N.04
Luglio/Agosto 2020

Lasciare andare, voce del verbo fecondare

 

Visibile, invisibile

 

Gli ossimori a volte riescono più potentemente a condurci al cospetto di noi stessi e di Dio, forse proprio perché lo scandalo della contraddizione é la forma – logica, poetica, vitale – che il nostro Signore ha scelto per ribaltare le zolle del nostro campo interiore.

E allora partiamo da questo paradosso: lasciare é la forma del morire, del morire a se stessi e, contemporaneamente, lasciare è la forma più potente del vivere.

Vivere come?

Vivere non più coincidenti solo con l’uno coriaceo che da soli restiamo. Ma vivere come vivere-per: vivere come moltiplicazione.

Questione di fecondazione, dunque.

La rinuncia come perdita eppure incredibile incremento, la perdita come guadagno: a noi che siamo abituati a parlare delle cose di Dio, questo lessico é familiare.

Eppure talvolta le parole con cui diciamo di Lui scorrono parallele alla nostra vicenda interiore, stanno appiccicate ma non si impastano con la nostra carne: e allora la rinuncia ci brucia come se ci stessero staccando pezzi di pelle e quel “rinnega te stesso” non scalfisce il nostro narcisismo.

Perché spesso non è una “cosa” che dobbiamo lasciare, non è roba visibile quello a cui non sappiamo rinunciare: spesso il non saper lasciare riguarda le nostre immagini interiori, i mondi interni che ci siamo costruiti e che, senza che ce ne rendessimo conto, sono diventati nostri idoli, più pericolosi e suadenti di qualsiasi cosa materiale, più carcerieri di qualsiasi bene tangibile rispetto al quale, invece, siamo eroicamente capaci di poter fare a meno.

L’immagine di noi stessi, per esempio.

O l’immagine di qualcuno, oppure del mondo intero, oppure di Dio stesso, quella che abbiamo fotografato una volta e poi mai più si è reinquadrata: il primo scatto è rimasto fisso, la prima inquadratura è stata profezia di futuro.

Lasciare ha molto a che fare con questioni di rottura, spaccatura, frantumazione, richiestaci non come “prova” e neppure come “pegno” d’amore: nostro Signore non è amante sadico.

Lasciare come accogliere, lasciare come sì alla nostra scomposizione: andare in mille pezzi ma non per restare frantumati, andare in pezzi per accedere a una trasfigurata ricomposizione, una immagine nuova in cui la rottura della vecchia forma è movimento necessario per accedere a una che ha il miracolo che solo la spaccatura consente: fecondare, farsi fecondare.

 

Possiamo allora (ri-)provare a esplorare proprio la perdita come strappo che libera.

Lasciar andare per non farci possedere, soprattutto da noi stessi: e cosi sperimentare la fecondità che è propria di ogni singolare vocazione.

Fecondare si svela allora come atto di co-creazione che non coincide solo col dare ma anche, contemporaneamente, col lasciare, lasciarsi, lasciarsi vincere da ciò che, grazie a Dio, ci supera.

Ci supera non perché ci mortifica ma perché ci mescola, ci impasta, ci fa parte e non tutto, ci fa campo da arare e non inespugnabile fortezza.

La fecondità ha a che fare proprio col lasciare e richiede la stessa postura di Abramo: l’uscita da sè, da sè-solo.

 

 

Lasciare, lasciarsi 

 

Lasciare è rinunciare al possesso della mappa, al dominio della freccia dritta che tiene il controllo anche quando pensa di sapersi abbandonare.

Lasciare è staccarsi: sì, questo ce lo hanno già insegnato.

Ma forse il punto è che non è proprio sacro e non è propriamente umano ritenere che la castità – la libertà a cui tutti siamo chiamati – sia quella di chi da tutto si stacca.

Forse corrisponde ai modi di chi, fedele alla realtà, a ciò che è vivente, resta presente. Questa castità che sembra al contrario, questa rinuncia intesa come competenza presenza/pienezza, questo lasciare che coincide con l’accogliere, non è nella vittima né nel carnefice, ma è di chi abbandona i rapporti di potere: è di chi non presume d’essere solo, d’essere il solo, di chi rinuncia all’arroganza – a volte vestita del suo contrario – del sentire propria la solitudine dei numeri primi: a volte ci mettiamo arroganza pure nella privazione, se questa ci occorre per sentirci migliori.

La sterilità è solipsismo, coincide col bastarsi, con l’essere solo uno, solo-sè: per questo né povertà né castità coincidono con l’autocentratura.

Lasciare, lasciarsi è la fertilità di chi si stacca, sì: ma da tutto ciò che è fisso, unico, solo.

È viva questa rinuncia e, in quanto vivente, si attacca, sì, ma si attacca alla “bellezza delle cose che sono in mutamento” (Dewey,1934, p. 281): si attacca a un sogno ma anche alla sua evoluzione, a un obiettivo ma anche alla sua variazione, a una idea e alla sua mutazione, a una immagine e alla sua dissolvenza: si è liberi quando non si è fissati. E così non si è schiavi, e così non si fanno schiavi.

Lasciare andare la fissazione: che non vuol dire non poter essere fedeli. Vuol dire sperimentare una fedeltà che ogni giorno è morendo che si rende credibile, è morendo che non ristagna ma accede al perpetuarsi del miracolo della uscita dal recinto della protezione del conosciuto, posseduto, conquistato una volta per tutte.

Questo movimento di scomposizione/ricomposizione è accoglienza del vuoto come fertile, precondizione per l’apertura totale, per la coniugalità con Dio e con la Vita nella forma del farsi prendere che coincide con la musica di una danza il cui ritmo non conosciamo prima e che non sappiamo dove ci porterà.

 

 

Fecondare è farsi fecondare

 

Se qualcuno sta ipotizzando che questa visione sia affine a quella buddista, sta pensando bene. E però è onesto anche riconoscere che essa è, invero, il cuore rivoluzionario del cristianesimo: il punto di congiunzione tra la sapienza orientale del “lasciare che sia” e il cristianesimo creativo e creante sta nella “follia” dell’obbedienza di Maria: controintuitiva mossa che, nella logica e nella carne, è nella rinuncia che sperimenta libertà.

Non rinuncia a pensare, ma rinuncia al potere o, meglio, all’illusione di potere che ci viene dal voler definire/controllare. Rinuncia al potere di presumere, sapereprima, saperegià, saperetutto: così Maria accede a un sapere che non è possesso ma penetrazione nel mistero del mondo. La sua rinuncia è perdita e al contempo acquisizione, è non-azione eppure azione: Maria, paradossalmente, non solo è fecondata ma, nell’attimo dell’apertura, è lei stessa fecondante: co-creativa, co-creatrice.

Il mistero del cristianesimo è straordinaria rottura della logica binaria, non c’è primato del Dio sull’uomo, del Creatore sul creato nell’attimo in cui avviene quel controintuitivo, illogico, concepimento: l’et… et della danza del singolare con l’universale, del tempo con l’eternità, prende forma, carne, realtà.

Maria dis-apprende la logica binaria e accede a ulteriore possibilità: creazione, continua creazione.

Lasciare, voce del verbo fecondare.

Pensando a lei, al suo Sì che corrisponde al perdere-la-vecchia-forma – scomporsi- e al lasciar morire la forma/immagine di sé – appare forte il nesso con l’immagine e la sostanza con cui Jullien identifica il processo di de-coincidenza:

“chiamerò de-coincidenza il processo di apertura che lascia emergere – disfacendo dall’interno ogni ordine che, instaurandosi, si fissa – risorse precedentemente inimmaginabili.” (2019, p. 10).

 

Maria, donna che lascia, che si lascia: e, così facendo, mentre è presa, prende.

Maria, donna in esplorazione, non in protezione: lascia accogliendo, accoglie lasciando.

Lasciando cosa? Quello che sa: non ha idea, tra le conosciute fino ad allora, che possa spiegare, non sa quello che accade né quello che le accadrà: eppure si apre. Persino all’Assurdo. Mai come nella immagine della sua vicenda biografica, l’apertura a ciò che non si è pre-visto svela la sua logicamente inconcepibile fertilità.

 

 

L’enigma della bellezza

 

Da Italo Calvino ci è arrivata una forma estetica, non anestetica dell’essere umani e, soprattutto, dell’essere vivi, viventi. Cosmicomica forma: caduca, cadente, rimbalzante, mossa, movente. E la misericordia, forma epistemica e carnale della decoincidenza, per cui vale la pena non impazzire e non farsi mangiare né dal totalitarismo della ragione né dal totalitarismo dell’emozione. E così poter stare, come l’acrobata sul filo, trasformando quella imperitura oscillazione – che Rovatti (2000) chiama la nostra zona sismica interiore – da motivo di nausea ad amore di vento: che lo scompiglio – la creatività sistemica – è il suo modus proprio, il modus che Dio si è scelto, e ci consegna.

È lì che abbiamo la possibilità di trasformare quella oscillazione da maldestra a ritmica, è lì che la speranza può assumere la forma non del tenere ma del lasciare: essere presi, senza essere posseduti.

Una forma interiore di costante contemplazione/celebrazione: che non coincide con la richiesta né con l’attesa di un premio, ma con l’aderenza all’Assurdo e, persino, con la gratitudine per l’aver perso tutto e, così, tutto ricevuto.

La gratitudine, ma non quella post facto: quella a-prescindere, quella che non riguarda questioni di conti e registri d’entrate e uscite ma, come nelle pagine di Rella (2007), “l’enigma della bellezza”: stare lì, dentro l’Assurdo, senza cercarne la decodifica.  E con misericordia, e con tenerezza, lasciare, lasciarsi. Come in un valzer: che forse oltre che a salmodiare, dovremmo imparare a ballare.

(anche perché…in fondo, sono la stessa cosa, no?)

 

 

Esercizio del trasloco

Il tempo qui non è stato
che un pezzo di cartone,
un sobbalzo. La porta
si chiude per l’ultima volta.
Il fascio di forze domestiche
il genio del luogo
saluto ora con ringraziamento.

A tutto ciò che tace perfettamente
e che sempre qui dentro ha taciuto
a ciò che non appare
in questa casa vuota
e resta come il larga attesa.
A questo punto del mondo, alto sulla città vecchia
a questa cuccia di luce e conforto
in cui abbiamo amato meglio che potevamo
e dormito bene nella sua pace
e fatto tutte le cose umane
delle vite, al mio cuore
senza tristezza che tutto saluta
contento, come esercizio
di distaccamento, come grande
scuola del trasloco e del suo lasciare la presa.

Vi lascio, cose.
Il vostro mancarmi sia la melodia
che ora mi guida:
La schiena liberata dal peso
stia dritta in attesa
della più alta impresa.
Il bastarmi del poco e del niente che serve.
E il resto sia vuoto. Sia intesa
con tutto ciò che non pesa.

Mariangela Gualtieri

 

 

Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche Piccole Gigantesche Cose – Sui Generis Esercizi Spirituali sul Lasciar Andare degli stessi autori.

 

 

Bibliografia

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Bobin, C. (2019). Abitare poeticamente il mondo. Otranto: Anima Mundi.

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