N.04
Luglio/Agosto 1988

Il “tabù” degli Istituti Secolari

È assai curioso, per non dire paradossale, osservare come in genere siano pochi a conoscere a fondo l’identità dei membri degli Istituti Secolari laicali mentre, al contrario, siano molti a sapere tutto circa il loro “segreto”.

Benché non sia sempre giustificabile tale sommario modo di procedere, evidentemente sulla base di semplici luoghi comuni, tuttavia lo si può almeno spiegare con l’eccessiva salvaguardia di sé da parte di alcuni membri di tali Istituti, specie in passato, prassi divenuta oramai anacronistica in un’ottica ecclesiale di comunione per non dire addirittura controproducente ai fini di un approccio vocazionale delle giovani generazioni.

 

 

Le ragioni della prudenza

L’esperienza degli Istituti Secolari è un fatto abbastanza recente: comprensibile che, soprattutto alle origini, si adottasse una linea prudenziale che, lungi dall’essere pura e semplice tattica o, peggio, equivoco mimetismo, fosse un indispensabile schermo per non frustrare una presenza tanto inedita sia in campo ecclesiale che nella società. Di qui quel criterio del riserbo con cui questa vocazione è sempre stata circondata benché, talvolta, si sia giunti a forme esasperate.

Anche oggi, pur nel contesto culturale diverso e di fronte alla innegabile esigenza di assoluta trasparenza da parte di tutte le componenti sociali, rimane sempre valido il principio che un laico consacrato non debba necessariamente manifestare in modo indiscriminato la propria appartenenza al suo istituto secolare. Prescindendo da chi si trovi ad operare in ambiti particolarmente delicati (basti pensare alla sfera politica!) e che per ovvi motivi è necessario non si scopra per nessuna ragione, è ancora opportuno che i membri degli Istituti Secolari, lungi da stranezze che indurrebbero a pensare a società segrete, si attengano a comportamenti improntati ad un’equilibrata discrezione. Non tanto per motivi strumentali quanto per dovere di testimonianza: quella del discepolo autentico che si distingue solo per il servizio, che non acuisce i contrasti ma preferisce stare nell’ombra, pronto per altro, quando le esigenze lo richiedano, “a rispondere a chiunque gli domandi ragione della speranza che è in lui” (cfr.1 Pt 3,15).

 

 

La motivazione teologica

Ma il secolare consacrato non è che un laico: quindi la riservatezza non deve tutelare soltanto la propria persona quanto soprattutto la propria dimensione laicale che è e rimane tale unicamente se si esprime in modalità tipiche dell’essere laico, senza ostentazioni di sorta che rischierebbero di portare a forme vere e proprie di separazione e dunque assolutamente incompatibili con la secolarità.

La consacrazione non conferisce emblemi neppure discrimina ma tende a portare a pienezza il proprio battesimo senza rinunciare a stare dalla parte dei laici.

A questo proposito il Nuovo Codice di Diritto Canonico è molto esplicito: il laico appartenente ad un istituto secolare “in forza della consacrazione non cambia la propria condizione canonica laicale” (Can. 711).

Se è lecito riferirsi ad esperienze già collaudate, la Chiesa ha sapientemente usato in passato la pedagogia dell’arcano non certo per ostacolare l’accesso al mistero bensì per favorire un approccio graduato e quindi più consapevole alla fede.

Riuscire a gestire in modo coerente e maturo la propria condizione vocazionale, evitando così di provocare impatti dannosi sia pure con l’intento del bene immediato, diviene non solo un dovere ma fermento altamente profetico.

Superfluo aggiungere che ci sono momenti in cui il velo non ha più nessuna ragione che esistere: non è pensabile, a mo’ di esempio, non aprirsi ai Pastori, come pure non comunicare a livello di Istituti oppure non essere presenti negli organismi pastorali vocazionali.

 

 

Le esigenze dell’annuncio

Quest’ultimo argomento ci offre uno spunto non trascurabile. Oggi gli Istituti Secolari in genere lamentano poco seguito da parte dei giovani perché, si dice, tali forme di vita sono poco conosciute specie dagli operatori pastorali.

Senza nulla togliere a quanto affermato sin qui, non si può certo pretendere che i giovani si innamorino di ciò che non conoscono.

Carità e sensibilità ecclesiale esigono pertanto che almeno alcuni membri di Istituti Secolari siano disposti a rinunciare, coerentemente con la situazione personale, alle pur legittime difese della propria identità per inserirsi, a pieno titolo, nella dinamica vocazionale onde farsi promotori attenti e convinti della secolarità consacrata.

Se è vero che anche oggi lo Spirito suscita ovunque i suoi doni, non si può rinunciare ad illuminare e ad accompagnare coloro che si sentono chiamati a stare nel mondo da uomini nuovi.