«Da chi andremo?» (Gv 6,59-69)

Lectio Divina

  1. Il contesto della discussione sul pane di vita

Prima di iniziare la lectio collochiamo anzitutto il nostro brano nel contesto. È appena terminato il discorso di Gesù all’interno della sinagoga di Cafarnao (Gv 6,26-59), quello cioè che segue il racconto della moltiplicazione dei pani, e ora dall’evangelista vengono registrate le reazioni dei discepoli e dei Dodici (Gv 6,60-71).

Il discorso sul pane di vita, che Gesù tiene nella sinagoga, secondo alcuni è un’aggiunta alla redazione più antica del vangelo. È possibile che tutta la parte riguardante il pane di vita (così come la seconda finale del vangelo, al cap. 21) sia stata elaborata dalla comunità di Giovanni che in qualche modo rimediava all’assenza del tema eucaristico nell’ultima cena di Gesù.

Il discorso di Cafarnao è simile a un’omelia di tipo rabbinico[1]con molti riferimenti intertestamentari. In realtà, già all’interno di questa omelia, ancor prima che si chiuda e vengano registrate le diverse reazioni degli ascoltatori, emergono domande e obiezioni. Più che una omelia nel senso attuale del termine, allora si ha a che fare con un dibattito costruito su alcuni fraintendimenti[2], nel quale emergono alcune domande, che prendiamo in esame:

  • la prima, «Che cosa dobbiamo fare…?» (6,28), è una domanda che coinvolge la propria azione;
  • la seconda, sulla credibilità delle cose che Gesù dice, e le sue azioni: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai» (6,30);
  • la terza riguarda l’identità di Gesù, che metterebbe in discussione le sue affermazioni: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?» (6,42). Si tratta però, in questo caso, non di una domanda diretta a Gesù, come le precedenti, ma di una mormorazione;
  • la quarta domanda è una vera e propria sfida aperta, che coinvolge tutti i Giudei presenti, che si chiedono «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (6,52);
  • l’ultima domanda è quella che apre il dibattito sulle parole di Gesù nella sinagoga, e prelude all’allontanarsi di molti (polloì, 6,66) dei suoi discepoli: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (6,60). È una domanda retorica, che significa “Non possiamo più ascoltare quanto sta dicendo”.

La scansione della punteggiatura del discorso (o, meglio, del dibattito) suggerisce che le parole dette da Gesù suscitano interrogativi che non possono essere semplicemente messi da parte. Anche se non espresse, o motivate dalla difficoltà di capire, chi ascolta si pone diverse domande a riguardo degli insegnamenti di Gesù. In particolare, sarà bene specificare che la crisi che si manifesta con l’ultima domanda è originata dal fatto che i discepoli, «pur avendo materialmente ascoltato le parole di Gesù, hanno difficoltà ad aderirvi e a farle proprie, non in quanto incomprensibili, ma perché, forse, troppo esigenti»[3]. Si tratta, cioè, di parole non semplicemente difficili da capire, ma che scandalizzano, sono d’inciampo – come si legge subito dopo – difficili da ascoltarenel senso di difficili da “accettare”[4].

 

 

  1. La domanda di Gesù

C’è dunque, nel cammino vocazionale, una crisi, che si manifesta nel momento in cui la realtà non corrisponde più a quello che ci si era immaginati. Come si vedrà meglio per il caso di Giuda (presente alla fine della scena), Gesù non era quel Messia che i molti discepoli che lo abbandonano si aspettavano. Tutto accade in un preciso momento, scrive Giovanni in 6,66, «da quel momento» (Ἐk toútou), espressione che però può significare anche – nota Leon Morris – «per questa ragione»[5].

Di fronte a coloro che entrano in crisi per la difficoltà a seguirlo, Gesù reagisce in due modi:

  • anzitutto, rilanciando, e, se possibile, aumentando la posta: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?» (6,61-62);
  • e infine, di fronte allontanarsi dei molti, reagisce anch’egli con una domanda, rivolta ai Dodici rimasti: «Volete andarvene anche voi?» (6,67).

Colpisce in particolare quest’ultimo atteggiamento. Di fronte alla diminuzione della sua audience, Gesù non sottovaluta quanto sta accadendo e non nega il fatto che molti se ne vadano, e anzi lo sottolinea: descrive quanto sta accadendo attraverso il verbohýpàgo (“andarsene”, “andare”) del v. 6,67, che riprende con una sfumatura diversa apérchomai (“andare via”, “andarsene”), utilizzato al v. 6,66 nel senso di “prendere le distanze”[6], “tornare indietro”.

Ci soffermiamo ora sulla domanda di Gesù al v. 67, «Volete andarvene anche voi?». Che cosa significa, e come è stata interpretata? La sua formulazione grammaticale in greco contiene una particella negativa, (non tradotta nella versione della Conferenza Episcopale Italiana), e quindi implica (almeno a parere della maggioranza dei commentatori) anche una risposta negativa: «Nonvolete andarvene anche voi?», presume la risposta “no”[7]. Si potrebbe anche parafrasare: «Voi Dodici non volete andarvene come gli altri, vero?»[8], implicando che Gesù si aspetti che non se ne vadano via come gli altri.

Nell’interpretazione antica[9]si sottolinea che Gesù non impiega la forza per cacciare i discepoli rimasti, ma offre piuttosto una scelta (Atanasio); che non dice ai discepoli “andatevene”, ma domanda loro se volevano andarsene (Crisostomo); perché Gesù non è preoccupato del numero o della quantità dei suoi discepoli, ma della loro fede (Cirillo di Alessandria). Si può dire che quella di Gesù è una vera e propria sfida, o – come commenta Santi Grasso – un invito ai Dodici perché prendano coscienza della loro responsabilità[10].

È la fine di una fase – quella in Galilea – e l’inizio del cammino di Gesù e dei discepoli in Giudea, verso la quale il Quarto vangelo ripone più attenzione, rispetto ai Sinottici: nonostante Giovanni osservi che Gesù se ne andava per la Galilea (7,1), subito parte per la festa delle Capanne (7,2), a Gerusalemme. Oltre a un cambiamento nel numero dei discepoli (un drastico ridimensionamento), e alla crisi, vi è anche uno spostamento geografico molto significativo.

 

  1. La risposta di Pietro

La risposta di Pietro è ugualmente degna di nota. È simile alla confessione di Cesarea di Filippo che si trova nei vangeli sinottici (Mt 16,13-20; Mc 8,27-30; Lc 9,18-21), e se guardiamo all’ampliamento che ne fa Matteo, possiamo dire che anche nel caso della scena di Giovanni, Pietro può affermare di non volersene andare non perché “la carne o il sangue” gliel’abbiano suggerito, ma grazie al Padre (cf. Mt 16,17): la vocazione viene da chi dà la vita eterna, da Dio, non semplicemente da chi dona la vita biologica, evocata nella carne e nel sangue, cioè la dimensione umana.

Quali sono le ragioni per cui Pietro – a nome anche degli altri Undici (parla infatti al plurale) – afferma di voler restare? Certamente è da escludere che lui e gli altri stiano facendo un favore a Gesù: l’aveva già chiarito Giovanni Crisostomo, quando commentava che la domanda di Gesù ai Dodici del v. 67 implicava che se Gesù li avesse pregati di rimanere, questi avrebbero pensato che gli stessero facendo un piacere nel non andarsene[11]. La risposta implica tre motivazioni principali:

  1. l’aver appurato che nessuno è come Gesù
  2. le parole di Gesù, che danno la vita
  3. la motivazione della fede: i due verbi al perfetto, «abbiamo creduto» (pepisteúkamen) e «abbiamo conosciuto» (egnókamen), implicano un’azione iniziata nel passato ma che prosegue nel presente coi suoi effetti[12]. Il secondo di essi, “conoscere”, sul quale torneremo per la terza meditazione (sulla vocazione di Geremia) «indica non solo una percezione intellettuale, ma una penetrazione»[13].

Il risultato del cammino che ha portato i discepoli a conoscere Gesù e a credere in lui è che essi non hanno nessun’altro luogo dove andare, e se non seguissero lui non avrebbero altri punti di riferimento[14]. I giovani che avevano chiesto all’inizio del loro discepolato dove dimorasseGesù, ora non hanno nessun altro luogo dove rimanere. La crisi di Cafarnao diventa così il prototipo della “seconda chiamata”. Nel vangelo di Giovanni ve ne sarà anche una terza, almeno per Pietro, quella per la quale l’apostolo, che aveva rinnegato Gesù, sarà chiamato a un servizio speciale, unico, di guida degli altri discepoli. Ma la chiamata di Cafarnao è per tutti.

Il confronto con la “prima” vocazione dei discepoli all’inizio del Quarto vangelo è illuminante. Lì il dialogo prendeva l’avvio ancora una volta da una domanda del Maestro: «Che cosa cercate?» (1,38), e si evolveva nella controdomanda dei discepoli: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?» (1,38). A Cafarnao avviene qualcosa del genere: alla domanda di Gesù «Non volete andarvene anche voi?» (6,67), Pietro risponde con una controdomanda: «Da chi potremmo andare?» (6,68).

La struttura del dialogo è simile, ma molte cose sono cambiate. Ha ragione il Documento Preparatorioal Sinodo dei giovani quando afferma che l’esperienza vocazionale è «un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede»[15]. La fede che i discepoli avevano quando hanno incontrato per la prima volta Gesù, e che li fa rimanere con lui, non è la stessa che hanno ora.

 

  1. Non tutti accolgono una seconda chiamata

Dicevamo che il discernimento che ha luogo a Cafarnao è una seconda chiamata per tutti. Anche per Giuda, anche se l’esito della sua vocazione è ben noto. I Dodici rimangono, e tra loro c’è anche Giuda.

Come ho già notato in occasione degli Esercizi Spirituali a Papa Francesco e alla Curia Romana[16], Giuda inizialmente deve aver seguito con entusiasmo Gesù, che l’aveva chiamato, così come aveva chiamato gli altri Undici. Anche Giuda deve aver ascoltato le parole del Signore, e visti i segni da lui compiuti. Anche a Giuda è stata rivolta quella frase di Gesù in risposta alla domanda di Pietro, «che cosa dunque ne avremo», noi che abbiamo lasciato tutto? (Mt 19,27): «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, ecc. ecc…» (Mt 19,28-29). Non vi è alcun dubbio che Giuda abbia seguito Gesù, rispondendo alla sua chiamata, e per lasciare ogni cosa deve essersi fidato di lui. Scrive Romano Guardini: «Giuda dev’essere venuto con una reale disponibilità alla fede e alla sequela, altrimenti Gesù non l’avrebbe accolto. Almeno non abbiamo alcuna notizia di una resistenza o di un sospetto da parte del Signore – ancor meno di idee così abnormi, come se egli a priori e di proposito avesse accolto il traditore nel numero degli intimi. Non possiamo far altro se non supporre che Giuda era realmente disposto alla sequela del maestro»[17].

Com’è accaduto allora che poi Giuda arrivasse al punto di consegnare Gesù? Romano Guardini pensa a un processo in più fasi. Anzitutto, il punto di partenza è l’accentuazione di un difetto che Giuda – come tutti gli altri apostoli – doveva avere, ma che nel suo caso, scrive il filosofo, era «qualcosa di volgare»[18], ovvero l’attaccamento al denaro. Ad un certo punto, la disponibilità di Giuda a convertirsi dev’essersi paralizzata. «Quando ciò sia avvenuto, non lo sappiamo; forse a Cafarnao», scrive Guardini, ritenendo che anche Giuda sia entrato in crisi, si sia scandalizzato come i tanti che l’hanno abbandonato, e quindi «forse fu allora che la fede nel cuore di Giuda si spense». Guardini arriva poi ad una affermazione sferzante. Subito dopo la probabile crisi in Galilea, «il fatto che poi [Giuda] non se ne sia andato, ma sia rimasto, come uno dei “Dodici”, fu l’inizio del tradimento». Quasi comprendiamo dalle parole di Guardini che Giudaavrebbe fatto meglio ad andarsene, come i molti che lasciarono Gesù.

Ma se Gesù non ha forzato nessuno a rimanere, non ha nemmeno forzato qualcuno ad andarsene: è il mistero e la grandezza della libertà e della vocazione.

[1]R. Infante, Giovanni. Introduzione, traduzione e commento, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2015, 166.

[2]Cf. S. Grasso, Il Vangelo di Giovanni. Commento esegetico e teologico, Città Nuova, Roma 2008, 268.

[3]R. Infante, Giovanni, cit., 180-181.

[4]Cf. A.J. Koestenberger, John, Baker Academic, Grand Rapids, MI 2004, 218.

[5]L. Morris, The Gospel according to John, Eerdmans, Grand Rapids, MI 1995, 342.

[6]Cf. A. Horstmann, «aperchomai», in H. Balz – G. Schneider, Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento, I, Paideia, Brescia 1995, 320.

[7]L. Morris, The Gospel according to John, cit., 344; R.E. Brown, Giovanni, Cittadella, Assisi (PG) 1999, 284. La domanda in forma negativa è costruita con la stessa struttura che si trova ancora un’altra sola volta nel vangelo, in Gv 21,5, dove Gesù chiede «Figlioli, non avete nulla da mangiare?», e infatti i discepoli rispondono «No» (perché non hanno pescato nulla).

[8]Cf. G.R. Beasley-Murray, John, Word Books, Dallas, TX 2002, 97.

[9]Cf. J.C. Elowsky, John 1-10. Ancient Christian Commentary on Scripture NT, 4a, InterVarsity Press, Downers Grove, IL 2006, 247.

[10]S. Grasso, Il Vangelo di Giovanni, cit., 308.

[11]Omelie su Giovanni xlvii, 3; cf. J.C. Elowsky, John 1-10, cit., 247.

[12]Cf. G.R. Beasley-Murray, John, cit., 97.

[13]S. Grasso, Il Vangelo di Giovanni, cit., 310.

[14]Cf. S. Grasso, Il Vangelo di Giovanni, cit., 309.

[15]Sinodo dei Vescovi – XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, 9.

[16]Cf. G. Michelini, Stare con Gesù, stare con Pietro. Gli esercizi spirituali predicati a papa Francesco, Porziuncola, Santa Maria degli Angeli (PG) 2017, 85-102.

[17]R. Guardini, Il Signore. Riflessioni sulla persona e sulla vita di Gesù Cristo, Vita e Pensiero – Morcelliana, Milano – Brescia 2005, 462.

[18]R. Guardini, Il Signore, cit., 459-466.