sconfessa la soluzione della condivisione intuita da Andrea, ma andrà ben oltre, inaspettatamente oltre, moltiplicando i pani e addirittura adombrando l’annuncio del Pane che dà la vita al mondo (cf Gv 6,11 e 33).

Andrea sarà con Gesù fino alla fine, facendo un tutt’uno col gruppo dei Dodici. Sarà alla Cena, in quell’inimmaginabile “stare col Signore” e sentirà ancora un “per voi e per tutti”, incredibilmente diverso dagli altri sentiti da Gesù. Ma poco dopo fuggirà: “Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono” (Mc 14,50). La sera di Pasqua “gioirà nel vedere il Signore”, le sue mani e il suo costato (Gv 20,20). E riceverà ancora un invio dal Signore risorto: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” e avrà lo Spirito per la missione (Gv 20,21-22), una missione “fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). Per essa, con gli Undici e Mattia, riceverà a Pentecoste ancora lo Spirito Santo e muoverà i primi passi con la Chiesa nascente nella comunità di Gerusalemme. Qui vedrà realizzato il suo sogno di condivisione fraterna che vince la povertà.

La tradizione (Origene e S. Gerolamo) lo vuole evangelizzatore in Acaia, a Patrasso, dove oggi è conservata con la sua reliquia la memoria del suo martirio sulla croce a braccia diagonali, diversa da quella di Gesù e chiamata “croce di Sant’Andrea”.

 È il profilo essenziale di ogni vocazione cristiana, per natura sua missionaria, che può ispirare una comunità chiamata ad assumere i tratti della missionarietà di Gesù e a trasmetterli ai suoi membri.

 

Stare col Signore per imparare la missione

Nella storia di Andrea si può intravedere come nasce la Chiesa. Sono solo germi, ma sufficienti per poter parlare di volto emergente della comunità cristiana. La splendida metafora del volto, nonostante l’inflazione corrente, ci torna utile: il volto dice l’identità profonda e unica di ogni persona e insieme l’apertura all’altro, ad ogni altro, a cui il volto si offre. Parlando di volto di una comunità cristiana, fin da subito dobbiamo parlare di offerta missionaria della comunità. Come si delineano, progressivamente, i tratti di questo volto?

 

Accogliere chi è in ricerca

Accettiamo l’analisi che delle nostre parrocchie ci propongono i Vescovi, i quali parlano di due livelli nella vita di una parrocchia.

Il primo lo chiamano comunità eucaristica: essa comprende quanti mostrano soprattutto nell’assiduità all’Eucaristia domenicale il loro esser discepoli del Signore.

Il secondo livello è rappresentato da quella fascia sempre più larga di battezzati che hanno incontri saltuari con la comunità eucaristica: il loro battesimo è rimasto senza risposta e vivono di fatto nell’indifferenza religiosa, lontani dalla Chiesa, “su una soglia mai oltrepassata” (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, I, 2; Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 36-43).

La comunità cristiana dovrà essere accogliente verso tutti, sull’esempio di Gesù che amava teneramente le folle, ma dovrà chiedere – ancora sull’esempio di Gesù – a chi vuol farsi discepolo, di uscire dalla folla con una scelta libera di seguirlo. “Se qualcuno vuol venire dietro a me…” (Lc9,23-27).

Questa scelta personale e libera, oggi, incontra non poche resistenze. La comunità dovrà favorirla, magari suscitando qualche “Battista” capace di attrarre e scuotere le coscienze, indicando il Signore Gesù. È successo per Andrea e i suoi compagni: dovrebbe succedere oggi per i veri ricercatori di Dio, adulti e giovani, che si confondono ancora con la folla, senza trovare chi li accompagni nell’uscirne.

Quando si dice che occorre educare o accompagnare la ricerca vocazionale, si dovrebbe intendere innanzitutto quella ad essere discepoli. Insieme alla libertà, che significa anche criticità, bisognerà, come fu per Andrea, che questi ricercatori da subito si trovino a camminare insieme ad altri e siano disposti ad andar oltre al proprio orizzonte individuale per farsi carico in qualche modo della loro gente e, in generale, degli altri.

Sottolineo questo secondo aspetto della ricerca vocazionale che mi sembra troppo trascurato. Un candidato al discepolato che non riuscisse a liberarsi dall’individualismo che ammorba la nostra cultura, che non sentisse il suo legame con l’intera famiglia umana, è destinato poi a mutilare pesantemente la persona di Gesù togliendogli la sua apertura all’universale. In qualunque concreta vocazione in cui si trovasse a vivere riverserà questo limite antievangelico, che può addirittura distruggere, magari inconsapevolmente, il proprio esser cristiano. Ci si può credere cristiani ed essere veramente razzisti (Nordest docet).

 

Stare col Signore ascoltando la sua parola

La Chiesa, oggi come sempre, dovrà dire chi è Gesù. Lo potrà fare se, come Andrea, troverà il luogo in cui possa stare a lungo con lui, facendo in qualche modo esperienza del mistero della sua persona, imparandone i pensieri, ascoltandone i desideri, sentendone gli affetti. Se una comunità cristiana non riesce ad offrire questo luogo non potrà mai essere missionaria, perché non potrà mai dire chi è Gesù, qual era la grande passione della sua vita, il progetto che ha perseguito, l’offerta di vita piena e abbondante che ha fatto a tutti. E soprattutto non potrà comportarsi come lui si è comportato.

Oggi, fuori da una certa poesia spiritualista sullo “stare con Gesù”, cosa potrebbe e dovrebbe fare una parrocchia, per quanto fragile, piccola e modesta per offrire questo luogo?

Si sta con Gesù ascoltandolo parlare e guardandolo agire. Quello che è stato possibile ad Andrea e all’altro discepolo nel “faccia a faccia” che li ha travolti (ardeva anche per loro il cuore mentre raccontava di sé, dei Profeti e dei Salmi che parlano di lui?), è veramente possibile anche a noi quando ascoltiamo direttamente la sua parola che i Vangeli hanno raccolto e ci trasmettono, insieme ai gesti straordinari che ha compiuto (non solo miracoli, ma tutti i gesti della sua luminosa proesistenza). “Direttamente” dice un contatto personale e immediato, quasi un “faccia a faccia” con la Parola.

È realistico questo discorso? Le parrocchie non si accontenteranno di un “sentito dire” sui Vangeli o di sempre più frequenti conferenze bibliche o di lectio comunitarie sempre più insidiate da uno spiritualismo che le rende indolori, dimentiche come sono dell’ultimo e non secondario momento della lectio, che va verso l’agire secondo la Parola?

C’è un modo di accostare i Vangeli e la Bibbia che può far nascere una Chiesa missionaria. Scrivono i Vescovi sul finire della Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia: “Ogni parrocchia dovrà aprire spazi di confronto con la Parola di Dio, circondandola di silenzio, e insieme di riferimento alla vita” (n. 10). È un’esigenza eccessiva? No, se crediamo per davvero che “la fonte da cui tutto scaturisce nella nostra vita è la Parola di Dio viva e eterna” (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 3). Se non trova questi spazi, la parrocchia lentamente, ma inesorabilmente, si chiude in se stessa e si atrofizza.

Quando i Vescovi dicono “parola di Dio” intendono innanzitutto i Vangeli che narrano di Gesù, in cui converge tutta la Bibbia. “La contemplazione del volto di Cristo non può che ispirarsi a quanto di lui ci dice la Sacra Scrittura, che è, da capo a fondo, attraversata dal suo mistero, oscuramente additato nell’Antico Testamento, pienamente rivelato nel Nuovo, al punto che san Girolamo sentenzia con vigore: L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo stesso” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte,17). Occorre restare ancorati ai Vangeli per “vedere” il suo volto di Figlio, il suo volto dolente e il suo volto di Risorto; per vedere il suo volto di missionario del Padre, inviato a liberare il mondo.

I Vangeli, instancabilmente percorsi e ripercorsi, meditati e rimeditati, pregati e ripregati ci introdurranno al mistero della persona di Gesù, fino a quella zona-limite del mistero che è il suo essere Figlio del Padre. I Vangeli e la Bibbia ci faranno capire e sentire che Gesù di Nazaret è nostro fratello e Figlio di Dio e chiede a chiunque lo vuol seguire di coinvolgersi nel progetto del Regno universale del Padre suo. Il Gesù dei Vangeli, l’unico che conosciamo, è il Salvatore di tutti e vuole un regno universale. E non concede spazi individualistici ai discepoli, ma li manda fino agli estremi confini della terra.

Soltanto i Vangeli, poi, proteggono la figura di Gesù dalle imboscate in cui ciascuno di noi lo vorrebbe far cadere, soprattutto quella di ridurlo a misura del nostro stretto orizzonte individuale. Gesù, ridotto ad essere un “Gesù-per-me”, non è il Gesù dei Vangeli, che ha sempre un altrove verso cui muoversi, che ha altre pecore che non sono ancora del suo ovile, che attira tutti a sé, che versa il suo sangue non solo per me, ma per tutti.

Solo i Vangeli, infine, proteggono i discepoli dalla tentazione di rinchiudersi nel proprio gruppo, escludendo quelli che non sono dei loro, o dalla tentazione di fermarsi ai legami di sangue senza entrare nella nuova famiglia di Gesù, fondata solo sull’ascolto e sull’obbedienza alla Parola; o, ancora, dalla tentazione di fermarsi in Israele, oggi fermarsi nei confini della Chiesa.

Concretamente si tratterebbe, per una parrocchia, di credere sul serio che “non si tratta di inventare nuovi programmi. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 29). È questa la decisione di fondo, difficile da prendere, sulla quale orientare tutte le altre scelte. Se la si prende, si dovranno aprire necessariamente spazi di ascolto della Parola, sapendo che la maturazione del seme può essere lunga e tribolata. Ma il risultato è garantito dalla potenza stessa della Parola.

Sul metodo poi, soprattutto per i giovani, ci si potrà e dovrà confrontare e cercare insieme, magari disposti ad imparare anche dalle giovani chiese, alcune delle quali sono letteralmente rinate intorno al Vangelo di Gesù di Nazaret direttamente accostato e legato alla vita. Penso, in particolare, alla Chiesa latinoamericana e alla sua “lettura popolare” della Bibbia. Ma pure a molte chiese africane. O anche al coraggio della scelta pastorale del Card. Martini e di altri Vescovi italiani. E spero che il Sinodo sulla Parola c’illumini su questa strada.

Dopo un lungo e perseverante ascolto dei Vangeli, il singolo e la comunità potranno trovare la capacità di dire agli altri, dal di dentro di una relazione personale vera, chi è Gesù. L’annuncio, che per Andrea fu “Abbiamo trovato il Messia” dovrà per noi declinarsi nel racconto di ciò che Gesù ha fatto e detto, della storia del suo passare tra noi facendo del bene, del suo morire e risorgere. “Dire Gesù” oggi è operazione per certi versi complessa, nella quale tutta la Chiesa si dovrà mobilitare continuando coraggiosamente l’opera cominciata col Concilio: è il permanente problema dell’inculturazione. Ma, per altri versi, quello della vita quotidiana e delle sue relazioni è anche operazione fondamentalmente semplice per chi ha avuto il dono di “stare con lui” un giorno o tanti giorni ascoltando la sua Parola. Mai dimenticando che la prima e insostituibile forma di missione è la testimonianza della vita.

Proviamo ora ad immaginare.

–  Un catechista, formato con perseverante rigore sulla Parola, parlerà di Gesù come appare dai Vangeli: affascinante e misterioso. E lo mostrerà appassionato del Regno di vita offerto a tutti, a partire dai poveri. Non potrà mai trasmettere un Gesù privatizzato sui bisogni degli utenti della catechesi, come troppo frequentemente avviene, ma il Gesù dei Vangeli che è venuto per tutti ed appartiene a tutti.

– Un giovane che si lasciasse “rosolare” dalla Parola, come affronterebbe la propria vocazione? Sarebbe spinto a resistere ad ogni forma di ripiegamento individualista e ad accogliere l’orizzonte universale della chiamata. Fino a mettere in conto, tra le altre, la possibilità di consacrarsi per la vita intera alla missione universale.

–  Una famiglia che crescesse intorno alla Parola vedrebbe stemperarsi la vischiosità dei legami di sangue e liberarsi le potenzialità di vocazioni diverse, tutte imbevute di apertura all’universale. Può arrivare a sentirsi piccolo segno della grande famiglia umana, che nella Bibbia è il sogno di Dio. Raggiungerebbe la propria identità familiare più profonda proprio quando si aprisse con scelte concrete alla costruzione della famiglia umana.

 

Stare col Signore alla mensa del Pane

L’iniziale “stare con Gesù” di Andrea era solo il germe di un’intimità che sarà goduta pienamente solo nella sera dell’ultima Cena e poi ogni volta che, obbedendo al suo comando, farà memoria di lui.

Questo inimmaginabile “stare col Signore” è concesso anche a noi, in ogni giorno del Signore, e in ogni altro giorno della nostra vita. Il Concilio dice che l’Eucaristia è la sorgente della missione ed anche il suo vertice (“fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione”: PO 5). Qui c’è il Figlio inviato dal Padre, qui il suo Regno è presente e viene nella storia, qui il Crocifisso Risorto continua a raccogliere i suoi discepoli e ad inviarli per “far discepoli tutti i popoli della terra”. Come arrivare a credere in questa concentrazione suprema di missionarietà? È affare di fede. Di una fede che, alimentata alla mensa della Parola, accede alla mensa del Pane con occhi capaci di far emergere dall’immobilità dei segni del pane e del vino il Vivente. Questa difficile fede si sostiene  innanzitutto sulla Parola (senza frequentazione dei Vangeli non si entra nel mistero della Cena), ma trova sostegno anche nel rito stesso. Certo, nessun espediente liturgico potrà riempire un eventuale vuoto di fede. Ma la fede, pur modesta, è accompagnata dal rito a misurarsi su quel “per voi e per tutti” intorno al quale ruota il memoriale.

Ascoltando il “per voi”, ciascuno lo sente indirizzato a sé e spontaneamente fa propria la gioia di Paolo: “Ha amato me e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Ma il “per voi” si riferisce anche alla comunità tutta che fa memoria del Signore e sente fisicamente queste parole. “Voi” sono tutti i fratelli della nuova famiglia di Gesù, per la quale ha versato il suo sangue. Praticamente è la comunità celebrante, sono le nostre parrocchie.

Tuttavia è il “per tutti” che costringe ogni discepolo a ripensare il suo “per me” e costringe la comunità a ripensare al suo “per voi”. Il Signore non può voler dire : il mio corpo è offerto e il mio sangue è versato soltanto o primariamente per te o soltanto e primariamente per la tua comunità. Il “per tutti” spinge il singolo discepolo e la comunità ad andare con Gesù verso “tutti”. È per tutti che tu sei mio discepolo, è per tutti che tu sei la mia Chiesa.

Chiediamoci allora chi sono i “tutti” per i quali c’è l’Eucaristia.

In prima battuta le Preci eucaristiche richiamano sempre le Chiese locali sparse su tutta la terra che, intorno ai loro Vescovi, celebrano la stessa Eucaristia. Ricordano sempre il Papa, Vescovo di Roma e segno di comunione tra tutte le chiese particolari e le comunità cristiane del mondo. Non è indolore questo continuo richiamo alla “Chiesa diffusa nel mondo intero” perché introduce ogni comunità eucaristica in un impegnativo dinamismo di comunione ecclesiale. Per non restare pericolosamente fermi all’invisibile, seppur reale, comunione tra chiese, bisognerà dar corpo a tale comunione aprendosi a identificazioni storiche ben precise. Come si fa sempre il nome del Papa (tempo e storia che entrano sensibilmente nell’Eucaristia) e come sempre si nomina il Vescovo della chiesa in cui si fa il memoriale della morte e risurrezione di Gesù (anche qui, tempo, spazio e storia locali che entrano nell’Eucaristia), così bisognerà trovare il modo di nominare quelle Chiese locali con le quali la comunità celebrante ha relazioni particolari di conoscenza o di amicizia o di collaborazione.

La comunione della Chiesa non è concretamente concepibile senza qualche scambio di doni tra chiese sorelle. Nella parola stessa “comunione” s’insinua questo “condividere doni” (c’è in essa la radice munus, dono). Ma occorre dare anche una certa visibilità alla comunione tra Chiese che celebrano la stessa Eucaristia: col ricordo esplicito, con la presenza di persone dell’una o dell’altra Chiesa, con informazioni reciproche… Ed è possibile farlo nel più rigoroso rispetto delle norme liturgiche, che lasciano dei pertugi attraverso i quali l’assemblea può introdurre storia ecclesiale, come anche storia dell’umanità.

Infatti, i “tutti” per i quali c’è l’Eucaristia, alla fin fine, sono tutti gli uomini della terra. Gesù ha detto: “Il pane che io do è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). E anche il rito in ogni Messa ha sempre come orizzonte ultimo “tutti gli uomini”. Nelle Preci eucaristiche si prega per “la pace e la salvezza del mondo intero” (II), si chiede al Padre di “ricordarsi di tutti gli uomini che lo cercano con cuore sincero”(IV), lui che “veglia come Padre su tutte le sue creature e riunisce in una sola famiglia gli uomini” (V/A). Si domanda che “tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo” (V/C).

E questi “tutti”, che sono oggi i sei miliardi di nostri fratelli, vanno fatti entrare nella celebrazione, anche al di là della preghiera universale dei fedeli, in cui già trovano posto, ma spesso in forma astorica. È mai possibile in questi giorni replicare generiche intenzioni di preghiera senza ricordare gli operai bruciati vivi a Torino o l’incendio del Kenya? Le grandi opere dello Spirito nella storia, come le drammatiche vittorie delle forze dell’antiregno vanno portate con il loro nome sull’altare del Signore. Si può fare. Anche se, nel tempo della globalizzazione, occorre informazione seria e discernimento comunitario. Basterebbe essere recettivi agli stimoli che continuano a venire dal Papa e dal suo Magistero per spalancare sul mondo le nostre Eucaristie. Il giorno di Natale, nel Messaggio Urbi et Orbi, in un contesto strettissimamente legato alla liturgia, Benedetto XVI ha nominato le terre martoriate dalla guerra: Darfur, Somalia, Congo, Eritrea ed Etiopia, Iraq, Libano, Terra Santa, Afghanistan, Pakistan, Sri Lanka, Balcani. Nomi e storia da far entrare nella liturgia.

Penso a quale dinamica di missionarietà riceverebbe una famiglia che di domenica in domenica si trovasse dentro, nella fede, ad un “per voi e per tutti” ben storicizzato e vissuto lealmente. O anche al cristiano che avverte la vocazione all’impegno politico: potrebbe mai elaborare progetti di corto respiro dopo essersi immerso nel ”per tutti” dell’Eucaristia ? Oppure un giovane che mangia, credendoci, la carne di Gesù per la vita del mondo, potrà rimanere a lungo esitante tra lo “stare qui” con i “nostri” e il partire lontano “con gli altri”?

 

Stare col Signore che “sta” nei poveri

Lo stesso Gesù che nella Cena ha detto ai suoi amici di prendere e mangiare il pane diventato il suo corpo, un giorno aveva chiesto ai Dodici di dare del pane alla folla di poveri che lo seguiva. Il miracolo, di cui Andrea si trovò ad essere testimone privilegiato, stabilì un primo nesso tra poveri ed Eucaristia, che nella Chiesa andò progressivamente chiarendosi. Già le prime comunità cristiane sapevano di non poter celebrare l’Eucaristia dimenticando o umiliando i poveri (cf 1Cor 11,22). Il Corpo dato e il Sangue versato sul Calvario vanno sempre custoditi nella memoria del cuore con le crude parole del racconto evangelico, che fu lo “spettacolo” (Lc 23,48) di un povero crocifisso, in estrema solidarietà con i poveri, con i quali si era già misteriosamente identificato (Mt 25,35-36.40) e sulla croce mostra fino a qual punto. Nell’Eucaristia il Crocifisso non è solo: “porta” con sé tutti i crocifissi della terra.

L’Eucaristia dà forza alla comunità per camminare col suo Signore sulla strada della povertà e della solidarietà con i poveri fino al martirio: è la strada obbligata della missione. Gesù è stato mandato dal Padre ad “evangelizzare i poveri” e la Chiesa deve continuare a comportarsi come lui si è comportato: da povero, liberatore dei poveri. “Come Cristo, così la Chiesa” ripete con accorata insistenza il Concilio (LG 8). E la Chiesa ha fatto propria in modo irrevocabile la “scelta preferenziale dei poveri”, anche se ne sente tutta la fatica e vede tutti i propri compromessi.

Qui tocchiamo un punto decisivo per la missione: se una parrocchia non è povera e solidale con i poveri non potrà essere missionaria. Ma qui sembra ci sia una strozzatura per la missionarietà delle nostre comunità: se né la Parola né l’Eucaristia riescono a schiodarci da una tranquilla non-ricchezza che non disturba nessuno (perché in realtà non siamo ricchi, ma neppure poveri da lasciare un segno evangelico), la missione si ferma, anche se l’organizzazione missionaria e i suoi macchinari restano in movimento. Le parole di Gesù, che sempre esprimevano la sua stessa vita, sono di una chiarezza impressionante. Basta meditare i discorsi missionari dei Vangeli sinottici. Se non sciogliamo questo nodo la missione si appesantisce e si blocca.

La prima comunità cristiana di Gerusalemme, fresca nella fede, spezzava il Pane nelle case, ascoltava quanto gli Apostoli – anche Andrea! – raccontavano di Gesù; pregava e viveva una comunione fraterna che giungeva a mettere in comune i beni, tanto da non aver nessun bisognoso al suo interno. I discepoli di Gesù godevano la simpatia della gente, che restava attratta da questo stile di vita e si aggregava alla comunità (At 2,42-48; 4, 32-35). Al di là di ogni possibile idealizzazione di questi “sommari” degli Atti degli Apostoli, resta il fatto che la prima comunità cristiana era una comunità missionaria “per irradiazione”.

Da questa, come da altre comunità cristiane, partivano anche degli “inviati”, missionari itineranti fino ai confini della terra, in obbedienza al comando di Gesù. Se la condivisione dei beni con la conseguente povertà era la caratteristica più rilevante della missione per irradiazione che i discepoli “sedentari” vivevano, per gli itineranti c’era una forma di povertà ancora più esigente, che i discorsi missionari dei Sinottici documentano. In ogni caso non si concepiva la missione senza povertà.

Si aprono qui prospettive cui possiamo solo accennare. Anche le nostre parrocchie dovrebbero vivere le due forme della missione: per irradiazione-attrazione, con il loro stile di vita evangelico, e per “invio”. L’invio può avvenire in diversi modi: o singoli cristiani rispondono alle chiamate specificamente missionarie che il Signore continua a fare o le comunità si fanno carico degli inviati dalla propria Chiesa locale (i fidei donum) o da altre comunità sorelle.

A monte resta sempre il tema fondamentale della povertà del discepolo di Gesù, che fa tutt’uno con la sua missionarietà e il tema della povertà della comunità, che dovrà essere missionaria usando i mezzi poveri, gli unici mezzi evangelici per la missione. Dovremmo praticare un vasto discernimento pastorale sull’uso dei mezzi ricchi (sempre da respingere?) e sull’uso dei mezzi poveri (veramente gli unici evangelici?).

 

Dentro ogni vocazione c’è una vocazione “ad gentes”

L’insistenza sulla missione universale viene dal Vangelo. Eliminarla od oscurarla è attentare alla persona stessa di Gesù, Figlio di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti. “Nella storia della Chiesa – constatava Giovanni Paolo II nel 1990 – la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede”. E notava che, pur vivendo oggi in una nuova primavera del cristianesimo, tuttavia c’è una tendenza negativa: “la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento” (Redemptoris missio, 2). Il campanello d’allarme è stato sentito e oggi si parla molto di missione ad gentes: i nostri Vescovi non perdono nessuna occasione per richiamarla.

Tre testi interessantissimi:

“La missione ad gentes non è soltanto il punto conclusivo dell’impegno pastorale, ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza. Proprio la dedizione a questo compito ci chiede di essere disposti anche a operare cambiamenti, qualora siano necessari, nella pastorale e nelle forme di evangelizzazione, ad assumere nuove iniziative…” (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 33).

“Più che ulteriore impegno, la missione ad gentes è una risorsa per la pastorale, un sostegno alle comunità nella conversione di obiettivi, metodi, organizzazioni, e nel rispondere con la fiducia al disagio che spesso esse avvertono. Ci piace richiamare a questo proposito il “libro della missione” che i nostri missionari continuano a scrivere e che ha molto da insegnare alle nostre parrocchie” (Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 6).

Fino al più recente: “Ci interpellano gli immensi orizzonti della missione ad gentes, paradigma dell’evangelizzazione anche nel nostro Paese” (Nota pastorale dopo il Convegno ecclesiale di Verona, 9).

È per vivere la missione qui che occorre guardare alla missione ad gentes, prendendola come paradigma. È Giovanni Paolo II che ha usato questa parola, senza per altro chiarirla molto. Ma è un termine che fa pensare. E c’è una sfumatura interessante nella Redemptoris missino, dove compare per la prima volta. Si dice che “paradigma dell’impegno missionario della Chiesa” non è tanto la missione ad gentes genericamente intesa, ma la “vocazione speciale dei missionari ad vitam” (n. 66). È la concreta testimonianza di quelle donne e di quegli uomini che si donano radicalmente e per sempre alla missione universale che diventa paradigma di ogni missionarietà.

Dentro ogni vocazione c’è una vocazione ad gentes. Se è vero, come si è detto a Verona, che “le relazioni tra le diverse vocazioni devono rigenerarsi nella capacità di stimarsi a vicenda” (Nota dopo il Convegno ecclesiale di Verona, 23), forse bisogna riservare una stima particolare alla consacrazione ad vitam nella missione ad gentes, perché essa rivela a tutte le vocazioni il loro comune orizzonte ultimo. Tutte devono rigenerarsi, anche scoprendo la forma concreta della propria missionarietà universale. Tale forma potrà variare di vocazione in vocazione, ma non dovrà mancare in nessuna.

A meno che non si voglia togliere alla propria missionarietà l’apertura universale. Ma questo non è evangelicamente possibile.