N.04
Luglio/Agosto 2010

Ignazio di Loyola, da penitente itinerante a uomo apostolico.

Il racconto del pellegrino

Numerosi sono i modi di introdurci e di accostare il tema assegnatomi: è possibile una esposizione storico-narrativa della vita e dell’itinerario spirituale di Ignazio nel suo insieme – come ho fatto per esempio in occasione di un pellegrinaggio a Loyola guidato dal Card. Martini con più di 150 giovani sacerdoti della diocesi ambrosiana[1] –, ma è possibile pure una presentazione più teologica e contenutistica a partire da un’ottica particolare, soffermandosi, cioè, su un tema particolare: il discernimento spirituale, la povertà, la comunità, la conversione, ecc. Questa presentazione, a sua volta, può variare notevolmente in ragione dell’uditorio, ma anche a causa della ricchezza e delle diverse sfaccettature della figura spirituale di questo santo.

Ignazio, infatti, è un uomo a cavallo di due epoche, il Medio Evo e il Rinascimento. Entrambe lo hanno marcato nella sua formazione umana, dapprima in famiglia – satura di elementi e tratti medievali (per es. senso della fedeltà al Re, forti penitenze, devozioni particolari a San Pietro e alla SS. Trinità, devozione ai Luoghi Santi da raggiungere con religioso pellegrinaggio penitente, ecc.) – e, poi, alla corte di Arevalo, dove è venuto a contatto con il nuovo mondo dell’Umanesimo e del Rinascimento. Inoltre, è un uomo di grande attività, ma nello stesso tempo ha lasciato numerosi scritti e per di più di generi letterari così diversi e di contenuti così disparati che, se si accostassero senza conoscerne l’autore, si potrebbe essere facilmente indotti a ritenerli composti da persone diverse. Di fatto si tratta soltanto di una diversità da far risalire ai diversi livelli o dimensioni della sua unica poliedrica personalità e alla ricchezza dei doni ricevuti da Dio.

Attraverso l’orizzonte storico (1491, anno della nascita – 1556, anno della morte) e quello geografico (paesi baschi, Arevalo, Pamplona, Loyola, Montserrat, Manresa, Barcellona, Gaeta, Roma, Venezia, Gerusalemme, di nuovo in Europa a Venezia, Genova, di nuovo a Barcellona, Alcalà, Salamanca, Parigi, di nuova nella terra natia, Valencia, Genova, Bologna, Venezia, Vicenza, Roma, per toccare le tappe principali del suo pellegrinare sulle vie d’Europa), Dio educa Ignazio ad essere uomo di frontiera, costantemente teso ad integrare i dati positivi dei termini delle sue scelte per compiere sempre meglio quello che è più gradito al suo Signore e Re.

Rivolgendomi a persone particolarmente impegnate nella pastorale vocazionale e impegnate ad aiutare altri a discernere la loro propria vocazione, facendo riferimento al sottotitolo della relazione che riporta una frase dell’Autobiografia, preferisco seguire la via più teologica e contenutistica, mettendo più specificatamente a fuoco il tema dell’elezione, cioè della scelta attraverso un processo di discernimento spirituale, o, meglio, la dinamica evolutiva (l’itinerario, si dice nel titolo) dello stile di elezione di Ignazio e della sua capacità di scegliere la volontà di Dio nel concreto della propria esistenza. Ci interessa cogliere lungo quali assi Ignazio si sia mosso.

Siccome il filone del discernimento e dell’elezione e quello dell’accompagnamento di Dio pedagogo, ad esso connesso, sono tra i più centrali e unificatori di tutto il racconto dell’Autobiografia (A.), da esso probabilmente possiamo più facilmente cogliere alcune nervature e coordinate dell’intera dinamica spirituale del santo.

Nell’analisi delle linee di forza della maturazione dello stile di decidersi da parte di Ignazio, mi sembra che, senza la pretesa di voler dire tutto dell’argomento, si possano distinguere chiaramente almeno quattro punti:

  1. una PURIFICAZIONE che lo porta a rispettare sempre di più l’iniziativa di Dio;
  2. una sempre maggiore TRASCENDENZA del suo ideale, unita ad un’INCARNAZIONE sempre più vitale della volontà di Dio nel concreto della storia;
  3. un processo di progressiva INTERIORIZZAZIONE e SPIRITUALIZZAZIONE;
  4. un lavoro di progressiva INTEGRAZIONE di elementi visti inizialmente come opposti e contrari.

Questi sono i quattro aspetti di quella unica realtà che ad un tempo connota sia lo stile di discernimento e di elezione di Ignazio sia l’azione pedagogica di Dio che accompagna il santo nel suo itinerario spirituale e gli insegna come guidare e dirigere spiritualmente gli altri. E questi sono, pertanto, i quattro punti nei quali dividiamo la nostra relazione, aggiungendone poi un quinto nel quale, a modo di conclusione, cercheremo di evidenziare i legami tra di loro.

 

  1. PURIFICAZIONE

Per Ignazio “eleggere”, “scegliere” e “decidersi” sono e diventano verbi più passivi che attivi. Questi verbi nel suo cammino spirituale comportano un “ricevere”, un “seguire”, un “venire dopo” e sono frutto di un’azione di Dio: lui è il soggetto principale, il protagonista, non l’uomo, né il suo io, né la persona che è chiamato ad aiutare. Bisogna, pertanto, accettare ed avere coscienza che la nostra sete di essere al centro della relazione va corretta e, senza essere annullata, va positivamente orientata su Dio.

Di fatto, prima della conversione Ignazio appare avere lui il bastone dalla parte del manico: è lui che organizza, che decide, che costringe gli assediati nella rocca di Pamplona a resistere al nemico (A. 1), che convince i medici ad operarlo e a martirizzarlo (A. 4), che lascia la sua fantasia galoppare dietro a quello che doveva fare in servizio di una certa dama, i mezzi che avrebbe impiegato per raggiungere il paese dove ella abitava, le parole che avrebbe detto e i «fatti d’arme che avrebbe compiuto in suo onore» (A. 6).

Dopo la conversione, invece, sarà l’azione di Nostro Signore a prendere il sopravvento, venendogli «in aiuto col far succedere questi pensieri ad altri suscitati dalle letture fatte» (A. 8), e a farlo passare dalle tenebre alla luce (come Paolo di Tarso) e, in tal modo, ad insegnargli a poco a poco che Dio è il primo, che viene da destra e ha la precedenza, che decidersi è soprattutto accettare liberamente ciò che Dio ha scelto più che determinarsi in maniera totalmente autonoma e autosufficiente. La libertà umana non è un’autonomia assoluta, ma è un’autonomia dipendente, perché è creata. Loyola, però, non è che una prima tappa. Dio continua ad accompagnarlo con una purificazione continua: quando già la conversione mostrava i suoi effetti all’esterno, troviamo Ignazio ancora impegnato «nel fare i suoi conti per decidere che cosa avrebbe fatto al suo ritorno da Gerusalemme»: chiudersi in una Certosa facendo penitenze oppure andare per il mondo temendo di non poter altrimenti sfogare quell’odio che aveva concepito contro se stesso?

Ignazio sembra voler ancora anticipare la grazia, voler ipotecare il suo futuro, farsi un piano perfetto in cui tutto il futuro è già ben fissato soprattutto di fronte a situazioni nuove. Certo, in questo atteggiamento ha buon gioco il suo temperamento, forte sì, ma un po’ ansioso e scrupoloso; tuttavia anche interiormente c’è qualcosa ancora da essere purificato. Vi gioca anche la generosità di un cuore innamorato di Cristo, che vuol dare tutto, ma a cui manca ancora la discrezione, il senso della misura. Ignazio stesso, alla fine della vita, quando detta l’Autobiografia, nella rilettura che fa del suo itinerario spirituale, e in particolare dell’episodio del moro e della mula, è il primo ad accorgersene e a confessare i grandi limiti della sua vita spirituale di allora:

«Durante questo viaggio gli accadde un fatto che sarà bene riferire, per comprendere in che modo Nostro Signore agiva con questa anima ancora cieca, nonostante avesse grandi desideri di servirlo in tutto ciò che riusciva a capire; infatti si decideva a fare grandi penitenze, non badando tanto allora a scontare i propri peccati, quanto piuttosto a far cosa gradita a Dio e a piacergli. (…).

E così, quando si ricordava di praticare qualche penitenza fatta dai santi, si proponeva di fare altrettanto e più ancora. E in questi pensieri trovava tutta la sua consolazione, senza far caso ad alcuna cosa interiore, e senza sapere cosa fosse l’umiltà o la carità o la pazienza o la discrezione, necessaria per regolare e misurare queste virtù. Ma tutto il suo intento stava nel fare di queste opere grandi ed esteriori, perché così le avevano fatte i santi a gloria di Dio, senza prendere in considerazione nessuna altra circostanza più particolare» (A. 14).

In questo paragrafo 14 dell’Autobiografia, Ignazio sembra arrestarsi un poco: non racconta fatti o episodi nuovi, ma si limita, attraverso un rapido e sintetico sguardo retrospettivo, a giudicare, a vagliare, a discernere i primi passi della sua conversione. Sembra che egli voglia fare un bilancio del cammino percorso da Pamplona fino alla partenza da Loyola, prima di arrivare a Montserrat. Da una parte abbiamo incondizionata generosità; desideri sinceri di servire Dio, di piacergli e di compiere azioni a lui gradite; fermezza di carattere, e saldezza nei propositi e nelle decisioni, segno di una conversione non superficiale; serio desiderio di imitare i santi, soprattutto nelle penitenze; tensione al magis e desiderio della gloria di Dio. Ma dall’altra parte abbiamo pure: cecità interiore, mancanza di interiorità; soprattutto assenza di discrezione, per cui le varie virtù (umiltà, carità, pazienza), mancando di senso della misura, rimangono puramente esterne, apparenti e false. Anche l’anelito del magis, senza la discrezione, è una freccia verso un infinito extramondano, un’evasione e una fuga dal mondo e dalla storia. Non ci sarebbe spazio senza la discrezione per una crescita progressiva e graduale.

Si capisce, quindi, perché Ignazio, in quel momento del suo itinerario spirituale, non desse ancora peso alle circostanze: la sua non era ancora quella spiritualità storica, attenta alle più piccole particolari circostanze e caratterizzata dal senso della misura o dall’interiorità che, alla fine della sua vita, dopo un itinerario protratto per molti anni di continua conversione e purificazione, di tensione all’ideale, di discernimento e di ricerca della volontà di Dio, apparirà ad uno stadio maturo nella sua persona. Saranno proprio questo senso della misura e questa interiorità faticosamente conquistata a permettergli di formulare un preciso giudizio benevolo e, al tempo stesso, critico su questo primo tempo della sua conversione; e a consentirgli di valutare quanto la carenza di interiorità e di discrezione, necessarie per l’autenticità del magis e di tutte le virtù, avessero infirmato i primi passi del suo cammino spirituale.

L’episodio del moro e della mula è paradigmatico in questo senso, come ricorda Ignazio stesso all’inizio del testo sopra riportato. Dio doveva ancora accompagnare Ignazio sulle vie della conversione attraverso precise e talora dolorose purificazioni. L’esperienza degli scrupoli, ampiamente trattata dal n. 21 al n. 27, rappresenta una importante tappa nell’itinerario che Dio fa percorrere ad Ignazio nella purificazione interiore.

Non meno decisive e importanti sono le visioni di Manresa e del Cardoner. Con esse Ignazio prende sempre più coscienza dell’azione di Dio nella storia e della guida della Provvidenza nei riguardi degli uomini, primo di tutti lui stesso, attraverso circostanze ed esperienze semplici, umili e quotidiane.

Ma anche dopo Manresa non è che egli sia rimasto completamente purificato da ogni scoria di attivismo un po’ pelagiano: leggendo l’Autobiografia troviamo ancora in Ignazio la preoccupazione di voler “riempire il vuoto” che il futuro incerto e sconosciuto gli presenta. A Barcellona, addirittura dopo il pellegrinaggio in Terra Santa, mentre stava considerando se e quanto studiare, si proponeva soprattutto il problema «se, una volta finiti gli studi (che sostituiscono Gerusalemme), sarebbe entrato in religione (che sostituisce il più specifico “entrare nella Certosa”) oppure se ne sarebbe andato così per il mondo» (A. 71).

Nel voto di Montmartre (A. 85) si riflettono – questa volta a livello comunitario – questa ansia e questa preoccupazione circa il futuro che si vorrebbe chiaro e da poter padroneggiare. Però a questo punto, dopo varie esperienze, Ignazio arriva a capire che a guidare gli eventi e ad essere padrone della storia è solo Dio, il Signore.

E questo lo porta a far sì che le sue determinazioni siano sulla linea di un’apertura sempre maggiore alla speranza e alla fiducia in Dio, e manifestano una conversione dall’orgoglio dell’uomo che si vuol possedere e determinare in modo autonomo e autosufficiente ad una disponibilità a ricevere, propria dell’uomo che si lascia guidare da Dio.

Però nel mezzo… quante incertezze, quanti dubbi, quanti cambiamenti di rotta, repentini e imprevisti, processi e malattie, quante purificazionipassive! Era proprio quello che ci voleva per una tempra attiva come quella di Ignazio, che nella purificazione attiva poteva facilmente incorrere nel pericolo di alimentare il difetto che voleva purificare ed annullare, il suo attivismo, il suo anticipare la grazia, il suo non volersi lasciar prevenire da un altro.

Di queste purificazioni Ignazio aveva bisogno per poter indirizzare le sue energie verso il magis e non verso il maxime, non verso il perfezionismo: solo nel primo caso è assicurata su questa terra, soprattutto per tipi come Ignazio, la continua dinamica tensione verso Dio e, perciò, la fiducia e la speranza in lui solo, che lo svuota sempre più dalla fiducia in se stesso e lo rende veramente povero pellegrino sulle vie di Dio. Ignazio ha dovuto spogliarsi progressivamente di tante sue idee e progetti e, infine, di se stesso. Ha dovuto umilmente accettare, imparandolo da Dio, che nella sua vita – soprattutto nei suoi pensieri e nelle sue idee in materia di penitenza, di povertà, di orazione, di fuga dal mondo, di autorità, di speranza in Dio, di aiuto alle anime, di apostolato e persino nel suo modo di vedere Cristo – c’era ancora troppa esteriorità, c’era troppo di “quantitativo” più che di “qualitativo”. Solo attraverso questo svuotarsi, poteva imparare ad eleggere secondo Dio attraverso un autentico discernimento spirituale e a fare della sua scelta una scoperta e non un’invenzione, un’accettazione generosa e libera di una missione a lui affidata, una conquista di ciò che gli era già donato.

 

  1. TRASCENDENTALIZZAZIONE dell’ideale e INCARNAZIONE nella storia

La purificazione conduce Ignazio ad una visione sempre più trascendente dell’ideale, cioè ad un progressivo spostamento più in avanti ed oltre del suo ideale concepito e scelto, che finisce per prendere connotati sempre nuovi, ma, insieme, lo conduce ad una incarnazione e concretizzazione più vitale dell’adesione alla volontà di Dio nella storia. Tutto questo lo porta a vedere l’atto singolo di una scelta concreta come espressione e incarnazione, direi “sacramento” in quanto segno e presenza, dell’atteggiamento fondamentale di elezione permanente e, quindi, ad una incarnazione e concretizzazione dell’adesione alla volontà di Dio nella storia.

Per poterlo afferrare bene mi sembra che sia utile seguire lo sviluppo che ha nel suo spirito l’ideale gerosolimitano.

La prima volta che esso affiora esplicitamente nel testo dell’Autobiografia fu durante la convalescenza a Loyola, quando il pensiero «di andare scalzo fino a Gerusalemme» si opponeva ai pensieri delle cose vane del mondo (A. 8), soprattutto a quelli a riguardo della Dama di alto lignaggio (A. 6). Esso ha ricevuto influsso, remotamente, dall’ambiente (la devozione ai luoghi santi aveva preso forte impulso sotto i re cattolici), ma più immediatamente dalle letture fatte a Loyola, soprattutto dalla Vita Christi. Per ora si tratta solo di un breve accenno al proposito di peregrinare in Terra Santa.

All’inizio si presenta come ideale di pellegrinaggio in povertà e in penitenza (A. 9); Gerusalemme appare come termine ideale di un pellegrinaggio esteriore e visibile, anche se, progressivamente, esso si farà sempre più interiore e spirituale, sempre, però, visto come meta provvisoria (A. 12). Dopo molti accurati preparativi (A. 11- 12.16.24.40.42-43), dopo forti resistenze contro chi cercava in tutti i modi di dissuaderlo dal viaggio (A. 12.36.40.43), soprattutto dopo difficoltà d’ogni tipo (A. 19.27.34), dopo le luci dall’Alto a Manresa (A. 27-30) e l’insorgere dell’interesse apostolico (A. 19.26.29), finalmente Gerusalemme appare ai suoi occhi di pellegrino (A. 44-45).

Sembra che Ignazio stia per raggiungere il suo ideale e che il suo proposito, a lungo desiderato e agognato, abbia piena attuazione.

L’arrivo e la visione di Gerusalemme sono descritti e ricordati con intensa emozione. Per Ignazio si tratta di un momento solenne e ricco di interiorità e di intensa spiritualità. Ne sono segno la consolazione e l’allegria interiore e soprannaturale che si manifestano in tutti, in Ignazio per primo.

Nel frattempo, il suo primo proposito aveva subito una trasformazione e si era arricchito. Se in un primo momento, ancora a Loyola, Gerusalemme poteva apparire come un ideale provvisorio, col passare del tempo il suo primo proposito aveva subito una trasformazione e si era arricchito, divenendo ferma decisione di rimanere a Gerusalemme per visitare continuamente quei luoghi santi. Ma non solo questo. Il suo ideale gerosolimitano in Terra Santa si arricchiva di un elemento e di una finalità nuovi: aiutare le anime.

Anche la scelta di questo elemento è frutto della consolazione provata in quella città. Essa aveva preso avvio dalle esperienze e dai contatti con i parenti a Loyola (cf A. 10-11) ed era molto maturata a Manresa (cf A. 21.26), fino al punto da indurlo a mitigare gli eccessi di penitenza ai quali, in un primo tempo, si era dato (cf A. 29). Dopo Manresa, il desiderio di “aiutare le anime” cresce ancora e si manifesta in vari modi: per esempio, nel rimproverare i soldati incontrati tra Gaeta e Roma (A. 38) e la gente viziosa della nave che da Venezia lo porta a Cipro (A. 43) o nel cercare lo spunto per poter parlare di Dio in occasione degli inviti a pranzo da qualcuno, come nel caso del ricco Spagnolo di Venezia (A. 42). Tuttavia, quando arriva a Gerusalemme, Ignazio non sa ancora che l’ideale apostolico balzerà maggiormente in evidenza non come qualcosa di aggiunto al “visitare i luoghi santi”, ma addirittura fino al punto da sostituire quell’ideale materiale-locale, il suo unico ideale, che, per amore d Cristo, aveva localizzato nella Città Santa, dove ormai aveva deciso di rimanere sempre. Lì, nella città materiale fatta di pietre, proprio nei luoghi che il Figlio di Dio santificò con la sua presenza, in modo speciale nelle impronte dei piedi al Monte degli Ulivi (A. 46), egli pensa di aver trovato Cristo. Non ha ancora capito che tutto ciò è troppo semplice, troppo umano, troppo facile da capire, troppo esteriore. C’è ancora molto da purificare e da camminare. Dio, però, non demorde e vuole insegnare ad Ignazio il senso trascendente dell’ideale, che va a porsi sempre più in là, sempre oltre il piano terreno e le mire di Ignazio stesso. Noi avremmo pensato che, per staccare Ignazio dall’esteriorità, ci sarebbe stato bisogno di qualche luce divina. Invece Dio interviene proprio attraverso qualcosa di visibile, di incarnato, proprio attraverso l’autorità della Chiesa gerarchica, rappresentata dalla persona del Padre Provinciale dei francescani, Custodi della Terra Santa. E così la sua fermissima volontà si liquefa come un po’ di neve al sole. Il suo discernimento si arricchisce di un nuovo dato che mette in questione la certezza della decisione, fino addirittura al punto di capovolgerla. La struttura e la dinamica del colloquio mostrano come Ignazio finisca per seguire il parere del provinciale e decida di lasciare Gerusalemme solo per un motivo di fede, solo perché riconosce nel Frate una vera autorità sopra di lui, un vero superiore. Solo per ubbidienza, egli decide di partire l’indomani con i compagni pellegrini. Ma questa ubbidienza, lungi dall’essere vissuta come un ostacolo al discernimento della volontà di Dio, è da lui subito vista ed esistenzialmente vissuta come un canale che gli manifesta meglio proprio quel disegno divino da lui sempre cercato e, pertanto, come un aiuto al proprio discernimento.

Questa esperienza marcherà il seguito del suo itinerario spirituale: sempre di più cresceranno il senso dell’ubbidienza e il senso della Chiesa, non in una chiave servile o puramente nozionistica, o come una necessità di ordine sociologico o di dipendenza psicologica, ma in una linea sempre più spirituale, come vera esperienza dello Spirito di Dio che opera nella storia e guida l’uomo e la Chiesa alla salvezza attraverso strumenti umani. Gerusalemme, ormai, diventa nella vita di Ignazio una meta che egli non raggiungerà più se non dopo aver attraversato tante strade d’Europa ed essere giunto a Roma, la sua nuova Gerusalemme terrena, in attesa di salire il 31 luglio 1556 nella Gerusalemme celeste.

Là, a Roma, si risolve definitivamente la disgiuntiva Gerusalemme/ Roma del Voto di Montmartre, in un’unità e identificazione mistica che possono essere ritenute quasi un simbolo di quel processo di integrazione della trascendenza del carisma con la concretezza dell’istituzione, della libertà con la legge, dell’amore appassionato per Gesù con l’ubbidienza al Romano Pontefice, della tensione del magis con la discrezione e la mediocritas.

 

  1. INTERIORIZZAZIONE e SPIRITUALIZZAZIONE

La purificazione dello stile di elezione in Ignazio si attua anche attraverso un processo di interiorizzazione e di spiritualizzazione.

Per capire il significato di questa affermazione ci può essere utile considerare la “situazione di bivio” in cui spesso, soprattutto sugli inizi della sua conversione, si viene a trovare, e il simbolismo della “mula”, che in modo davvero paradigmatico si vengono a incontrare nell’episodio narrato nei paragrafi 15 e 16 dell’Autobiografia già sopra ricordato:

«Andando, dunque, per la sua strada, lo raggiunse un moro che cavalcava un mulo. Conversando tra loro, i due vennero a parlare di Nostra Signora; il moro diceva che pure a lui pareva vero che la Vergine avesse concepito senza intervento d’uomo, ma che avesse partorito restando vergine, questo non lo poteva credere, adducendo le ragioni naturali che gli si presentavano alla mente. Il pellegrino, nonostante gli avesse portato numerosi argomenti per attestare il contrario, non riuscì a smuoverlo da quella opinione. Il moro, poi, si allontanò così in fretta, che egli lo perse di vista, restando a riflettere su quello che era capitato con quell’uomo. A questo punto gli vennero alcune mozioni interiori che gli lasciavano nell’animo un certo disgusto perché gli sembrava di non aver fatto il proprio dovere. Esse, inoltre, gli causavano sentimenti di indignazione contro il moro, perché gli sembrava di aver operato male nel permettere che un moro dicesse tali cose di Nostra Signora, e di essere obbligato a ritornarvi sopra per difenderne l’onore. Perciò gli affioravano desideri di andare a cercare il moro e di prenderlo a pugnalate per quello che aveva detto. E restando per molto tempo combattuto tra questi desideri, alla fine rimase in dubbio, senza sapere che cosa fosse tenuto a fare. Il moro, che intanto si era allontanato, gli aveva detto di essere diretto ad una località di lì poco distante, lungo il suo stesso cammino, situata molto vicino alla strada maestra, senza – però – che la strada maestra l’attraversasse.

E così, stanco di esaminare quello che sarebbe stato bene fare, non trovando una soluzione sicura per la quale determinarsi, prese questa decisione, cioè di lasciare andare la mula a briglia sciolta fino al punto in cui le strade si dividevano; se la mula avesse preso la strada del villaggio, egli avrebbe cercato il moro e lo avrebbe preso a pugnalate; se non avesse imboccato la strada del villaggio, ma avesse preso la strada maestra, lo avrebbe lasciato stare. Fece come aveva pensato e Nostro Signore volle che la mula prendesse la strada maestra e lasciasse quella del villaggio, nonostante questi stesse a poco più di 30-40 passi e la strada che ad esso conduceva fosse molto larga e molto buona».

 

Il bivio – Soprattutto agli inizi, in molti casi di scelte da operare, Ignazio si veniva a trovare tra poli in perfetta alternativa e opposizione, tra i quali non datur medium, come in questo episodio della mula. Al momento di fare la scelta se inseguire o non inseguire il moro che aveva oltraggiato Maria Santissima, il santo si sente di fronte ad un dilemma allora insolubile. Tutte le soluzioni gli sembrano negative e da rifiutare e non è nemmeno possibile la soluzione di non scegliere. Si trova come di fronte ad un bivio senza la possibilità di fermarsi o di tornare indietro. E il bivio stradale, che di fatto gli si para davanti, quello tra “la strada maestra” e “la strada del villaggio”, non è solo simbolo dell’incertezza tra l’inseguire il moro e ucciderlo oppure il lasciarlo andare per la sua strada, che quasi come uno schermo si proietta sul suo spirito, ma è anche simbolo paradigmatico di numerosi bivi interiori nei quali egli viene a trovarsi prima di prendere una decisione.

Altre volte, cioè, troviamo il pellegrino di fronte a bivi stradali nei quali, però, si cela e si incarna in profondità la necessità di una scelta più interiore e spirituale (cf per es. i bivi sulla strada da Montserrat a Manresa, A. 18, e su quella da Ferrara a Genova, A. 51). Più spesso il “bivio” direttamente descritto è quello dentro al suo cuore:

– tra i pensieri mondani e il servizio alla dama, da una parte, e le mozioni della grazia, l’imitazione dei santi e il servizio a Cristo, dall’altra (A. 6-8);

– tra il confessarsi e il non confessarsi durante il tempo degli scrupoli;

– tra digiunare e mangiare;

– tra continuare le penitenze e sospenderle nei giorni drammatici della lotta contro gli scrupoli a Manresa (A. 22-26);

– tra il partirsene da Barcellona da solo e senza provviste per il viaggio, con la sola speranza in se stesso, e il partire con i compagni e il fare provviste per il viaggio verso Gaeta (A. 35-36);

– tra il dire che è diretto a Gerusalemme e il dire che si reca solo a Roma (A. 36);

– tra il dare il “voi” e il dare il “Signoria” al capitano dell’esercito imperiale (A. 52);

– tra l’andare a studiare dal frate dell’ordine di San Bernardo a Manresa e lo studio a Barcellona, secondo le proposte di Isabella Roser e del maestro Ardevol (A. 54);

– tra il restare ad Alcalà (= solo studio) e il passare a Salamanca (= studio e apostolato) (A. 63);

– tra il rispondere e il non rispondere all’interrogativo e al dilemma dei domenicani di Salamanca (A. 65-66);

– tra l’andare a Rouen ad aiutare il compagno spagnolo e il restarsene a Parigi (A. 79);

– tra il “prendere la pietra” e il “non prenderla” quando era studente a Parigi (A. 84);

– tra il ritornare e il non ritornare a Loyola prima di recarsi a Venezia nel 1535 (A. 84-85).

Anche nella struttura delle decisioni che hanno portato al voto di Montmartre ritornano “la strada maestra” e “la strada del villaggio” nel “partire da Venezia per Gerusalemme” – che apriva poi su un altro bivio tra il restare a Gerusalemme e il ritornare indietro – e il “non partire da Venezia” – che orientava verso un futuro incerto, per chiarificare il quale i Primi Compagni fanno voto di presentarsi al Romano Pontefice, soprattutto se non fossero addirittura riusciti a salpare da Venezia per il Medio Oriente.

 

La mula – Quasi sempre, nei primi tempi della sua conversione, Ignazio appare come uno che vorrebbe “toccare” la volontà di Dio, esserne assolutamente certo, soprattutto quando il suo discernimento non raggiunge il segno ed egli rimane incerto sul da farsi, come vediamo chiaramente nell’episodio del moro. Pensa di poter superare la difficoltà affidandosi a realtà che possano rappresentare Dio, esserne come vicari. Questa vicarietà della volontà di Dio che – come sappiamo – non si vede e non si tocca, Ignazio pensa di poterla attribuire, nel caso del suo incontro con il moro sulla via da Loyola a Montserrat, a qualcosa di visibile e facilmente verificabile: nell’incertezza e nell’oscurità circa il da farsi con il moro, Ignazio decide di affidarsi alla mula, come ad una specie di giudizio di Dio e di incarnazione e sacramento della sua volontà. Nella mula egli trova la vicaria della volontà di Dio.

È per lui un’áncora di salvezza e quella vicaria della volontà di Dio, che nell’episodio del moro è stata la mula, successivamente Ignazio spererà di trovarla:

– durante il periodo degli scrupoli di Manresa, negli uomini spirituali e, soprattutto, nel confessore (A. 22), oppure – visto il fallimento di questo progetto – ancora in una soluzione miracolistica (è disposto, pur di trovarla, «ad andare anche dietro ad un cagnolino», A. 23);

– a Barcellona, prima del viaggio per Gaeta, nel confessore (A. 36);

– a Gerusalemme, nel Provinciale dei francescani (A. 46).

al dottore di teologia, dal quale si fa esaminare a Barcellona, non fidandosi dei consigli del suo maestro Ardevol (A. 56);

all’autorità dalla quale viene processato ad Alcalà (A. 59);

al Vescovo di Toledo, Fonseca, al quale si affida totalmente dopo la sentenza di Alcalà, per decidere sul da farsi nel futuro (A. 63);

alla comunità degli amici e dei compagni a Salamanca e, soprattutto, da Parigi in poi (A. 7; I. 85);

– al maestro di Parigi, al quale ricorre per risolvere il dubbio se «prendere o non prendere la pietra» (A. 84);

agli eventi storici umani nel caso della partenza da Venezia con i compagni (A. 85) e all’autorità competente a dar la licenza di restare a Gerusalemme nel dilemma tra il restare nella Città Santa o il ritornare in Italia nel caso fossero riusciti a partire da Venezia (A. 85).

Di fatto, però, questa vicaria della volontà di Dio, per lui áncora di salvezza, egli la troverà definitivamente più tardi, non senza un lungo cammino di interiorizzazione e di spiritualizzazione, passando attraverso altri suoi segni e presenze, solo nel Romano Pontefice. La vicaria del Papa, sotto diversi punti di vista, trascende tutte le altre e, nello stesso tempo, si presenta più interiore e più visibile, più spirituale e più concreta, di tutte quelle precedentemente incontrate.

Nel Romano Pontefice, infatti, la sua ansia di “toccare” la volontà di Dio troverà piena soddisfazione e la sua ricerca di sicurezza un fondamento molto saldo. Ignazio non si affiderà più alla mula – ad un semplice, istintivo animale –, ma si affiderà al Papa: è, però, sempre un affidarsi a Dio che fa conoscere la sua volontà attraverso segni, attraverso realtà visibili. Ma, alla visione di Dio e della Provvidenza piuttosto estrinseca, indiscreta e miracolistica di un Ignazio ancora rozzo, indiscreto ed effuso all’esterno, anche se entusiasta e generoso, qual era nel 1522 appena convertito (cf A. 14), si sostituirà una visione più profonda e più spirituale, più concreta e più incarnata, di un uomo che dall’esperienza ha appreso che, se è vero che non c’è nulla di così grande da poter circoscrivere l’azione di Dio, è altrettanto vero che non vi è neppure qualcosa di così piccolo, nella storia concreta, che non Lo contenga.

Possiamo a questo punto notare un progresso nel suo stile di discernere e di eleggere: progressivamente Ignazio, nel suo cammino, si affida a “sacramenti” della volontà di Dio sempre più autentici, sicuri, universali e spirituali. Tra la vicarietà della mula e quella del Romano Pontefice, che avrà tanto influsso nella fondazione della Compagnia fino a diventarne struttura portante, c’è un processo, c’è uno sviluppo dinamico, una crescita continua nella linea di una maggiore spiritualità e interiorità.

La decisione di trovare la vicarietà della volontà di Dio nella volontà del Sommo Pontefice, per trovare un appoggio sicuro e teologicamente fondato che soddisfi la sua ansia di “toccare”, di “sentire” la Volontà di Dio, trascende tutti gli altri tentativi di Ignazio non solo per l’intrinseca oggettiva maggiore vicarietà di Cristo nella persona del Romano Pontefice rispetto a tutte le altre creature e persone, non solo perché ci si trova di fronte, in questo caso, ad una soluzione più spirituale e soprannaturale, ma soprattutto perché comporta, da parte di Ignazio, una maggiore interiorità ed un coinvolgimento totale. Questo gli sarà possibile ora, dopo che avrà dilatato i suoi spazi interiori attraverso quel continuo lavorio di interiorizzazione e spiritualizzazione  della realtà che avvicina e soprattutto di se stesso. Questo, però, non avviene senza l’intervento di Dio. Ignazio arriverà ad affidare al Papa non – come in altre occasioni – un atto del suo “io”: egli affida il proprio “io”! Nelle elezioni precedenti si trattava sempre di un incontro puntuale con la volontà di Dio. La realtà vicaria era un qualcosa di transitorio nella vita di Ignazio: una mula, un confessore, un provinciale, un dottore di teologia, un vescovo, un maestro di Parigi, un evento storico legato ai capricci dei veneziani e dei turchi. Bastava cambiare luogo, “essere pellegrino”, che scomparivano dall’orizzonte della vita spirituale di Ignazio. E così pure, in questa stessa linea e a questo livello, inizialmente era visto il Papa stesso.

La scelta del Romano Pontefice diventerà invece, poi, una scelta di qualcosa di permanente (come stava per diventarlo sempre più la scelta della comunità!). Per questo è una scelta di un criterio per eleggere, che egli radica nel più profondo del suo “io”.

Nel caso del Romano Pontefice non avviene più come nei casi precedenti delle scelte della mula, del confessore e delle altre creature vicarie della Volontà di Dio: queste, nelle elezioni di Ignazio, si pongono al termine di tutto il processo elettivo, come oggetto di elezione, e/o in sostituzione di un discernimento degli spiriti non ancora troppo ben affinato. Si presentano piuttosto come una supplenza dall’esterno di fronte alla deficienza da parte sua, ancora indietro nella vita spirituale perché ancora troppo effuso all’esterno, di criteri interiori di elezione. La scelta del Papa non si pone solo alla fine della dinamica dell’elezione come oggetto scelto e nemmeno in alternativa con il criterio personale interno del discernimento degli spiriti. È anch’esso un criterio e, pertanto, un qualcosa che non potrà mai essere così solo esterno da non partecipare pure dell’interiorità dell’unico Spirito che Ignazio sa che agisce nel proprio “io” e nella Chiesa.

Proprio perché elegge un “criterio” e non “cose”, Ignazio non “chiude” Dio – che non c’è nulla di così grande che lo possa contenere – in qualche realtà creata. Ignazio non “materializza” Dio, rispettandone pienamente l’“al di là”. Ignazio rimane aperto e disponibile all’azione di Dio che si incarna e si manifesta nella quotidianità della storia e attraverso le esperienza più comuni della vita. Conseguentemente, questo processo di interiorizzazione nello stile di elezione in Ignazio, che lo porta a scegliere sempre di più attitudini e atteggiamenti di fondo più che atti singoli esterni, determinerà un movimento di interiorizzazione pure dal punto di vista dell’oggetto: le realtà saranno colte e conosciute sempre più interiormente, crescerà il “sentire e gustare le cose interiormente”, e Ignazio imparerà a vedere tutto in Domino e a valutare il vero valore interiore delle virtù che non stanno in atti, ma in atteggiamenti del cuore così pieno di Dio da conoscerlo e amarlo in ogni realtà concreta.

Questo punto ci ricorda che, sia per essere accompagnati in modo efficace, sia ancor più per accompagnare altri nelle vie del Signore, è necessario essere persone interiori, vale a dire persone che non vivono alla finestra, ma sanno vivere nel cuore, senza però ripiegarsi su se stessi. Si tratta di andare al cuore di se stessi, cioè al «luogo della comunicazione dei diversi» [2], sapendosi anche interrogare a partire da quella posizione come ha fatto Ignazio: «Quid faciendum?», che ne faccio della mia vita? Come spenderla per gli altri?

 

  1. INTEGRAZIONE

Nell’Autobiografia – come del resto nella nostra vita concreta – si danno casi di elezioni nei quali gli oggetti da scegliere, le scelte possibili, non si pongono in perfetta contraddittorietà, anche se forse, inizialmente, sembrano apparire come tali. S’impone allora la necessità di saper integrare i diversi valori che tali diverse scelte comportano. Per esempio, talora Ignazio sembra in tensione tra il suo ideale di povertà, di penitenza e di fiducia in Dio solo, e l’uso di mezzi naturali; tra l’avere compagni e l’avere come compagno solo Cristo; tra il suo ideale di vita spirituale e la vita di studio; tra l’aiuto alle anime e gli studi stessi; tra l’attenzione alla persona singola e la vita comunitaria con gli amici…

Ma come, di fatto, operare tale integrazione?

Qualcosa almeno implicitamente abbiamo già detto, quando abbiamo analizzato l’evoluzione della decisione circa Gerusalemme: purificando, interiorizzando e approfondendo il nucleo centrale della scelta di Gerusalemme, Ignazio arriva a trovare in Roma la sua “Gerusalemme” – quella “vera” per lui – perché quella voluta dal Signore. Egli arriva a scoprire l’attuazione più piena del suo carisma proprio nell’istituzione e arriva a sposare la forza propulsiva dall’interno dello Spirito di Dio proprio con l’ubbidienza, la via del discernimento delle mozioni interiori per trovare la volontà di Dio con la dipendenza dall’esterno della Chiesa gerarchica.

Pertanto, più che sotto le vesti di “contraddizione”, questa diversità si manifesta come complementarietà e, addirittura, come “inveramento” dei poli stessi. Ignazio non sceglie più o l’uno o l’altro termine della tensione, ma ambedue, vale a dire e l’uno e l’altro valore, in un determinato ordine, che è, in sostanza, quello della gerarchia dei valori secondo la dialettica “fine/mezzo”, o quella “tutto/parte”, o quella “prima/poi”, o, ancora più spesso, quella “res interna/res externa”.

In questa dinamica di integrazione gioca un ruolo fondamentale la discretio. Nella misura in cui questa cresce e matura nel cuore dell’uomo – di Ignazio nel nostro caso – da una parte aiuta a scoprire e a penetrare il valore positivo degli oggetti di elezione che forse inizialmente si possono presentare come poli negativi e, quindi, da rifiutare automaticamente; e, dall’altra parte, parallelamente, sviluppa la presa di coscienza del valore non totalmente puro e assoluto degli oggetti di scelta che gli si presentano come positivi.

Perciò il processo di integrazione a cui si sottopone lo stile di elezione di Ignazio viene in pratica ad essere un’esigenza di quel processo di conversione dal maxime al magis che rende possibile l’attuazione della discretio e, a sua volta, comporta una purificazione, una trascendentalizzazione dell’ideale, un’interiorizzazione e spiritualizzazione, come abbiamo visto prima.

Potrei accennare ad alcune di queste integrazioni. Prendiamo per esempio i mezzi naturali nella loro tensione con la speranza in Dio solo. A Barcellona parte «persino senza provviste» (A. 35) e, partendo da Roma verso Venezia, cerca di disfarsi il più rapidamente possibile delle monete che alcuni benefattori gli avevano dato per il viaggio in Terra Santa o almeno fino al giorno della sua partenza da Venezia. Solo a poco a poco, attraverso esperienze disparate che Dio educatore gli mette sul cammino, imparerà e capirà che è più «scegliere Dio solo accettando di prendere anche altro», senza, però, mettere la propria fiducia in esso (cf P. X, nn. 1-3), che «scegliere Dio solo», in maniera che questo comporti anche implicitamente la scelta della propria volontà, che si determina autonomamente di lasciar tutto senza essere mossa e prevenuta dall’amore che scende dall’Alto (E.S. 183).

Come Ignazio arriva a questo punto terminale? Certamente vi arriva attraverso una purificazione circa la visione di Dio, non più visto come “Dio separato” dal mondo, e circa il “fare la volontà di Dio”, che esige anche collaborazione, corresponsabilità, esercizio della libertà, rischio e non solo un’esecuzione esterna di un dato totalmente esterno. Anche in questo caso non “o… o”, ma “e… e”, con una retta gerarchizzazione dei valori: prima Dio (il fine, il tutto, la res interna) e poi i valori naturali (i mezzi, le parti, le res externae).

 

  1. Conclusione

I quattro punti che abbiamo finora visti in modo separato, di fatto, nella realtà, in Ignazio sono come quattro anelli di un’unica catena. Tra di essi c’è di fatto un’unità profonda, una compenetrazione, un rapporto dialettico.

1- L’unità è data fondamentalmente dal fatto di essere realtà vissute dallo stesso soggetto: sono caratteristiche della stessa e unica persona, di Ignazio.

2- C’è un passaggio ulteriore: l’unità ignaziana si propone anche ad un livello più oggettivo, perché unica è l’attitudine di Ignazio nel prendere le decisioni. Questo accade perché si verifica una tipica dialettica ignaziana, che sta al cuore di ogni dinamica di discernimento e di elezione.

È la dialettica del magis discreto già in parte vista all’interno del punto 2: i primi tre punti sono il magis dello stile di elezione; il quarto punto ne costituisce la discretio. Infatti, come la discretio misura e invera (fa vero) il magis, così il processo di integrazione illumina l’autenticità dei vari processi di purificazione, di trascendentalizzazione dell’ideale, di interiorizzazione e di spiritualizzazione, impedendo che appaiano come frecce verso un infinito extramondano, un’evasione, una fuga dal mondo e dalla storia, ma si realizzino piuttosto come frecce esprimenti una tensione analoga a quella dei poligoni circoscritti o iscritti ad una circonferenza.

3- Ma c’è un’altra analoga dialettica tipicamente ignaziana che investe questi 4 punti presi insieme: è quella della discreta caritas: anche in questo caso i primi tre punti riflettono il dinamismo di un polo, la caritas, mentre il quarto si collega alla discretio.

Infatti, il movimento discendente della caritas di Dio:

– alla cui azione Ignazio sempre più si affida e si dona (I – PURIFICAZIONE);

– che sempre più egli accetta come un ideale al di là, mai pienamente afferrato, però sempre cercato nel concreto della storia (II

– TRASCENDENTALIZZAZIONE e INCARNAZIONE);

– e dal quale si lascia conquistare sempre più interiormente fino al più profondo della sua persona (III – INTERIORIZZAZIONE e SPIRITUALIZZAZIONE);

– sempre più si incontra con quel movimento ascendente della discretio (vedi nozioni di discernimento spirituale, “misura”, “prudenza” ad essa collegate) con la quale Ignazio guidato, purificato, interiorizzato da Dio, al livello della grazia, integra e armonizza tutto il reale, da Dio a tutte le realtà create e naturali, in una potente sintesi dinamica (IV – INTEGRAZIONE).

Questo punto di incontro è, per così dire, scelto, cioè “conquistato da Ignazio” e “donato a Ignazio” nella misura in cui:

– Ignazio, scegliendo “Dio solo”, al quale si offre e alla disposizione del quale mette il più profondo del proprio IO (I – PURIFICAZIONE e III – INTERIORIZZAZIONE),

– non rifiuta di scegliere (cioè di conquistare e di ricevere in dono) pure tutte le realtà create, anche quelle naturali ed esterne (IV – INTEGRAZIONE).

Questo punto d’incontro:

– rimane mobile all’infinito (II – TRASCENDENTALIZZAZIONE),

– anche se sempre concreto nella storia (II – INCARNAZIONE).

Non è mai scelto in modo assoluto e definitivo, perché la sua scelta apre ad altre scelte e perché non è scelta di “cose”, ma di un “criterio”.

 

Note

[1] Cf. M. Costa, Ignazio di Loyola: l’itinerario spirituale, in C.M. Martini – M. Costa – F. Brovelli, Guide nel deserto, Milano 1993, pp. 101-162, studio al quale solo in parte mi riferisco.

[2] Cf C.M. Martini, Il predicatore allo specchio