N.02
Marzo/Aprile 2014

La ricerca della verità: tra paura e coraggio

«Succede lo stesso con la verità: tutti la conoscono da sempre e tutti la dimenticano di continuo. Per questo va perennemente riscoperta. E lo si può fare solo a titolo personale, perché la rivelazione che concerne la verità non assume forma che non sia quella di un’esperienza. Voglio dire: di una prova»1.

«Credo che talora, sotto l’apparenza della sincerità, si spacci in questo campo per “naturale” ciò che in sostanza è solo un sintomo del peccato. (…) “Veracità” non significa affatto togliere il velo a tutto ciò che esiste. Dio stesso ha fatto delle vesti agli uomini, il che significa che in statu corruptionis ci sono molte cose che dell’uomo devono restare nascoste, e il male, se non si può annientarlo, deve comunque restare nascosto; mettere gli altri in imbarazzo è cinismo; e anche se il cinico si crede particolarmente sincero o si presenta come un fanatico della verità, non è capace di raccogliere la verità decisiva, e cioè che a partire dal peccato originale devono esistere anche il nascondimento e il segreto. (…) Inoltre: “dire la verità” – tema sul quale ho scritto un saggio – secondo me significa dire qualcosa com’è in realtà, cioè rispettare il segreto, il fidarsi, il nascondimento. Il “tradimento”, per esempio, non è verità, così come non lo sono la frivolezza, il cinismo ecc.»2.
Verità significa rispettare il segreto della realtà. Sembra un ossimoro, una contraddizione, un voler tenere insieme quello che non sembra poter restare insieme. Ma a pensare bene, rivelazione e segreto si accompagnano sempre, parlare è dire ma non tradire il tutto con cui siamo in contatto, lasciare che una misura di noi e del mondo sia di nascondimento, che la realtà trattenga qualcosa al nostro conoscere. L’indagare in nome della verità può essere violenza pura: «Un maestro chiede a un bambino dinanzi a tutta la classe se è vero che suo padre spesso torni a casa ubriaco. È vero, ma il bambino nega (…). Nel rispondere negativamente alla domanda del maestro, egli dice effettivamente il falso, ma in pari tempo esprime una verità, cioè che la famiglia è un’istituzione sui generis nella quale il maestro non ha diritto di immischiarsi. Si può dire che la risposta del bambino è una bugia, ma è una bugia che contiene più verità, ossia che è più conforme alla verità che non una risposta in cui egli avesse ammesso davanti a tutta la classe la debolezza paterna (dal saggio “Che cosa significa dire la verità”)»3.
È un quesito che “suonava” agli interlocutori tedeschi perché lo stesso quesito si era posto Kant. Ma le risposte di Bonhoeffer e di Kant sono molto diverse. Per Kant verità e parola devono corrispondere. Bonhoeffer dice che «verità è rispettare e fare crescere la realtà ed è falsità tutto quel che la ferisce, le fa violenza». Bellissimo. Dietro Kant c’è l’idea di verità come possesso, circoscritto oggetto di conoscenza, che la parola deve fedelmente registrare.
La verità vive una corrispondenza univoca con il linguaggio e non importa che la realtà ne possa uscire ferita, ammaccata, che il male si moltiplichi. In questo senso la verità è, come dire, più importante della realtà.
Nella storia delle religioni, anche della nostra, la verità come possesso è la strada del fanatismo che di necessità è cieco verso la realtà della vita perché nell’unica forma di verità che penso di possedere non c’è proprio posto per la complessità del reale. E non c’è posto nemmeno per la storia, la variabilità naturale, l’umanità confusa e soprattutto per la libertà delle persone. Questa verità vede la libertà come un pericolo, e anche l’umanità in fondo è una fastidiosa zavorra sulla strada dell’abbagliante affermazione della verità. Bonhoeffer nel commentare l’episodio del bambino e del maestro non cerca una regola che permetta eccezioni al rispetto della verità, ma parte da un’idea di verità completamente diversa. Verità al servizio della realtà che ci è data e questa realtà non ci è data come dire finita, completa, perfetta, è realtà che cresce, oppure no, arretra, si ferma. La verità deve rispettare profondamente la complessità della realtà, al servizio del suo diventare migliore.
Detto questo, in pratica che si fa?
Bonhoeffer sembra suggerire in moltissimi luoghi del suo pensare che quel che si deve fare è cambiare la direzione dello sguardo. Sguardo che abbandona noi, proprietari chissà come di una verità da affermare, e va verso il mondo da vedere e ascoltare, e verso Dio. Al principio dell’Etica Bonhoeffer scrive che la vera domanda etica non è “come posso diventare buono?” o “come posso fare qualcosa di buono?”, ma “qual è la volontà di Dio?”.
Al principio di Sequela scrive che il discepolo ha lo sguardo fisso su Gesù e il resto viene. In quasi tutti i suoi scritti ripetutamente alza un sospetto grave anche sulla coscienza, che è letta in termini di autocentratura, di autosufficienza, come se il pensiero potesse arrivare alla verità da solo. L’uomo della coscienza è uno dei suoi obiettivi polemici nel bellissimo scritto Dieci anni dopo, composto alle soglie del 1943, dieci anni dopo l’avvento al potere di Hitler e subito prima della catastrofe finale. Fra i fallimenti che hanno permesso la catastrofe del nazismo mette anche quello dell’uomo di coscienza: «L’uomo di coscienza si difende solitario dal superiore potere delle situazioni eccezionali davanti alle quali è richiesta la decisione. Ma viene dilaniato dalla enormità dei conflitti nei quali è chiamato a scegliere, consigliato e guidato da nient’altro che dalla sua personale coscienza. Gli innumerevoli travestimenti rispettabili e seducenti nei quali il male gli si fa incontro, rendono ansiosa e insicura la coscienza, finché egli finisce coll’accontentarsi di salvarla, anziché mantenerla buona; finché egli non finisce col mentire ad essa per non cadere preda della disperazione. Infatti l’uomo il cui unico sostegno è la propria coscienza non potrà mai capire che una cattiva coscienza può essere più salutare e più forte di una coscienza ingannata»4.
Perché la coscienza è sola e non basta.
E poi c’è la paura, che può fare da potente effetto distorsivo. E oggi la paura è ovunque, portata dalla realtà e coltivata ad arte dai nostri distrattori politici che la usano come strumento di potere.
Paure grandi di non poter avere il necessario per i figli, per il loro futuro, per la nostra dignità, paure false come quella dello straniero che ci ruba il pane, qualsiasi libro di storia può raccontarci che questa paura è uno strumento tante volte utilizzato dal populismo.
La paura è pessima ispiratrice di pensieri e di azioni e la solitudine la moltiplica vertiginosamente. E sarebbe un po’ un andare troppo lontano, ma è vero che oggi il paradosso di una società tutta in rete è la estrema solitudine delle persone.
La paura oggi è una specie di stato, non la condizione temporanea da superare con risorse proprie o collettive. Umberto Galimberti ripete spesso che i ragazzi nel futuro non mettono speranza, che lo guardano con paura, e noi con loro. Le indagini ci dicono che la maggior parte di noi pensa che il futuro dei figli non sarà migliore del presente.
E allora qual è il posto della verità?
Ancora Bonhoeffer aiuta a cercare una risposta: «Abbiamo imparato un po’ troppo tardi che l’origine dell’azione non è il pensiero ma la prontezza ad assumersi le responsabilità»5. Ecco, la responsabilità verso la realtà mi sembra il luogo dell’umano, della nostra comune umanità, in cui possiamo essere fedeli alla verità. Forse è anche il luogo teologico, ma non ha senso chiudere la verità entro un cerchio di un pensiero strettamente teologico. Lo sguardo privilegiato della scuola, che porta il mondo dentro le aule, un mondo che poi non ci sta dentro, non può e allora pretende che la scuola continuamente viva al confine fra l’aula e il cortile e la strada, questo sguardo porta a pensare che la vita non si lasci chiudere in nessun cerchio. Nemmeno quello che la morte vorrebbe disegnare, perché ogni giorno si rinasce in modi impensati e anche il Vangelo lo dice, a dispetto di ogni rassegnata chiusura del cerchio, appunto.
Nemmeno la morte è l’ultima parola.
E qui faccio un salto, un po’ letterario.
Parlo di qualcosa che mi ha raccontato cosa possa oggi dar luogo ed esistenza alla verità.
Philippe Forest è uno scrittore francese. Attualmente insegna letteratura e ha scritto molti saggi di letteratura. Ma anche tre libri molto particolari, legati alla esperienza fondamentale della morte di sua figlia, morte avvenuta all’età di quattro anni.
Si tratta di Tutti i bambini tranne uno, Per tutta la notte e Anche se avessi torto, tutti Alet Edizioni. Il primo libro è la storia della figlia e del suo morire. Nel secondo è raccontata nuovamente la storia della malattia, ma con lo sguardo rivolto alla disperazione assoluta dei suoi genitori. Il terzo, ed è quello di cui parlo, è una riflessione sul mondo intorno, su come il mondo reagisce a una tragedia così. Di nuovo si racconta tutto da capo, la tragedia. Ma con un’attenzione a un aspetto diverso, a come il mondo in realtà di tutto faccia per scotomizzare la presenza del male nella vita. Con le sue parole: «Il complesso narcisistico di cui siamo tutti prigionieri fa del nostro apparire, del nostro corpo, il principale bene di consumo, il primo dei segni sociali in cui collochiamo il nostro desiderio. Tra la chirurgia estetica e la cura oncologica non c’è soluzione di continuità. Entrambe hanno il compito di porre rimedio a una sofferenza fisica e psichica ritenuta inaccettabile perché inibisce quella rivendicazione di un essere perfetto che, come ci ripete di continuo il discorso contemporaneo, deve essere legittimamente soddisfatta».
Il libro di Forest, con la tragicità di chi sa, racconta quel che proprio non si deve dire e fare di fronte alla morte di una bambina. Come ogni tentativo di violare il segreto di questo dolore assoluto sia indecente: «La caratteristica principale di questa esperienza, infatti, per comune che sia, è di essere sempre vissuta come unica e incomparabile». E di seguito c’è una rassegna di frasi indicibili e inaudibili. Bisognerebbe farci un manifesto e ripassarlo periodicamente.
Forest dice di sé: «Mi ritengo ateo come di più non si può essere». Poi racconta che insieme alla moglie «più miscredente ancora» ha fatto battezzare la piccola figlia quando hanno saputo che stava per morire. E racconta che nella cappella funeraria in cui il corpo è rimasto qualche giorno è venuto un altro prete diverso da quello che aveva celebrato il battesimo. Che non ha detto niente per tre giorni. «Ha solo citato un passaggio della Bibbia, l’unico che potessimo sentire, quello che parla di Rachele e che dice semplicemente che ha perso i suoi figli e non vuole essere consolata». Poi li ha accompagnati al cimitero «ed è lui che ha deposto l’urna con le sue ceneri in fondo alla tomba».
Non si trattava, non si tratta, di dire la verità, ma di essere veri, veri nella comune umanità riconosciuta nel silenzio della parola che manca, perché non c’è spiegazione o consolazione, però si tratta di esserci sempre, di non rinunciare ad esserci: accanto senza parlare, vicino fino al confine, a fare nulla fino in fondo se così capita, ma pronti a fare l’unico gesto possibile, nemmeno apertamente richiesto: «Gli sono riconoscente di quel gesto perché non credo che qualcun altro – sicuramente non io – avrebbe avuto il coraggio di farlo». 

Note:
1 P. Forest, Anche se avessi torto. Storia di un sacrificio, Alet Edizioni, 2010.
2 D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Queriniana, Brescia 2002. Lettera del 5 dicembre 1943 a Eberhardt Bethge, 2a di Avvento.
3 D. Bonhoeffer, Scritti scelti, 1933-1945, Queriniana, Brescia 2009.
4 D. Bonhoeffer, Dieci anni dopo, in Resistenza e Resa, op. cit.
5 D. Bonhoeffer, Pensieri per il battesimo di Dietrich W.R. Bethge, in Resistenza e Resa, op. cit.