N.02
Marzo/Aprile 2010

L’uomo che verrà

Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2009, ha ottenuto i seguenti premi:

Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento;

Premio Marc’Aurelio d’Oro del Pubblico al miglior film – BNL;

Premio “La Meglio Gioventù”.

 

Cenni storici – Nei titoli di coda si specifica che i personaggi del film sono immaginari, mentre i fatti storici cui il film si riferisce sono veri. E sono quei fatti drammatici che si verificarono dalla fine del 1943 al settembre 1944 sull’Appennino bolognese, nelle borgate circostanti il Monte Sole, nei comuni di Marzabotto, Vado- Monzuno e Grizzana-Morandi, conosciuti nella cultura comune e scolastica come “la strage di Marzabotto”. Dopo l’armistizio firmato dal re e Badoglio con gli Alleati, l’Italia è divisa in due: a sud ci sono gli Alleati; al centro e al nord i Tedeschi e i fascisti. In questo periodo, nella zona di Monte Sole, a una trentina di chilometri a sud di Bologna, nasce una brigata partigiana, la Brigata Stella Rossa. Con le loro azioni di guerriglia, i partigiani, quasi tutti parenti dei contadini che abitano la zona e lavorano la terra a mezzadria per conto dei proprietari terrieri, creano grossi problemi a tedeschi e fascisti. Il 29 settembre del 1944 le SS danno vita ad una rappresaglia senza precedenti, che dura per alcuni giorni. Circa 770 persone, per lo più bambini, donne e anziani, vengono massacrate.

 

Il regista – Giorgio Diritti, regista, sceneggiatore e montatore, nasce a Bologna il 21 dicembre 1959. La sua formazione professionale ed artistica avviene a contatto con vari autori italiani, in particolare Pupi Avati, con cui collabora in vari film. Partecipa all’attività dell’Istituto “Ipotesi Cinema”, fondato e diretto da Ermanno Olmi e dirige documentari, cortometraggi e programmi televisivi. Esordisce nel lungometraggio nel 2005 con Il vento fa il suo giro, che partecipa ad oltre 60 festival nazionali e internazionali vincendo numerosi premi.

 

Nel film non c’è una vicenda vera e propria, ma una serie di avvenimenti che vanno dall’inverno del 1943 fino al settembre del 1944 nella zona di Monte Sole, sull’Appennino bolognese. È la storia di tanti personaggi, ma in modo particolare di una famiglia di contadini, i Palmieri, di cui fanno parte il padre Armando, la madre Lena e l’unica figlia Martina; più un gruppo di parenti che vivono nella stessa casa. Martina ha otto anni ed è diventata muta da quando, qualche anno prima, le è morto tra le braccia un fratellino di pochi giorni. Nel dicembre 1943 Lena resta nuovamente incinta. I mesi trascorrono all’insegna della quotidianità e il bambino cresce nella pancia della madre. Ma i segni della guerra diventano sempre più evidenti e inquietanti. Appaiono i disertori, i partigiani, i Tedeschi. E i primi segni di violenza e di morte. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 il bambino viene finalmente alla luce. Proprio nel momento in cui le SS danno vita ad un rastrellamento senza precedenti. Nei vari massacri che vengono perpetrati muoiono più di 700 persone. Si salva solo Martina che riesce a recuperare il fratellino di cui si prende amorevole cura.

 

Il racconto possiede una struttura a flashback ed è costituito dalle immagini iniziali, dal grosso corpo centrale, dalle immagini che concludono il flashback e da un epilogo che si contrappone strutturalmente a tutta la parte precedente dando così origine alla vera significazione del film.

 

Le immagini iniziali – Con alcuni movimenti di macchina veniamo introdotti all’interno di una casa. La macchina da presa sembra esplorare quelle stanze vuote con i letti sfatti, in un clima di semioscurità e di paura. Si viene poi a scoprire che quelle immagini altro non sono che la visione soggettiva di Martina. È lei che è entrata nella casa (la sua casa) per vedere se vi è rimasto qualcuno, ma scopre soltanto i segni di un vuoto totale, segni di desolazione e di morte.

 

Corpo centrale – Parte qui il lungo flashback che dura per quasi tutto il film e che spiega questa situazione drammatica. La prima inquadratura è ancora di Martina. Si trova a letto e vede i genitori che fanno l’amore. Nella sequenza successiva si vede Lena, seguita da Martina, che si reca al capitello della Madonna. Lena bacia e tocca l’immagine della Madonna. È una Madonna incinta, come Lena. Poi appare sullo schermo il titolo del film, un titolo chiaramente emblematico (si noti la parola “uomo” che è scritta tutta in maiuscolo e con caratteri più grandi): fa riferimento infatti non a quegli uomini di cui si narrano le vicende, ma a un uomo “che verrà”, cioè a un uomo nuovo, che sembra nascere da quelle morti che vedremo. È chiaro il riferimento al bambino che Lena sta aspettando, ma altrettanto chiara è la connotazione religiosa di tipo cristologico (la Madonna col pancione). C’è poi una didascalia che precisa il tempo della vicenda: “Dicembre 1943”.

Inizia così la narrazione vera e propria, all’interno della quale non troviamo un protagonista nel senso tradizionale. Si potrebbe dire che protagonisti del film sono tutte quelle persone che hanno vissuto quei fatti tragici, anche se, naturalmente, non tutti possiedono lo stesso peso narrativo. Al centro dell’attenzione viene posta la famiglia Palmieri, di cui s’è detto. Un ruolo del tutto particolare possiede Martina, che rappresenta il filo conduttore e il punto di vista di quasi tutti gli avvenimenti. A volte vediamo i fatti attraverso i suoi occhi, con immagini soggettive, come all’inizio del film; altre volte le immagini sono oggettive e mostrano Martina che assiste come un muto testimone ai vari accadimenti; in altri episodi Martina non è presente fisicamente, ma quello che accade la riguarda perché condiziona la sua vita e determina la sua scelta finale. È particolarmente importante, pertanto, conoscere il punto di vista della bambina, che ovviamente è il punto di vista del regista, e rappresenta l’approccio a quei fatti e l’impostazione di fondo di tutta l’opera. Nel quaderno di scuola Martina ha scritto: «Ogni tanto vengono su i tedeschi che comprano le cose. Non sanno parlare e io non so perché sono venuti fino a qui e non sono rimasti a casa loro con i loro bambini… che li hanno anche loro. Poi ci sono gli alleati, ma io non li ho mai visti. E poi ci sono i ribelli che gli fanno la guerra, perché dicono che se ne devono andare. Anche i ribelli hanno le armi; molti parlano la nostra lingua e sono vestiti come noi. (…) Ci sono anche i fascisti che vengono su e che anche loro parlano la nostra lingua, ma urlano e dicono che i ribelli sono tutti banditi da ammazzare. Ecco una cosa che ho capito: che molti vogliono ammazzare qualcun altro; ma io non capisco perché». Queste parole possiedono un fortissimo peso strutturale, in quanto sono pronunciate (per quanto riguarda la prima parte) dalla voce stessa di Martina che in tutto il film non parla mai (ad eccezione dell’epilogo di cui si dirà). E fanno capire che l’autore, pur nel rispetto della verità storica e nella ricostruzione fedele dei fatti, rifugge da ogni ideologismo e dai facili luoghi comuni. A questo proposito sono molto importanti anche le parole che vengono dette da un capo dei partigiani a due contadini che si arruolano:«Dovete aver rispetto per tutti i vostri compagni. E non fatevi mettere in testa idee della politica (…). Tu sei qui perché dietro a casa ci sono i fascisti e i tedeschi. Ma questa è casa tua, è casa di tuo nonno e di tua nonna; e prima ancora la casa di tutta la tua famiglia. Devi ricordartelo bene. E quando vedi un tedesco non devi scappare, devi fargli la guerra». La guerra come frutto dell’ingiustizia, dunque. Ma il film non si ferma qui. Tutta la narrazione è costituita da tanti piccoli episodi che si susseguono senza un apparente filo logico o cronologico. Ad esempio, nel film non c’è il senso del passare del tempo; non ci sono altre didascalie che specifichino date precise. È significativo che l’autore non segua in senso stretto la cronaca dei fatti, ma li butti lì seguendo un altro criterio: il tempo è quello delle stagioni (non molto sottolineato); ma è soprattutto quello della gravidanza di Lena che diventa sempre più evidente ed è quello sempre più drammatico della guerra che avanza con il suo carico di morte. Felice l’intuizione di far succedere tutto nell’arco di nove mesi. Sono i nove mesi che preparano la grande strage e sono i nove mesi che portano alla nascita di un uomo nuovo.

A ben guardare, infatti, tutto il materiale narrativo può essere inquadrato all’interno di due grossi filoni strutturali, che potremmo chiamare il filone della vita e il filone della morte. Cerchiamo di analizzarli brevemente, senza pretendere di esaurire tutti i nuclei narrativi.

A) Il filone della vita – È il filone che predomina nella prima parte del film e che poi ritorna in alcuni momenti particolarmente significativi. È il filone che descrive la vita quotidiana: le relazioni familiari, il lavoro dei campi, le cerimonie religiose, ecc. Fin dall’inizio le immagini mostrano l’amore coniugale tra Lena e Armando. Assistiamo poi ai rimproveri della nonna nei confronti di Martina, che ha l’abito strappato, e nei confronti di Beniamina che si ribella a quella vita e preferisce andare a Bologna a lavorare come domestica. C’è l’episodio di Maria che fa l’amore con il suo ragazzo nella stalla e che poi confida a Beniamina di essere innamorata. Ci sono le discussioni familiari su quanto si può guadagnare andando a lavorare a Bologna o a Milano. C’è l’affetto di Beniamina che a letto accarezza con i piedi il volto di Martina che si lascia coccolare. C’è la vita di stalla, dove si fabbricano cesti, si raccontano storie, si offre ospitalità – naturalmente gratuita – a chi si trova bloccato dalla neve e non può far ritorno a Bologna. E poi l’uccisione del maiale, la festa da ballo improvvisata, l’affetto di Martina nei confronti del nonno. Più avanti vediamo i Palmieri che ospitano quella famiglia di Bologna, presso la quale lavorava Beniamina, che cerca di fuggire ai bombardamenti della città. C’è Martina che fa amicizia con il bambino bolognese. Ci sono i lavori nei campi (il carico del fieno); Martina che va nel lettone dei genitori e ascolta la dolce e rassicurante ninna nanna della mamma. E poi, nella parte finale, la trepidante cura che Martina si prende del fratellino, portandolo al rifugio in un nascondiglio segreto, dandogli da mangiare con mezzi improvvisati e poi portandolo in canonica dal prete per proteggerlo dall’incalzare degli eventi. E qui, in due mirabili sequenze, l’autore esalta l’attaccamento alla vita e il profondo quanto istintivo amore di Martina nei confronti del bambino: è lei che vuole dargli il biberon, a fronte di due donne ben più esperte di lei, ed è lei che gli fa da madrina in un frettoloso battesimo che possiede però una forza quasi epica.

All’interno di questo filone assume un peso particolare la dimensione religiosa. Tutto il film è pregno di una religiosità semplice e forte. Si pensi, per esempio, a Lena che sin dall’inizio della sua gravidanza cerca la protezione della Madonna incinta; ai bambini che, alla vigilia di Natale, fanno il presepio e, il giorno dopo, recitano le poesie (quella di Martina, che invoca da Dio la felicità dei genitori, viene letta dalla maestra); ai gesti di cristiana pietà che vengono compiuti nei confronti delle persone uccise; al rito di benedizione nei confronti del pancione di Lena che più tardi verrà baciato da Armando in un momento di grande commozione e di stupore di fronte al mistero della vita nascente («Cosa c’è lì dentro? C’è un mondo»). Si pensi ancora alla mirabile sequenza di Lena e Martina che, nel cuore della notte si alzano, notando dei bagliori che provengono dalla città, e vanno a pregare davanti al capitello della Madonna: improvvisamente i bagliori cessano, quasi miracolosamente la campagna si riempie di lucciole e madre e figlia si abbracciano in un momento di grande tenerezza. Particolare intensità assume anche il momento della prima Comunione di Martina: la bambina indossa l’abito nuovo e se ne va felice verso la chiesa avvolta in una natura primaverile che sembra farle festa. E poi il momento della celebrazione eucaristica alla quale partecipano tutti con grande intensità e profonda devozione. Si è già accennato al momento del Battesimo del bambino; resta ancora da sottolineare la bella figura dei vari preti che vengono presentati: sono tutti impegnati nel loro ruolo di pastori, sia celebrando le varie funzioni, sia cercando di proteggere il loro gregge dal sopruso e dalla violenza, fino al punto di dare la vita per esso (il prete che viene ucciso davanti all’altare con ancora in mano l’ostia consacrata).

B) Il filone della morte – È legato al contesto storico in cui avvengono i fatti. All’inizio è praticamente assente: la vita procede con i suoi ritmi, apparentemente al riparo da eventi tragici. Poi, poco alla volta, emerge fino ad esplodere nel finale. Ci sono le prime avvisaglie quando Armando va dal Podestà a chiedere di poter lasciare il podere: permesso che gli viene negato perché manca l’autorizzazione del Fascio locale («Voi contadini avete la testa dura»). C’è poi l’apparizione di un tizio che scappa e si incomincia a parlare di disertori. Ad un certo momento arriva il padrone del podere con alcuni soldati tedeschi e chiede ad Armando di dare loro qualcosa da mangiare e da bere. E qui Armando reagisce parlando di coloro che «ammazzano i poveretti e poi si lavano la bocca con le parole di Gesù Cristo». Si capisce poco alla volta che i contadini cercano di proteggere i disertori e i “ribelli”, soprattutto quelli – come “Lupo”, il capo di un gruppo di ribelli amici dei contadini – che non fanno politica e che non portano via la roba dalle case. Ma non tutti sono disposti ad arruolarsi con loro. Di fronte alla richiesta di combattere («Perché dobbiamo farci comandare dai tedeschi? Per i tedeschi noi siamo bestie… quello che fanno non l’ho mai visto al mondo… il contrario di ciò che ci hanno insegnato»), qualcuno ribatte: «Ci mettiamo una divisa e prendiamo le armi anche noi? Così diventiamo come loro». Vediamo poi il primo morto che apre una scia di dolore infinita: si tratta di un giovane impiccato dai tedeschi, il cui corpo viene recuperato grazie al coraggio e alla determinazione di un prete. C’è poi l’assalto a una camionetta tedesca con l’uccisione di alcuni militari, cui fa seguito una rappresaglia che porta ad uno scontro tra tedeschi e partigiani con la vittoria momentanea di questi ultimi.

La violenza si respira nell’aria e contagia persino i bambini che giocano a fare il plotone d’esecuzione. Intanto i tedeschi portano via le mucche dalla stalla di Armando, lasciando la famiglia nella disperazione. I partigiani si dividono: alcuni si allontanano, indebolendo così la forza di resistenza. Altri restano e sono costretti a portar via la roba ai contadini che vengono così ulteriormente vessati («Loro ci portavano via le bestie, adesso voi ci portate via il resto»).

Martina assiste sbigottita all’uccisione a freddo di un tedesco cui, dopo avergli fatto scavare la fossa, viene sparato un colpo alla nuca. Infine, la grande rappresaglia. I tedeschi vengono su da tutte le parti. La gente scappa: gli uomini nel bosco; le donne e i bambini si rifugiano nella chiesa. I partigiani, impotenti, guardano da lontano. Poi, a più riprese, le varie carneficine, con le mitragliatrici,con le bombe, con il crudele colpo di grazia.

Martina assiste attonita all’uccisione della madre, che avendo da poco partorito non aveva potuto fuggire, e della nonna. Armando vaga per il bosco in cerca di un rifugio. Poi, dopo aver visto la morte della moglie, corre incontro ai tedeschi facendosi ammazzare. L’episodio più odioso è rappresentato dal “cugino” di quel mercante bolognese al quale era stata concessa ospitalità che, inizialmente dalla parte dei partigiani, passa poi coi tedeschi e non esita ad uccidere a sangue freddo diverse persone. Di fronte a tale crudeltà suonano beffarde le parole di un militare tedesco al prete che ha accolto Martina con il “suo” bambino: «Noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere: è una questione di educazione». Solo Martina, miracolosamente, si salva.

 

Le immagini che concludono il lungo flashback sono praticamente quelle dell’inizio. Martina, che è fuggita di nascosto dalla casa del prete, dove i tedeschi, con il loro bottino di preziosi rubati, si sollazzavano, corre verso casa con il cesto con dentro il bambino. Vaga per le stanze vuote e respira quell’aria di desolazione e di morte.

 

Epilogo – Le immagini si staccano nettamente da quelle precedenti, creando un contrasto quanto mai significativo. Martina è seduta davanti alla casa, in piena luce. La macchina da presa stringe su di lei, portandola da Mezza figura a Primo piano. C’è poi un Primo piano del bambino tra le braccia di Martina. In un clima di serenità quasi irreale, Martina, miracolosamente, ritrova la parola. E canta quella ninna nanna dolce e rassicurante che tante volte aveva sentito dalla mamma. La figurazione è splendida: Martina e il bambino  sono ripresi tra due enormi rami di un albero che sembrano raffigurare un grembo materno. È un inno alla vita. E all’amore. La luce si fa più fioca, appare il titolo del film e la musica prosegue mentre scorrono i titoli di coda.

 

La significazione del film nasce dalla contrapposizione strutturale tra il corpo centrale (con le prime e le ultime immagini) e l’epilogo. Il corpo centrale mette in evidenza, a sua volta, la contrapposizione tra i due filoni sopra analizzati: quello della vita (o dell’amore) e quello della morte (o della violenza). Con la vittoria del secondo (le immagini di desolazione e di morte che aprono e chiudono questa parte). Ma l’epilogo ribalta il significato. Dando vita ad un’idea centrale che potrebbe essere così formulata: in certi momenti storici la logica dell’odio e della violenza, che genera morte, sembra trionfare sulla logica dell’amore e della vita; ma, nonostante tutto, è possibile sperare che da tanto male e da tanti sacrifici possa nascere un uomo nuovo (frutto dell’amore e della dedizione) che possa dar vita ad un mondo nuovo, più giusto e più umano.

 

L’opera di Giorgio Diritti è pregevole sia dal punto di vista tematico che da quello cinematografico ed artistico. L’uso del dialetto bolognese è quanto mai azzeccato per rappresentare quelle persone e narrare quei fatti; anche se, dal punto di vista della fruizione, la lettura dei sottotitoli non permette, ad una prima visione, di cogliere tutti i profondi significati del film. Il film, inoltre, può essere utilizzato egregiamente per uso didattico (per le scuole superiori): sia per la narrazione di fatti storici importantissimi fatta da un punto di vista non convenzionale od oleografico (primo livello di lettura), sia per la dimensione più ampia ed universale della tematica che parla dell’eterna dialettica tra amore ed odio (secondo livello di lettura).