N.02
Marzo/Aprile 2023

Di che cosa vive l’uomo?

Con ogni probabilità san Domenico, durante la sua vita, non si è reso conto che per mezzo di lui lo Spirito Santo stava donando un nuovo carisma alla Chiesa, così come Mosè non sapeva di essere mediatore di un dono rivolto a tutti i popoli e a tutti i tempi. Un carisma è grazia e verità: sì, la vita di san Domenico si svolse certamente nella grazia (altrimenti non lo considereremmo santo) e anche nella verità (fu un predicatore esemplare). Ma quello che Dio ha donato alla Chiesa per mezzo di san Domenico va molto oltre la sua santità personale o la sua competenza come credente, teologo, ministro della Chiesa.

Ciò che san Domenico direttamente ha dato alle persone che lo circondavano è stato invece una semplice legge, come Mosè (cf. Gv 1,17). È stato lo Spirito Santo a fare il resto: lui che aveva ispirato san Domenico a fare questo, lo ha portato a compimento nella grazia e nella verità. Così quella legislazione, che abbraccia una comunità che cammina nel tempo, è diventata lo svelamento di una via di Dio. Oggi non possiamo più pensare di contemplare integralmente il volto di Gesù senza il suo tratto domenicano.

In che cosa potremmo dire che Gesù “è domenicano”? Innanzitutto, nel suo essere il Verbo, la Parola e, quindi, la Verità (cf. Gv 17,17). Poi nel suo essere venuto nel mondo come luce per donare se stesso come verità: il suo “mestiere” è stato quello del predicatore. Così riassume san Tommaso d’Aquino l’intera vita di Gesù:

“A noi dato, per noi nato
da intatta Vergine,
intrattenutosi nel mondo,
spargendo il seme del verbo,
concluse con mirabile ordine
le tappe del suo soggiorno”.

Incarnazione vuol dire abitare nel mondo, con gli uomini: e che cosa fa Dio con gli uomini? Parla. Quante volte Gesù intima di accogliere la sua parola? Ma che cosa intende dire se non che accogliendo la sua parola si accoglie Lui?

Gesù ha cominciato a versare il proprio sangue nel momento in cui ha aperto bocca. Parlare vuol dire esporsi, mettere in conto di non essere capiti; ancora peggio: mettere in conto di essere capiti male. Parlare vuol dire rendere vulnerabile ciò che si ha di più prezioso, trasformare la propria anima in un alito fragile che anche il solo rumore dell’indifferenza involontaria può ferire per sempre. Le piaghe di Gesù risorto ci dicono questo: la Verità non è l’autosufficienza di chi sa di aver ragione, ma il dono di sé senza sconti di chi sa che solo così l’altro potrà vivere. La verità non vive sfuggendo la morte, ma lasciando che sia il dono di sé fino alla morte, fino al rifiuto, a permettere, a chi non vuole ascoltare, di capire. Non è oro, ma lievito.

Ed è questa la risurrezione più vera: non la guarigione del corpo, ma l’apertura di un cuore chiuso. Che la Parola di Dio, cioè Gesù, viva in me, cresca in me facendomi crescere, che mi faccia contemplare sempre di più e sempre più vicina la sua divina verità, che mi renda raggiante della sua bellezza, che lui perdoni a me non perdonando alla mia pigrizia, che lui ripetutamente muoia e risorga in me perché io possa, per suo mandato, essere causa di risurrezione per altri, come io tante volte sono stato da lui gratuitamente risuscitato: questa è la fonte della gioia domenicana.

San Domenico ha scelto la verità, ma non a scapito dell’amore. Ha solo compreso che non si può amare senza conoscere e, perciò, si è adoperato nello studio, per conoscere (una conoscenza certamente amante), e nella predicazione, per far conoscere. Nello studio domenicano il protagonista non è né lo studente né il libro né i vari maestri, ma Gesù Cristo: è lui che ci attira a conoscerlo, che ci accorda come uno strumento perché possiamo cogliere – come in un’intuizione, in un lampo – tutta l’armonia del suo disegno e così procedere, con abilità accresciuta, fino a divenire “cooperatori della verità” (3Gv 8). È la gioia di una scoperta continua. Anche se si riservano allo studio alcuni momenti, tutta la vita diventa studio: “Anche di notte il mio cuore mi istruisce… Mi indicherai il sentiero della vita” (Sal 16,7.11).

La verità è la via dell’amore. Chi vive in complicità con il pensiero e la sapienza di Dio, vive nell’amore, cioè nella comunione con tutti coloro che in questa Verità dimorano. Vuol dire essere in comunione con Colei che questa Verità l’ha cullata e, prima ancora, generata dalle proprie viscere. Vuol dire essere in comunione con quegli Esseri purissimi che trovano la loro gioia nel guardare, lodare e trasmettere il vangelo. Vuol dire essere in comunione con tutti coloro che questa Verità l’hanno cercata o quantomeno sperata, e magari l’hanno incontrata soltanto oltre la soglia di questa vita. Vuol dire essere in comunione con la Verità più profonda di tutte le cose, anche di coloro che, questa Verità, non la vogliono conoscere. Vuol dire essere in comunione con le infinite albe e gli infiniti tramonti che trapassano l’anima di tutti e saper scorgere, in questo succedersi struggente di colori, la luce di Dio.

 

 

Proponiamo alcuni testi che possono essere utili per l’approfondimento:

 – Dal Libro delle Costituzioni e delle Ordinazioni

 – Alcuni scritti di Tommaso D’Aquino

 – Un testo di Caterina da Siena