N.05
Settembre/Ottobre 2015

Crescere in umanità camminando con Gesù

Nel testo di antropologia cristiana Uomo (Ed. Queriniana), il teologo tedesco Jürgen Moltmann individua alcune pietre di inciampo che impediscono di crescere in pienezza di umanità:
il mito dell’uomo totale, inteso come il Dio in terra capace di controllare e risolvere le situazioni più diverse e controverse;
l’utopia e la illusione dell’uomo ideale, libero dai condizionamenti e capace di un immutabile autocontrollo, programmato con la immutabile efficienza, ma anche insensibilità, di un moderno PC;
il fascino dell’uomo dal cuore avventuriero, moderno cavaliere errante sempre alla ricerca di qualcosa che mai troverà;
la grottesca parodia dell’uomo senza qualità, in cui egli riprende il titolo dell’opera più nota, ma incompiuta, dello scrittore e drammaturgo austriaco Robert Musil. È la sconfessione senza appello dell’uomo che può tutto (1Cor 1,26-31), ma anche il rigetto di una caricatura di uomo senza prospettive e senza risorse.
Guardando al tema del 5° Convegno Ecclesiale di Firenze, “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, le riflessioni declinate in questo numero di «Vocazioni» si sforzano di rileggere le fatiche della nostro crescere in umanità e le valenze prettamente vocazionali di questa prospettiva. 

Una pastorale vocazionale “in ascolto”
Non possiamo prescindere da quella che è la dimensione costitutiva sia di ogni relazione umana che di una concreta pastorale vocazionale: l’ascolto; in particolare l’ascolto del vissuto di ogni persona. Questa è la strada capace di riconoscere la bellezza della nostra umanità, pur senza ignorarne i limiti. La via dell’ascolto è consapevole dell’inadeguatezza e della povertà delle nostre risorse, ma è anche una via delicata per far emergere il “di più” di umanità bella che si sprigiona dalla fede e dalla condivisione. Ascoltare l’altro significa vedere la bellezza di ciò che c’è, nella speranza di ciò che ancora può venire, consapevoli che si può molto ricevere. 

Una pastorale vocazionale “concreta”
È essenziale recuperare il primato di un annuncio che entra in profondità nella vita e nel cuore delle persone. Questa è la logica della Incarnazione. «La realtà è superiore all’idea» – afferma Evangelii gaudium (n. 233); basterebbe questo a liberarci da tante proposte elaborate a tavolino e spesso evanescenti.
Concretezza significa parlare con la vita, trovando la sintesi dinamica tra verità e vissuto; qui cresce e matura uno stile vocazionale che sa guardare oltre l’attimo fuggente ed è capace di dar vita a processi, mobilitare risorse, combattere l’indifferenza con l’attenzione all’altro (Evangelii gaudium, n. 224). 

Una pastorale vocazionale “al plurale”
La proposta vocazionale è per sua natura un cammino di comunione; essa è chiamata a declinarsi al plurale, cogliendo la ricchezza della vita nelle sue sfumature: è dall’insieme dei volti vivi di adolescenti e giovani, di bambini e anziani, di famiglie o di singoli, di persone serene o segnate dalla sofferenza, che emerge la bellezza del volto di Gesù. 

Una pastorale vocazionale di “interiorità e trascendenza”
Riportando il pensiero di Romano Guardini, la Traccia del Convegno ricorda le coordinate essenziali di ogni esistenza, il “da dove e il verso dove” segnano ogni vita vissuta e la qualificano come Vocazione, ricerca di felicità ed espressione di gratitudine. «Eccomi esistere grazie alla tua bontà, che prevenne tutto ciò che mi hai dato di essere e da cui hai tratto il mio essere… Da Te dipende la mia felicità» (S. Agostino, Confessioni 13, 1,1).
Una reale esperienza di vita interiore nasce e cresce nell’abitare la nostra quotidianità e i nostri luoghi di vita. Lo Spirito e la Chiesa oggi ci richiedono una reale attenzione a chi condivide un pezzetto di strada con noi. La vera sfida è quella di far percepire una Chiesa più calda e più vicina al cuore degli uomini e delle donne di questo tempo. La risposta a questa sfida richiede di andare in profondità, mettendo a nudo le reali motivazioni che stanno alla base delle nostre proposte.
«Gli uomini coltivano 5.000 rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano; e tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua. Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore!», dice il Piccolo Principe.
Parafrasando questa espressione, potremmo dire: «Questo non è il tempo di creare nuovi giardini, ma di prenderci cura delle rose che già ci sono».