N.05
Settembre/Ottobre 2013
Studi /

Nuova evangelizzazione e pastorale vocazionale

L’attuale riflessione del Magistero ecclesiale sulle caratteristiche di questa prospettiva pastorale denominata “nuova evangelizzazione” sollecita qui la nostra riflessione come contesto nel quale attuare una pastorale vocazionale che possa chiamarsi ugualmente “nuova”. Ipotizzo, perciò, sotto questo titolo, la precisa intenzione di ottenere alcune linee essenziali per caratterizzare l’identità specifica della pastorale vocazionale all’interno di questa prospettiva di novità.

Questa operazione suppone prima di identificare la natura della “nuova evangelizzazione”, in particolare, la vera portata di questa “novità” e poi i risvolti “vocazionali” che tale impresa comporta. Segnalo come premessa la riflessione già fatta dalla Rivista «Vocazioni » nel 1995. Allora Ciro Quaranta trattò lo stesso tema di queste pagine. Facendosi eco del Documento Conclusivo del Congresso Internazionale per le Vocazioni del maggio 1981, al n. 5 affermava che«la pastorale delle vocazioni deve continuamente rinnovarsi, accogliendo le ispirazioni che nascono dalla fede e i “segni” che vengono dall’uomo, per prestare un servizio fedele di mediazione tra Dio che chiama e coloro che sono chiamati».

  1. La natura specifica della “nuova evangelizzazione”

L’espressione “nuova evangelizzazione”1 era già stata usata nel 1968 a Medellin nel Mensaje a los Pueblos de América Latina in occasione della II Conferenza Generale dell’Episcopato Latino Americano: «Promuovere una nuova evangelizzazione e catechesi intensiva che arrivino alle élite e alle masse per raggiungere una fede lucida ed impegnata ». Nel Sinodo del 1977 il CELAM diceva: «Rispettando la distinzione classica tra catechesi e evangelizzazione, optiamo in America Latina – un Continente di battezzati – per dare alla parola evangelizzazione il senso di una catechesi evangelizzatrice che equivale a una re-evangelizzazione nei termini delle conclusioni di Medellin»2. Poi arrivò la nota affermazione di Giovanni Paolo II all’inizio del CELAM di Puebla: «La commemorazione di questo mezzo millennio di evangelizzazione avrà il suo significato pieno se è un impegno Vostro quali vescovi, insieme al vostro presbiterio e ai fedeli; impegno non di ri-evangelizzazione, ma di nuova evangelizzazione. Nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione»3. E indicava quali presupposti fondamentali per la “nuova evangelizzazione” la preparazione di sacerdoti e la formazione di un numero crescente di laici pronti a collaborare efficacemente nell’azione pastorale.

La Redemptoris Missio al n. 12 distingue, all’interno dell’unica missione della Chiesa, tre differenti tipi di attività missionaria: anzitutto la missione in senso proprio o ad gentes presso coloro che non conoscono Cristo e il suo Vangelo; poi la cura pastorale dei fedeli nelle comunità cristiane; e infine la «nuova evangelizzazione» nei Paesi di antica cristianità che hanno perduto il senso vivo della fede. Tra questi logicamente si colloca l’ambito europeo e può essere incluso, anche se con caratteristiche proprie e differenziate, il territorio della nazione italiana.

Parlare di “nuova evangelizzazione” non comporta un giudizio negativo sull’attività missionaria precedente, quasi che sia oggi necessaria una tutt’altra evangelizzazione ritenendo la precedente vecchia o errata. La Chiesa oggi non intende esprimere giudizi né sui precedenti “metodi” di evangelizzazione né sui missionari di tutte le epoche. Anche i Pastori desiderano che la nuova evangelizzazione non sia una pianta che spunta improvvisa dal nulla, ma sia piuttosto come un germoglio che si sviluppa dalle «continue sementi che ha prodotto l’evangelizzazione» già realizzata. Quindi, non c’è contrasto o rifiuto della “prima” da parte della “nuova” evangelizzazione. Ugualmente, occorre evitare scelte pastorali errate. Pur avvertendo e vivendo l’urgenza attuale di una “nuova evangelizzazione” soprattutto nei Paesi di antica cristianità, la Chiesa non può certo sottrarsi o indebolire il suo impegno costitutivo che è la missione permanente di portare il Vangelo a quanti – e sono milioni di uomini e di donne – ancora non conoscono Cristo Redentore dell’uomo (RM 85). Una forma di evangelizzazione non deve indebolire l’altra (cf ChL 35). E, quindi, è già importante segnalare che la pastorale vocazionale nuova e in certo modo straordinaria nella nuova evangelizzazione non deve indebolire la pastorale vocazionale corrente e ordinaria, la quale deve continuare la sua missione e il suo impegno.

Per un’identificazione positiva della natura della “nuova evangelizzazione” occorre cogliere fondamentalmente la condizione temporale odierna. In Christifideles laici Giovanni Paolo II ha detto che la Chiesa sta vivendo oggi «un’ora magnifica e drammatica della storia, nell’imminenza del terzo millennio» (ChL 3). Nella Redemptoris Missio egli dice che «il nostro tempo è drammatico e insieme affascinante» (RM 38). Guardando in faccia questo nostro mondo, ci accorgiamo che le situazioni economiche, sociali, politiche e culturali «presentano problemi e difficoltà più gravi rispetto a quello descritto dal Concilio nella Costituzione pastorale Gaudium et spes» (RM 22). «Come non pensare alla persistente diffusione dell’indifferentismo religioso e dell’ateismo nelle sue più diverse forme, in particolare nella forma, oggi forse più diffusa, del secolarismo?» (RM 23).

Questo fenomeno, che riguarda non solo i singoli, ma in qualche modo intere comunità, è veramente grave: «Interi paesi e nazioni, dove la religione e la vita cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti e capaci di dar origine a comunità di fede viva e operosa, sono ora messi a dura prova… dall’indifferentismo, dal secolarismo, dall’ateismo. (…) Si tratta, in particolare, dei paesi e delle nazioni del cosiddetto Primo Mondo, nel quale il benessere economico e il consumismo… ispirano e sostengono una vita vissuta “come se Dio non esistesse”» (ChL 34). Permangono manifestazioni tradizionali e ritualistiche tipiche della religiosità popolare cristiana, ma di fatto questa fede «tende ad essere sradicata dai momenti più significativi dell’esistenza, quali sono i momenti del nascere, del soffrire e del morire» (ChL 34). In questi Paesi di antica cristianità, ma a volte anche nelle Chiese più giovani, «interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede, o addirittura non si riconoscono più come membri della Chiesa, conducendo un’esistenza lontana da Cristo e dal suo Vangelo» (RM 33). Di fronte a questa scristianizzazione dei popoli cristiani di vecchia data, urge una «nuova evangelizzazione » (cf ChL 4; RM 33): «Solo una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni una forza di autentica libertà» (ChL 34). Anche di queste espressioni è abbastanza semplice concludere compiti specifici per una pastorale vocazionale nella nuova evangelizzazione: a favore della fede, a favore dell’impegno della comune vocazione cristiana, a favore dell’autentica libertà.

In Italia, la fede come fenomeno ha contorni specifici che dovrebbero evitare uno stereotipo facile e superficiale. Il rapporto Eurispes 2012, analizzando la condizione della fede degli italiani, invita a considerare dati molto eloquenti: «Occorre distinguere tra praticanti, il 24,4%, e chi ammette però di non essere praticante (52,1%). Decisamente più bassa la percentuale di quanti si definiscono agnostici (10,7%) e di chi si ritiene ateo (7,8%). Chiunque professi di avere una fede dovrebbe credere nei miracoli: in questo senso, i risultati evidenziano una certa coerenza di fondo degli italiani: infatti, ben il 55,8% crede in questo evento soprannaturale contro il 37,4% di coloro i quali dichiarano, invece, di non credervi. Tale dato è in linea con quello della rilevazione del 2006, quando la percentuale di quanti credevano ai miracoli si attestava al 54,3%. La metà del campione, infine, crede fermamente nella conciliabilità tra fede e scienza (51,3%). È di parere opposto, invece, il 39,8%, mentre preferisce non fornire una risposta su questo argomento l’8,9%»4.

Il 60,1% degli italiani ritiene che il crocifisso debba rimanere nelle scuole o nelle sedi delle istituzioni statali ed è, pertanto, assolutamente contraria ad una sua rimozione da questi luoghi (60%) e un 12 % in più ritiene che sia giusto se questo non urta la sensibilità di persone che professano altre fedi religiose. Questi dati confermerebbero, in parte, le inchieste del 2006, ma lo studio rivela anche che «la quota di coloro i quali esprimono con fermezza il loro consenso all’esposizione del crocifisso è diminuita, spostandosi in parte tra chi è favorevole ma solo se questo non urta la sensibilità di persone che appartengono ad altre confessioni religiose (8,5% nel 2006, 12% nel 2010). I contrari, complessivamente, passano dal 10,5% del 2006 al 17,2% del 2010»5.

In questo contesto trasformato, «la Chiesa deve fare oggi un grande passo in avanti nella sua evangelizzazione, deve entrare in una nuova tappa storica del suo dinamismo missionario» (ChL 35). Dice Papa Benedetto XVI che la vastità della messe evangelica dà carattere di urgenza al mandato missionario del divino Maestro («Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» Mc 16,15), ma la mentalità relativistica genera confusione riguardo alla missione, perché si tende a rimpiazzare la missione con un dialogo in cui tutte le posizioni diventano equivalenti, o si riduce l’evangelizzazione a semplice opera di promozione umana, come se solo questo facesse gli uomini più fedeli alla propria religione, o si vuole “rispettare” la libertà dell’altro rinunciando al richiamo alla conversione. Allora la “nuova evangelizzazione” richiama anche una maggiore e più esplicita definizione dell’annuncio cristiano in mezzo alla miscredenza generale.

Di conseguenza, un’evangelizzazione nuova è quella che sa «ritrovare il grande soffio» dello Spirito della Pentecoste, ricostituendo il tessuto cristiano delle comunità ecclesiali che vivono nei paesi di antica evangelizzazione. Essa conduce a impegnarsi a fondo per un nuovo avvento missionario, con un rinnovato ardore apostolico, col fervore dei santi evangelizzatori, rimuovendo dubbi e ambiguità. La novità raggiunge anche i metodi coinvolgendo le singole Chiese particolari ed i laici. Infine, “nuova” nelle sue espressioni per poter essere compresa dall’uomo contemporaneo. Vari documenti ecclesiali all’inizio del terzo millennio insegnano che l’evangelizzazione non è un’attività accessoria, bensì insegnano che la Chiesa esiste per evangelizzare, che l’evangelizzazione è la ragion d’essere della Chiesa sacramento di salvezza6.

Perciò, l’evangelizzazione «è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi» (RM 11). La nuova evangelizzazione accenna anche ad un annuncio di Cristo, chiaro, definito, puntuale, perché «non vi può essere vera evangelizzazione senza esplicita proclamazione che Gesù è il Signore» (Ecclesia in Asia 19), poiché «l’uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all’esperienza che alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie» (RM 42). Chi conosce Cristo ha il dovere di annunciarlo e chi non lo conosce ha il diritto di ricevere un tale annuncio. Come dice San Paolo, «annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! » (1Cor 9,16). Spesso capita, come diceva il Card. Ratzinger, che noi cristiani «viviamo secondo lo slogan: Dio non c’è, e se c’è, non c’entra». Perciò l’evangelizzazione consiste fondamentalmente nel parlare di Dio, nell’annunziare l’unico Dio vero: il Creatore – il Santificatore – il Giudice (cf Catechismo della Chiesa Cattolica). I nuovi evangelizzatori devono ricordare che «parlare di Dio e parlare con Dio devono sempre andare insieme» e che «solo in Cristo e tramite Cristo il tema di Dio diventa realmente concreto: Cristo è Emanuele, il Dio-con-noi – la concretizzazione dell’“Io sono”, la risposta al deismo»7.

Una pastorale vocazionale legata a questa “nuova evangelizzazione” dovrà farsi carico, fondamentalmente, di due suoi aspetti essenzialmente costitutivi: l’identità e la definizione cristiana dell’annuncio del Vangelo della Vocazione e la sua mediazione da parte della Chiesa, e l’attenzione curata e impegnata al nuovo contesto in cui gli tocca agire il suo servizio.

 

  1. La sfide della «magnifica e drammatica» condizione giovanile attuale

Iniziamo dal secondo aspetto appena nominato, “l’attenzione al contesto”, perché esso determina direttamente le priorità e le strategie più adatte. La nuova evangelizzazione è essenzialmente legata ad una visione lucida di «quest’ora magnifica e drammatica della storia» (ChL 3). Si può dire che è questa visione del contesto del mondo attuale la vera fonte generatrice della prospettiva missionaria e pastorale della nuova evangelizzazione. Per cui, fare pastorale vocazionale in questo contesto comporta uno sguardo realistico e profondo, in particolare, sulla condizione giovanile attuale perché essa possa essere veramente “nuova”, nella linea della “nuova evangelizzazione”. La lettura dei segni dei tempi deve generare creatività, serietà e sistematicità nel servizio ai destinatari privilegiati della pastorale vocazionale, cioè, i giovani. Un’evangelizzazione che voglia essere veramente “nuova” esige il correlato di una “pastorale vocazionale nuova” e, cioè, con una relazione immediata al contesto socioculturale che chiede la “nuova evangelizzazione”.

Qualsiasi “influsso” positivo sulle persone (educativo, evangelizzatore, ecc.) – e la pastorale vocazionale può essere uno molto importante tra questi –, corre la sorte e i rischi delle relazioni attuali. La “relazione” autentica che pretende un influsso educativo nella vita dei giovani e degli adolescenti “non è di moda”, e laddove si propone o si prova a realizzarla, essa sperimenta minacce pericolose, dal punto di vista culturale, che nascondono delle potenzialità da sviluppare con intelligenza e audacia pedagogica e pastorale, nella stessa relazione educativa. Questi tratti influiscono sull’ambiente socioculturale, lo esprimono e condizionano, e creano l’humus in cui si dibatte l’evoluzione personale.

 

2.1 Senza futuro e senza fede

Il clima diffuso di pessimismo attuale evoca un domani molto meno luminoso… Inquinamenti, disuguaglianze, disastri politici ed economici, nuove malattie, una lunga litania delle minacce che fanno oscurare il futuro. Manca proprio il punto di fuga, manca l’idea del futuro. Spesso, questa prospettiva esistenziale genera una visione miope rispetto al mondo e all’universo, nonché al vissuto personale. Le proprie scelte e anche le relazioni – anche quelle educative- pastorali-formative – assumono il carattere della precarietà, cioè, con un valore essenzialmente episodico, brevi, superficiali, momentanee, vissute sul modello della “rete informatica”, per cui in esse si può entrare e uscire senza impegno, mantenere qualcuno

“connesso” o “disconnetterlo” a piacimento, creando quindi, per tutte le relazioni, il medesimo destino di provvisorietà.

 

2.2 Identificazione mancata

La confusione valoriale e la misera varietà di modelli di vita a vario livello diventano per i giovani una specie di trampolino verso un’educazione “fai da te”, ovverosia l’individualismo formativo, mentre sarebbe tanto necessario un confronto trasformante in un ordine di bene integrale.

 

2.3 La costruzione di sé in base a criteri di esteriorità

Diventare se stessi, essere artefici del proprio destino, elaborare se stessi come un’opera d’arte, cogliendo il segreto della propria bellezza, quella profonda e vera, non fa parte oggi della progettualità giovanile. Spesso la gioventù si concentra sul campo estetico limitandosi alla cultura del fascino e dell’apparire, come indicava il rapporto dell’Eurispes 2010 parlando dei ragazzi di oggi come di una Barbie generation.

 

2.4 Il bypass della lotta e del sacrificio nella propria crescita

Le eccessive attenzioni materiali e la scarsità della presenza affettiva dei genitori, unita alla labilità delle regole di contenimento e di indicazioni educative precise, favoriscono nei bambini, e successivamente negli adolescenti, un “io” grandioso con serie difficoltà ad affrontare le difficoltà del quotidiano.

Questa condizione facilita in molti adolescenti un fragile equilibrio emotivo-affettivo incapace di superare le normali frustrazioni della vita vissute come una catastrofe e le conseguenti dipendenze di forme evasive della realtà nell’isolamento del gioco o della rete informatica, del libertinaggio sessuale e/o della droga. Schiavi della legge del tutto e subito, diventano fragili narcisisti, incapaci di assaporare il gusto della lotta e della vittoria e ancor più di affrontare la frustrazione della perdita e del conflitto. La droga, le varie forme di dipendenza, il rendersi schiavo di qualcosa o di qualcuno sono modi di bypassare la lotta, il sacrificio e la costruzione lenta di una personalità che gestisce e modula le proprie emozioni e desideri, l’animo e le pulsioni. Questi adolescenti non sono i responsabili della crisi, ma forse l’ultimo anello – speriamo – di una crisi già stabilita e radicata in una famiglia, una scuola e una società che non trovano la via dell’educazione8.

 

2.5 Soggettivismo narcisistico

La mancata identità lascia un “buco nero” nella propria crescita, che facilmente si traduce in soggettivismo narcisistico. Dilagano le relazioni a servizio e vantaggio del proprio io… Assistiamo all’ipertrofia dell’io, una sorta di inflazione del narcisismo, per cui gli altri sono una presenza fastidiosa, manipolabile, offuscata, percepita come una variabile dipendente dalla propria persona. È evidente, sotto questo frangente, che la Chiesa, attraverso tutte le sue forme di azione pastorale – anche quella vocazionale , è chiamata ad “umanizzare” il vissuto giovanile ridando loro fonti, criteri e metodi per ottenere senso, certezze, crescita reale e non solo virtuale9.

 

  1. L’arduo cammino verso gli A-altri

Un contesto che “condanna” ad una crescita individualistica, soggettiva e consumistica ipoteca profondamente la scoperta degli altri, e di Dio, l’Altro con la A maiuscola.

 

3.1 La fede in Dio

Il più delle volte la scoperta o la crescita dei giovani nella relazione con Dio dipende moltissimo da un valore socio-ecclesiale non indifferente. I giovani credono di più se vedono gli effetti benefici, umani, di giustizia e, diciamolo, di santità di vita, che giustificano la fede personale. «Non posso credere – sembrano dire –, se coloro che mi parlano di Dio sono così lontano dagli uomini, così diversi dagli uomini, così contro l’umanità e la vita»10.

I dati del rapporto Eurispes (2009), parlando della fede dei giovani, evidenziano che il 65% dei giovani tra i 12-19 anni si dichiara credente; sono il 14% in meno dei bambini tra i 7-11 anni. Un 15% dice di essere non credente e un 19% non sa se è credente o meno. C’è una differenza tra i 12-15enni, dei quali il 72% dichiara di essere credente, mentre il 61% dei 16-19enni dichiara di esserlo. I non credenti tra il primo gruppo sono il 10% e il 19% del secondo. La fede giovanile si distribuisce in questo modo: il 74% dei giovani delle Isole, il 70% dei giovani del Nord-Ovest, il 64% dei giovani del Sud, il 61% dei giovani del Nord-Est e il 57% dei giovani del Centro. Il numero dei non credenti è più alto al Centro (27%) e gli altri numeri si distribuiscono con differenze con proporzioni simili a quelle dei credenti. Tra i bambini 7-11 anni stupisce lo scostamento nel Centro Italia, i credenti sono l’85%, mentre gli adolescenti di 12-19 anni sono solo il 57%. Riguardo invece alla partecipazione alle funzioni religiose, solo il 14% partecipa tutte le settimane, mentre il 50% dice di partecipare “qualche volta” e “mai” il 36% (tra i bambini di 7-11 anni “mai” solo il 18%). Per la partecipazione continuativa alle funzioni religiose, i più piccoli vanno tutte le settimane

nel 32% dei casi mentre i più grandi nel 14%11.

La sfida che questi numeri rappresentano a livello di nuova evangelizzazione e di nuova pastorale vocazionale non è per niente trascurabile. È chiaro lo scarto tra la fede dell’infanzia e la fede dell’adolescenza e della gioventù, e per di più in questo secondo gruppo si trova il maggior numero di decisioni vocazionali possibile. I riferimenti zonali potrebbero indicare delle zone da privilegiare dal punto di vista dell’evangelizzazione, e altre dal punto di vista della pastorale vocazionale, visto che, laddove gli indici di evangelizzazione sembrano essere maggiori, la nascita e la coltivazione delle vocazioni può essere facilitato.

 

3.2 Gli altri nella crescita adolescente-giovanile: scuola, famiglia e società

L’altro con le sue differenze costituisce nel contesto attuale più una sfida che una risorsa per il proprio arricchimento nel confronto; il ragazzo sperimenta lo scoglio della diversità. La diversità impaurisce, l’altro è sempre un mistero che attira, ma tante volte sfida o rende lontani. Anche la propria diversità lo impaurisce e lo conduce ad un atteggiamento rinunciatario rispetto alla propria originalità, ci si adagia, si evita di apparire “differente”, originale, unico, si soccombe sotto il controllo sociale o la psicologia della massa.

La scuola e la famiglia, ambienti privilegiati per la creazione di un’identità matura, indipendente e libera, attraverso l’apertura all’alterità, fanno invece incontrare gli altri, soprattutto se adulti, più che come aiuto, spesso piuttosto come ostacolo o disturbo.

 

3.3 I media come strumento essenziale dell’interazione e della socializzazione

Un altro ambito di configurazione e di crescita adolescente e giovanile è l’immenso campo della comunicazione, in particolare dei media. In questo campo manca una koiné, un linguaggio comune, un orizzonte di discutibilità dei problemi e del senso come ponte verso le nuove generazioni. In realtà l’uomo per essere se stesso ha bisogno di confronto, di sperimentarsi direttamente nella relazione per arrivare alla fiducia e alla reciproca costruzione.

I nuovi adolescenti, destinatari della “nuova pastorale vocazionale” nel contesto della “nuova evangelizzazione”, dal punto di vista della comunicazione sociale costituiscono la generazione multitasking. Gli adolescenti vivono totalmente immersi nella tecnologia. Una mano sul mouse e davanti agli occhi lo schermo di un PC, mentre con l’altra mano scrivono messaggi sullo smartphone ed è possibile che abbiano in un orecchio un auricolare con un Ipod o MP3 e l’altro per avere controllo sul proprio canale televisivo preferito. In particolare nelle grandi città non potrebbero ormai vivere in un altro modo se non “connessi” per ogni aspetto della vita, del divertimento, dello studio, della socializzazione. Le proprie preferenze e il livello di alfabetizzazione tecnica possono far variare la qualità, ma la stragrande maggioranza vive, di fatto, una profonda simbiosi con questi strumenti di comunicazione, informatici e digitali12.

 

  1. Progettualità in situazione di emergenza

In questo mare macrosistemico, i ragazzi mancano di progettualità. Ciò si traduce in una grave crisi educativa; si parla di una vera e propria «emergenza educativa»13. La pedagogia, la formazione, potrebbero in questo frangente avere la tentazione di ridurre l’attenzione all’elaborazione del progetto di futuro, alla gestione dell’emergenza. La CEI ha risposto a questo rischio forse in modo indiretto, quando, rinunciando a parlare in modo diretto di “emergenza educativa”, si propone per dieci anni gli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo14. Quindi, risulta chiaro che non è bene andare dietro al solo dato immediato e istantaneo, occorre prevedere e insegnare a progettare la vita.

«Le persone fanno sempre più fatica a dare un senso profondo all’esistenza. (…) Ciò si riflette anche nello smarrimento del significato autentico dell’educare e della sua insopprimibile necessità. Il mito dell’uomo “che si fa da sé” finisce con il separare la persona dalle proprie radici e dagli altri, rendendola alla fine poco amante anche di se stessa e della vita. (…) Siamo così condotti alle radici dell’”emergenza educativa”, il cui punto cruciale sta nel superamento di quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io” completo in se stesso, laddove, invece, egli diventa “io” nella relazione con il “tu” e con il “noi”»15.

 

  1. Il carattere evolutivo dell’adolescenza-gioventù

Le proposte educativo-pastorali agli adolescenti e ai giovani devono tener conto essenzialmente, più che delle emergenze immediate, dei loro compiti di sviluppo, base di qualsiasi loro progettualità.

Un compito di sviluppo è una sorta di dovere esistenziale che si presenta ai singoli, alle famiglie o ai gruppi in qualche momento del loro ciclo vitale che, trovando una buona risoluzione, conduce al successo e alla facilitazione del superamento di sfide successive e all’integrazione sociale, mentre il riscontro di un