N.02
Marzo/Aprile

«Ti basta la mia grazia»

Il tema del nostro Convegno, che si colloca nel cuore dell’”an­no paolino”, interpella da una parte gli animatori vocazionali e dall’altra i giovani, soggetti naturali della chiamata.

La mia breve riflessione, a partire dalla testimonianza di Paolo nel testo ascoltato (1Tm 1,12-17), che costituisce il filo conduttore del Convegno, intende condurci a questa domanda: a quali condi­zioni l’Apostolo è stato un instancabile educatore e formatore di persone e comunità e, in particolare, appassionato comunicatore della “grazia della vocazione” (2Tm 1,6)?

Anzitutto per la nitida consapevolezza dell’origine divina della sua chiamata: «Apostolo per vocazione…» (Rm 1,1), cioè chiamato personalmente da Dio. La chiamata di Saulo da parte di Dio Padre è la sorgente della conversione di Paolo e la permanente motivazione della sua missione: «Mi ha giudicato degno di fiducia» (1Tm 1,12).

Tutto gli è stato donato: «Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò per la sua gloria si compiacque di rivelare a me suo Figlio…» (Gal 1,15-16). L’autore, il soggetto della chiamata e della conversione non è Paolo, ma il Dio di Gesù Cristo.

«Ti basta la mia grazia» (2Cor 12,9): Paolo verrà rassicurato stra­da facendo, e con la fede di Pietro – «Sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5) – affronta “la buona battaglia” (2Tm 4,7) dell’annuncio del vangelo della vocazione. Paolo ci offre poi il segreto della sua “tenu­ta”, del non fermarsi di fronte alle difficoltà dell’annuncio: «Per me vivere è Cristo» (Fil 1,21), confesserà con semplicità e schiettezza, non tanto a sottolineare uno stato spirituale acquisito una volta per sempre, ma l’apertura quotidiana alla “grazia del Signore” (1Tm 1,14) e a “questa Parola” che è «degna di fede e di essere accolta da tutti» (1Tm 1,15).

Per chi si fa discepolo del Signore, il segreto è tutto qui: «Più Vangelo entra nella nostra vita, più viviamo». Si tratta, sulla te­stimonianza di Paolo, di declinare la vita come in una Lectio divina continuata sulla Parola di Gesù.

Questa è la condizione essenziale per l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, Verbo di Dio, dal tempo della Chiesa degli Atti degli Apostoli in avanti.

Tra chi annuncia e chi ascolta, come ci testimonia Paolo in tutte le sue lettere, nasce una comunione che ci fa responsabili gli uni della salvezza degli altri: «Cristo Gesù è venuto nel mondo a salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1Tm 1,15).

L’atteggiamento interiore di Paolo, infine, è di un permanente gioioso ringraziamento all’“autore della vita” (At 3,15).

È tipico dell’Apostolo unire la rinnovata fiducia nella sorgente della Grazia al ringraziamento. Tutte le lettere dell’Apostolo, eccetto quella ai Galati, cominciano con una preghiera di ringraziamento: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro» (1Tm 1,12), così come abbiamo ascoltato nel contesto della lettera ai Tessalonicesi che si apre con queste parole: «Ringraziamo sempre Dio» (1Ts 1,2).

Questo atteggiamento di gratitudine, alla luce di un sano reali­smo, porta Paolo a riconoscere il positivo che c’è in ogni persona o comunità; e a sottolineare l’azione dello Spirito nella sua vita, nella vita delle persone e delle comunità che Dio mette sul suo cammi­no.

È quanto è chiesto a noi, consapevoli con l’Apostolo che Cristo Signore «Ci ha resi forti» (1Tm 1,12); «Ci è stata usata misericordia» (1Tm 1,13); «La grazia ha sovrabbondato» (1Tm 1,14); «Ha voluto dimostrare la sua magnanimità» (1Tm 1,16); in definitiva: «Ci ha giudicati degni di fiducia mettendoci al suo servizio»(1Tm 1,12).

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