Il martirio della carità

Siamo portati a credere che il martirio abbia a che fare solo con la possibilità di una morte cruenta. Christian De Chergè, rapito in Algeria e ucciso dagli islamisti, racconta invece la possibilità di un martirio quotidiano a cui ogni cristiano è chiamato.
Riportiamo qui una parte di una sua omelia in occasione del Giovedì Santo, 31 marzo 1994.

 

Dare la propria vita per amore di Dio, in anticipo, senza condizioni, è quello che noi abbiamo fatto… o, almeno, quello che noi abbiamo creduto di fare. Allora [all’inizio della vocazione] noi non abbiamo chiesto né perché né come. Noi ci affidavamo a Dio per l’uso di questo dono, per la sua destinazione giorno dopo giorno, fino all’ultimo.

Ahimè! Abbiamo tutti vissuto abbastanza per sapere che ci è impossibile fare tutto per amore, dunque di pretendere che la nostra vita sia una testimonianza d’amore, un “martirio” dell’amore. «La genialità è amare, scrive Jean d’Ormesson, e il cristianesimo è geniale». Esatto, ma io non lo seguo!

Per esperienza sappiamo che spesso i piccoli gesti sono costano molto, soprattutto quando bisogna ripeterli ogni giorno. Lavare i piedi dei propri fratelli il Giovedì santo passi, ma se bisognasse farlo quotidianamente? E a qualsiasi persona? Quando p. Bernardo ci dice che l’Ordine ha più bisogno di monaci che di “martiri”, lui non parla evidentemente del martirio che il monaco compie attraverso tante piccole cose. Noi abbiamo donato il nostro cuore a Dio “all’ingrosso” e ciò che ci costa di più è che Lui ce lo prenda al dettaglio. Prendere un grembiule come Gesù può essere tanto grave e solenne quanto il dono della vita… e, viceversa, donare la propria vita può essere tanto semplice quanto prendere un grembiule.

 

(Christian De Chergè, L’invincibile speranza, Glossa 2018, pp. 177-178)