N.02
Marzo/Aprile 2010

«Prendi la tua croce e seguimi» (cf Mc 8,34)

Mi piace pensare il nostro convenire dalle Chiese locali di cui siamo parte viva – sì, per celebrare l’annuale Convegno vocazionale di preghiera, studio e scambio fraterno –, ma soprattutto per mettere su insieme ed accamparci nella “tenda della testimonianza”: il nostro Convegno, un “segno vocazionale” piantato nel cuore della Chiesa che è in Italia, per fare nostra più che mai la proposta del Santo Padre a tutta la Chiesa nel Messaggio per la prossima 47a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: “La testimonianza suscita vocazioni”.

«La fecondità della proposta vocazionale – sottolinea Papa Benedetto – infatti, dipende primariamente dall’azione gratuita di Dio, ma, come conferma l’esperienza pastorale, è favorita anche dalla qualità e dalla ricchezza della testimonianza personale e comunitaria di quanti hanno già risposto alla chiamata del Signore nel ministero sacerdotale e nella vita consacrata»[1].

Il tema del nostro Convegno, e il “segreto” sempre antico e sempre nuovo dell’annuncio vocazionale, è strettamente legato alla autenticità della nostra vita e missione di sacerdoti e consacrati, in profonda comunione spirituale ed educativa con la testimonianza della vocazione e della missione dei genitori, della famiglia.

In questo “Anno Sacerdotale”, al centro dei nostri lavori c’è la testimonianza del Santo Curato d’Ars, San Giovanni Maria Vianney: «una vita intagliata nell’essenziale», come si evince dal Messaggio dei Vescovi Italiani per la prossima Giornata della Vita Consacrata; una testimonianza presbiterale nitida che annuncia: «La mia scienza è la Croce e la mia vita è la stola».

Lungo questo “Anno Sacerdotale”, più mi sono avvicinato alla testimonianza del Curato d’Ars, più mi sono convinto del segreto della sua santità: la fedeltà alla sua vocazione battesimale, sulla quale affondano le loro radici tutte le vocazioni personali che sono dono di Dio alla Chiesa, dalla vocazione matrimoniale alla vocazione consacrata e presbiterale.

E, a proposito, mi ritorna costantemente in mente l’augurio più significativo ricevuto all’indomani della mia nomina episcopale da un sapiente anziano Abate di Camaldoli – l’Abate Calati – dal quale ero solito recarmi da giovane seminarista: «Don Italo, ricordati di essere un vescovo cristiano!».

Il testo del Vangelo di Marco (Mc 8,27-35) ci introduce bene nella “tenda della testimonianza”, richiamandoci le coordinate essenziali della vocazione battesimale. La radicalità di questa scelta di discepolato, di sequela radicale del Signore, è richiamata dai tre imperativi: «Rinnega te stesso, prendi la tua croce, seguimi» (cf Mc 8,34).

 

  1. «Rinnega te stesso»

Vuol dire: smetti di pensare a te stesso!

Chi si fa “discepolo” non deve mettere più se stesso come centro della propria vita, come criterio delle sue scelte, ma Gesù: non sono più io per me, ma io per il Signore!

Rinnegare se stessi vuole dire distruggere l’idolo del proprio io quando diventa assoluto.

È il capovolgimento della logica di questo mondo. L’uomo ha radicata nel profondo del proprio cuore la tendenza a “pensare a se stesso”, a porsi al centro degli interessi, a cercare in tutto ciò che fa il proprio vantaggio e a disinteressarsi degli altri. Colui che sceglie di seguire Cristo è chiamato, anzitutto, a rifiutare questo ripiegamento egoista, a rinunciare a fare scelte in vista del proprio tornaconto. L’equilibrio della vita di un discepolo è il Signore: vivere con un riferimento costante a lui.

 

  1. «Prendi la tua croce»

Vuole dire: fatti servo di tutti!

Come noto, la croce era il supplizio riservato agli schiavi, a coloro che non appartenevano a se stessi, ma ad un altro. La croce è il segno dell’Amore di Dio e del dono più totale di sé. Portarla dietro a Gesù non è tanto il sopportare pazientemente le piccole o grandi traversie della vita – atteggiamento ed esperienza sommamente educativa per il discepolo –, ma fare la scelta di divenire servi degli altri, come Gesù: «Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2,7-8). Il “prendere la croce” nel “quotidiano” e non trascurarla – qui è la “santità del quotidiano” (cf  San Josè Maria Escrivà) – resta tuttavia altamente pedagogico nel farsi servi dei fratelli.

Tutti sentiamo il peso dell’affrontare la vita: il lavoro quotidiano, l’accettazione della vita, il mondo che non è fatto su misura nostra, come lo vorremmo noi, che richiede la rinuncia a noi stessi, alle nostre idee, alle nostre preferenze…

Ora questi pesi o li subiamo in modo negativo, o li portiamo con amore. Per dire che la croce, che uno lo voglia o no, è sempre presente nella nostra vita. Però rischiamo di subirla: allora non faremo che lamentarci, recriminare. Tutto questo significa che la croce la portiamo, ma non l’abbiamo accolta, non l’abbiamo accettata. C’è una ribellione e rischiamo di far portare la croce anche agli altri[2].

 

  1. «Seguimi»

Vuol dire: condividi la mia scelta!

Fa’ tuo il mio progetto: gioca, come me, la tua vita per amore dell’uomo.

“Seguire” il Maestro non significa tanto prenderlo come modello, ma andare incontro all’incomprensione e alla rinuncia, vedere dissolversi tutti i progetti umani; raggiungere la vita passando attraverso la morte: «Cominciò a insegnare loro che il figlio dell’uomo doveva… venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare» (Mc 8,31).

È paradossale: chi si risparmia si perde, chi si dona salva la propria vita, l’uomo possiede solo quello che ha donato.

Quando doniamo qualcosa può sembrare di perderla, per il Vangelo è il contrario. Il donare la vita è l’unico modo per custodirla, per tenerla. D’altra parte la vita è un patrimonio destinato a morire: ogni giorno che viviamo è un po’ di vita in meno che ci resta. Nessuno riesce a fermare il tempo e nell’uomo rimane solo quello che ha portato fuori di sé. Quello che teniamo stretto per noi si perde, si corrompe con noi. Solo chi ha accettato il Cristo sopravvive oltre la morte e ha la vita per sempre.

Sembra dire a questo punto: che fai del patrimonio della tua vita? Sei disposto a donarla, a gettarla per il Signore? Al resto pensa lui: «Chi perderà la propria vita per causa mia la troverà». Con questa “chiave evangelica” possiamo ora a pieno titolo entrare e prendere il nostro posto nella “tenda della testimonianza”, per ritornare poi nelle nostre Chiese locali, come i “pastori”, solo ed essenzialmente come “narratori della vocazione” tra le ragazze e i giovani delle nostre comunità.

 

  1. Testimoni della luce, testimoni della vita (1Gv 3,11-21; Sal 99; Gv 1,43-51)

A conclusione del nostro Convegno, che ci ha visti «un cuor solo e un’anima sola»[3] – fedeli laici, presbiteri, consacrati e consacrate, seminaristi, serenamente “attendati” in preghiera, ascolto fraterno, in ricerca di Luce nella “tenda della testimonianza” – da questa Eucaristia, nella quale ancora una volta contempliamo, udiamo, tocchiamo il “Verbo della Vita” (1Gv 1,1), come i «pastori… che ritornarono ai loro greggi lodando e glorificando Dio» (Lc 2,20) e come i Magi che «provarono una grandissima gioia» (Mt 2,20) nel momento in cui «entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre» (Mt 2,11).

Torniamo a casa “migliori nel cuore”, ci è stato appena detto da P. Ronchi. Giovanni, l’Apostolo della luce, ci ha appena ricondotti all’essenziale della nostra testimonianza di discepoli del Signore e testimoni di vocazione: «Questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri» (1Gv 3,11). «Noi cristiani crediamo all’amore», ha aggiunto P. Ermes.

La fatica della sempre difficile accoglienza dell’altro la vediamo manifesta, e quasi come una costante, nella vita del Signore Gesù. Natanaele stesso, nel brano evangelico che ci è stato annunciato, come prima reazione non solo non accoglie, ma persino contrasta il “messaggio” con cui Filippo lo vuole rendere partecipe della sua grande scoperta: «Gesù, il Figlio di Giuseppe, di Nazareth» (Gv 1,45).

L’entusiasmo di Filippo – per Gesù che viene “da Nazareth” (Gv 1,46), per uno che è di “Cana di Galilea” (Gv 21,2), quindi conosce da vicino e condivide da vicino le loro stesse situazioni di vita – è frenato dal pregiudizio e dalla precomprensione di Natanaele, che di rimando chiede: «Da Nazareth può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46).

La testimonianza di Filippo è vincente, perché gioiosa e fraterna, e soprattutto perché viene dal cuore! Filippo ha appena ricevuto la chiamata personale di Gesù: «Vieni me seguimi» (Gv 1,43).

La chiamata di Gesù passa da cuore a cuore, da anima ad anima, a tal punto che la proposta fraterna ed essenziale di Filippo: «Vieni e vedi» (Gv 1,46) apre pressoché immediatamente il cuore di Natanaele, con il quale Gesù, forte della testimonianza e quindi della mediazione di Filippo, si mette in dialogo riconoscendo in «Natanaele che gli veniva incontro» (Gv 1,47) la sincera ricerca del Signore: «Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità» (Gv 1,47).

A me piace continuare a guardare i giovani e le ragazze del nostro tempo con lo stesso sguardo di Gesù. Con i giovani bisogna starci, essere presenti… – ci è stato detto – bisogna starci come Gesù, come testimoni dell’amore del Padre… accostarci non con la condanna già scritta, ma raccontando che crediamo all’amore di Dio e dell’uomo, facendo sentire l’eternità. Il giovane, per vie misteriose che passano anche nell’esperienza della trasgressione, è un naturale “cercatore di Dio”. Il “vieni e vedi”, oggi più che mai, è il segreto che l’apostolo Filippo ancora una volta sussurra a ciascuno di noi. “Vieni e vedi” è la cifra evangelica, il mandato del nostro Convegno.

Questi sono gli elementi fondamentali e riconoscibili dalle giovani generazioni, il “vieni e vedi” con cui si è confrontata e ha mosso il primo passo lungo la storia una moltitudine di chiamate al sacerdozio e alla consacrazione con Cristo, come ci ricorda il Santo Padre nel Messaggio per la 47a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.

Ed ecco così riassunti gli elementi fondanti e fondamentali della testimonianza vocazionale, cioè di “testimoni della luce”, “testimoni della vita”.

 

4.1 L’amicizia con Cristo

Come Gesù – alla sua scuola e a nessun’altra – che viveva in costante unione con il Padre: questo suscitava nei discepoli il desiderio di vivere la stessa esperienza, imparando direttamente da lui la comunione e il dialogo con il Padre.

«Se il sacerdote – ed ogni consacrato – è l’“uomo di Dio”, che appartiene a Dio e che aiuta a conoscerlo e ad amarlo, non può non coltivare una profonda intimità con lui, rimanere nel suo amore, dando spazio all’ascolto della sua Parola. La preghiera è la prima testimonianza che suscita vocazioni. Come l’apostolo Andrea, che comunica al fratello di aver conosciuto il Maestro, ugualmente chi vuol essere discepolo e testimone di Cristo deve averlo “visto” personalmente, deve averlo conosciuto, deve aver imparato ad amarlo e a stare con lui»[4].

 

4.2 Il dono totale di sé

È il nucleo del testo biblico che la liturgia odierna ci ha appena affidato per la testimonianza dell’apostolo Giovanni: «In questo abbiamo conosciuto l’Amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). È la logica di Gesù, che guida tutta la sua esistenza fino al gesto riassuntivo della lavanda dei piedi ai discepoli nell’ultima cena, che esprime il senso del servizio e del dono manifestati lungo tutta la sua vita, in obbedienza alla volontà del Padre.

«Alla sequela di Gesù, ogni chiamato alla vita di speciale consacrazione deve sforzarsi di testimoniare il dono totale di sé a Dio. La storia di ogni vocazione si intreccia quasi sempre con la testimonianza di un sacerdote che vive con gioia il dono di se stesso ai fratelli per il Regno dei Cieli. Questo perché la vicinanza e la parola di un prete sono capaci di far sorgere interrogativi e di condurre a decisioni anche definitive»[5].

 

4.3 Il vivere la comunione con i fratelli

È il segno distintivo del discepolo come indicato da Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). La comunione di vita del presbitero – aperto a tutti e capace di far camminare unito l’intero gregge, popolo di Dio – mostra le bellezza dell’essere sacerdote.

L’esistenza stessa dei consacrati e delle consacrate – che seguono Gesù in piena fedeltà al Vangelo e con gioia ne assumono per la propria vita i criteri di giudizio e di comportamento – diventa.

«Pertanto, per promuovere le vocazioni specifiche al ministero sacerdotale e alla vita consacrata, per rendere più forte e incisivo l’annuncio vocazionale, è indispensabile l’esempio di quanti hanno  già detto il proprio “sì” a Dio e al progetto di vita che egli ha su ciascuno. La testimonianza personale, fatta di scelte esistenziali e concrete, incoraggerà i giovani a prendere decisioni impegnative, a loro volta, che investono il proprio futuro. Per aiutarli è necessaria quell’arte dell’incontro e del dialogo capace di illuminarli e accompagnarli, attraverso soprattutto quell’esemplarità dell’esistenza vissuta come vocazione. Così ha fatto il Santo Curato d’Ars, il quale, sempre a contatto con i suoi parrocchiani, “insegnava soprattutto con la testimonianza di vita”»[6].

L’amicizia con Cristo, il dono totale di sé, il vivere la comunione con i fratelli – vissuta con fede e semplicità di cuore da presbiteri e consacrati – sono capaci anche oggi, nella tenda della testimonianza che è la Chiesa, di annunciare la vocazione e le vocazioni, cioè la salvezza, la pienezza di vita, alle giovani generazioni.

Questo è il mandato del nostro Convegno a ciascuno di noi che abbiamo avuto la gioia e la grazia di esserci!

 

Note

[1] Benedetto XVI, Messaggio per la 47a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.

[2] Cf F. Mosconi, «Non sia turbato il vostro cuore». Meditazioni sul Vangelo di Giovanni, Ed. Il Margine, Trento 2009, pp. 14-15.

[3] Cf Sant’agostino, La Regola, 3.

[4] Benedetto XVI, cit.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.