La famiglia vive la vocazione dei figli
Il breve articolo che proponiamo cerca di percorrere il cammino che ha portato la nostra parrocchia a promuovere un concorso letterario sul tema “Come vive la famiglia una vocazione religiosa”. Si tratta, quindi, di una testimonianza per cui vengono esposte anche le difficoltà presenti nella vita di una parrocchia di duemila persone, della periferia nord di Bologna, dove la religiosità cristiana non costituisce, per la stragrande maggioranza, la principale fonte di aggregazione.
L’idea è nata dal cuore del nostro parroco e amico, don Tiziano Fuligni; sua intenzione era quella di mettere in risalto l’importanza del ruolo che hanno e che svolgono i genitori in una vocazione sacerdotale, importanza che egli ben ricordava nella sua esperienza personale. Il titolo stesso cui è dedicata la chiesa, di “Gesù Buon Pastore”, sembrano impegnarci per conoscere e far cogliere la figura del prete, pastore, la sua origine, la sua vita.
Il concorso doveva quindi da un lato rappresentare un attestato di riconoscenza per i genitori e per gli altri familiari che più da vicino seguono con intensità e trepidazione la vocazione e il cammino sacerdotale, dall’altro costituire per la comunità parrocchiale un incentivo a guardare e a riconoscere nella vocazione non una “sconfitta”, un abbandono delle difficoltà quanto un dono del Signore, una chiamata impegnativa nell’esistenza di una persona.
L’idea iniziale, si precisa e trova una concreta applicazione dopo numerosi colloqui ed il parere favorevole, ma non entusiastico, del Consiglio Pastorale Parrocchiale. In un primo momento, anche noi della Segreteria organizzativa avevamo pensato che il tema scelto per il Concorso letterario fosse difficile e fattibile solo da una sparuta minoranza: scrivere sulle vocazioni, ma soprattutto sulla famiglia dei chiamati ci sembrava decisamente poco adatto per la prima esperienza di un concorso letterario. A questo si devono aggiungere le difficoltà organizzative nonché i problemi economici. Avevamo deciso di non voler utilizzare le esigue risorse parrocchiali anche se, la promozione della cultura religiosa non dovrebbe venire dimenticata in una programmazione. Per questo era nostra intenzione trovare adesioni che potessero sostenere la gestione economica del concorso.
Le difficoltà incontrate ci avevano stimolato ad approfondire l’argomento e, come spesso avviene, una maggior conoscenza del problema ci convinse che il tema doveva essere affrontato, che bisognava testimoniare la chiamata di Dio al sacerdozio ministeriale. Senza volersi sostituire agli Organi ecclesiali specificamente preposti, ci sembrava opportuno che anche la nostra piccola parrocchia, pur con tutti i suoi limiti numerici e culturali, dovesse parlare di vocazioni.
È evidente che la chiamata viene da Dio, e che comunque i nostri sforzi non risultano determinanti; noi però dobbiamo essere non solo disponibili ma anche dimostrare, nei limiti del possibile, che la vocazione è importante e utile alla comunità. Per questo la parrocchia ha il diritto-dovere di parlare di vocazioni.
Ritenemmo, inoltre, opportuno chiedere consigli e collaborazione anche fuori dal ristretto ambito parrocchiale. Dobbiamo per questo ringraziare i membri del Serra Club di Bologna che ci hanno aiutato nella organizzazione, ma che soprattutto ci sono stati vicini incitandoci a proseguire nei momenti di difficoltà non di rado presenti.
Alla data di scadenza del concorso ci siamo accorti che, a differenza dell’inizio, non ci interessava tanto il successo numerico, quanto che il tema della vocazione venisse dibattuto.
Tra le opere selezionate, una corrispondenza epistorale tra un giovane seminarista (Luca) e la mamma, appare particolarmente significativa. Sono 13 lettere, a partire dall’ottobre 1987 fino a maggio 1988. Testimoniano un travaglio familiare acuto che si conclude nel maggio ‘88 quando il papà di Luca partecipa all’incontro annuale dei genitori col seminario. Luca scrive così la sua ultima lettera alla mamma di questo caratteristico epistolario nella quale racconta l’episodio. È anche la “registrazione” su come una famiglia ha vissuto il manifestarsi della vocazione del figlio. Si tenga presente che la famiglia è composta dai genitori e da tre figli (due maschi e una femmina, Marco che appare nella lettera è il fratello di Luca).
maggio 1988
Mamma carissima,
sono successe cose folli, la fine del mondo! Peccato che non c’eri anche tu. Ma avrai saputo tutto da Marco. Sono giorni che mi pare di sognare l’impossibile, che invece è avvenuto. Ma incominciamo daccapo.
Appena arrivato, presento papà al Rettore che assieme a tutto lo Stato Maggiore accoglie e saluta le famiglie. Convenevoli e reciproco piacere di fare la sua conoscenza. Poi don Elio chiede della mamma. E babbo senza battere ciglio dice che è spiacente di non potere essere presente, ma che è rimasta a casa per curare la figlia indisposta. “Nulla di grave, spero”, dice don Elio. “Nulla di grave”, dice papà. E io mi ricevo la prima gomitata nelle costole da Marco. Qualche incontro con i vicerettori e i genitori dei miei compagni, ma alla svelta perché papà sta sulle sue lasciando me sulle spine. Poi in cappella per la Messa solenne con la chilometrica omelia di don Elio, ma che trova papà attentissimo. Dopo Messa tutti in teatro. Ancora l’inevitabile discorso di benvenuto del Rettore, poi qualche sketch da parte di compagni di terza Teologia per scaldare l’atmosfera, un discorsino pulitino di uno di quinta, infarcito di ringraziamenti ai genitori per avere donato un figlio a Dio e alla Chiesa; un discorsetto pieno di frasi devote di un papà, e battimani per tutti. Oramai si avvicina l’ora del pranzo, ma il Rettore ebbe la cattiva/buona idea di chiedere ai genitori presenti se qualcuno voleva aggiungere qualcosa.
Mi è venuto un colpo. Papà si alza deciso, sale sul palco e si impossessa del microfono. Anche don Elio che sa, appare perplesso. Il primo a riaversi è Marco che mi ficca il gomito nelle costole: “Cavoli, che dirà adesso il genitore? Meno male che la genitrice è rimasta a casa!”. Io mi preparo l’inseparabile taccuino d’appunti. E papà inizia: “Sono il padre di quel bietolone di Luca di prima Teologia”. Proprio così. Un istante di suspense, poi quei traditori di compagni esplodono in un gran battimani: babbo si è conquistato il pubblico a mie spese.
Una lunga pausa, poi riprende come se continuasse ad alta voce un pensiero molesto: “Ma non è giusto. Mettiamo al mondo un figlio e lo carichiamo di affetto e di cure perché lo consideriamo nostro, parte di noi a tutti gli effetti; e lo carichiamo di progetti e di speranze, fino alla sofferenza, perché lo consideriamo continuazione della nostra vita. E poi viene un Altro che accampa diritti di precedenza e te lo porta via, calpestando e infrangendo un futuro costruito con amore e fatica dai genitori. Non è giusto”.
(Pausa. Babbo parla adagio, cercando le parole e cavandole con fatica. L’attenzione è vivissima, anche se il pubblico appare sconcertato).
“Ho sentito l’omelia di Monsignor Rettore sul futuro e la missione di questi giovani; ho sentito le parole semplici e commosse del padre che mi ha preceduto, e il seminarista che ringrazia i genitori per il dono di un figlio a Dio e alla Chiesa. Ho invidiato la fede, la semplicità e la gioia verso un fatto che io ho considerato un vero sequestro di persona, e che ho cercato di contrastare con tutte le mie forze. Ma fui sconfitto una prima volta, quando a ottobre Luca ci lasciò per il seminario. Proibii alla mia famiglia di accompagnarlo e di venirlo a trovare; di più proibii di parlarne in casa. Una specie di ripudio. Ne soffrimmo tutti. Ma ero stato ferito nel mio orgoglio di padre. E pensavo che uno shock del genere avrebbe decantato presto quel generico desiderio di servizio che secondo me, era la molla che l’aveva portato in seminario, sicuro che sarebbe tornato sui suoi passi. Ma mi sono sbagliato. È infatti successo un fatto strano: nell’era della fretta e del telefono, si è stabilita una corrispondenza epistolare tra Luca e sua madre. Un corridoio aperto, dove le parole incomprensibili che ci dicevamo nel litigio quotidiano hanno preso a poco a poco un loro significato”.
(Una lunga pausa).
“Ho creduto all’inizio in una facile vittoria leggendo le difficoltà di adattamento alla vita del seminario, e soprattutto le difficoltà di analisi interiore del significato di vocazione. E pensai di aiutarlo portandolo con me in montagna, nelle vacanze di Natale, in un ambiente decisamente non di Chiesa. Mio figlio si è divertito, intruppato in una masnada di giovani e di ragazze. Ma li ha giudicati privi di senso e di valori. Ed ebbe il coraggio di giudicare anche suo padre, che si sposa in Chiesa, va a Messa a Natale e a Pasqua e ai funerali, e non ne tira le conseguenze. Per me sono… erano solo dei riti di appartenenza ad una tradizione occidentale, custode dei valori della famiglia e dell’onestà sociale. Fu uno scossone: essere giudicato incoerente da mio figlio. E allora mi aggrappai alle obiezioni di mia moglie che, pure donna di grande fede, temeva per la vita solitaria e diversa, di grande impegno e sacrificio che attendeva suo figlio. Mia moglie non è qui con me. Ho voluto che rimanesse a casa. Chiedo scusa a Monsignor Rettore della bugia che ho rifilato. Non avevo idea di che cosa avrei fatto oggi, ma non la volevo testimone. Ho sofferto troppo della sua sofferenza… Ed eccomi qui davanti a voi per confessarvi che attendevo con impazienza le lettere di mio figlio per scoprire i punti deboli delle sue ragioni e svuotare di significato i valori della sua scelta. Ma si fece avanti l’Altro, e invece di ragionamenti da controbattere, mi trovai di fronte al mistero di una Presenza. E lessi frasi semplici, per voi ovvie, ma per me o assurde o sconvolgenti. Una diceva pressappoco: Non stare a litigare col Padreterno. Non è un sequestro di persona ma una vocazione, non un atto di potenza ma di amore che coinvolge me e anche voi. Perché ha chiamato me non lo so e ne sono un poco intimorito, ma è così”.
(Una lunga pausa che sembra lunghissima nel silenzio teso).
“Era l’Altro che chiamava e mandava a ripetere la sua parola e il suo gesto per costruire la sua famiglia. Non so se la frase è giusta perché ho dimenticato da tanto tempo ciò che per voi è serenamente familiare. Ora ero disposto a combattere ancora contro tutti per liberare mio figlio, ma non mi sono sentito di combattere contro quella Presenza. E mi dichiarai sconfitto. Ma stranamente, per la prima volta, non mi sentii umiliato”.
(Pausa).
È tutto. Non so se è storia o parabola. Se è una parabola, io l’ho vissuta e sofferta. E se è una parabola avrà una morale che vorrei dire a mio figlio, anche se non ne ho il diritto dopo quanto ho fatto. Vorrei dirti Luca, che se è quella Presenza che ti chiama e ti manda, servila con tutto te stesso, per sempre; lascia stare il resto, lascialo a noi. Tu annuncia e insegna quel Nome agli uomini che l’hanno dimenticato o venduto per comprare cose inutili. Ricorda quel Nome, il nome di suo Figlio, di sua Madre, anche a tuo padre che l’ha dimenticato. Non ho altro da dire. Scusatemi. Sono stati i minuti più lunghi della mia vita. Grazie per avermi ascoltato”.
E scese dal palco in un silenzio impressionante. Poi improvviso scoppiò un uragano di applausi da far crollare il teatro. Mentre Marco mi gomitava: “Ci fosse stata la genitrice!”, il Rettore è venuto da papà e gli ha stretto la mano a lungo, senza una parola, ma con un sorriso grande così. E poi vennero i papà e le mamme. E poi un mio compagno intonò a pieni polmoni: Noi canteremo gloria a Te, Padre che dai la vita…
Ma io ero rimasto inchiodato sulla sedia, tutto intronato. Preoccupato di stenografare ogni parola, non avevo afferrato quanto succedeva. Poi improvvisamente capii, e mi vergogno di dirlo, ma mi venne una gran voglia di piangere. Venni salvato dal canto corale: Dio d’immensa Carità, Trinità infinita!
Il resto è solo cronaca rotolata via alla svelta. Siamo andati in refettorio e papà sembrava un altro, gentile e semplice, e di buon appetito! Poi un po’ di chiacchiere con i vicini, mentre le famiglie sfollavano lentamente.
E venne anche per noi il momento dei saluti. Mi chiedevo, mentre lo accompagnavo alla macchina, che cosa papà mi avrebbe detto dopo quanto era successo. Ma mi diede la mano e disse semplicemente: “Ciao, Luca. Sii buono. E scusami se ti ho dato del bietolone”. E se ne andò.
È tutto. Ciao mamma. È veramente vero che il Signore è buono ed eterna è la sua misericordia.
Un forte abbraccio a papà e a te dal sempre vostro
Luca