N.01
Gennaio/Febbraio 2021

Radici

Custodire la linfa, alimentare e rinnovare

Si parla molto, oggi, dell’urgenza di una rivoluzione culturale che dia movimento e vita a un cambiamento del costume e del vivere comune: la nostra società è molto ripiegata su se stessa e diventa sempre più incapace di comunicare e di accogliere, ma non meno bisognosa di farlo. Anche la recente esperienza dell’epidemia ha mostrato come, senza una comunicazione diretta, “fisica”, l’uomo si sente soffocato e la solitudine, che potrebbe essere lo spazio in cui si può respirare la vita, provoca angoscia e depressione. Come dice papa Francesco nella Laudato si’: «Non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. […] Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori» (205). Non è uno sguardo disperato sul futuro dell’umanità, ma ci provoca a chiederci da dove può partire questa vera rivoluzione, chi può offrirne lo spunto, il percorso e la forza per rifare il cammino in senso contrario, dopo che per troppo tempo ci si è illusi di trovare il bene e la felicità in cose che sempre più ci deludono, anzi, come denuncia la Laudato si’, che rischiano di farci morire? Non è un tornare indietro, cosa impossibile, ma un ritorno alle radici, da cui sale la linfa che ridà vita ad un albero malato o spogliato da un freddo inverno. La Regola di San Benedetto, un testo alla base di tutta la cultura e la spiritualità occidentale, afferma che siamo chiamati a tornare: «Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro […] così con la fatica dell’obbedienza ritornerai a Dio, dal quale ti sei allontanato con la pigrizia della disobbedienza» (Prologo); la rinascita viene da un cammino che riporta al centro del cuore e dei desideri di bene che abitano tutti gli uomini. Un cammino non facile né semplice, ma in cui si trova la bellezza della vita. 

Le radici non bastano in se stesse, esse danno vita ad alberi che hanno nel loro pieno rigoglio molti aspetti differenti: rami, foglie e frutti, ma che non possono vivere ed essere se stessi se non legati alle radici in cui trovano la loro unità e la forza per diversificarsi. Mi sembra che questa coscienza sia da ritrovare urgentemente non solo nella Chiesa, ma in questa nostra società che tende a sgretolarsi per dissolversi nell’individualismo. È urgente recuperare la coscienza dell’unità fondamentale di tutta l’umanità. 

Se il Papa dice: “Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti” (LS 202) non è per levare un lamento da “Laudator temporis acti”, ma per indicare da Maestro, come dice la Regola di Benedetto, la direzione del cammino di una rinascita, di una primavera che fa ritornare la vita in una natura che sembra morta. L’albero deve fiorire e portare frutti, quindi deve trovare forza attingendo, ancora nascosto nel silenzio delle radici, la linfa vitale. 

È ciò che è successo innumerevoli volte nella storia della Chiesa, sia orientale che, in particolare modo, occidentale; nei momenti di smarrimento, di perdita di vista dell’essenziale e del cammino, in cui il volto della Chiesa non era più quello della sposa bella, il monachesimo ha saputo mettere luce su ciò che è costitutivo della Chiesa e del popolo cristiano, sugli assi portanti di tutta la costruzione, senza i quali questa perde la sua stabilità e il suo equilibrio: la presenza a Dio, la preghiera solitaria e comune, la vita fraterna, il continuo ritorno alla Scrittura, per essere uomini che irraggiano il vangelo, e l’impegno nel lavoro al servizio dei fratelli e di tutta l’umanità. Da questa radice può nascere, e nei secoli è nata, una immensa quantità di fronde, fiori e frutti, che non possono dimenticare la loro origine comune e che formano la Chiesa nella sua unità e nelle particolarità delle sue chiese locali. 

Ogni organismo umano ha bisogno di rinnovarsi, di ritrovare la sua primavera e nella Chiesa si parla di fedeltà allo spirito dei Padri, di fedeltà alla tradizione e insieme di capacità di vivere nella storia. Il vero compito della vita monastica nella Chiesa è questo: tutto ciò che può averne fatto la grandezza, dallo splendore delle architetture e delle liturgie ai grandi studi, sono stati un servizio puntuale al momento storico, ma non la vera missione monastica. Questi aspetti possono passare e nessuno deve vivere di rimpianti. Ma se la vita silenziosa di preghiera, la preghiera comunitaria, celebrata fedelmente come presenza dell’uomo e di tutta la Chiesa al suo Signore, nella lode e nell’intercessione, se la continua lettura della Scrittura, amata e presa come vero cibo, e un lavoro, che può anche essere molto umile, ma che è la parte che ogni persona umana ha ricevuto dal Creatore, se un autentico amore fraterno, vissuto nella quotidianità e non con gesti straordinari, possibili a pochi, se tutto questo non vive concretamente nel cuore della Chiesa non può esserci unità, vita, sviluppo e tanto meno riforma. 

Tutto questo la vita monastica ha la missione di dirlo e di viverlo nel cuore della Chiesa, nell’oscurità delle radici, con una coscienza profonda di essere strutturalmente uniti a tutta l’azione missionaria, docente e caritativa, non come modelli o maestri, ma come luogo in cui la linfa vitale è conservata e si rinnova, per poi alimentare e dare vita e forza a tutti i vari sviluppi che la pianta produce per la sua stessa natura. Se non c’è il luogo comune, la custodia della sorgente essenziale, tutto è solo destinato al disgregamento e la bellezza delle foglie d’autunno che si staccano e volano con i loro colori è solo illusoria e il destino è la morte.  

Quanto sinora esposto come essenziale non è qualcosa di proprio ai “religiosi”, ma è la vita di tutti i battezzati che vogliono essere fedeli al Vangelo. I monaci lottano per conservare e purificare la linfa vitale del Battesimo. 

Negli Atti degli Apostoli, c’è una brevissima nota che sembra interrompere il racconto delle meraviglie dello Spirito sceso sulla Chiesa nella Pentecoste: all’inizio della storia della vita della Chiesa vi è una descrizione, forse utopica, dei primi credenti: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (4,32). Lo Spirito santo ha dato questo brevissimo testo, nascosto nella pasta di un grande racconto, come un pizzico di lievito nella pasta della storia, ed è un pietra fondamentale per la costruzione di quell’edificio della Chiesa che si sarebbe sviluppato nei secoli. Questa è la base comune per tutti i cristiani. Nella presenza dello Spirito santo, operante ovunque, in ogni tempo e in tutti, i cuori diventavano e sono chiamati ancora a diventare una sola cosa, e il possedere, l’avere, causa di tutte le divisioni, guerre e violenze, viene trasformato in carità e solidarietà. È un solo movimento e la vita religiosa, in particolare quella monastica, prima a sorgere sulla scia di questo testo degli Atti, continua ad essere testimone di questo miracolo dello Spirito: l’unità dei cuori e delle vite. È il suo ruolo ed essa per prima deve continuamente convertirsi e ritornare al cammino indicato dal Padre e Maestro.