N.04
Luglio/Agosto 1988

Giovinezza: condurre alla scelta vocazionale

Le cose più belle si capiscono solo quando le si vivono. Il fascino di un annuncio che si fa proposta, sta nella sua chiarezza, nella sua radicalità. Le eccezioni ci fregano sempre. Forse abbiamo paura di essere chiari, decisi, per paura di restare soli e con pochi.

Allora il problema è come vivere e come aiutare i giovani a vivere in pienezza. Diamo troppo per scontato la nostra fragilità, la nostra provvisorietà.

Facilmente qui in occidente sappiamo tante cose, e, con altrettanta facilità cataloghiamo le persone. Da sempre fa tanta rabbia e rabbrividire chi dice: “i giovani sono così…”. Se ogni uomo è “un prodigio”, una storia tutta da scoprire e da inventare, allora mettiamoci in cammino.

 

 

Qualche premessa

Dopo 11 anni vissuti nella foresta ecuadoriana e 5 di lavoro nell’animazione vocazionale giovanile in Italia, ho imparato alcune “cosette semplicissime”, come amavano ripetermi i miei indios.

Anche se mi è stato chiesto un contributo che fosse un orientamento, mi ritengo perdonato se racconterò la mia ‘esperienza’. L’amico lettore saprà cogliere in essa, nelle scelte fatte, nei metodi e nei contenuti, ciò che potrà essere utile a tutti per aiutare i giovani a ‘scegliere’…

 

Non occorre con-vincere

Non occorrono giovani convinti, ci vogliono giovani convertiti! Per convincere ci vuole testa e la testa produce parole, idee; per convertire ci vuole cuore e il cuore dà vita.

 

Non provare ma provocare

“Se sei come ieri, sei peggio di ieri!” Allora amare è un cammino. Però attento: non si ama a momenti, non si vive a momenti, non si “prova” perché “mi va” perché oggi sono “in buona “, “in luna”…

 

Incarnare i valori

Gli obiettivi, le grandi scoperte si raggiungono solo se ci sono le persone che li fanno propri. Si tratta allora di “sentire nella nostra pelle” certe situazioni, certe sfide, ricordando che: se fai, qualche volta sbagli; se non fai, sbagli sempre.

 

Proposte chiare

Non possiamo accontentarci di gente che ci sta sempre “attaccata”: prete-dipendenti o suore-dipendenti. Di gente eternamente “tiepida” ce n’è già troppa! Una proposta è tale se porta, senza tante storie, a un “sì” o a un “no” deciso, non a tanti “sì” che sanno di presa in giro.

Finché c’è un fratello che aspetta, non puoi indugiare; finché c’è un fratello che soffre ingiustizia, oppressione: Caino sei tu!

È facile dire che se qualcuno non ama, tutti hanno difficoltà a vivere. Ma cosa significa per me che ne parlo ad altri? Come io vivo in pienezza il fascino di un “sì”?

Il povero non ha nulla, ma proprio per questo è più libero di donare se stesso!

 

L’uomo è ciò che dà!

Chi non dà nulla, non può amare, non sa amare! Bisogna dirlo con chiarezza. Infatti non c’è che un modo di amare: dare il massimo di sé, darlo sempre, darlo per sempre.

Ho sempre nel cuore le parole che mi scrissero qualche mese fa i giovani di una comunità della mia missione: “Di’ a tutti i giovani delle tue comunità che noi siamo tristi perché, da quando tu sei partito, nessun padre è più venuto da noi”.

 

Quale credibilità?

È ora (sempre è ora) di rischiare, di “tentare”. Allora la nostra equipe: 2 padri ed una suora, abbiamo cercato di dare una risposta piena ad una domanda sofferta e… i giovani ci stanno.

 

 

 

Quale itinerario?

Ci siamo inseriti in un cammino che esisteva da 14 anni qui a Venegono Superiore (Va), il G.I.M. (giovani impegno missionario). Con l’esperienza precedente e alla luce delle nostre, si è tracciato un cammino che dura circa 3 anni e che prevede varie tappe che coincidono con le varie proposte che si suggeriscono durante l’accompagnamento:

 

Ia tappa: l’incontro

Ogni amicizia nasce da un incontro concreto, con delle persone concrete che cercano di vivere quello che dicono. Se quello che dici, se ciò che trasmetti è la tua passione, la tua vita: questa “prende”. Ciò che sei, grida infatti più forte di ciò che dici!

L’incontro avviene un po’ in tutti i modi: dalla strada, dall’autostop, dall’incontro alla Giornate Missionarie, ecc. Sono però soprattutto i giovani che, se qualcosa li “ha presi”, animano e coinvolgono altri giovani.

Lo straordinario è che la maggioranza dei giovani non proviene da esperienze di chiesa, ma se ne erano allontanati per vari motivi, anche perché oggi nelle nostre comunità parrocchiali è sempre più difficile trovare spazi per i pochi “buoni” rimasti. Si dà l’impressione che aiutarli in un cammino vocazionale, sia “voler portar via”…

È il primo timido contatto, un primo confronto, un imparare a leggere e “raccontare” un po’ della tua vita. Nello stesso tempo si propone una verifica, un primo impegno quotidiano sulla Parola, un cominciare a prendere a cuore la situazione di sofferenza, di ingiustizia e di povertà specie dei paesi del terzo mondo.

 

IIa tappa: la periodicità

Si tratta di un incontro mensile: la terza domenica del mese per tutto l’anno. E l’inizio di un cammino, non per “cosa fare”, ma “come” vivere e come cercare di concretizzare quello che diciamo e verificare quanto questo incida sulle nostre scelte quotidiane.

È un momento di preghiera – ascolto – riflessione – confronto in gruppo. In questo ci lasciamo guidare ogni anno da un tema che sviluppiamo a cicli: un Vangelo – Esodo – un altro Vangelo – Profeti Minori… Importante in questi incontri è l’ascolto e la testimonianza viva di chi cerca di vivere in prima persona queste realtà (testimonianze missionarie).

Dopo un po’ li si coinvolge a partecipare dal sabato pomeriggio per approfondire queste realtà di emarginazione, ingiustizia (sempre in chiave provocatoria per …) e per essere coloro che gestiscono i vari momenti. Ma soprattutto perché imparino a “cavarsi gli occhi e spelarsi le ginocchia” sulla Parola.

Ogni incontro termina con un impegno preciso e concreto da vivere durante il mese e che emerge dal lavoro della giornata. In questi incontri un impatto forte e i momenti più vissuti sono quelli liturgici che curiamo particolarmente (veglie, lodi, eucaristia…) servendoci anche di gesti e segni che ci coinvolgono in prima persona.

Si insiste sul valore della “quotidianità” (mai grandi cose, ma piccole e concrete); sull’importanza del confronto, verifica; sul valore della vita liturgico-sacramentale. Dopo un anno o più a seconda dei casi, e dopo un periodo di discernimento e preghiera, si fa loro (per lo più nasce da loro stessi) la proposta di passare al momento successivo.

 

IIIa tappa: ricerca vocazionale

La seconda domenica di ogni mese, diventa l’occasione per un cammino specificamente vocazionale che dura come minimo un anno. È aperto a tutte le vocazioni e nel giro di un periodo di 2 anni al massimo, deve portare a ‘intuire e assumere’ il progetto che Dio ha per me.

In questi anni abbiamo visto che, forse, si danno per scontate tante cose. A noi è parso bene e importante partire da noi stessi, così come siamo, senza tante storie. Il regalo più grande che mi posso fare è quello di regalarmi a me stesso così come sono, con un sacco di problemi aperti, ma anche con i miei ‘talenti’, i miei ‘prodigi’. È importante che il giovane ricominci a meravigliarsi per quello che è.

Da qui: il valore del silenzio come ascolto, per passare dall’essere “sinceri” all’essere “veri”. Si approfondisce la Parola attraverso la ‘lectio divina’ e il confronto metodico; si insiste per l’impegno in parrocchia con qualche responsabilità; si esige la vita liturgica, vissuta e sentita come momento di amore; si vive il confronto personale e di gruppo attraverso la revisione di vita sui temi della preghiera – impegni – doveri – missione; li si educa al valore che deve assumere un’informazione che si fa “promozione” e che spinga al sacrificio e alla rinuncia per…

È il momento in cui devono sforzarsi di animare, attraverso quello che hanno capito e cominciato a scoprire, altri giovani. Il giovane deve capire che “se ti preferisco ti do” e non un po’ del superfluo, ma devo “togliere qualcosa di me stesso”. “Se Dio c’è, deve essere più importante di ogni cosa!”. Allora proviamo a dare tutto, a metterlo prima di ogni cosa. Come dice Charles de Faucauld: “Quando credetti che c’era un Dio, capii di non poter fare altro che vivere solo per lui”  e come ripeteva Daniele Comboni: “Io non ho che una vita per consacrare alla salute di quelle anime: ne vorrei avere mille per consacrarle a tale scopo” .

 

IVa tappa: la convivenza

In questo cammino, ogni 3 mesi teniamo una convivenza di alcuni giorni (da 3 a 5) in cui partecipano alcuni giovani che si trovano a tutti i livelli del cammino.

È lo scoprire che “chi vuol bene a noi, siamo noi”, e che possiamo darci la mano e condividere le scoperte che Dio ci ha aiutato a fare.

In questi momenti è importante l’incontro personale anche più volte durante questi giorni e, a partire da questi: la verifica – l’ascolto e la voglia di impegnarsi maggiormente.

Inoltre è importante il lavoro, lo “sporcarsi le mani” e imparare a “vivere insieme” nelle piccole cose e nei vari momenti della giornata.

 

Va tappa: campi di lavoro

Consiste nei campi di lavoro estivi, di lavoro e preghiera presso comunità e luoghi significativi (eremi, monasteri, comunità giovani) e a contatto con altre forme di vita.

Punto di partenza è sempre la Parola di Dio che si fa vita, pane spezzato per il più povero. Ogni campo ha come base un libro della Bibbia. Il periodo varia dai 10 ai 15 giorni.

È soprattutto durante questo periodo che emerge la domanda sulla vocazione e inizia un periodo di ricerca più seria e approfondita.

È bene scegliere le persone e non accettare tutti quelli che vogliono “provare” anche questa esperienza; per cui il numero dei partecipanti deve essere limitato. La verifica e il confronto si fanno più continue.

Punto di arrivo è il corso vocazionale nel quale, oltre tutto il resto, si unisce la ricerca più approfondita del carattere con il test psicopedagogico.

 

Ultima tappa: la scelta

Il fascino, la passione per gli ultimi, ha fatto nascere in alcuni di loro la decisione concreta di vivere poveri, obbedienti e casti. Come termine di questo cammino essi si impegnano a vivere più radicalmente le promesse battesimali, rinnovabili ogni 4 mesi. È l’ultimo passo: con queste persone il confronto è molto più profondo.

Ogni 15 giorni devono scrivere la loro situazione; devono vivere più intensamente la loro fede nei vari luoghi dove sono chiamati a svolgere la loro attività; devono trovare spazi di deserto da soli e assieme tra di loro a gruppetti.

Con loro, ogni 2 mesi, ci si trova per un momento di verifica e condivisione.

 

 

 

 

Conclusione

I giovani ci stanno anche se si è duri e chiari. La missione e le “sfide” dei poveri ci aiutano moltissimo in questo. Importante è non stare assieme così per… Non si può perdere e far perdere tempo. Vocazioni ce ne sono state e di tutti i tipi: varie nel carisma comboniano (sacerdoti, fratelli, suore); alcuni hanno fatto la scelta del volontariato missionario o qui in Italia; altri la scelta della famiglia, aperta a…; altri scelte francescane, domenicane, salesiane, piccole sorelle, madre Teresa, clausura…

Devo dire che se a un missionario a vita costa tantissimo restare qui, il lavoro di animazione vocazionale è un autentico ministero alla gioventù che va approfondito e vissuto come tale.

In questo e per questo è fondamentale: vivere quello che si dice; il valore della preghiera di tanti e tante per…; l’essere sostenuti da diverse comunità e dalla tua; che la comunità dove si lavora sia accogliente.

Essenziale è l’armonia tra i membri dell’equipe (ogni settimana ci ritroviamo per pregare, verificare e programmare).

Inoltre fondamentale è la presenza dei giovani in formazione: novizi e novizie (cfr.‘Vocazioni’ 5/87).