N.06
Novembre/Dicembre 1988

Educatori e accompagnatori di adolescenti

Il cammino vocazionale come ogni avventura verso l’ignoto ha il suo fascino e le sue paure.

Le paure nascono dagli ostacoli. Questi ultimi sono interni all’adolescente ma anche esterni.

In genere oggi la famiglia non è molto favorevole a un impegno vocazionale. Anche le famiglie di estrazione cattolica, magari impegnate nella pastorale non sempre accolgono come un dono la vocazione di uno dei figli. La scuola è un crocevia in cui s’incontra indifferenza, o disistima da parte della mentalità tecnico-scientifica contro una visione di fede. La società trasmette relativismo di valori e una forte componente individualistica. Se a tutto ciò aggiungiamo le difficoltà interne, l’insicurezza, il forte bisogno affettivo, la difficoltà a comunicare con il mondo degli adulti comprendiamo le difficoltà.

Non perdiamo di vista anche le paure degli accompagnatori. Molti provano un senso di frustrazione, che nasce dai tanti insuccessi (come fosse colpa nostra un abbandono) e che genera il complesso di Acrisio. Non è l’invenzione di uno psicologo di grido. Per capirlo dobbiamo rifarci al mito di Danae. Suo padre, Acrisio appunto aveva ricevuto un oracolo che prediceva la morte per mano di chi sarebbe nato dalla figlia. Il padre allora rinchiuse Danae in una stanza sotterranea, la cui segretezza fu infranta da Zeus che scese sulla ragazza di cui si era innamorato come pioggia d’oro. Il complesso è quello di chi vuol “chiudere tutto”. È la mentalità controriformistica e inquisitoria di certi seminari di una volta.

Paradossalmente è proprio la situazione attuale che per certi aspetti favorisce la vocazione. L’adolescente non può ignorare che se il mondo degli adulti è contrario a talune scelte, vuol dire che ha un suo fascino segreto. Il giovane è controcorrente. Ama l’ignoto e non tiene conto del rischio. La continua contestazione del fatto cristiano, le critiche verso la Chiesa, l’indifferentismo religioso si accompagnano a una percezione di valori del mondo degli adulti molto deludente. Se le uniche prospettive valide sono quelle della società attuale, vale la pena spendersi per esse? L’individualismo esasperato origina il bisogno di compagnia, di comunità, le sue insicurezze gli fanno sognare certezza, la piattezza di ideali comuni di una vita che è una preparazione alla pensione lo inducono a guardare fuori e a cercare nuovi orizzonti e un ideale che non sia la mitica Utopia. C’è poi un bisogno sincero e profondo di vita spirituale autentica. L’anelito per Dio è scritto nel cuore dell’uomo. Non lo si può soffocare. O ignorare.

A questo punto interviene l’accompagnatore. Quali le sue doti? Non è facile dirlo. L più agevole dire come non deve essere che come deve essere. Non sarà più sicuramente il saggio ecclesiastico amico di famiglia invocato nei momenti critici a “dire una buona parola”. Non sarà nemmeno un uomo carico di paure spirituali, pessimista del mondo attuale. Se non vuole educare degli integristi, non sarà nemmeno un nostalgico della Chiesa del passato. Rischierebbe di fare la fine della moglie di Lot, trasformandosi in una statua di sale. Non è nemmeno necessario che assuma abiti mentali giovanili. La moda giovane va bene per le persone che ne hanno l’età. Poi stona, sa di “restauri in corso”. O peggio fa nascere il sospetto che si voglia essere una “quinta colonna”.

In positivo la prima indicazione che un adolescente vuol trovare nelle qualità dell’accompagnatore è la sicurezza della propria identità. Dovrà essere pertanto sereno, capace di presentare una fede tranquilla. Chi ha paura trasmette paura. Chi vive una fede contorta e incerta, trasmette insicurezza. Dovrà aiutare i giovani a ragionare, ma senza arrivare a una presentazione troppo problematica o critica della fede. Ci sono persone che hanno una capacità magistrale a creare i problemi, a sollevare interrogativi. Che inevitabilmente escono dalle cose e si attaccano come un virus alle persone. Basta parlare con i reduci del ‘68. A distanza di anni non hanno finito di “aprire problemi” o di “portare avanti” discorsi.

Uno dei connotati di quella malattia che si chiama adolescenza è l’idealismo. Un sano realismo s’impone. E l’educatore lo deve comunicare. Purché non sia senza speranza e senza utopia, purché apra la possibilità a un progresso. Un importante correttivo è la presenza alle spalle, anzi vicino all’accompagnatore, di una comunità. Più volte ho espresso le mie riserve sul protagonismo dell’accompagnatore. L’adolescente non si deve legare a lui, ma a Gesù Cristo. Può avere qualità umane, intellettuali, spirituali. Più ce ne sono e meglio è. Ma non basta. Direi di più. Meno qualità personali e più comunitarie. Meno leader e più comunità. Nel senso che il giovane s’impegna nella Chiesa e per la Chiesa in una comunità (presbiterio, comunità religiosa, movimento). Non è quindi un solitario di Dio. E questa è una carta vincente. Solo nella comunità cristiana trova quella pienezza che invano ricerca altrove.

Naturalmente questo accompagnamento dovrà essere:

1. lungo, paziente e progressivo, rispettoso dei ritmi di crescita e maturazione della persona;

2. fedele al principio che le convinzioni più profonde nascono quando la persona scopre personalmente un valore. L’accompagnatore non dovrebbe essere uno che impone certezze, ma una persona che è talmente sicuro di ciò che possiede che offre all’adolescente la possibilità di fare le sue stesse scoperte, ma senza imporgliele;

3. dovrà educare a un’ascesi nella libertà e a un’educazione della realizzazione di sé nel dono per gli altri;

4. inserirlo progressivamente nel gruppo o nella comunità, in modo che si provi a contatto con gli altri;

5. aiutarlo a rileggere la vita, la professione, le scelte affettive alla luce del progetto di Dio;

6. iniziarlo a una preghiera capace di silenzio, ricca di attesa, che non pretenda le risposte immediate; aiutarlo a pregare in Dio più che non Dio.

Educare è un’arte difficile. L’accompagnatore dovrà essere però un uomo di speranza, convinto di quello che fa. Più che dirlo dovrà far capire al giovane che non si tratta di altro che della realizzazione di un’esperienza sublime. In un’epoca caratterizzata dal tramonto dei grandi miti, dal crollo delle ideologie, in mezzo a gente che si rifugia nell’indifferentismo e nell’individualismo la proposta di Dio è una delle poche proposte vincenti. Si esce dal branco, per un’avventura nell’Assoluto.