Un nuovo senso delle cose

“Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva.”

Etty Hillesum riflette sull’eredità che gli uomini lasceranno dopo il dramma e il dolore della guerra. Il pensiero che emerge è quanto mai attuale. Quale chiamata in questo tempo? Cosa vorremo salvare?

 

Fu uno strano giorno quando arrivarono degli ebrei cattolici – o se si preferisce dei cattolici ebrei -, suore e preti con la stella gialla sui loro abiti religiosi. […] C’era un monaco ancora abbastanza giovane che per quindici anni non era uscito dal proprio convento e ora si ritrovava per la prima volta nel «mondo». Mi ero fermata un poco accanto a lui e avevo seguito il suo sguardo, che vagava tranquillo per la grande baracca dove si accoglievano i nuovi arrivati. […]

Io fisso il monaco che dopo quindici anni si ritrova nel «mondo» e gli chiedo: «E allora, che cosa ne dice del mondo?».

Ma il suo sguardo rimane tranquillo e amichevole sopra la tonaca marrone, come se ciò che lo circonda gli fosse noto e familiare già da molto tempo.

Più tardi qualcuno mi raccontò che quello stesso giorno aveva visto alcuni monaci camminare in fila tra due baracche scure nel crepuscolo, mentre dicevano il rosario con la stessa calma con cui avrebbero recitato le preghiere nei corridoi del loro convento.

E non è forse vero che si può pregare dappertutto, in una baracca di legno come in un convento di pietra – come pure in ogni luogo di questa terra, su cui Dio pensa bene di scaraventare i suoi simili in tempi agi­tati?

Coloro a cui è toccato lo snervante privilegio di po­ter rimanere a Westerbork «fino a nuovo ordine», corrono un grave rischio morale: quello di diventare apatici e insensibili.

Il dolore umano che abbiamo visto laggiù nel corso di quest’ultimo mezzo anno, e che vi si può ancora vedere ogni giorno, è più di quanto un individuo sia in grado di assorbire in un periodo cosi limitato. Del resto, lo sentiamo dire ogni giorno e in tutti i toni: «Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, voglia­mo dimenticare il più possibile». E questo mi sem­bra molto pericoloso.

Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragio­ne non avrebbe creduto possibili. Ma forse possedia­mo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire que­sta realtà sconcertante.

Io credo che per ogni evento l’uomo possieda un organo che gli consente di superarlo.

Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uo­mo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al lo­ro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale.

Certo che non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito dei dopoguerra nient’altro che i nostri cor­pi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra mise­ria e disperazione -, allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove co­noscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in cir­costanze che diventano quasi altrettanto difficili. E for­se allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sban­data potrà di nuovo fare un cauto passo avanti.

 

(Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, Gli Adelphi 1990, pp. 42-45)