N.06
Novembre/Dicembre 2020

La Chiesa è Chiesa se è Chiesa di martiri

Il martirio agli occhi dei giovani

Il 24 marzo 1980 mons. Óscar Arnulfo Romero fu assassinato a San Salvador nella cappella di un ospedale. Un cecchino degli squadroni della morte lo colpì mentre stava celebrando la messa.
La causa: l’impegno nel denunciare le violenze della dittatura militare del Paese contro il suo popolo. Durante le esequie l’esercito aprì il fuoco sui fedeli, fu un massacro.
Nonostante le pressioni del governo, gli impoveriti, gli schiacciati, i sottomessi, le madri private dei propri figli, i figli strappati alle proprie famiglie, donne e uomini salvadoregni, cominciarono a recarsi sulla sua tomba a rendergli omaggio.
La devozione si estese rapidamente negli altri Paesi. Un anno dopo la sua morte il popolo lo aveva già proclamato santo de América. Il 14 ottobre 2018 papa Francesco ha dichiarato solennemente la sua santità.
Già dal 1981 diversi gruppi missionari in Italia cominciarono a commemorare la morte dell’arcivescovo di San Salvador che si era schierato dalla parte dei poveri fino a dare la vita per la causa del Vangelo, per la Parola che rende liberi. Nel 1993 il Movimento Giovanile Missionario, oggi Missio Giovani, propose alla Chiesa Italiana di trasformare questa celebrazione spontanea in un appuntamento annuale. Una Giornata, il 24 marzo, nella quale fare memoria di tutti i martiri uccisi perché portatori della Buona Notizia di Gesù di Nazareth.

 

 

Oggigiorno sembra strano parlare di martirio, ancora di più quando si guarda con sgomento a coloro che perdono la vita perché cristiani. Certamente, nella stragrande maggioranza del mondo, il martirio in odium fidei non è all’ordine del giorno. Il cristianesimo vive una dimensione di pace e dialogo con altre religioni e culture e il numero dei fratelli che abbracciano gli insegnamenti di Gesù Cristo e intraprendono la Sua strada, è in crescita.

 

 

Nonostante ciò, i casi di martirio e persecuzione, registrati ogni anno da fides.org, sono in netto aumento. In particolare, i dati raccolti riguardano i missionari: sorelle e fratelli che percorrono le vie del mondo testimoniando con la propria vita il Lieto Annuncio.

Secondo i dati raccolti da Fides, nel corso dello scorso anno sono stati uccisi nel mondo 29 missionari:

 

Per diversi anni il numero più elevato di missionari uccisi era stato registrato in America; dal 2018 però è l’Africa ad essere al primo posto di questa tragica classifica.

In Africa, solo nel 2019, sono stati uccisi 12 sacerdoti, 1 religioso, 1 religiosa, 1 laica (15).
L’Agenzia segnala che si registra una sorta di “globalizzazione della violenza”: in passato i missionari uccisi erano per buona parte concentrati in una nazione, o in una zona geografica; nel 2019 il fenomeno appare più generalizzato e diffuso.

 

 

Prima di analizzarne le cause è bene precisare che l’interesse dei giovani per il tema del martirio non è casuale. Certamente una testimonianza di vita così drammatica da un verso, ma altrettanto autentica ed incisiva dall’altro, non può che essere accolta con grande interesse. In qualche modo i perseguitati della nostra Chiesa mostrano un volto di familiarità con la coerenza evangelica offrendo, non solo ai giovani ma ad intere comunità, un’autentica testimonianza.
Alla luce di questo per la Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri 2020, celebratasi il 24 marzo, abbiamo scelto lo slogan “Innamorati e vivi”. Un messaggio che custodisce in sé due significati. Il primo, nell’accezione qualificativa, descrive appieno coloro che, ardenti di amore per Dio Padre e le Sue creature, hanno investito la totalità del loro tempo per prendersene cura. Dei veri e propri giardinieri del Regno. Tanto appassionati al mondo quanto a chi lo abita. Il secondo è un vero e proprio imperativo, l’eredità che i martiri hanno ricevuto da nostro Signore trasmettendola a noi, oggi.

Ed è proprio la passione che muove i cuori dei più giovani ad avvicinarsi e approfondire la conoscenza di questi grandi maestri di fede: i perseguitati. Nel ricordo della loro vita donata troviamo le fondamenta del nostro credere.

Per certi versi la Giornata che ogni anno celebriamo, o più in generale ogni occasione in cui si fa memoria dei martiri, per le sue caratteristiche ricorda la celebrazione in Passione Domini. Un momento di silenzio, di abbandono totale di sé.
Ciò che non appartiene a questo giorno però è la disperazione; lo stato di abbattimento, di sconforto, provocato dall’incapacità di reagire di fronte alle avversità non appartiene a chi possiede la consapevolezza che il Venerdì Santo è unicamente la “fase di transizione” che conduce alla Risurrezione. La Chiesa infatti commemora la crocifissione di Gesù nel tempo che trova compimento la notte di Pasqua. Allo stesso modo, quando conosciamo la vita dei martiri, scopriamo che il loro operato su questa Terra è stato univocamente rivolto a mettersi in comunione con le sorelle e i fratelli, a camminare al fianco di chi soffre gli abusi, a denunciare con voce potente le ingiustizie del mondo. Questo atteggiamento, se autentico, conduce inevitabilmente a perdere la propria vita per ritrovarla nella pienezza dell’amore di Dio.

Quando apprendiamo della morte di una sorella o un fratello uccisi ci chiediamo come abbiano attirato l’odio di qualcuno.  Guardando loro viene spontaneo domandarsi: perché ci sono i martiri? Quale vita hanno scelto di testimoniare per essere arrivati fino al punto di perdere la propria?

In genere la scelta dei poveri attira sul martire l’odio e la violenza. Alcuni cristiani non si fermano all’essenziale azione liturgica e celebrativa ma incarnano la vicinanza agli ultimi e agli emarginati al punto tale che, in coscienza, arrivano a donare la propria.
Questi fratelli si posizionano dalla parte dei poveri e si differenziano da qualsiasi altro martire sulla Terra perché, morendo, sono capaci di perdonare il proprio aggressore.
L’odio non genera sempre la morte e la violenza: il sangue dei martiri è terra fertile per la nostra fede.

 

In questi anni di animazione e celebrazione della Giornata dei martiri il nostro sguardo si è posato al di là delle persecuzioni strettamente legate all’odio alla fede, consci del fatto che il vivere cristiano entra spesso in contatto e si scontra con le discriminazioni e lo sfruttamento.
Chi porta il Vangelo porta speranza. Papa Francesco invita costantemente noi cristiani a farci garanti della dignità umana. Riconoscere Gesù come Figlio di Dio significa vivere il suo insegnamento di Carità e come Lui vivere incontri che danno respiro a quell’umanità oppressa. Il compito degli operatori pastorali è vivere tale dimensione e consegnarla agli altri.

L’analisi delle figure dei martiri, prevalentemente operatori pastorali uccisi durante il loro servizio, ha attirato la nostra attenzione su tutte le donne e gli uomini che perdono la vita per l’ingiustizia.

Ispirati dall’Enciclica Laudato Sì, abbiamo individuato quelli che chiamiamo “i martiri di oggi”, categorie drammaticamente colme di morte e sofferenza di cui ogni anno facciamo memoria.

– “I CONDANNATI A MORTE”. Ad infliggere questa condanna non sono solo la guerra e la pena di morte. L’indifferenza, lo sfruttamento e le abitudini proprie del nostro tempo equivalgono per molti ad una vera e propria sentenza. La lenta distruzione del Creato con le sue più imminenti conseguenze (desertificazione, inquinamento, allagamenti) rappresentano la maggiore causa di decessi dell’ultimo secolo.

– “GLI OPPRESSI DALLO SFRUTTAMENTO”. Se si potesse fare un quadro sulle condizioni reali di questa umanità apparirebbe uno scenario predominato dallo sfruttamento. Sfruttati sono gli uomini, sfruttata è la Terra. Anziché andare verso il bene comune, l’uomo carica una croce sulle spalle del fratello; una croce non sua che questi porta, spesso costretto dalla precarietà della propria vita.

– “GLI AMMALATI”. Il nostro pianeta si sta ammalando e noi con lui. Milioni di persone oggi soffrono di malattie causate dall’inquinamento e dalla cattiva nutrizione. In molti paesi, specialmente in quelli più poveri, le falde acquifere sono state contaminate compromettendo per sempre la qualità della vita.

– “I GIOVANI SENZA UN FUTURO”. Non avere il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro significa non avere un futuro. Questa condizione è maggiormente visibile nei Paesi più poveri del mondo da cui i giovani sono spesso costretti a fuggire.

– “GLI IMPOVERITI”. Il consumo sfrenato di risorse da parte dell’Occidente che i paesi in via di sviluppo subiscono, li condanna ad un irreversibile stato di impoverimento. Le popolazioni che abitano queste terre si ritrovano private di tutto. Ciò che rappresentava per loro una fonte di vita, gli è stato tolto insieme alla possibilità di un’esistenza dignitosa. Rialzare chi vive nella povertà significa aprire gli occhi sulle ingiustizie che questi è costretto a subire per garantire a noi ciò che definiamo normalità.

– “LE DONNE VITTIME DI TRATTA E SFRUTTAMENTO”. William Shakespeare scriveva: “Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le sue ali che avete tarpato, per tutto questo: in piedi, signori, davanti ad una Donna!”. Loro, le donne, sono ancora oggi vittime di violenza e succubi di una cultura che le considera solo per la loro immagine.

– “LE VITTIME DI GUERRA”. Ogni giorno apprendiamo notizie che riportano quanto odio, intolleranza e fame di potere ci sia tra gli uomini. I rapporti sempre più tesi e la mancanza di relazione in questa umanità impoverita di valori non possono che portare ai numerosi conflitti attualmente in corso. Di fronte a questo che ruolo ha il cristiano? Certamente non quello di accodarsi impassibile. Cominciare risollevando coloro che subiscono le ingiustizie della guerra è il primo passo verso un mondo più giusto, nel quale il conto della nostra dissolutezza non gravi su chi non ha colpa.

– “CHI È COSTRETTO AD ABBANDONARE LA PROPRIA TERRA”. Una tra le peggiori conseguenze dell’inquinamento e dello sfruttamento della Terra è l’aumentare di catastrofi naturali in alcune regioni del pianeta. Ciò che ne consegue è l’abbandono di quelle terre da parte dei loro abitanti. Esseri umani lasciati senza un luogo da chiamare casa. Esseri umani spogliati di tutto al punto tale da perdere la propria identità. L’aumentare di questi fenomeni è repentino e incessante e ci da un segnale forte e chiaro su quello che sarà il futuro di questa umanità.

– “CHI SOFFRE”.  Un quarto della popolazione mondiale vive nell’abbondanza e nello spreco. La restante parte, tre quarti del pianeta, sente forte sulle proprie spalle il peso di questo “lusso”. Tutto ciò che Dio Padre ha creato per Amore e con Amore ed ha consegnato nelle nostre mani è diventato l’oggetto per servire la ricchezza di pochi e l’impoverimento di molti. Ciò che è creato nell’Amore deve restare nell’Amore r non può generare sofferenza. Non possono dunque esistere vendetta, odio e rancore nella creazione di Dio Padre.

 

Dunque chi è il martire? Siamo pronti a rispondere “Colui che accetta il sacrificio della propria vita in nome della fede”, ma a quale fede ci riferiamo? Il nostro credo, in quanto seguaci di Cristo, è un credo dinamico, in movimento, che non si ferma al culto ma si concretizza nella vita di ciascuno. “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? In verità io vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me.” Questa è la nostra fede. Martire è colui che vive questo credo fino alla morte.