N.03
Maggio/ Giugno 2011
Studi /

Eucare come atto generativo: aspetti teologici

L’attuale emergenza educativa, per le caratteristiche culturali della post-modernità, esige una rinnovata e corale coscienza della missione cui sono chiamati tutti gli educatori.

“L’ospite inquietante”, il nichilismo, è sempre in agguato per inghiottire lo slancio vitale dei giovani, la loro proiezione progettuale nel futuro, i loro più profondi desideri di ulteriorità, la loro voglia di costruire relazioni affettive significative e durature, la loro nostalgia di Dio, la loro volontà di orientarsi nella vita per realizzare qualcosa di grande.

«Per questo non serve a niente metterlo alla porta», scriveva Heidegger, «perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia» 1.

La crisi generalizzata della famiglia è profonda e diffusa e genera nei giovani un senso di insicurezza e di grande sbandamento, che scoraggia la loro volontà di costruire un futuro.

«Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso» 2.

Il tema dell’educazione, nell’ambito della fede e della vita cristiana, ha a che fare col mistero di Dio e col mistero dell’uomo: è una sorta di “terra santa” sulla quale il gesto più opportuno ed efficace da compiere è quello di “togliersi i calzari dai piedi”.

Ma la delicatezza e la complessità del compito non possono, non devono offuscare la bellezza di un’impresa tanto ardua quanto affascinante, per i risvolti misteriosi e sovente sorprendenti che essa riserva.

Per avventurarsi, infatti, nel misterioso rapporto tra Dio e l’uomo, occorre porsi umilmente in ascolto del meraviglioso progetto del Creatore sin dal “principio” (Gn 1-2) sulla persona umana, progetto rivelato non solo dalla Parola scritta della Bibbia, ma anche e soprattutto dalla Parola incarnata, Cristo Gesù, paradigma antropologico universale.

Va rilevato il carattere relazionale dell’educazione, che pone come partners l’educatore e l’educando, secondo una dinamica evidentemente non paritaria, anzi, assolutamente asimettrica, ma tessuta all’insegna dell’amore, della libertà e della fiducia.

All’educatore cristiano è chiesto di porsi con responsabilità e delicatezza “tra” la persona umana e Dio, operando “in nome di”, “in favore” del Signore da una parte e dell’uomo dall’altra: una sorta di interprete e facilitatore delle istanze di un Dio-pedagogo e delle aspirazioni più profonde di un uomo, chiamato a trascendere la sua dimensione creaturale, per realizzare la sua vocazione più autentica e più alta, quella di divenire figlio nel Figlio e dunque essere reso partecipe della vita divina.

La vita umana, a differenza di quella degli animali, non si può definire solamente a partire dalla sua costituzione biologica: essa, infatti, presenta un misterioso dinamismo di ulteriorità, che spinge l’essere umano alla ricerca di strade che lo conducano alla meta trascendente, predisponendosi a raggiungere nella storia obiettivi intermedi e parziali, in vista della realizzazione finale.

Perciò, incamminarsi da soli in questo itinerario arduo e talvolta accidentato è come avventurarsi nel deserto da soli senza una bussola, senza una guida, senza una carovana che può condurre tutti alla meta, in quanto capace, per la sua struttura comunitaria, di proteggere e garantire anche i più deboli.

La relazione educativa così necessaria e fruttuosa è iscritta nella stessa natura umana: basti considerare la parabola della crescita di un bimbo dal grembo materno fino alla giovinezza. Il Signore ha sapientemente costituito la famiglia, la genitorialità come “carovana sicura”, all’interno della quale poter crescere e avventurarsi per le vie impervie della vita.

È auspicabile che al padre e alla madre naturali si affianchino i numerosi uomini e donne che contribuiscono, consapevolmente e non, alla formazione delle giovani generazioni. La schiera di insegnanti di tutte le discipline e di tutti i livelli, di sacerdoti, di catechisti, di religiose e religiosi, di animatori della pastorale giovanile, dediti all’opera educativa, esercitano di fatto una maternità e una paternità particolare che, lungi dal voler sostituire i genitori, si affiancano delicatamente a loro perché il loro sforzo e la loro legittima preoccupazione siano fecondi di frutti.

Vita umana ed educazione sono intimamente correlate in quanto la nascita dell’essere umano costituisce solo il primo momento dell’epifania del mistero dell’esistenza dell’individuo che, nel dispiegarsi nel tempo e nello spazio, deve andare assumendo il suo volto unico e irripetibile di creatura di Dio, «voluta per se stessa», come amava ripetere Giovanni Paolo II.

In questo difficile “viaggio” è sempre necessario essere accompagnati fino alla soglia della maturità da educatori sapienti, che testimonino con la vita i valori e le idee-forza da loro propugnati. L’educazione è un processo dinamico permanente, che illumina e accompagna l’esistenza dell’individuo, nella rete molteplice e complessa delle relazioni, in vista della piena realizzazione della propria umanità, in tutte le sue dimensioni, nell’orizzonte del mistero di trascendenza, offrendo punti di riferimento certi, vie percorribili e conducenti, mete alte ma non irraggiungibili, modelli esemplari.

In tale processo dinamico giocano pro e/o contro molteplici fattori e differenti varianti: per questo è auspicabile che si realizzino dichiarate alleanze educative che rivelino reti relazionali positive e convergenti in ordine ai valori e agli obiettivi, in un orizzonte condiviso di un umanesimo integrale e trascendente.

 

  1. Il compito educativo

Educare è un’arte e come tale va appresa a partire da cognizioni antropologiche, pedagogiche, psicologiche e sociali oltreché, naturalmente, dal vasto campo dell’esperienza. Educatori non si nasce, si diventa mettendo in conto anche la possibilità di errori.

Essere dediti al compito educativo implica la capacità di instaurare con ciascuno un rapporto unico, attivando tutte le facoltà della mente e del cuore in un modo talmente creativo da personalizzare interventi ed itinerari.

Ma se l’educare ha anche una dimensione che lega l’educatore a Dio, datore della vita e pedagogo, tale compito esige anche una notevole familiarità ed una conoscenza dell’identità di Dio misericordioso e fedele e del suo piano di salvezza, della logica divina fondata sull’amore. Sono sempre da ricomprendere il senso e il valore dell’Alleanza tra Dio e il suo Popolo, tra Cristo e l’umanità, mettendo bene in luce la novità dell’Alleanza neo-testamentaria rispetto a quella vetero-testamentaria.

Educare, nella cornice appena disegnata, significa porre in essere un servizio che, per i membri della Chiesa, costituisce a pieno titolo un ministero ecclesiale riconosciuto, che deve avere a monte una scelta libera e consapevole, la quale implica la responsabilità di acquisire e maturare nel tempo delle competenze adeguate per accompagnare, illuminare, guidare sapientemente le giovani generazioni.

È proprio della Chiesa, infatti, in quanto mater et magistra, il compito di suscitare, valorizzare e sostenere l’opera faticosa e diuturna di genitori ed educatori, riconoscendone la necessità e la preziosità, perché i figli di Dio, accuratamente formati, crescano fino a diventare, nel nostro mondo ormai scristianizzato, testimoni maturi e araldi credibili della bellezza e della verità del Vangelo.

Non si tratta di un servizio generico e/o teorico, si tratta piuttosto di una vera e propria chiamata ad essere collaboratori di Dio, in quella relazione educativa che implica un chiamare l’altro per nome, come fa il Signore, instaurando cioè un rapporto interpersonale unico e perciò potenzialmente efficace, prospettando itinerari personalizzati.

Nel recente documento della CEI Educare alla vita buona del Vangelo al n. 5 si legge: «Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante, perché sboccino nella libertà, tutte le sue potenzialità.

Educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo abbia il coraggio di decisioni definitive».

Si deve, dunque, puntare in alto per un progetto che sia valido universalmente dal punto di vista antropologico, ma, a ben vedere, tali obiettivi rimandano, sia in maniera implicita che talvolta esplicita, ad un livello teologico-antropologico, che propone l’esemplarità dell’Uomo per eccellenza Cristo Gesù, «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). Nel DNA di ogni creatura umana, che consiste nell’essere ad immagine e somiglianza del Dio-Creatore, è impresso il dinamismo della grazia conformante a Cristo, ad opera dello Spirito Santo. Ogni uomo, in quanto chiamato all’esistenza, trova iscritto nella sua dimensione ontica il fine per cui è creato: realizzare in sé, in modo libero e creativo, i tratti del volto di Cristo.

Il rapporto tra antropologia e cristologia appare, dunque, quanto mai illuminante, perché da esso si evince l’obiettivo finale dell’educazione. A tal proposito si rivela molto significativo il dettato di GS n. 22: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. (…) Egli è l’”immagine dell’invisibile Iddio” (Col 1,15), è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio».

L’espressione “uomo perfetto” può essere correttamente interpretata a partire dal verbo latino per-ficere: si tratta di un uomo compiuto, realizzato al massimo delle sue potenzialità fisiche, psichiche, affettive e spirituali, in un processo di sviluppo che non conosce l’ostacolo del peccato e le resistenze e le opacità delle sue conseguenze.

L’uomo può ricercare attraverso molte strade il mistero del suo essere: quella della filosofia, delle scienze positive, delle scienze umane, della tecnologia… e riuscirà a trovare tante risposte valide, ma parziali e “penultime”, perché solo il Figlio di Dio fatto uomo possiede il segreto ultimo del nostro esistere e ce lo svela nella maniera più impensabile. Solo alla scuola di Gesù ci è dato di penetrare quel mistero di cui siamo parte, che proietta l’esistenza umana sul piano della comunione eterna d’amore col Dio-Trinità.

Scriveva sapientemente Edith Stein a proposito dell’educazione religiosa dei giovani: «Dobbiamo contribuire a fare delle giovani creature dei figli di Dio. Debbono divenire creature a immagine di Dio, a immagine di Cristo. Cioè devono percorrere il loro cammino esistenziale (…) guidati dal volere di Dio, senza opporvi alcuna resistenza. Essi devono spogliarsi di se stessi e rivestirsi di Cristo, essere membra viventi nel Corpo di Cristo (…). Alter Christus – un altro Cristo (…) questo l’obiettivo educativo che deve essere raggiunto»3.

 

  1. La pedagogia di Dio

Tutto l’Antico Testamento può essere letto, nella cornice dell’Alleanza, attraverso la chiave di lettura della “pedagogia di Dio” nei confronti del suo Popolo.

Dio crea il suo Popolo dal nulla e lo elegge come suo partner dell’Alleanza: egli pone in essere una continua azione educativa perché esso riconosca il suo Signore, gli obbedisca e realizzi il suo piano salvifico, cioè la partecipazione dei membri alla sua stessa santità.

L’apostolo Paolo riassume molto bene il nucleo dell’economia salvifica in termini di paternità e di figliolanza: (in Cristo) «Egli (il Padre) ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1,4-5).

La dimensione pedagogica è espressa nella paternità e maternità di Dio (cf Os 11,1) nei confronti della sua gente, sia con la sua azione provvidente nelle prove e di sostegno nelle difficoltà e nelle guerre sia nella sua opera di correzione anche attraverso esperienze dolorose.

Il tema della correzione ricorre frequentemente nell’Antico Testamento: la letteratura sapienziale insiste molto sulla necessità e fruttuosità di quella correzione (cf Sir 32,14) che scaturisce proprio dall’esercizio della paternità di Dio (Sir 7,23 e 42,5).

Nell’accogliere la rivelazione della paternità di Dio (cf Dt 14,1; Sal 2,7; Gen 31,20), Israele acquista sempre più coscienza di cosa voglia dire “essere figli di Dio”, divenendone fiero (cf Sap 2,16), ma avvertendone anche tutta la responsabilità, accogliendo il suo favore, specialmente nell’evento della liberazione dalla schiavitù d’Egitto (cf Os 11,1) e accettando da lui anche i continui richiami ad allontanarsi dal peccato (cf Dt 35,5) e a convertirsi a lui con tutto il cuore (cf Dt 30,10).

La Torah, la Legge, è il dono del Dio-alleato perché il Popolofiglio non si perda nei meandri di un difficile percorso: è una bussola che permette ai suoi di non perdere i punti di riferimento. Ma la Legge e l’osservanza della Legge non coprono tutto lo spazio dei rapporti tra Jhavé e il suo Popolo. Dio vuole farsi conoscere, insegna al Popolo come onorare l’Alleanza, ma vuole giungere ad una relazione d’amore, ad un incontro interpersonale di intimità e di comunione.

La shekinah, la tenda dell’incontro, è il simbolo di questo rapporto unico e meraviglioso (cf Es 40,2; Num 7,89): per un popolo nomade come erano gli Ebrei il fatto che potevano portare dovunque con loro la Tenda del Convegno costituiva la certezza che «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (Es 3,4) camminava a fianco del suo Popolo.

Molto puntualmente Benedetto XVI nota nella Deus caritas est: «L’unico Dio in cui Israele crede (…) ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama – con lo scopo però di guarire (…) l’intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come erós, che tuttavia è anche totalmente agápe» (n. 9).

La disciplina richiesta dell’osservanza del decalogo è intessuta di questo amore previdente e provvidente e tende all’instaurarsi di un legame sponsale unico e straordinario (cf Os 2,16-22; Ct 6,3). Lo stile pedagogico inaugurato e perseguito da Gesù, secondo la testimonianza dei quattro evangelisti, è uno stile di prossimità all’insegna della kenosis, dello svuotamento di sé, del porsi non alla pari, ma un gradino più in basso dei suoi interlocutori, nel rispetto profondo della libertà dell’altro.

La narrazione giovannea della lavanda dei piedi (Gv 13,1-20), che nel quarto Vangelo sostituisce l’istituzione dell’Eucaristia e al tempo stesso ne costituisce una sorta di chiave ermeneutica, può essere considerata paradigmatica sotto il profilo educativo: Gesù dichiara ai suoi: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (v. 15).

Può sorgere spontaneamente la domanda: come è possibile a noi, povere creature peccatrici, imitare Gesù, il Figlio di Dio, il Maestro divino?.

L’invito di Gesù a fare come lui fa, ad amare come lui ama (cf Gv 15,12) evoca l’esortazione più generale dell’apostolo Paolo rivolta ai Filippesi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).

La risposta è contenuta tra le righe degli stessi contesti evangelici: quello eucaristico e quello della metafora della vite e dei tralci (cf Gv 15,1-8).

I credenti possono divenire capaci di compiere opere e gesti come Gesù non perché sono del valenti imitatori, ma perché sono uniti al Maestro come i tralci alla vite e la stessa linfa vitale scorre tra loro e, nutrendosi del Corpo stesso di Cristo, diventano in un certo senso un altro Cristo.

Ben si comprende l’esperienza mistica di Paolo quando, in preda allo stupore, dichiara: «Per me vivere è Cristo» (Fil 1,21) e ancora: «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). La conferma autentica ci è data da Gesù stesso che dichiara: «Chi crede in me compirà le opere che io compio» (Gv 14,12). Lungi dallo scoraggiarsi dinanzi a imprese ardue, al discepolo di Gesù è chiesto di fidarsi di lui senza riserve, di affidarsi al suo amore trasformante, di fare un atto di fede pura in lui e poi lanciarsi nell’avventura dell’Amore, certo di operare in lui, con lui e per lui. L’autorità del Maestro si traduce in gesti e parole che mostrano l’autorevolezza di un Dio-uomo che si fa servo dell’umanità. Paolo VI diceva che questo nostro tempo ha più bisogno di testimoni che di maestri. In Gesù il maestro e il testimone coincidono pienamente: ciò che insegna è ciò che egli pone in atto al massimo grado della

trasparenza e della coerenza.

Il rapporto educativo instaurato da Gesù con ciascuno era del tutto personalizzato: partiva da un chiamare per nome, come nell’episodio di Zaccheo (cf Lc 19,5); da un intenso sguardo d’amore, come nel racconto del giovane ricco (cf Mc 10,21); da un rivelare senza giudicare la condizione anche peccaminosa dell’interlocutore, come nel caso della Samaritana (cf Gv 4,17-18), e si sviluppava in un clima di sincerità e di fiducia, di chiarezza e di impegno di fedeltà.

Da parte di Gesù non era difficile mettere in conto la fragilità dell’uomo, la possibilità del peccato delle creature, la debolezza nel cedere alla tentazione e alla prova. D’altronde Gesù stesso dichiara: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico» (Mt 9,12), Egli che conosce bene il cuore dell’uomo e che non è «venuto a chiamare i giusti ma i peccatori» (Mt 9,13).

Gesù esercita la correzione fraterna e ne esplica il valore nella predicazione (cf Lc 6,41-42 e 17,3).

Molto significativo, dal punto di vista pedagogico, è il rapporto tra Gesù e l’apostolo Pietro, quasi un paradigma educativo che offre molti spunti di riflessione di ampio respiro.

A Simone Gesù cambia il nome in Kéfa (Gv 1,42): è il segno di un legame particolare e dell’intenzione di affidargli una missione speciale. Il nome dell’apostolo è il primo della lista dei dodici (cf Mc 3,16-18).

Pietro è protagonista e testimone della pesca miracolosa (cf Lc 5,4-8), è colui che cammina sulle acque al comando del Maestro (cf Mt 14,28-32), è colui che confessa la messianicità di Gesù (cf Mt ,16,15-18) ed è proclamato “beato” dal Maestro in quanto destinatario di una rivelazione del tutto speciale da parte del Padre. Gesù gli dimostra fiducia, amicizia, stima, affetto, ma, quando le circostanze lo richiedono, è capace di richiamarlo con forza, senza sconti, fino al punto di chiamarlo “Satana” quando l’apostolo, dinanzi alla predizione della passione, lo chiama in disparte e gli dice: «Questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22). Gesù lo rimprovera aspramente per il fatto che egli mostra una logica tutta umana, rifiutando il modo di pensare di Dio (Mc 8,33).

Nell’episodio della lavanda dei piedi, Pietro è l’unico tra i dodici che si oppone al gesto del Maestro (Gv 13,8: «Tu non mi laverai mai i piedi»).

La promessa del Primato (cf Mt 16,18) non viene revocata neanche dinanzi al triplice rinnegamento (cf Mt 26,69-75). Pietro, pentito, piange e, dopo la risurrezione, con forza risponde positivamente alla triplice interrogazione di Gesù: «Mi ami tu?» (Gv 21,15-17).

Gesù, dunque, scommette ancora su Pietro affidandogli la sua Chiesa: al di là del suo peccato e della sua fragilità, egli diventerà la colonna portante della comunità ecclesiale.

È il sangue dell’Agnello innocente, immolato e ritto in piedi (cf Ap 13,8; 14,1) che lava i peccati degli uomini, riconferendo loro dignità e speranza di salvezza. Il Verbo incarnato è pronto a dare la sua vita per i suoi amici (cf Gv 15,13): è questa la misura del suo amore educante, connotato dalla gratuità, dalla fedeltà, dalla volontarietà e dalla totalità di dono.

 

  1. Educare come atto generativo

Dal punto di vista della fede cristiana, il criterio principe per riconoscere l’autenticità e l’efficacia di un rapporto formativo è quello della disponibilità dell’educatore a dare la propria vita per l’educando, alla maniera di Cristo.

Il paradigma educativo offerto da Dio Padre nei confronti del suo popolo e da Cristo nei confronti dei discepoli, infatti, non risulta qualcosa di estrinseco e di artificioso in quanto posto solo come modello da imitare, ma, anzi, è qualcosa di intrinseco perché intimamente partecipato in forza della grazia agapica.

L’espressione “atto generativo”, anche se metaforicamente rimanda all’evento della nascita biologica, di fatto evoca ben altre dimensioni del generare, che implicano il totale e radicale coinvolgimento delle persone – e per certi versi della comunità ecclesiale – in un processo dinamico, che dura nel tempo e che esige il dono generoso e gratuito non solo del proprio tempo e della propria competenza e/o esperienza, ma addirittura della propria vita a vantaggio di un altro.

Assumendo l’atto generativo come metafora dell’educare vanno rilevate l’importanza e la necessità del concorso congiunto, anche se diversificato, dell’elemento maschile della paternità e di quello femminile della maternità, non solo nell’ambito familiare, ma in tutti gli ambiti.

L’educare come atto del generare, dunque, implica una oblatività che si può manifestare anche in “doglie come di parto”, una capacità, cioè, di soffrire per l’altro, in uno slancio generoso di offerta che riassume e per certi versi mostra l’intenzione e la potenza salvifica del sacrificio di Cristo stesso sulla croce.

Il donare la propria vita non è fine a se stesso: è piuttosto nell’ottica di far fiorire e sviluppare nel giovane la vita vera, secondo la prospettiva offerta da Gesù: «Sono venuto perché abbiano la vita in abbondanza» (Gv 10,10). Libertà, dono, gratuità, umiltà e coraggio, pazienza e cura premurosa, dialogicità aperta al confronto, sapiente discernimento delle situazioni, maturità affettiva e corretto distacco, forte senso ecclesiale, determinazione nel proporre una disciplina, sono solo alcune delle caratteristiche fondamentali connotanti la personalità dell’educatore.

Ciò che più rende gli educatori strumenti della benignità e della cura speciale di Dio sono l’atteggiamento di accoglienza al di là di ogni schema, con una opzione chiara di non-giudizio, che manifesti «le viscere di misericordia» (Ger 31,20) del Dio «lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 103,8); l’eroismo nel «rinnegare se stessi» (Mt 16,24) per seguire Cristo e divenire suoi testimoni e annunciatori veraci di una verità, non sempre condivisa e gradita; la disponibilità al martirio – non necessariamente cruento! – dell’ingratitudine, dell’incomprensione, dell’offesa; il vivere con speranza i fallimenti, nel ricorso frequente alla preghiera, per raggiungere quanti si mostrano umanamente irraggiungibili e impermeabili a qualunque richiamo.

Ogni atto generativo autenticamente umano esige da parte di genitori ed educatori la responsabilità del prendersi cura dell’altro, senza creare dipendenze di qualunque natura, offrendo criteri di cammino e di discernimento per lasciare emergere, nel tempo, le qualità e i doni propri del giovane, in modo che egli stesso, accompagnato con delicatezza, possa individuare la sua strada, leggendo tra le righe del suo vissuto, dei suoi desideri e delle sue più profonde aspirazioni, dei doni ricevuti e dei carismi verificati, la sua vocazione in vista della realizzazione di sé e dell’edificazione della Chiesa. L’educazione deve puntare al raggiungimento dell’adultità, cioè della capacità di rispondere “eccomi” all’appello che la vita è, nel superamento graduale, anche se non sempre totale e definitivo, delle varie forme di immaturità.

Perché questo processo si compia è necessario accettare e vivere consapevolmente la condizione di fragilità creaturale e peccaminosa, ma anche quella attribuibile al contesto culturale così informato al “pensiero debole” e al “relativismo etico”.

La fragilità della persona va letta e assunta in una prospettiva di fede fiduciosa nel Dio crocifisso che, assumendo la condizione radicale della debolezza umana, diventa capace di vincere il peccato e la morte, donando la sua vita. Cristo non fa della sua figliolanza divina un titolo di forza: egli,non considerando un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio e rivestendosi di debolezza (cf Eb 5,2), si fa servo del Padre, compiendo la sua volontà, e servo degli uomini, spogliandosi e accettando la morte di croce (cf Fil 2,5-11).

Ponendosi in quest’ottica, sia l’educatore che il giovane non possono che scegliere di condividere una prospettiva che, rigettando ogni criterio mondano di successo, di forza e di potere, li aiuti a collocarsi nel quadro valoriale evangelico, accogliendo come proprie le parole dell’apostolo Paolo quando afferma: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Dio. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).

Il rapporto unico e straordinario che si instaura tra educatore ed educando, nell’ambito della vita cristiana, implica la comune sequela dell’unico Maestro e la comune sottomissione all’azione dello Spirito Santo, in forza della partecipazione al mistero trinitario che fa di questa esperienza un’avventura straordinaria nello Spirito, che riserva sorprese impensabili e frutti insperati. È lo Spirito Santo il grande protagonista dell’unità tra il Padre e il Figlio e tra questi e le creature umane, innestate sacramentalmente nel loro Amore: è lui l’elemento dinamico che inabita ogni uomo santificandolo e perfino l’universo, perché ogni cosa sia ricapitolata in Cristo a Dio Padre.

Egli, dunque, costituisce il trait d’union tra la Trinità e l’umanità, tra la storia e l’eschaton, è lui l’artefice della “vita nuova” in Cristo. Perciò non può essere che lui quella Presenza che permette una comunicazione e una comunione spirituale così profonda e fruttuosa tra l’educatore ed il giovane, in quanto innestata nella danza amante della Trinità.

Non va sottaciuta la possibilità di momenti difficili, di incomprensioni, di situazioni anche conflittuali, dovuti a chiusura e/o a resistenze personali dell’educatore o del giovane, a limiti oggettivi di ciascuna delle due persone, ma anche a tentazioni e prove risorgenti, che tendono a bloccare il processo di crescita umana e cristiana.

È nel comune ricorso allo Spirito Santo, nell’ascolto umile della Parola di Dio, che è possibile ritrovare la via dell’armonia, della reciproca comprensione, del dialogo costruttivo nella purificazione del cuore, delle intenzioni e degli atteggiamenti.

La docilità e la preghiera allo Spirito costituiscono, dunque, il presupposto della maturazione dei frutti dello Spirito e della possibilità della risposta pronta e generosa all’appello del Signore Gesù a farsi “servi per amore”.