Ricostruire
“Non ricominciare con i tuoi traumi adolescenziali. Sei un’adulta, comportati di conseguenza”.
Lia Piano, L’arte di perdersi. Storia dei miei traslochi, Bompiani
La donna che racconta, sospesa tra Carrie Bradshow e Nora Ephron, galleggia in una vita piuttosto precaria. In altri tempi si sarebbe definita di mezza età, per gli standard odierni è appena uscita da una giovinezza prolungata. Da pochissimo ha preso una lunga aspettativa da un lavoro che non la rappresenta più, così come non si riconosce negli inaspettati cambiamenti, quasi tradimenti, del corpo; persevera in esperienze sentimentali alquanto incerte e custodisce i ricordi di una serie di case vissute e mai davvero abitate, in un carosello di traslochi, simbolici e reali: “Ogni trasloco, si sa, è una resa dei conti. E i conti sono fatti apposta per non tornare”.
È stanca, disillusa e persino un po’ cinica, specialmente dove i chiaroscuri dei 50 anni la portano a un inevitabile bilancio in cui non può nascondersi che il suo percorso si è smarrito in mille sogni e zero concretezza: “I sogni, soprattutto se molto belli, sono poco attendibili. E i risvegli possono essere bruschi”. Più di ogni altra cosa è perennemente in fuga: dagli obblighi come dalla vita. Ma è arrivato inaspettato lo spiraglio di un cambiamento: la non cordiale e fin troppo pragmatica zia Laura le ha regalato una casa da ristrutturare, quella, perduta, della sua infanzia, su un costone a picco sul mare, e l’imprevista eredità diventa l’opportunità per rimettere in sesto anche la sua vita. Inizia così una doppia ristrutturazione, immobiliare e personale, che parte dall’inagibilità, e quindi dall’impossibilità di “fare casa”, per arrivare a ricostruire, un piano alla volta, un muro alla volta, anche se stessi (“E giorno dopo giorno è/Silenziosamente costruire/E costruire è sapere/È potere rinunciare alla perfezione”, per citare Niccolò Fabi). Facendo i conti, stavolta per farli tornare, con una storia personale fatta di rimozioni, oggetti perduti, buttati o accumulati, evitamenti e un rapporto materno irrisolto. La narrazione si dispiega leggera, eppure profonda, in storie di amicizia, amori, ingiustizie, perdite, salvezza: “Ma come si fa a spiegare ad una casa, fatta di pietre, mattoni e malta, con che facilità le persone possono spezzarsi, cedere e finire a pezzi? Come le si spiega che non abbiamo le fondamenta, siamo posti a terra, così, per scherzo. Che davvero basta poco a farci cadere, e niente a spostarci?”. Se la cifra del romanzo è l’ironia, la commozione arriva spesso, a volte mimetizzata da malinconia, a volte come una luce che si accende e illumina una stanza rimasta buia. Come nel suo ritrovare la relazione con la madre malata, con le sue amate piante, che segna finalmente il passaggio a quell’età adulta troppo disertata e a un’assunzione di responsabilità che si fa cura, consapevolezza, perdono.