N.04
Luglio/Agosto 2009

Tre colori: Blu

Krzysztof Kieslowski è conosciuto soprattutto per il suo Decalogo, un’opera costituita da dieci film della durata di circa un’ora che pre­sentano “dieci storie di vita”, in cui i Comandamenti rappresentano dei punti di riferimento obbligati per descrivere e capire l’esistenza umana.

Questa impostazione di tipo “esistenzialistico” è presente anche nel nuovo progetto che Kieslowski sta realizzando in collaborazio­ne con il suo amico e inseparabile co-sceneggiatore Piesiewicz: una trilogia che si riferisce ai tre colori della bandiera francese che ven­gono collegati alle tre parole dello slogan della rivoluzione del 1789 “Liberti, égalité, fraternità”.

Film blu. Libertà è il primo film di tale trilogia.

 

La vicendaIn un tragico incidente automobilistico, la trenta-treenne Julie perde in un sol colpo la figlioletta Anna e il marito Patrice, un celebre compositore musicale che stava lavorando a un “Concerto per l’Europa”. Affranta dal dolore, la donna si rinchiude in se stessa. Si libera da tutto ciò che le ricorda il passato; infrange ogni tipo di legame affettivo che potrebbe diventare fonte di ulte­riori sofferenze; va a vivere da sola in un appartamento in città e decide di non dedicarsi ad alcuna professione o attività.

Ma la vita, inevitabilmente, le ripresenta il passato e la pone in condizione di incontrare altre persone: Antoine, il ragazzo che è stato testimone dell’incidente; Lucie, la pornodiva che vive nel suo condominio e che le diventa amica; la vecchia madre, ricoverata in un ospizio; il misterioso barbone che suona le note scritte da Patrice. Ma soprattutto Olivier, l’assistente del marito, profondamente innamorato di lei e sempre disponibile.

È proprio quest’ultimo che, ad un certo punto, decide di porre mano alla partitura di Patrice, rimasta incompiuta. Julie reagisce con determinazione e si oppone alla sua iniziativa. Ma poi capisce che forse non ha il diritto di impedirglielo e lo aiuta dandogli delle indicazioni. In questa occasione Julie viene a conoscere un’amara verità: suo marito aveva un’amante. Julie vuole incontrarla e sco­pre che è incinta: aspetta un maschietto che chiamerà Patrice. Ma Julie non reagisce con la disperazione o con l’odio. Anzi, dando prova di grande generosità, regala alla donna la sua vecchia villa affinché il bambino possa avere «un nome e una casa».

Collabora poi con Olivier al completamento del concerto ed infi­ne accetta il suo amore, corrispondendolo. Alla fine vediamo Julie che piange. Finalmente è libera. Libera di soffrire, libera di amare.

 

Il racconto – Al centro dell’attenzione viene subito posto l’inci­dente automobilistico. I modi narrativi e semiologici si impongono, conferendo a questo evento connotazioni arcane ed inquietanti. L’immagine abbonda di particolari e dettagli: le strisce bianche della strada, la ruota ripresa da sotto, la carta d’argento e blu svolazzante fuori dal finestrino. E poi la breve sosta, con il dettaglio della goccia d’olio che fa intuire un guasto meccanico. Ed infine la nebbia, le luci sfocate e il loro riverbero in galleria.

L’incidente vero e proprio non viene mostrato (l’autore lo rac­conta in modo ellittico), ma è presagito dalle immagini che sem­brano rilevarne l’aspetto di casualità. Sì, il Caso. Un Caso terribile e inspiegabile. Ma è anche un Caso cieco e stupido? L’autore ne sottolinea, sì, gli aspetti di inspiegabilità, ma sembra suggerire un rimando a qualcosa di misterioso. E ciò sia per le immagini “stra­ne”, che rappresentano la realtà in modo enigmatico, sia per la pre­senza di quel ragazzo che sta giocando con il bilboquet (una palla di legno forata che si fa saltare e nella quale si tenta di infilare un bastoncino): chi è quel ragazzo? E perché proprio nel momento in cui il gioco gli riesce succede l’incidente? È pura coincidenza o c’è dell’altro? È presto per rispondere. Ma viene spontaneo pensare a quel personaggio misterioso, presente in tutti gli episodi del Decalo­go, “testimone” degli accadimenti e “presenza” enigmatica nella vita dell’uomo.

Emerge poi gradualmente la figura della protagonista, Julie. Di lei sappiamo soltanto che è una donna giovane e bella, sposata con un musicista famoso, madre di una bambina di cinque anni, certa­mente ricca, probabilmente felice. Il terribile incidente le sconvol­ge la vita. Significative in proposito sono le parole dell’autore: «Mi interessa il modo in cui la vita di un essere umano è intaccata da un avvenimento e come possa prendere tutt’altra direzione qualora invece succeda un’altra cosa. Gli individui sono legati gli uni agli altri da fili invisibili».

Dopo il Prologo, costituito dall’incidente, il racconto si organiz­za in due filoni strutturali (che non corrispondono esattamente a due momenti cronologicamente distinti della vicenda), che rappre­sentano due modi sostanzialmente diversi di reagire da parte della protagonista che cerca la libertà.

 

1. “Libertà da”

Dopo essere stata informata dal medico di quanto è successo ai suoi cari, Julie decide di farla finita e tenta di suicidarsi; ma non ci riesce. Assiste attonita ai funerali attraverso il televisore che Olivier premurosamente le ha procurato.

Lo smarrimento è grande, la sofferenza atroce. Forse l’unico modo per poter continuare a vivere è quello di annullare il passato, di disfarsi di tutto ciò che lo può ricordare, di eliminare ogni forma di rapporto e di relazione. La vediamo scontrosa e sgarbata con la giornalista che tenta di intervistarla e che insinua essere stata lei la vera autrice delle musiche di Patrice. Fa togliere tutto dalla “stanza blu” (ad eccezione di un lampadario di cristallo) per non avere ri­chiami al passato. Julie s’indurisce; non riesce a piangere. Decide di vendere la casa e getta nelle immondizie lo spartito del Concerto. La sua reazione è rabbiosa, istintiva, da animale ferito.

Mangia rabbiosamente un lecca-lecca (la carta ricorda quella svolazzante dal finestrino prima dell’incidente); fa venire Olivier, che intuisce essere innamorato di lei, per avere un po’ di compagnia e un po’ di sesso; ma poi al mattino lo abbandona con apparente lurida freddezza: «Non le mancherò, se ne sarà certo reso conto. Non dimentichi di chiudere la porta uscendo». Ma poi, andandosene, si ferisce volontariamente la mano sfregandola contro il muretto ruvido. Cerca un appartamento in città («È essenziale che non ci siano bambini»); riprende il suo nome da ragazza; decide di non far niente e passa il suo tempo tra il bar, la piscina e la panchina da dove prende il sole. La sua è una regressione a livello infantile. Julie vuole cancellare tutto, ricominciare da capo, rinascere. Forse la stessa piscina in cui si tuffa solitaria è simbolo di questa involu­zione. La nidiata di topi che scopre nella stanza accanto è motivo di profondo turbamento, al punto da portarla a cercare un altro appartamento; risveglia in lei antiche paure (la madre conferma che da piccola aveva paura dei topi); la loro eliminazione tramite il gatto del vicino è segno di chiusura nei confronti della vita e di rifiuto di ogni elemento di disturbo (anche se ciò provoca conflitti e senso di colpa).

In sintesi, si può dire che Julie, per poter continuare a vivere, per superare la terribile sofferenza e per garantirsi di non dover più sof­frire così tanto, sceglie la strada dell’isolamento, una vita al riparo dagli affetti, “libera da” il passato e le relazioni.

Particolarmente significative sono le parole che Julie pronuncia di fronte alla madre: «Io li amavo e loro mi amavano. Adesso so che farò una cosa sola: niente. Non voglio più proprietà né ricordi. Amori, amici, legami: sono tutte trappole».

 

2. “Libertà di”

Ma non è possibile vivere senza passato e senza relazioni. La vita, attraverso un intreccio di casualità (anche qui, dunque, il Caso) te li ripresenta, magari nelle forme e nei modi più impensati.

Il legame con il passato è tenuto saldamente in vita dalla musica composta per il Concerto. E non basta gettare via lo spartito per eliminarla. La musica è dentro Julie; è un fatto mentale, un legame spirituale, ineliminabile. Per di più – oltre alla copia dello spartito che finirà nelle mani di Olivier – la musica si ripresenta nel modo più strano: un barbone con il flauto la suona davanti al bar frequen­tato da Julie. Ma chi è quel barbone che scende da una macchina lussuosa, bacia una bella ragazza bionda e si mette a suonare sul marciapiede? E perché proprio davanti a quel bar? E come è venuto a conoscenza di quel brano musicale? Che cosa significa la sua ri­sposta data a Julie che l’interroga: «Invento pezzi diversi… mi piace sognare»? Certamente c’è di mezzo il “Caso”, anche qui inspiegabi­le, misterioso, enigmatico.

Antoine è il ragazzo che ha assistito all’incidente. Poi è svanito nel nulla. Improvvisamente ricompare e si mette in contatto con Julie: vuole restituirle una catenina d’oro con la croce trovata sul luogo dell’incidente. Julie l’aveva dimenticata.

Dapprima è restia («Niente è importante»), poi accetta di incon­trarlo. Con lui è asciutta; non vuole chiedergli niente dell’incidente. Ma Antoine le riferisce le ultime parole pronunciate dal marito, ultime battute di una barzelletta che Patrice stava raccontando. La donna ride ed è costretta – anche se per poco – a ricordare quel pas­sato che vuole a tutti i costi cancellare.

Le relazioni, anche non volute, capitano, casualmente. 

Un litigio fra teppisti, un ragazzo che si rifugia nel condominio, Julie che esce a vedere, la porta che sbatte e la chiude fuori. È un fatto puramente casuale, che però permette a Julie di vedere per la prima volta Lucie e di rendersi conto del suo comportamento. Il rifiuto di firmare una petizione dei condòmini per cacciare Lucie dal suo appartamento procura a Julie le simpatie della ragazza che va a ringraziarla e instaura con lei un rapporto quasi di amicizia: in seguito l’aiuterà a far pulizia dai topi e più tardi, quando avrà biso­gno, chiederà il suo aiuto.

Quel barbone sdraiato sul marciapiedi forse sta male o forse sta semplicemente dormendo. Ma Julie non può fare a meno di chinarsi su di lui per chiedergli come sta, con un gesto di sponta­nea preoccupazione e di solidarietà (gli aggiusta la valigetta sotto il capo), anche se non capisce la sua enigmatica risposta («Bisogna sempre guardarsi da qualcosa…»).

E poi Olivier, con la sua presenza premurosa, mai invadente. È lui che all’inizio le porta il piccolo televisore, perché dal letto dell’ospedale possa vedere il funerale e le chiede se può far qualcosa per lei. Partecipa alla cerimonia funebre e si preoccupa di recupe­rare “le carte” di Patrice. Quando trova Julie sola e pensierosa nella sua vecchia casa, non ha il coraggio di parlarle e s’allontana con discrezione, timidamente. Accorre non appena lei lo chiama, per darle un po’ di calore, di compagnia, di piacere, e al mattino, quan­do lo lascia, cerca invano di trattenerla, chiamandola dalla finestra.

A distanza di tempo riesce a ritrovarla, nel bar. Non fa pressio­ni su di lei, ma l’interroga: «È fuggita? È da me che fugge?». Poi, mestamente, si confida: «L’ho vista… forse mi basterà per un breve momento… tenterò». È proprio Olivier, con il suo amore discreto ma potente, a sbloccare la situazione. La sua decisione di lavorare sulla partitura di Patrice, annunciata in un servizio televisivo, pro­voca una forte reazione da parte di Julie.

Di fronte alla donna che gli esprime il suo dissenso, Olivier ri­batte con decisione: «Era il solo modo per farle dire “voglio” o “non voglio”». Da questo momento l’evoluzione della protagonista – in­tesa come graduale apertura al passato, alle relazioni e alla vita -, già affiorata in precedenza, diventa netta e decisa.

Julie accetta di ascoltare il lavoro svolto da Olivier e gli indica il testo che era stato prescelto: la versione greca della Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi. Ora Julie e Olivier sono vicini, uniti dal lavo­ro, davanti al testo sacro. Ed è anche il momento della verità. Julie viene a sapere dell’amante di Patrice e va ad incontrarla. Potrebbe essere per lei il colpo di grazia che la ricaccia nel rifiuto e nell’iso­lamento. Ma ormai la sua evoluzione sembra irreversibile. Il tuffo in piscina, la sua scomparsa sott’acqua e il suo riemergere improv­visamente in primo piano diventano chiaramente il simbolo di un morire e di un rinascere a nuova vita.

Poi Julie va dalla madre, ma questa volta non entra a far do­mande: segno evidente di una ritrovata maturità e di un nuovo equilibrio. Ecco allora il gesto generoso e inaspettato: la donazione della casa. Ma prima di una piena e totale apertura all’amore di Oli­vier resta ancora un passo da fare: superare l’ambiguità.

Molti pensavano che fosse Julie a comporre la musica del marito. Ora Julie porta a termine il Concerto e lo comunica ad Olivier. Ma questi vuole chiarezza: «Questa musica può essere la mia musica; un po’ pesante e rozza, forse, ma mia. O sua; e in tal caso bisognerà dirlo». Julie gli dà ragione. Questa volta è lei ad andare da lui, senza più riserve né tentennamenti. Julie è approdata all’amore e trova così la libertà, perché solo nell’amore c’è vera libertà.

Prima di passare all’epilogo vale la pena sottolineare due “modi” narrativi di particolare importanza.

Uno è costituito dalla lampada con i pendagli blu. Se il blu viene assunto come il colore della libertà, quella lampada diventa allora il simbolo di una libertà cui si anela e si aspira. È significativo che sia l’unico oggetto rimasto (oltre al materasso) nella “stanza blu”. Julie ne strappa con rabbia alcuni pendagli che poi stringe con forza nella mano. Se la porta nel suo nuovo appartamento. Il simboli­smo emerge con evidenza anche dalle parole di Lucie: «Quand’ero piccola avevo una lampada identica a questa. Mi ci mettevo sotto e allungavo la mano. Il mio sogno era di diventare tanto grande da poterla toccare. Crescendo l’ho dimenticata».

Infine, quando Julie si apre all’amore di Olivier viene inquadrata attraverso i pendagli della lampada: emerge con evidenza il rappor­to amore-libertà.

Il secondo è rappresentato da quella vecchina ricurva che, con grande determinazione, tenta di introdurre una bottiglia vuota nel­la campana per il vetro. Julie è seduta su una panchina a godersi il tepore dei raggi del sole. Forse non la vede. Ma l’immagine stabili­sce un rapporto tra le due donne. Per di più due raggi di luce acce­cante irrompono sullo schermo. Si tratta forse di un’illuminazione, di un’indicazione dello sforzo, della fatica e dell’impegno che sono necessari per ottenere ciò cui si aspira?

 

Epilogo Prima dell’ultima immagine, che rappresenta Julie fi­nalmente piangente, ma all’interno di una luce nuova, c’è una sorta di epilogo chiaramente extra-vicenda con funzione universalizzan­te. La musica del Concerto e le didascalie che riportano le parole dell’Inno all’amore di San Paolo sembrano investire ed abbracciare tutti i personaggi principali del film.

Una lunga panoramica permette di accomunare tra di loro: Oli­vier e Julie nell’amplesso amoroso, Antoine che porta al collo la catenina regalatagli da Julie, Lucie, l’amante di Patrice e – attraverso l’ecografia – il bambino che ella si porta in grembo. La significazio­ne è chiara: l’amore, quello vero, è per sua natura sovrabbondante e, in modo misterioso, si dilata e si propaga oltre ogni previsione umana.

Da quanto fin qui emerso, e tenendo conto anche del titolo del film, si può formulare l’idea centrale più o meno in questo modo: i fatti dolorosi della vita possono portare a ritenere che la libertà con­sista nel rifuggire dal passato e nel rifiutare ogni relazione in quanto potrebbe diventare occasione di sofferenza (“libertà da”); ma la vita stessa, attraverso una serie di circostanze apparentemente casuali, porta a capire che la libertà consiste nell’aprirsi con fiducia al rap­porto con gli altri e all’amore per gli altri (“libertà di”) perché solo nell’amore, che è una forza misteriosa che abbraccia ogni essere, c’è vera libertà.

 

Il linguaggio cinematografico di Kieslowski è quanto mai ric­co e stimolante. L’autore si serve con maestria di tutte le potenzialità semiologiche del cinema, dal taglio dell’inquadratura alle angola­zioni, dalle inclinazioni ai movimenti di macchina e all’uso del so­noro. Una valutazione analitica richiederebbe troppo spazio. Ci si limita pertanto a sottolineare l’efficacia espressiva della musica (che molti hanno criticato, forse considerandola in sé e non nel contesto della struttura audio-visiva) e il magistrale uso del colore (il blu on­nipresente simbolo di una libertà cercata ma non sempre trovata) e dell’illuminazione che crea spesso un dualismo tematico particolar­mente efficace (si pensi solo ai volti di Julie e di Olivier la prima vol­ta che fanno l’amore e al contrasto tra il mondo sordido del locale porno e il volto di una Lucie che sembra aver intuito l’inautenticità di una scelta di vita).

 

A livello di valutazione tematica è possibile recuperare alcuni fondi mentali dell’autore non espressi a livello di lettura. Per Kie­slowski la libertà umana non è certamente una libertà priva di soffe­renza (si veda l’ultima immagine di Julie che piange), ma la libertà dell’amore è l’unico modo per essere veramente e autenticamente uomini. L’amore umano, inoltre, sembra collegarsi all’amore di Dio (le parole di San Paolo) e viene intuito come riflesso di quell’Agape divina che tutto assume, purifica, eleva.

Infine, quel Caso di cui s’è più volte parlato è, sì, misterioso, ma proprio per questo rimanda a qualcos’altro o a Qualcun altro e per­ciò potrebbe essere chiamato col nome di Provvidenza.

 

Si può concludere dicendo che per i valori espressi e per il modo convincente con cui vengono trasmessi la valutazione tematica e quella morale non possono che risultare altamente positive.