N.06
Novembre/Dicembre 1988

Adolescenti, progetto di vita e nuovi contesti socio-culturali

Uno dei fattori più costruttivi della personalità in evoluzione risulta essere un’esperienza particolare chiamata “progetto di vita”. Infatti in ogni età l’educatore constata la presenza di questa esperienza umana particolare che è il progetto di vita; durante l’età evolutiva il ragazzo, l’adolescente, il giovane, crescono progettandosi; vivono dentro di sé un progetto di vita.

 

 

Progetto di vita e crescita personale

Per sfuggire alla morsa dell’impulso e del condizionamento, l’adolescente elabora un progetto di sé. Per prendere in mano la sua vita e cercarne un senso egli è un essere che si deve interrogare. Vivendo nel mondo, a poco a poco egli acquista una certa visione della vita. Scopre dei valori che lo attirano, ai quali si sottomette, a causa dei quali stima che la vita merita di essere vissuta. Nella misura in cui vive in modo autenticamente umano e non si accontenta di “lasciarsi vivere”, egli vive a partire dai valori e per essi; si lascia guidare da essi, perché ha coscienza che esigono la sua adesione. A poco a poco egli acquista un sistema di valori nel quale essi si ordinano gli uni rispetto agli altri. E così, nella misura in cui vive in modo veramente umano, l’adolescente forma un progetto di vita, il progetto dei valori, alla luce del quale egli s’impegna nelle molteplici situazioni della sua esistenza. In forza di questo progetto egli può dare un senso al suo impegno in questo mondo, a partire da un avvenire proiettato davanti a sé e che, per questo fatto, comincia a spuntare.

Questo progetto di vita congloba tutto quello che si può attendere dall’esistenza. Esso esprime autenticamente una personalità che vibra per dati valori e che percepisce più o meno esplicitamente la conseguenza tra ciò che è attualmente (l’io attuale) e ciò che tende a divenire (l’io ideale). C’è quindi un progetto che sostiene la vita, che dà motivo di amare, di soffrire, di gioire…

L’io attuale rappresenta “chi sono ora”, la mia situazione personale, i miei pregi, i difetti, i problemi che sento e anche la mia storia passata, cioè avvenimenti, esperienze, sbagli, conquiste fatte che hanno costruito la mia personalità.

L’io ideale rappresenta “ciò che voglio e posso essere”, il mio progetto di vita che io ho scelto, e che voglio costruire, i miei valori.

Il cammino tra l’io attuale e l’io ideale costituisce la fatica e la gioia di essere vivi che sperimentiamo ed esprimiamo ogni giorno. Ogni progetto di avvenire, nella misura in cui si radica nella storia di ognuno, manifesta un dinamismo creato dal dislivello esistente tra una personalità che si va delineando ed il ruolo sociale che essa vorrebbe svolgere… Elaborare un progetto di vita comporta perciò partire da ciò che si è e divenire a poco a poco ciò che si sarà.

Per progetto di vita intendiamo il “nucleo centrale di sé”, costituito dai valori attorno a cui l’identità della persona va strutturandosi. Esso manifesta le qualità di vita che la persona persegue come un bene necessario, o fortemente utile, per il suo presente e per il suo avvenire. Il progetto è costituito perciò dall’insieme di cose o realtà importanti per me, dai miei valori e dal come li vivo.

Il progetto di vita non è uno schema astratto di idee e principi che imbrigliano le novità sempre risorgenti della vita; non è una certezza predeterminante, un binario più o meno obbligante.

Il progetto di vita si presenta come una intuizione anticipatrice dello sviluppo avvenire, un’ipotesi, un’interrogazione, un invito, soprattutto un senso da dare alla propria vita, un abbozzo di risposta ai grandi interrogativi esistenziali: perché sono venuto al mondo? Che senso ha vivere e morire? Che senso ha l’universo attorno a me? Ce la farò o ce la faremo di fronte alle crisi ricorrenti?

Il progetto svolge una triplice funzione: verso il presente: il progetto di vita è come l’asse centrale, il fulcro attorno a cui la personalità va costruendosi, strutturandosi, come principio unificatore delle proprie aspirazioni. È un po’ come un polo magnetico che calamita le varie forze, unifica le varie componenti della persona, consente di essere o di sentirsi se stessi, attraverso le varie scelte e situazioni, e con sente di realizzarsi in una data direzione e modo; verso l’avvenire immediato e lontano: il progetto di vita costituisce una tensionalità dinamica verso il futuro, manifesta l’aspettativa di un avvenire, richiede e fa ricercare un orientamento, una direzione da dare alla propria vita. Rappresenta l’elemento motore, il vettore di sviluppo e di strutturazione, una linea direttrice senza la quale non c’è vera crescita; in profondità: il progetto di vita costituisce per il soggetto che lo vive un principio di autonomia e di libertà interiore e insieme un impegno per la sua realizzazione nella fedeltà alla proprie capacità ed alla situazione fisica, sociale, esistenziale, in cui si trova a vivere.

 

 

Necessità di un progetto di vita vivo

Il progetto di vita è presente con toni e funzioni diverse, a seconda dell’età e degli obiettivi. Il suo ruolo è decisivo soprattutto durante l’adolescenza e la giovinezza.

Il progetto di vita a dieci anni non è ancora quello di sedici e nemmeno quello di venti. Ma ci può essere continuità tra questi vari momenti della crescita dall’infanzia fino all’adolescenza, qualora si ricompongano gli elementi del passato in una nuova successiva sintesi.

Senza il progetto l’identità non si mantiene, né si può passare alla identità successiva; senza di esso non si può avere identificazione. Ogni progetto di vita esige di essere riconosciuto da parte degli adulti. Nessuna personalità matura in un clima di attendismo che non prende in considerazione nessun appello e rinvia le scelte.

Ma oggi, nell’attuale contesto socio-culturale, gli adolescenti come elaborano il loro progetto di vita? Che cosa li aiuta? Che cosa crea loro difficoltà?

 

 

Progetto di vita e attuale contesto

Per l’adolescente elaborare un progetto di vita valido non va da sé. Non è un processo più o meno automatico. Non basta desiderarlo, o sentirlo proclamare. Non lo è mai stato e tanto meno lo è nell’attuale contesto socio-culturale pluralista, spesso frammentato. Non basta poi per la vera crescita elaborare un qualche progetto. Occorre che esso sia realistico, positivo e dinamico. Ci sono alcune caratteristiche ambivalenti dell’attuale società che rendono laboriosa questa elaborazione, spesso distorta, talora inceppata.

 

 

La cultura dell’individualismo

Ormai da oltre un decennio è dominante nel mondo occidentale la cultura radical-libertaria. Essa permea, con le sue istanze liberatrici, i vari settori della vita; è centrata sull’individuo, sulla libera espressione dei suoi bisogni assunti come metro unico e ultimo di condotta. Ora i bisogni sono tra loro polivalenti quanto a direzione, diversificati quanto ad intensità, spesso inter-condizionati quanto all’affermazione. Il prevalere degli uni preclude l’esistenza di altri, ecc. Come conseguenza immediata si ha che il retroterra della percezione del tempo e della capacità di scelta ne è modificato.

Questi i tratti principali.

– Il passaggio, in modo più o meno vistoso, dalla durata all’istante, all’immediato, come riferimento prevalente. A questo hanno contribuito vari fattori: L’abitudine all’abbondanza. “Perché aspettare più tardi la soddisfazione dei miei desideri? Perché non prendere subito ciò che è a portata di mano?”. Certi metodi educativi hanno soddisfatto senza ritardi i desideri dei ragazzi, con il rischio di renderli incapaci di paziente attesa.

– La reazione di sfiducia più o meno conscia davanti ad un avvenire ostruito che non prepara niente di gioioso: un lavoro inetto e poco interessante, conflitti sempre più minacciosi, all’orizzonte. In queste condizioni come elaborare progetti per l’avvenire a lungo termine? Allora ci si impegna per un tempo limitato, tanto più che la realtà non finisce mai di cambiare.

– Si è avuto un accentuarsi del narcisismo o del seismo. In quest’ambito il narcisismo consiste nel mettere l’io al centro delle preoccupazioni, nell’esaltare l’individuo isolato. Si tratta di una reazione all’atomizzazione della società. Perché il deserto sociale sia viabile, l’io deve divenire la preoccupazione centrale. La relazione è ridotta assai, spesso distrutta. C’è un movimento di ripiegamento. A questo fenomeno contribuisce un senso crescente di dissociazione tra le aspirazioni personali e il senso veicolato dalle istituzioni sociali, politiche e religiose. Questa crescente dissociazione ha portato una certa diserzione da queste a favore di una emigrazione verso i piccoli gruppi.

– L’accentuazione delle pratiche corporali. L’importanza del corpo cresce, come anche la sua prossimità, assieme alla minimizzazione, talora alla disparazione, di ogni dimensione trascendente. Il corpo diviene una verità tanto più tangibile quanto più sono caduti gli al di là. Diserzione del senso veicolato dalle istituzioni, espansione del narcisismo nel tessuto sociale disintegrato, superinvestimento dell’io e vertigine dell’intimo vanno di pari passo.

Questa caduta delle trascendenze politiche, morali, religiose… libera le cose… alla sovranità dell’immediato… Ci si addossa alla coscienza corporale come ad una risorsa ultima (ultima spiaggia) di durata, di certezza.

In una società così segnata dal narcisismo l’idea stessa di progetto di vita perde significato. La coscienza ripiegata su di sé non può essere toccata da nessun altro modello che l’immagine di se stessa che non cessa di perseguire.

 

 

Lo stato vaporoso dei modelli

Ciò che è presente in tutte le categorie di giovani è la quasi assenza di modelli adulti. Il problema maggiore della gioventù d’oggi è una drammatica assenza di modelli adulti e di norme sociali stabili per servire da sistema di riferimento e per offrire dei risultati di iniziazione e di passaggio che possono condurre ad una buona integrazione.

Questo fossato rischia di essere mascherato dall’atteggiamento un po’ contestatario dei giovani. In realtà è una contestazione “per assenza” che viene vissuta. Anche se ha una facciata rassicurante, poiché non è bruciante, un tale atteggiamento dovrebbe interrogare. Di fatto, nella misura in cui le cose sono così, ogni energia rischia di essere investita in un’evasione personale e in un fuorigioco sociale.

L’assenza di modelli adulti si traduce in uno sradicamento che si svolge in più direzioni. È uno sradicamento spaziale. I giovani si sentono cittadini di nessuno e sono come assenti dai luoghi in cui si trovano.

È uno sradicamento temporale. I giovani vivono nell’effimero e faticano assai a pensare in termini di durata.

È uno sradicamento affettivo per la difficoltà a identificarsi nella famiglia.

È uno sradicamento culturale: i giovani poco si riconoscono nel sapere trasmesso dalla scuola.

È uno sradicamento spirituale: i giovani faticano a riferirsi ai valori che sorpassano l’uomo.

Per vivere questo sradicamento, i giovani sono alla ricerca di galleggianti. Essi cercano di raggiungere delle certezze non nelle istituzioni, ma in un cammino esperienziale personale. In un mondo senza punti di riferimento, l’unico punto di appoggio che resta, si trova al fondo di se stessi.

Infine va rilevato che il solo filone giovanile in cerca di modelli è quello di difesa. Esso è caratterizzato dal conservatorismo. Gli altri filoni si mettono ai margini o si ripiegano sulla felicità, sul benessere privato.

Così alla domanda: “A chi rassomiglierò io?”, è sempre maggiore il numero che risponde: “a me”.

La crescita dell’individualismo culmina nel culto del narcisismo in una società in cui i modelli si sono frammentati e in cui, di conseguenza, è divenuto difficile identificarsi. Questo contesto culturale rende la nascita a se stessi sempre più laboriosa.

 

 

La difficile ricerca di una identità

La capacità di scegliere e di vivere fino in fondo la propria scelta, è strettamente legata al tipo di identità di sé che è venuto maturando nella persona. Anzi il tipo di capacità di scegliere è uno degli indici significativi della strutturazione della personalità.

Ora il processo di autoidentificazione, così centrale e di base per la strutturazione della persona, si è reso oggi più difficile e problematico di un tempo. La ricerca dell’identità personale è un processo a due facce.

Anzitutto fin dall’inizio questo processo richiede la possibilità di identificarsi con uno o più modelli in cui ci si riconosce e da cui ci si sente riconosciuti. Gli studi di psicologia genetica mostrano che il campo dell’identificazione si allarga a poco a poco dalla famiglia, all’ambiente vicino e all’insieme della società nella misura in cui il soggetto cresce. Da questo lato l’identificazione fatica a far presa. La persona ha a che fare dapprima con un pluralismo, attualmente con un frammentarsi, talora con il frantumarsi degli stili di vita proposti dalla società. In mancanza di una coerenza sociale sufficiente, non resta che rinforzarsi in se stessi.

In secondo luogo l’auto-identificazione richiede la possibilità effettiva di dire “io” in modo sempre più pieno ed autonomo. È per così dire una seconda nascita, una seconda venuta al mondo. Essa suppone che non ci si lasci portare dall’ambiente circostante o dal gruppo sociale cui si appartiene, ma che si avanzi da soli sulla propria strada. Questo passaggio dall’identificazione agli altri alla nascita a se stessi non è continuo. Dall’uno all’altro c’è un salto qualificativo. È un passaggio che si svolge in un tempo lungo, attraverso l’approfondimento della coscienza di sé. Ora questa capacità di dire in senso profondo “io” è resa problematica dalle difficoltà del primo passo nell’identificazione, quelle del riferimento ai modelli. La capacità di scelta ne risente ovviamente in modo pesante.

Occorre perciò trovare la propria via.

L’accesso al vero sé è dato dal riconoscimento laborioso da parte di ciascuno della sua strada, un riconoscimento che è come un essere generati a se stessi. Scoprire la propria strada è far emergere ciò che ciascuno ha di unico. Ciascuno ha diritto pieno e intero ad essere ciò che è, nel suo luogo e secondo il suo linguaggio. Ciascuno ha diritto alla sua storia, al suo desiderio e al suo pensiero. Lungi dall’essere un risultato facile, questo emergere di sé è frutto di un lungo lavoro svolto su di sé, è l’uscita dal bozzolo in cui ciascuno preferirebbe stare.

Nello stesso tempo trovare la propria strada comporta restare legati agli altri. La vita non può essere il fatto di uno solo. Essa precede infinitamente l’individuo. Essa è compito dell’umanità entro l’uomo. “Essa porta tutto ciò che sta a monte di me e che mi abita e che io non conosco”. Essa è il diverso, il lontano, l’estraneo. È tutto il contrario del narcisismo. Lungi dall’essere un ripiegamento frettoloso, essa è l’accesso di ciascuno alla sua vera potenzialità che gli consente di essere presente alla storia. Lungi dall’essere pura reazione, è un lungo travaglio di generazione.

L’accesso al sé, compreso in questo senso, non può in nessun modo essere prodotto dall’ambiente sociale. Questo ambiente può rendere facile o difficile questo passaggio. Ma non può compierlo in sostituzione dell’interessato.

 

 

La marginalità della fede e del sacro rispetto alla vita

È sotto gli occhi di tutti un duplice fenomeno che rende problematica un’autentica esperienza di fede. Da un lato, pur con qualche riserva, è universalmente acquisito e riconosciuto il fenomeno della secolarizzazione. Esso ha scardinato e scombinato i criteri, le stesse sorgenti della religiosità del recente passato, con esiti sia di laicismo in senso stretto, sia di una religiosità e di una spiritualità più purificata e personalizzata, più adulta rispetto alle precedenti motivazioni.

La secolarizzazione tende ad organizzare, come anche a spiegare e a finalizzare, la vita senza alcun riferimento a Dio.

La fede, la religione divengono, in un mondo secolarizzato, delle opzioni libere, marginali alla vita. Fanno parte dell’accessorio, non dell’essenziale. La secolarizzazione tende a separare la vita e la fede.

Come potrebbero dei giovani giocare penosamente la propria vita per l’accessorio?

Dall’altro lato è pure presente tra i giovani e gli adulti il fenomeno di un ritorno del religioso e dello spirituale. Ma che cosa è in realtà? È semplice ricerca di un’Altra cosa o di un Altrove? Rifiuto dell’assurdo di una vita come entro un circuito? Rivolta sorda contro la prospettiva delle liste di attesa dell’ufficio di collocamento? Oppure autentico bisogno di mistica che prende avvio da una certa disillusione del politico?

Il fenomeno è ambiguo e ibrido, come lo è questa generazione. Può esprimere sia il soprassalto spirituale di un “ricercatore di senso” alla ricerca di ragioni di vita e di motivi in cui credere, come pure la “regressione infantile” di chi fugge nell’irrazionale per incapacità di affrontare il reale.

Il gusto della preghiera, l’aspirazione mistica, il senso del sacro non sono spariti da questa generazione secolarizzata. Sono piuttosto dislocati. Non tanto sparizione dello spirituale, ma mutazione.

Tutte queste forme rivelano presso i nostri contemporanei un bisogno vitale di oltrepassare la superficie delle cose per giungere alla scoperta della profondità dell’essere e dell’io. Ora il luogo originale dello “spirituale” è il cuore dell’uomo come apertura all’Altro e all’Altrove. Non bisogna concludere frettolosamente parlando di sparizione del sacro. Sembra esserci invece una mutazione, una metamorfosi.

Non bisogna concludere indebitamente da una disaffezione per il cristianesimo ad un atteggiamento generale di irreligione. Molti giovani non sono cristiani, non pregano più in modo cristiano. Ciò non significa che siano irreligiosi, che non abbiano aspirazioni mistiche. Per capire che cosa vivono occorre dislocarsi, andare presso le frontiere per incontrarli. Abitano entro un loro mondo.

Ma poiché l’emergere delle domande e delle risposte avviene in modo selvaggio, vi si trova il meglio ed il peggio. Bisogna saper discernere. Dietro il nome di Dio ci sono realtà spesso contraddittorie, anche divinità pagane. Accanto ad una buona strada spirituale… quanti rigagnoli per sottosviluppati spirituali.

Ma prima di discernere, bisogna accogliere questo ritorno del religioso e del mistico, anche se un po’ sconcertante e tentare di decifrarlo come un segno dei tempi.

 

 

La fedeltà percepita al negativo

Per la psicologia giovanile, come anche degli adulti, oggi è laborioso concepire un progetto di impegno definitivo. La fedeltà non gode oggi una buona stampa. Da un lato viene sottolineato il primato del progetto, viene dilatato il ventaglio delle possibilità, viene accentuato il peso delle nostre incertezze circa l’avvenire, viene enfatizzata l’esperienza del nuovo e del diverso come segno di vita.

All’opposto il senso di incertezza e di paura di questo mondo tecnicizzato suscita e accentua il bisogno di vivere qui ed ora, senza ancoraggi al passato, senza pretese per l’avvenire. Ci si ritira nel proprio territorio e ci si accampa vivendo di piccolo cabotaggio, alla giornata. Il dinamismo della vita sembra allora caratterizzato dalla adesione al bisogno prevalente, in una costante mobilitazione esteriore di sé centrata sull’azione o sul gusto dell’emozione.

Ci sono poi in modo vistoso e ben noto delle malformazioni o delle caricature della fedeltà che non invitano certo alla scelta impegnativa e definitiva. Sono fedeltà sospette perché già morte o solo apparentemente vive. Sono mummie di fedeltà. Occorre averle presenti perché costituiscono una controtestimonianza lungo il cammino vocazionale. Esse sono immagini di fedeltà che non esistono allo stato puro, ma prevalente. Conferiscono alla persona una certa qualificazione, quella di un’osservazione più o meno conforme.

Queste le principali:

– la fedeltà intesa come fissismo, come immobilismo morto, come mantenimento o conservazione del passato;

– la fedeltà come positivismo alienante, come perseverazione o ripetitività, anziché perseveranza, come semplice rassegnazione per salvare le apparenze sociali e per una specie di stanchezza;

– la fedeltà intesa come devozione ad un ideale più o meno ipostatizzato, o come osservanza di un imperativo categorico venuto dall’esterno, che porta al volontarismo, una fedeltà come regolarità esteriore motivata in modo eteronomo. Si può essere esteriormente fedeli ad una legge o ad un costume imposti senza una vera fedeltà personale;

– la fedeltà intesa come intestardimento acritico o orgoglioso o come partito preso alla cieca di chi rifiuta di mettersi in discussione;

– la fedeltà come conferma legalistica che lascia fuori gioco l’esercizio presente della coscienza morale da cui non si è mai dispensati di fronte a qualunque legge.

 

Si tratta di una fedeltà come prevalente o unica conservazione, quasi un’inerzia minerale.

In questo contesto ovviamente la fedeltà è poco significativa, quasi un ostacolo sulla strada della libera espressione di sé.

 

 

Un’educazione centrata prevalentemente sull’immagine sociale

Questo è un problema centrale di ogni accompagnamento educativo maturante.

L’analisi della struttura personale di persone consacrate in difficoltà evidenzia spesso una strutturazione di sé imperniata prevalentemente sul personaggio da impersonare o sul ruolo da svolgere, anziché su una persona reale con le sue varie dinamiche. Sono persone costruite prevalentemente sulla difensiva e sull’attacco preventivo. Prima o poi vivono una profonda rimessa in discussione di sé, delle scelte fatte, dagli esiti incerti.

Questo può avvenire sia perché il soggetto in partenza, all’entrata, si presentava già strutturato così, sia perché l’istituzione educativa ha favorito, spesso richiesto, tramite le sue sottolineature e valorizzazioni, questa strutturazione attorno al personaggio. Divenire un religioso santo come questo o quel modello, divenire perfetto come questa o quella personalità, secondo un ideale di sé perfezionistico, più o meno ammantato di colori religiosi, di paramenti e di benedizioni.

Ovviamente la profonda rimessa in discussione di sé, ameno che non si giochi la vita perpetuamente con i paraocchi, facendosi il nido nell’istituzione, metterà in crisi le opzioni di partenza.

La scarsezza di vocazioni, il bisogno di occupare i posti vuoti, certi tipi di personalità dal consenso facile, fanno spesso chiudere un occhio a molti educatori, con ovvie conseguenze negative.

 

 

 

 

 

Note

[1] Era stato chiesto all’autore un articolo col seguente titolo: “Aspetti psicopedagogici dei nuovi adolescenti di fronte al progetto di vita”. L’autore ha risposto con un profondo studio diviso in due parti. Una prima parte studia il ‘contesto’ nel quale l’adolescente è chiamato a realizzare il ‘progetto di vita’; una seconda parte analizza le istanze pedagogiche che ne conseguono. Per esigenze redazionali è possibile pubblicare qui solo la prima parte. riservandoci l’eventuale pubblicazione della seconda in successivi numeri (N.d.R.).