Marcello Candia: per il laicato missionario
Considero una grande grazia di Dio l’aver conosciuto per lunghi anni e in modo abbastanza intimo Marcello Candia ed averne poi dovuto scrivere la biografia dopo la morte (31 agosto 1983), per incarico della “Fondazione Candia” che ne continua il ricordo e l’opera di carità. La sua “santità”, o statura spirituale fuori del normale, mi era già chiara quand’era in vita, ma mi è apparsa evidente dopo la morte, quando ho intervistato decine e decine di persone che l’hanno conosciuto ed hanno collaborato con lui nei vari periodi della sua esistenza. Marcello ha lasciato un segno positivo in tutti coloro che ha incontrato ed anche, attraverso gli scritti che parlano di lui, in quanti non l’hanno mai visto. Sto facendo anch’io la stessa esperienza che ha fatto Giorgio Torelli: quando pubblicò il suo “Da ricco che era” (Editoriale Nuova 1979, 100.000 copie vendute da allora), negli anni seguenti fu sommerso da lettere, telefonate, richieste di incontri per parlare di Marcello Candia; ancor oggi, Giorgio mi dice che questo è il tema principale dei suoi colloqui col pubblico in ogni parte d’Italia.
Ebbene, anche a me sta capitando la stessa cosa, dopo la pubblicazione, a metà del novembre 1984, della biografia documentata “Marcello dei Lebbrosi” (Editoriale Nuova, pagg. 336, di cui 32 di foto): ho avuto anche, per il libro, un incontro col Papa al mattino presto nel suo appartamento privato, dopo la concelebrazione, e la sorpresa di legger nella lettera pastorale di Quaresima “Farsi prossimo” del nostro Arcivescovo card. Carlo Maria Martini, che raccomanda la lettura della biografia (“Emergerà non solo la commovente storia della santità, ma anche la geniale intraprendenza con cui la carità ha animato la vita sociale milanese…”).
Un uomo innamorato di Dio
Ho scritto molti libri, ma è la prima volta che mi succede di attirare tutta questa attenzione e d’incontrare un tale successo di vendita. Il merito va al personaggio, che ha colpito l’immaginazione popolare. La gente lo vede ormai come una specie di Madre Teresa di casa nostra e l’accostamento non è affatto campato in aria. “Marcello ha lasciato – dice p. Giacomo Girardi – una traccia profonda di cristianesimo vissuto in tantissime anime. Ne ho avuto prove innumerevoli accompagnandolo in giro nelle sue “campagne d’inverno”. diceva cose semplicissime, convincendo con la sua fede e la sua testimonianza di laico missionario autentico… Soprattutto i giovani ne restavano affascinati”. La storia di Marcello Candia è nota. Figlio di una ricca famiglia di industriali, suo padre lo avvia alla carriera di manager industriale, tre lauree (chimica, biologia e farmacologia) e avviamento pratico nello stabilimento di Milano, sostituisce il padre nell’immediato dopoguerra e fino al 1964 dirige l’industria Candia, la potenzia, pur mantenendosi libero per poter seguire, quando Dio vorrà, la sua vocazione missionaria e di consacrazione ai poveri. Marcello ricordava sempre che questa vocazione, chiarissima fin da ragazzo, gli era nata dalla visita alle famiglie povere che faceva con la mamma. Poi, a 48 anni di età, nel 1964, sposate le tre sorelle e il fratello, vende tutto e va in Amazzonia donando ai poveri non solo i suoi capitali, ma la sua capacità di manager industriale, tutta la sua vita. Vive come un monaco laico, con una dedizione all’ideale di servire i poveri che lo porta a consumarsi in meno di vent’anni intensissimi: muore a 67 anni, dopo cinque infarti e un’operazione al cuore, senza aver neppure per un attimo limitato la sua donazione.
Non meraviglia che un personaggio di questo genere, colto, simpatico, umile, estremamente avveduto nel campo amministrativo, geniale nelle idee e con capacità realizzatrici eccezionali, ma semplice e gioioso come un bambino, abbia affascinato quanti l’hanno conosciuto e sia diventato quasi una figura simbolica.
Dietro alla sua storia personale fuori del comune, c’è anche una personalità spirituale e una virtù certo non abituali anche fra le anime consacrate. Intanto era un uomo di preghiera e di fede: nella vita spirituale amava cose semplici e chiare. La sua preghiera era quasi infantile, non si nutriva di teologia e nemmeno di letture bibliche, gli bastavano alcuni santi prediletti (S. Teresa di Gesù, Pier Giorgio Frassati, alcune figure missionarie) e un libricino di preghiere del buon cristiano che sapeva a memoria, oltre ad una raccolta di passi evangelici e delle vite dei santi. Mons. Aristide Pirovano, il vescovo missionario (oggi nel lebbrosario di Marituba) che è all’origine della chiamata di Candia alla missione, dice: “Mi ha sempre colpito in Marcello la sua vita di preghiera. Attivissimo, non smetteva mai di lavorare, di progettare, di parlare per convincere gli altri, un motore in continuo movimento: però tutto questo suo attivismo era imbevuto di unione con Dio, una preghiera continua che si faceva vita, poiché egli non pensava ad altro che a Dio, ai poveri, alle opere di carità. Non so neppure se avesse altri pensieri, era un innamorato di Dio e dell’umanità dolorante che il Signore gli aveva fatto incontrare”.
Chi ha molto ricevuto, molto deve dare
Ricordo che una volta, portandolo in macchina per una conferenza, aveva smesso di parlare e si era chiuso ai contatti esterni chiudendo gli occhi. Avendogli chiesto a cosa pensava, mi rispose:”“Quando ho un momento libero ripeto sempre: Signore, aumenta la mia fede”. E io a dirgli che di fede ne aveva tanta, ma lui rispondeva: “Non basta mai, non basta mai…”.
La fede gli illuminava tutta la vita. Una volta gli avevo detto che, con la salute malferma che aveva, avrebbe dovuto riposarsi un po’ oppure, almeno, non prendere altri impegni, oltre alle opere che già aveva fondato e manteneva. Mi rispose: “Siccome bisogna restare sempre giovani, io penso che il modo migliore sia quello di rispondere sempre alle chiamate del Signore: perciò, in tutto ciò che il Signore mi fa incontrare sul mio cammino e mi ispira ad aiutare, io mi ci butto dentro”.
La molla che l’ha spinto per la via del Signore in tutta la vita è stata la convinzione di aver ricevuto molto da Dio e di dover quindi dare molto. Ricordava sempre gli esempi dei genitori, l’educazione ricevuta, la frequenza dei Padre Cappuccini da giovane e poi con i missionari del PIME: tutto considerava una grazia di Dio e in realtà la sua prima formazione cristiana era stata guidata da due uomini eccezionali (oltre che dalla mamma, che perse a 17 anni): p. Genesio e fratel Cecilio, i due Cappuccini che hanno rappresentato per lui il rigore, la severità, l’ascetica cristiana, e il volto sorridente della carità, l’impegno continuo per i poveri. L’ansia di dover rispondere alle grazie di Dio si concretizzava nell’amore ai poveri, altro punto fermo della sua vita: aveva ricevuto molto, in termini d’intelligenza, di cuore, di disponibilità finanziaria, di capacità organizzative; molto doveva dare a chi aveva ricevuto meno. Di qui il suo impegno totale, totalitario, nelle opere di carità e missionarie.
Stupisce in Marcello la quantità incredibile di realizzazioni: ad elencare tutto quello che ha fatto, cioè le opere che ha realizzato in Italia e in Brasile, ne verrebbe fuori un elenco troppo lungo per un articolo così breve come questo. Fin da giovane, mentre ancora studiava e imparava a dirigere l’industria paterna, non aveva un momento libero, tutto il suo tempo era impegnato in opere di carità: perseguitati politici, profughi della guerra, ragazzi abbandonati, ragazze madri, ambulatorio per i poveri, aiuti alle famiglie bisognose… e poi le molte iniziative nel campo della cooperazione alle missioni. invio di medicine ai missionari, fondazione di organismi di laicato missionario (in questo campo Marcello è stato un precursore in Italia), scuola di medicina per missionari, segretariato nazionale e internazionale di cooperazione alle missioni, rivista di cultura missionaria, collegio per studenti d’oltremare… Pare impossibile che in pochi anni (dal 1946 alla partenza per il Brasile nel 1964), Candia abbia realizzato tutte queste iniziative. Io stesso, scrivendone la biografia e intervistando i moltissimi che l’avevano conosciuto, ne sono rimasto stupito, incredulo. Il fratello Riccardo afferma: “Fin da giovane era abituato a portare avanti tre-quattro compiti, ciascuno dei quali sarebbe bastato per una persona normale”.
Una visione moderna della missione
Non aveva orari, saltava i pasti, dormiva pochissimo, era un efficientista e un perfezionista sul lavoro, tormentava i dipendenti ed i collaboratori perché li voleva sempre pronti e perfetti… Insomma, si poteva ripetere di lui quanto il Manzoni riferisce si dicesse del Cardinal Federigo: “Che sant’uomo! Ma che tormento!”. Marcello infatti edificava chi gli stava vicino, ma era asfissiante, insistente, non dava respiro: vedeva solo l’amore di Dio e dei poveri, parlava solo di quello, non pensava nemmeno si potesse fare altro. Da quando ho scritto la biografia, cioè da pochi mesi, saltano fuori di continuo altri collaboratori, amici, testimoni delle sue virtù e della sua unità profonda di vita. Uno degli episodi più belli, che ho avuto dopo la pubblicazione del volume, è quello raccontatomi dalla sua exsegreteria, signora Angela Ferrari in Civitelli: nel costruire il nuovo stabilimento di via Tacito in Milano, negli anni 1949-1954, Marcello aveva riservato per sé un piccolissimo cortile interno, sul quale non c’erano finestre. Vi aveva fatto piantare tre alberelli, con una panca sotto: “Questo, diceva alla sua segreteria, è il mio angolo di contemplazione. Ho bisogno di ritirarmi per pochi minuti a pregare durante la giornata, per avere da Dio la forza di continuare. Fin da giovane infatti soffriva continui mal di testa e di insonnia…
Ma i periodi più belli della sua vita sono quelli del Brasile e le sofferenze che hanno preceduto la sua morte per cancro al fegato. In Brasile, la sua vita già intensa subisce una forte accelerazione: in pochi anni realizza 14 opere di carità, il cui finanziamento richiede oggi, dalla “Fondazione Candia”, l’equivalente di circa un miliardo di lire l’anno: il più grande ospedale dell’Amazzonia (a Macapà), centri sociali per i lebbrosi, una casa per handicappati, scuola per infermiere, ecc., persino due conventi di clausura (a Macapà ed a Belo Horizonte) perché Marcello era profondamente convinto che i poveri hanno bisogno di cibo e di assistenza sociale, ma molto più di amicizia e di Dio.
Quel che più colpisce nella sua vita missionaria in Amazzonia, è lo spirito moderno, non paternalista, con cui ha vissuto ed ha realizzato le sue opere. Ricordava sempre quanto gli aveva detto il card. Montini: “Faccia tutto in modo da non essere più indispensabile”, cioè affidando tutto ai brasiliani stessi. Non era per nulla il ricco che dà l’elemosina ai poveri, ma il fratello che condivide con i poveri, stringe amicizia, li ascolta, si mette al loro livello.
Non è possibile ricordare tutti gli aspetti di questa vita. Bisognerebbe parlare a lungo delle sue “campagne invernali”; i tre mesi che passava in Italia ogni anno, per parlare a tutti della missione, dei poveri, dell’amore di Dio. Chiedeva soldi, ma soprattutto chiedeva preghiere, perché, diceva: “Se chiedo solo soldi, mi arrivano solo quelli; se invece chiedo preghiere, prima mi assicuro l’aiuto di Dio e poi mi arrivano anche i soldi…”. Se ripenso alla sua fede semplice ma fermissima, mi commuovo, perché ne ho un ricordo personale intensissimo. Marcello era uno di quelli che parlano di Dio come se lo vedessero.
La suprema testimonianza l’ha data in occasione della morte improvvisa. Scopre di avere il cancro, mentre pensava di dover morire di mal di cuore: in pochi mesi, senza mai interrompere l’intensa attività che lo teneva impegnato giorno e notte, la sua vita si consuma fra sofferenze atroci. I medici, alla Clinica S. Pio X di Milano dov’è morto, non sapevano spiegarsi come mai un malato del genere non desse in escandescenze, non si lamentasse mai, ma anzi ringraziasse sempre di tutto. Il p. Forsenio Vezzani, superiore dei Camilliani della Clinica, ha scritto un lungo rapporto sull’ultimo mese di vita di Marcello affermando che nessun altro malato ha mai lasciato un ricordo di bontà e di santità come lui. Ad un amico dice, pochi giorni prima di morire: “Se il Signore mi chiedesse consiglio, gli direi di lasciarmi qui ancora un po’. Avrei tante cose da fare. Ma se egli mi chiama, sono pronto a spegnere la luce”.
Marcello è la dimostrazione più bella del fatto che i veri rivoluzionari sono i santi, quelli che trasformano il mondo in profondità perché cambiano i cuori e le coscienze. Attraverso loro Dio può manifestare la sua potenza.