N.03
Maggio/Giugno 2023

L’incontro di due sguardi

Ci si pensa raramente, ma se la comunicazione audiovisiva è fatta tutta d’immagini, prima ancora di cosa si vede, sarebbe importante considerare di più il come lo si vede, l’istanza all’origine delle immagini che ci scorrono davanti.

L’occhio del navigante digitale che galleggia sugli sconfinati flussi audiovisivi interconnessi cerca un approdo: spesso questo luogo virtuale dove potersi fermare, almeno per qualche momento, è una superficie d’immagini che consenta l’aggancio di un rapporto, se non di una relazione vera e propria, con lo sguardo d’un altro. Il punto in cui due sguardi possano incontrarsi.

Molte delle immagini che costituiscono la comunicazione digitale sono originate dal desiderio di mostrarsi, di esporsi, di rendersi visibili. Così, più che alla natura di un “contenuto” o al tema che esso esplicitamente affronta, per definire le immagini circolanti in rete sarebbe opportuno tentare di definire lo sguardo dalle quali esse hanno origine.

 

L’origine in uno sguardo

Prendiamo come esempio due contenuti di generi diversi e per dir così speculari: la diretta streaming di un “game play” – più o meno semplicemente quel che un giocatore vede mentre gioca la sua partita con un videogioco qualunque esposta in rete agli sguardi di spettatori estranei e per lo più anonimi – e il video di uno youtuber dedito al mukbang – video in cui un soggetto ripreso di solito frontalmente e non distante dall’obiettivo della camera consuma del cibo, producendo spettacolo nel commento al suo pasto, nella performance costituita dal consumare una quantità anormale di cibo, oppure dalla tecnica di registrazione che, ad esempio, può concentrarsi sulla messa in primo piano del suono registrato con microfoni ad alta sensibilità.

Da una parte dunque immagini non umane, nelle quali non c’è traccia né di occhi, né di volti, né di corpi riconoscibili, ma solo il movimento di un gioco mosso, molto spesso, da qualcuno che non si mostra neppure in parte. Dall’altra l’autoesposizione di un soggetto che offre agli sguardi indiscreti e incogniti degli utenti di una piattaforma di video sharing una certa parte del proprio spazio intimo, esibendosi, concedendosi, offrendo al pubblico una immagine di sé di certo non casuale e ciononostante autenticamente corporale, fisiologica, normalmente privata.

In entrambe i casi sono molte e disparate le tecniche che di volta in volta, applicando tecniche diverse e disparate, i soggetti-performer possono mettere in atto per attrarre e conquistare lo sguardo dello spettatore, allargando e consolidando la propria platea; in entrambi i casi le immagini che si offrono allo sguardo del navigante più o meno casuale sono profondamente, anche se indirettamente, autobiografiche, in entrambi i casi non è solo quel che vedo e neppure solo il come lo vedo ad attirarmi e conquistarmi, ma forse più di tutto lo sguardo che soggiace e ordina queste immagini, che le genera e le sottende, che le agita e le spinge verso di me che le guardo senza forse neppure rendermi conto di averle scelte.

In entrambi i soggetti che scelgono di mettersi in mostra – quasi sempre in funzione di una contropartita economica – c’è una certa misura di consapevolezza e controllo sull’immagine di sé che costruiscono e condividono in un micro-spettacolo per la folla virtuale; ma in entrambi c’è anche, sempre, una larga parte di inconsapevolezza e mancanza di controllo su quanto di sé passi prima nell’immagine che mettono in rete e poi nell’occhio dello spettatore casuale.

 

Guardami

Tutte quelle immagini dicono sempre, ininterrottamente: “guardami” (e anche “ascoltami”). Spesso la ragione che spinge un utente a fermarsi e a scegliere un videogiocatore piuttosto che un altro, un Youtuber mangiante piuttosto che un altro non è la raffinatezza, la rifinitura tecnica, la pianificazione perfetta delle immagini che offrono: i movimenti del personaggio di un videogioco, le sue esitazioni, le incertezze, l’imperizia di alcuni tratti delle sue azioni così come la goffaggine o la stranezza di un gesto, il calore di una voce o di un silenzio intensificato da uno sguardo, la peculiarità di un ambiente, di un abito, di un’acconciatura, insomma un difetto o l’eccezione a una norma, oppure, al contrario, l’assoluta e inattesa normalità in mezzo a un panorama sovraccarico di sforzi d’eccellenza, sono questi i dettagli minuti che spesso decidono l’incontro – mediato e virtuale – di due sguardi.

L’auto-narrazione è il terreno comune sul quale ci si ritrova simili: all’immagine prodotta da uno sguardo che sceglie di esporsi, risponde all’emozione di uno sguardo che sceglie di guardare rapito in fondo da una qualche forma di rispecchiamento, riconoscendo il desiderio e il bisogno condiviso di guardare e di essere guardati.

 

 

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